ADELIO RIGAMONTI E L’ARTE DI FAR POESIA

Di: - Pubblicato: 18 giugno 2015

ADELIO RIGAMONTI E L’ARTE DI FAR POESIA

foto adelio rigamonti

Adelio Rigamonti, affermato poeta milanese, racconta in questa intervista la sua esperienza di scrittore, di come nasce un verso e di come si possa far cultura partendo dal basso.

 

 

Adelio Rigamonti, partiamo dal tuo ultimo libro “Lo sparso”, edito da “ExCogita Editore”. Cosa significa per te spargere, ti senti un po’ qua e un po’ là?

 

Lo sparso è un agglomerato di cose, di affetti, di amore, di storie, di accidenti e di incidenti, che fanno parte della mia vita. Lo sparso è anche ricordo della Milano degli anni della contestazione e limitrofi del servizio militare, dei viaggi di solidarietà in Bosnia, del mio cammino. E’ tutto ciò che nel mio andare, non solo nel mondo poetico, ma anche nel mondo reale, ho lasciato disperso in giro.

 

Cosa rappresenta oggi per te la poesia, come nascono i tuoi versi?

 

Una domanda imbarazzante, non so bene dirti cos’è la poesia, anche perché non credo che abbia un senso. Nei miei corsi di scrittura poetica, infatti, mi interesso soprattutto di dare spunti sul lavoro e non sui contenuti. Ritengo invece che la poesia sia una cosa normale, quotidiana, che salta fuori nel vivere, nel camminare, nei gesti quotidiani quali mettersi una giacca o salire su un tram. Una cosa che dicevo spesso ai miei compagni poeti era che il mio studio poetico era sull’ultimo scranno di un tram e i biglietti del tram erano la mia bibbia. Ormai non si scrive più sui biglietti del tram, ormai porto in giro lo smartphone e scrivo. Credo che i miei versi nascano fondamentalmente dalla realtà.

 

La crisi dell’editoria sta divorando giorno dopo giorno le case editrici e le librerie indipendenti, sempre meno gente compra libri..

 

E’ vero, ma non è una cosa che riguarda i poeti, i poeti non hanno mai venduto. I poeti sono diventati famosi non solo perché grandi, ma perché hanno incontrato sulla loro via qualcosa che li abbia resi famosi. Una “poetessa” come Alda Merini ha avuto la fortuna di incontrare nella sua vita un personaggio come Maurizio Costanzo e la sua cosiddetta pazzia è stata sfruttata. Questo è ciò che molto spesso l’editoria cerca nella poesia. La crisi dell’editoria è comunque gravissima. Abbiamo avuto a Milano due fatti molto significativi. Uno l’esperienza passata di Hoepli che è stata costretta a rivedere completamente le proprie librerie, studiando sistemi per non lasciare che una grande casa editrice milanese potesse chiudere i battenti. Un’altra più recente e molto grave è questo matrimonio scellerato tra Rizzoli e Mondadori. Ho lavorato per tanti anni per RCS come correttore di bozze e probabilmente questo progetto di riportare a un unico committente tutta l’editoria e la cultura italiana era già partito da Gelli e dalla P2.

 

Claudio Mauri in una recensione scrive: Solo un’ esperienza rivissuta interiormente diviene parte autentica della nostra vita; “Rigamonti sembra andare oltre questa constatazione, forse suggerendoci che la vita è un raggio riflesso da uno specchio che solo la poesia riesce a fermare..”

 

Mauri, nella sua gentilissima presentazione del mio ultimo libro, da’ un’ immagine molto bella e reale, ma io credo che la poesia sia un raggio riflesso della società e della storia. E’ più una cosa concreta che parte dal basso, non ha bisogno di immagini riflesse dall’alto. Il cammino non è illuminato dall’alto ma esiste già di per sé, come qualcosa di concreto.

 

Cosa è cambiato in questi quattro anni di giunta Pisapia nella cultura Milanese?

 

Il cambiamento c’è stato, un cambiamento che credo sia stato però poco apprezzato dalla gente. Dopo il travagliatissimo inizio dell’assessorato alla cultura della giunta Pisapia, da quando è subentrato Filippo Dal Corno, è cambiato il modo di intendere la cultura da parte della giunta,. Abbiamo perso, e questo è quello che la gente comune ci rimprovera, lo stupire della cultura classica, c’è stato un allontanarsi della giunta dai grandi luoghi storici della cultura milanese. Anche le grandi mostre sono passate in secondo ordine. Quando sento la gente dire che questa giunta ha fatto poco dal punto di vista culturale, ribadisco che forse sì, ha fatto poco per le grandi istituzioni, i grandi teatri, d’altro canto ha fatto una cosa enorme, ha ridato alla cittadinanza la possibilità di creare cultura. Non sempre ci sono stati episodi eclatanti, però c’è stato un movimento partito dal basso che ha portato migliaia di persone ad assistere a quello che avviene nella gestione normale della cultura milanese. Ad esempio Piano City, Book City e la città della musica hanno portato molta gente a confrontarsi con le attività culturali, esprimendosi in maniera più spontanea, lavorando nei laboratori per produrre cultura. Spero che anche in futuro si possa proseguire questo importante cammino intrapreso.

 

Marco Feliciani