Caterina Notte: Un’Artista Che Ribalta Le Prospettive

Di: - Pubblicato: 19 Marzo 2021

Artista, fotografa e donna impegnata per le donne

di Claudia Notargiacomo

Buongiorno Caterina,

partiamo dal tuo ultimo lavoro, Predator, che sta riscuotendo grande successo e soprattutto che cambia le prospettive quando si parla di donne e violenza.

Raccontaci di cosa si tratta e di come riesce a ribaltare il concetto di vittima e carnefice.

Certo Claudia, la realtà è a volte ingestibile, ma è importante rendersi conto che c’è sempre un momento in cui è possibile fare di nuovo una scelta.

Con Predator voglio creare precisamente un senso di disagio che capovolga l’equilibrio già precario dello spettatore di fronte all’opera e che induca a rivedere la propria posizione. E’ un progetto di riscrittura della bellezza, della debolezza, della donna e della stessa parola predator che di solito ha un’accezione negativa ma che non lo è affatto dal momento che parla semplicemente di un ruolo naturale e necessario della vita.

Le protagoniste di Predator coprono parte della loro bellezza e ci parlano di una potenza nascosta. Sembrano apparentemente vittime ma non lo sono, non esibiscono sangue, tumefazione, sotto i legami che fasciano loro il volto o il corpo. Ma attraendoci con ciò che rimane fuori dalle bende, gli occhi, le labbra, le mani, spostano lo sguardo di chi le osserva. Le bende o i legami si rivelano lo strumento affilato per attingere alla propria debolezza e trasformarla in potenza.

E’ possibile infatti riscrivere la propria fragilità ma tutto parte chiaramente da una decisione forte, a volte dolorosa, di cambiamento oltre che da un atto di estrema libertà.

Quando dici “Ripensare il corpo femminile” cosa intendi e perché ritieni necessaria questa trasformazione?

Penso che sia importante, soprattutto adesso, in questo momento di divisione sociale imposta, riportare l’attenzione su quello che siamo per non rischiare di perderci o allontanarci troppo dalla nostra fisicità. Quindi mi piace l’idea di ripresentare il corpo nella fotografia per quello che è realmente, un corpo fatto di carne, di pelle, di bellezza, senza interventi che lo modifichino o lo potenzino o addirittura lo facciano soffrire, non mi piace l’idea di usare il corpo per parlare solo di un aspetto, bensì della sua unità, fragilità e potenza, carne e anima, oggetto e soggetto. Tutta la vulnerabilità che oggi percepiamo è già così realmente impetuosa che necessita solo di essere riscritta e non sviscerata ulteriormente per dare scandalo o spettacolo fine a se stesso. Il corpo della donna poi è estremamente complesso e direi sacro. Bambina, adolescente e poi donna e madre, è sempre in continua trasformazione. Ma è vitale prendere in mano il proprio mondo il prima possibile. Uso la fotografia, i progetti virtuali, i disegni o piccole incursioni urbane (affissione pubblica dei poster di Predator o interventi di scrittura urbana ad opera delle piccole protagoniste di Predator) per suggerire l’urgenza di questa trasformazione.

In quale modo attraverso la tua arte stravolgi e induci a cambiare visione? Qual è il tuo obiettivo, o meglio il fine di questa ricerca?

 Il mio obiettivo è riportare l’attenzione sulla bellezza e risvegliarne il desiderio.  Naturalmente non parlo solo di bellezza estetica ma anche e soprattutto etica. Riconoscere la bellezza significa non arrendersi, ma significa anche riconoscere le proprie fragilità e debolezze e quindi la propria potenza.

Penso che si possa parlare oggi anche di bellezza utile, come strumento di ribellione per esempio e come rimedio all’inaridimento emotivo. 

Hai parlato spesso di “Responsabilità dell’artista”: vorrei che approfondissi questo concetto soprattutto per i giovani artisti che stanno iniziando un percorso arduo e incerto, in modo particolare in questo momento storico, che vede grandi complessità in ambito sociale. È forse questo un possibile momento di svolta, come nei momenti più bui a volte succede?

Assolutamente, un artista ha la responsabilità di lasciare un segno con il proprio intervento. Ogni opera d’arte, al di là di ogni giudizio soggettivo esterno, deve essere in grado di scavare un solco, anche piccolo, non importa quanto profondo sia. Quel solco rimarrà a proporre una possibile direzione. Ma come lasciare un solco? Semplice, dietro ogni lavoro, ogni ricerca ci deve essere la verità, un pensiero valido, che affondi le sue radici nella realtà e che sia supportato o viaggi in parallelo con altri pensieri. In questo modo ogni opera sarà come un taglio nella tela, non potrà essere cancellata.

Questo periodo nero è decisivo. Si è aperto un varco che sarà difficile richiudere, ma si può osservarlo. E’ dall’osservazione attenta che può nascere il cambiamento e la svolta. Ogni artista deve tornare alla propria esperienza empirica, partire dall’osservazione di ciò che è stato, di ciò che è, e immaginare ciò che potrebbe essere e su questo lavorare e suggerire un cambiamento.

 Cosa racconta la “bellezza” che ritrai?

Oggi quando si parla di bellezza si finisce istintivamente per additarla, per accusarla e screditarla. E’ vero che c’è molta bellezza effimera, fine a se stessa o filtrata dallo sguardo maschile e commerciale. E c’è un bisogno sfrenato di bellezza irreale, lo vediamo sui social ma quella bellezza lì è solo un bisogno sterilmente narcisistico, un desiderio di perfezione e di conferme.

Però è indubbio anche che esista e, bisogna avere il coraggio di ammetterlo, un bisogno innato di bellezza, primordiale e pre-civile. La ricerca del neuroscienziato Semir Zeki dimostra che c’è un aumento di attività neurale addirittura quantificabile nel nostro cervello di fronte alla bellezza. Ciò che è brutto o bello non dipende dall’oggetto, ma da una nostra decisione personale, fatta di ricordi, di emozioni e di esperienze. La bellezza parla di noi, della nostra specie, della nostra civiltà. Ed evolve insieme alla nostra libertà. Ad un certo punto si è preferito dare importanza al messaggio e la bellezza è diventata anacronistica. E noi meno liberi.

Sono già passati 100 anni, e forse è ora che se ne torni a parlare sia come categoria estetica dell’arte, sia come strumento di libertà. Non riconoscere la bellezza porta alla rassegnazione e alla solitudine oltre che al nulla, all’appiattimento delle emozioni.

La bellezza invece ci attiva, ci spinge ad agire. E’ rivoluzionaria. Gli uomini lo sanno molto bene, si circondano di bellezza, le donne sono invece spesso ostacolate da sentimenti come l’invidia o la gelosia.

C’è una frase di Camus (L’uomo in rivolta, 1951) molto bella e incisiva «La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di lei».

Personalmente faccio riferimento alla bellezza delle cose ordinarie e a quella biologica, che fa parte della specie umana e che ci spinge alla sopravvivenza, è una bellezza primordiale quella che voglio recuperare, fatta di simmetria e armonia ma anche di imperfezione e di valori etici. La bellezza è una conquista che viene dal profondo, da costanti a noi nascoste ed affiora sulla pelle in superficie.

Donna nel 2021: uno sguardo al passato, alle lotte, alla ricerca, alle delusioni, ma anche alle grandi conquiste. Quale donna stai rappresentando e quali le prospettive per lei?

Una donna antropologicamente complessa, decisa e che lotta ogni giorno per non scendere a compromessi.

Una donna che prova a guardare da vicino la propria fragilità, dando valore anche alla libertà dell’altro oltre che alla propria, partirà con uno slancio impetuoso verso la propria potenza. Quando penso alle battaglie che le donne ogni giorno portano avanti con caparbietà e tenacia, mi chiedo sempre se lo abbiano fatto, di guardare la propria fragilità intendo. Un aspetto da non sottovalutare, che molto spesso manca al mondo femminile e che invece tiene saldo il mondo maschile, è la cooperazione costruttiva. E questa cooperazione può nascere solo se accettiamo il nostro bisogno di bellezza e nello stesso tempo se diamo valore alla bellezza dell’altra. Anche per me all’inizio è stato difficile ad esempio riuscire a raggiungere una completa empatia con l’altra donna per poterla fotografare esattamente come volevo, ma è così che posso oggi presentare sia una bambina che una donna, a volte anche molto bella senza che alcuni sentimenti naturali (invidia, gelosia, competizione…) compromettano la piena riuscita del mio lavoro. E inoltre tutto ciò mi fa sentire completamente libera.

Non posso che pensare alle giovani donne che si trovano a vivere una realtà stravolta, condivisione e socialità, amore e incontro. Ma a sparire oggi è anche la possibilità di scontrarsi con una realtà fatta di bene e male, cosa stanno realmente perdendo queste ragazze?

Un corpo costretto non è un corpo libero. E’ disumanizzato. E’ il nostro potente strumento di ricezione e per la prima volta non possiamo usarlo in quanto tale. In questo momento è come se fossimo incompleti. L’illusione di poter vivere una socialità soddisfacente anche attraverso un piccolo schermo ci inganna, ci accontenta e il nostro naturale bisogno di contatto, di far parte di una collettività implode certamente.  Ma senza dubbio il digitale riesce ad unire ciò che è stato spezzato, in un certo senso i social permettono un avvicinamento più facile o un’empatia nuova e immediata. Ma rimane il problema, oltre ad una pericolosa dipendenza, che così viene meno il nostro corpo come filtro, per cui rischiamo di disabituarci ad esso e il nostro senso di umanità potrebbe esserne fortemente compromesso.

Donna per le donne: da dove parte il tuo lavoro? Raccontaci, se vuoi, qualcosa di te e del tuo viaggio, che ci aiuti a meglio comprendere l’origine della tua ricerca. 

La mia ricerca è di fatto un andata e un ritorno che si ripete, con le mie ultime serie Predator, 49Dolls sto tornando indietro alle mie origini, con Aliens Form n.0 cerco di stirare il mio presente, con Predator Ubiquity mi sento coinvolta in un tempo che ancora non possiedo. Sono partita dal mio corpo, dall’esplorazione della mia carne (Genetics) e oggi fotografo il corpo di un’altra donna come se fosse il mio.

Ho sempre lavorato sul superamento dei limiti, interni al corpo ed esterni del mondo e ho voluto sempre immaginare una soluzione. Ho duplicato il mio corpo digitalmente in svariati cloni che raccontavano di me ma anche di un essere umano qualsiasi; oggi ho spostato il mio focus sulla debolezza e sulla bellezza perché penso che rappresentino un necessario punto di ripartenza per poter provare un’esperienza che nello stesso tempo abbia in sé del sacro e dell’umano.

www.caterinanotte.com

@caterinanotte

Foto Predator#23 di Caterina Notte