Intervista A Gio Evan: Scrittore, Poeta, Filosofo, Cantautore, Artista Di Strada

Di: - Pubblicato: 16 maggio 2016

A cura di Daniel Battaglia

 

“Artista poliedrico: scrittore e poeta, filosofo, performer, cantautore, artista di strada e capitano pirata della ciurma Granché.
Ma lui non lo sa e vola lo stesso.”

È cosi che inizia la biografia di Gio Evan, è evidente che si stia per parlare di un artista nuovo, un poeta in un senso diverso rispetto a come eravamo abituati a concepire la poesia fino a poco tempo fa.

Da molto tempo ormai non incontravo un poeta che avesse il potere di fermare i miei pensieri  e destare la mia attenzione come invece Gio Evan è riuscito a fare lunedì 25 aprile scorso durante un suo Reading al ARTKADEMY di Milano in via Dionigi Bussola, 4.

I suoi versi, da lui stesso letti con il giusto sentimento e la gioiosa ironia, non possono che affascinare, ogni tanto strappare una grande risata, per poi far volare in un mondo surreale; il suo mondo, che poi diventa man mano un po’ anche nostro, riuscendo a confonderci, farci riflettere, tirarci su e ritirarci giù, per aria come in un volo ultraterreno e incantato, proprio quello che è la vita per chi come lui ha il coraggio di volare.

Gli rivolgiamo alcune domande:

Per cominciare, hai voglia di parlarci un po’ di te, delle tue origini, del tuo percorso prima umano e poi artistico, tanto per aiutare i nostri lettori a conoscerti meglio?

Con il termine “origini” mi hai già messo in difficoltà, non lo so davvero! Posso dirti che sono cresciuto in Umbria da padre pugliese e madre francese e che fino a sedici anni sono stato un figlio abbastanza complesso. Mi sono diplomato da geometra e poi ho continuato gli studi di medicina indiana, fino a quando sono imploso interiormente e ho dovuto scegliere tra il morirmi addosso o fare

le valigie e andarmene. Hanno vinto le valigie.

Sembra proprio che tu non sia solo un poeta, ma invece un artista poliedrico; scrivi, suoni, canti e intrattieni il tuo pubblico in varie forme e modi. Tu come ti definiresti o come ti descriveresti?

Il termine poliedrico, se lo intendi come sinonimo di sfaccettato, mi piace molto, è già più che sufficiente. In sincera confidenza ho sempre avuto difficoltà a definirmi poiché mi pare come di rinchiudermi in una categoria, mentre a me va di fare quello che mi passa per la testa, mi piace variare, sorprendermi, mi piace non sapere precisamente chi sono, a me piace dire che “bisogna vastarsi” ovvero, bisogna tornare al vasto, solo così riusciamo ad essere in tante cose.

Mi definisco un tramite, che vuol dire “tra mite”: tra significa attraverso, e mite significa sia dolce che maturo, ecco, io mi definisco un tramite tra mite: con tenerezza e maturità porto in giro le impressioni che sento. Potrei anche definirmi uno caricatore di porto, voce del verbo portare! (ride) Non credo che stia inventando niente, quello che scrivo, quello che canto, già esiste nell’aria, circola nel vento da millenni, abita nel cielo da sempre, io mi sto solo impegnando a captarlo e a trasmetterlo dalle nostre parti.

Sul tuo sito troviamo la tua biografia (http://www.gioevan.it/biografia/). Vuoi dirci qualcosa di più che lì non troveremo, magari un incontro o più di uno, fatto durante i tuoi viaggi o il tuo percorso artistico e che ti ha cambiato?

Una cosa che è stata omessa nella biografia è sicuramente tutto il trascorso che ho vissuto con gli sciamani in india e con gli sciamani in Argentina e Brasile, del quale non ci sono parole adatte per descriverne le impressioni che ho vissuto, molte poesie sono composte con le lettere del silenzio e purtroppo non si possono leggere agli altri, ma grazie a dio è possibile farle sentire con molti altri gesti. Ho passato anni a praticare silenzi e meditazioni e digiuni e rituali estremi fino all’annullamento del mio vecchio me stesso. Ho avuto l’esigenza vitale di dovermi reinventare. Ho davvero miliardi di episodi incredibili, per non annoiarvi vi racconterò l’aneddoto più compatto:

ero in india già da due mesi e mi trovavo in un bosco vicino a Hardiwrad con una ragazza francese che conobbi in zona. Ci perdemmo nel bosco e lei andò in panico, l’India comunque non è l’Abruzzo, le foreste hanno tigri e elefanti e insomma, ci si piscia addosso più facilmente per la paura. Comunque passammo la notte abbracciati sotto un albero.

Nella notte sognai un cavallo nero che mi disse che dovevo seguirlo. La mattina dopo appena ci alzammo vedemmo un elefante che beveva acqua dal Gange, dall’altra parte del fiume c’era un cavallo nero, le dissi di seguire il cavallo, e pochi centinaia di metri ci ritrovammo in paese. Mi gasai un sacco, ma a lei non dissi mai nulla a riguardo.

In una intervista per Busillisblog, dici che “…l’india ti ha ispirato al virtuosismo e ad essere ermetico…”. Ci spiegheresti meglio?

Non conoscendo bene la loro lingua e non potendo comunicare con l’arte da me più gradita, ovvero la parola, sono stato trascinato istintivamente e intuitivamente a scrivere molto. Questa scrittura si faceva giorno dopo giorno sempre più interiore, più ricercata, complessa, spesso molto difficile. Ho cominciato a provare piacere al non voler essere capito. Usavo la scrittura in una forma remota, incomprensibile ai molti, era una forma di poetica molto egoica, era solo per me, volevo dimostrare e dimostrarmi che conoscevo bene la nostra lingua, che sapevo renderla arcana, ermetica, che sapevo essere incomprensibile. L’india mi ha insegnato a studiare la mia lingua, a conoscerla e a saper muovermi negli alfabeti come meglio volessi, mentre il sudamerica anni dopo, mi ispirò a ritornare alla semplicità, a condividere, a comunicare, a parlare di noi e dei nostri tempi con il nostro linguaggio, mantenendo intatta la mia visione di vita!

 

Quali sono state e quali sono oggi le tue fonti di ispirazione più significative?

Grazie al cielo sono una persona terribilmente sensibile e molto stimolata.

Ho sempre preso ispirazione da ogni minima cosa, scrivo in ogni dove e di qualsiasi cosa.

Sono un collezionista di sguardi, mi piace guardare gli occhi delle persone che vedo passare, mi piace immergermi nelle loro vite, mi piace immedesimarmi, mi piace innamorarmi di loro, mi piace dimenticarli, mi piace diventare loro, mi piace impegnarmi a sentire dentro tutta la vita che vedo in giro. Le fonti che aprono questi miei canali, ultimamente, sono la nostalgia e la consapevolezza che in questa vita siamo eterni e tutti uno.

La nostalgia è quella parte che mantiene viva la mia parte umana, mi piace affezionarmi, mi piace smezzare i dolori degli altri con me, mi piace piangere, mi piace impregnarmi delle guerre degli altri e dare loro la mia presenza. Mentre la consapevolezza dell’essere tutti uno gioca il suo contrario, quello di accettare con gioia il non attaccamento. È la felicità di essere vivi e presenti e di poter partecipare a questa grande grandezza. Questi due elementi apparentemente tra loro paiono in contraddizione, ma spesso la Contraddizione non è altro che l’accettazione di ogni cosa.

 

Stai facendo un tour in Italia. Quali sono le prossime tappe?

Il 28 maggio siamo a Trapani allo Spazio Onirico, se capitate le granite le offriamo noi. Poi prestissimo saremo a Roma al Rebacco, poi Torino, Macerata, Milano, Bologna, Bari, ma ancora in queste città stiamo studiando bene le date per far sì che l’itinerario non risulti spezzettato. In estate, con l’arrivo del nuovo libro, organizzeremo anche un tour estivo in strada.

Parliamo di Teorema di un salto, come ci sei arrivato? Scrivere poesie di amore e riuscire ad essere innovativi…

“Teorema di un salto” è stato un lavoro interiore molto molto lungo, un anno intero di scrivania. C’era l’esigenza di volermi sorprendere, prima di teorema non avevo mai scritto una poesia d’amore. C’è una frase che mi sta molto a cuore di Arthur Rimbaud:

“l’amore deve essere reinventato” questo concetto per me è sacrosanto. L’amore deve ritornare a essere allegro, lo abbiamo reso così banale ultimamente, così scontato, così poco amorevole. C’è bisogno di reinventarlo di ridargli vita, di rimettergli la risata addosso. Teorema è un libro di molti amori, non è solo un amore, ha dentro tantissime forme di amore, mille sfaccettature, mille vite.

Ha dentro lo scompiglio, il bacio, i pugni in faccia, l’occhiolino, è pieno di tutto, proprio come noi, siamo pieni di tutto.

So che a breve uscirà il tuo ultimo lavoro, come si intitola e di cosa si tratta? Ci anticiperesti qualcosa oltre a dirci anche quando e dove sarà disponibile?

Sì, è davvero questione di giorni, forse quando pubblicherai quest’intervista sarà già uscito. Il libro si chiama “Passa a sorprendermi” edito da miraggi. Il titolo spiega già tanto, a differenza di teorema che magari può aver bisogno di un’interpretazione. Sono poesie e dialoghi poetici, a mio parere c’è anche molta più filosofia, ci sono idee più chiare ed esposte in maniera più tagliente, oltre a una maturità e un’esperienza di scrittura più longeva. Per ora è acquistabile sul sito www.gioevan.it e www.miraggiedizioni.it.

Dal 20 giugno sarà disponibile in tutte le librerie d’Italia.

 

 

Gio Evan riesce a donare momenti di poesia e gioia unici, poesia che l’arte da tempo non riusciva più a trasmettermi. Isuoi lavori hanno il potere di far rinascere la certezza che il bello può rinnovarsi di continuo e stupirci all’infinito.

 

Per chi volesse approfondire il pensiero di Gio Evan oltre che al suo sito www.gioevan.it suggerisco anche di leggere l’intervista di Francesco Gallina in Busillisblog al seguente link:

http://busillisblog.blogspot.it/2015/09/gio-evan-ovvero-di-un-poeta-viaggiatore.html