La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 19 Luglio 2021
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di Giulia Caravaggi



CAMMINARE

Hermann Hesse, Giorni di luglio (Guanda)

Marina Jarre, Tre giorni alla fine di luglio (Bollati Boringhieri)

Stig Dalager, Quei due giorni di luglio (Lantana)

Molto tempo dopo, quando gli uomini tornarono in quel luogo e cercarono di adibire l’antico giardino al riposo e al piacere, esso era diventato una selva. Dovettero accontentarsi. La vecchia passeggiata fra la doppia fila di platani venne comunque ripristinata, ma per il resto fu giocoforza limitarsi a tracciare attraverso la macchia alcuni sentieri stretti e sinuosi, trasformare in prati le radure e disporre panchine verdi nei punti più suggestivi.

Una natura non più addomesticata, ribelle e forse libera fa da sfondo alla più classica delle rappresentazioni: i primi tumulti sentimentali di un giovane di fine Ottocento.

Quel mare in tempesta che è sulla pagina scritta diviene realtà esperita, l’emozione prima soltanto cercata e idealizzata il vissuto del protagonista del breve racconto di Hermann Hesse e nel corso appunto di pochi giorni trascorsi per lo più a passeggiare, tanto basta a dare una svolta e a cambiare in certe età della vita.

C’era una volta una grande casa pulita che però profumava già di polvere…. [FINE]

“– È come se fossimo attaccati a una catena, – disse Valeria, – no, come se fossimo anelli d’una catena.

L’italianissima Marina Jarre in Tre giorni alla fine di luglio racconta di un uomo non più giovane, ma neanche vecchio che da Milano dove vive con la moglie e le figlie torna a Torino per appunto tre giorni dalla prima moglie e dal loro primo figlio.

Ospite della sorella nella vecchia casa dei genitori già morti da tempo, siamo alla fine di luglio, in piena estate e fa caldo.

Passeggiate per le vie della città, insoliti incontri e di notte i corridoi di abitazioni oramai abbandonate: “– Li sogno sempre sulla porta, – disse Valeria, – non so cosa significhi. Non so se arrivano o se partono. Lorenzo pensò che Valeria parlava di solito al presente dei genitori come se fossero vivi. Perciò voleva andarsene dalla casa e ammucchiava gli oggetti? Tutte cose loro, in fondo, di Valeria non c’era nulla fuorché i libri posati dappertutto, i compiti degli allievi e nella stanza sua e di Elisabetta i vestiti stirati. E, forse, le piante lasciate da Umberto.

Dove si accumulano ricordi che stimolano poi i sogni in questo breve romanzo che ha un non so che di simenoniano, ma meno greve perché la Jarre sa essere nella sua serietà quasi eterea.

E anche se non c’è scelta, nulla a cui potersi aggrappare davvero, alla fine: “ (…) qualche cosa dovrà pure andare bene. Un giorno, una squadra dell’Est (Chirghisi, Turkmeni) batterà a pallacanestro gli Stati Uniti. Scriverò il mio libro. E questa volta il frate arriverà in tempo ad avvertire Romeo.” [FINE]

Annuisce. I loro occhi si incontrano per alcuni secondi nello specchietto retrovisore. Percepisce la sua sincera preoccupazione in un’esperienza di singolare irrealtà. Dove sta andando?

Due giorni di luglio e due uomini messi a confronto, l’uno di fronte all’altro.

Due facce, lati opposti di una stessa medaglia, che però si confondono, si scambiano di posto, si trasformano l’uno nell’altro, sembrano attrarsi, addirittura non potrebbero esistere senza il proprio contrario.

E all’inverso, lo sguardo dell’uno rivolto all’altro, verso il cielo o a capo chino, i piedi di entrambi sui resti del mondo. Proiettati a più grandi orizzonti, ma già segnati sulla fronte dal proiettile pronto a colpirli.

Il dittatore e il suo assassino, giudice inquisitore, malati e disperati nell’estremo tentativo di cambiare le sorti di un mondo che è alla fine. Aggrappandosi al proprio destino, ora che non rimane più tempo: “ (…) a un ruolo in cui il senso di onnipotenza infantile e il fanatismo ribelle vanno a braccetto col disprezzo per l’uomo che ora, a qualsiasi prezzo, desidera morto. Se non è morto, deve esserlo.

All’attesa estenuante fa seguito una accelerazione improvvisa e lo schianto inesorabile e duro, si dimentica che questa è storia vera e che si sapeva già come sarebbe andata a finire.

Le divise irrigidite per ricordarsi di chi si è davvero e così ancorati a sé stessi, l’uno è Hitler mentre l’altro è il colonnello von Stauffenberg, qui dove non c’è più lo spazio per poter camminare.

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