Adolescenti Stranieri “Ricongiunti”, Il Fascino Delle Bande E L’Integrazione Possibile

Di: - Pubblicato: 28 novembre 2016

A Milano il progetto Cassiopea si occupa dei minori arrivati in Italia a 13 o 14 anni per vivere insieme ai genitori. Gli operatori li aiutano a inserirsi a scuola e in famiglia e creare legami sociali. Un progetto di prevenzione che non riguarda solo i ragazzi latinoamericani

Si fanno delle grandi bevute di birra, hanno il mito del coltello. Ma non sono altro che adolescenti spaesati, nel vero senso della parola. Sono infatti arrivati in Italia a 13 o 14 anni, per tornare a vivere con i genitori emigrati dal paese d’origine quando erano ancora piccoli. Sono cresciuti con i nonni, mentre con mamma e papà l’unico legame era quello via Skype. Per la Questura, che rilascia il permesso di soggiorno, sono “ricongiunti“. Di fatto, sono ragazzi stranieri, senza più alcun legame. “Lasciano gli amici, la scuola, eventuali findanzatine per venire a Milano, dove non

conoscono nessuno e non sanno la lingua. Scoprono anche di non conoscere veramente i loro genitori, con i quali i rapporti diventano subito difficili”, racconta Anna Oppizzi, responsabile del Progetto Cassiopea, promosso da 15 anni dalla cooperativa Comin nel quartiere di via Padova, per accompagnare gli adolescenti ricongiunti a inserirsi nella scuola, in famiglia e, più in generale, in questa città che appare loro subito ostile. Un progetto che intercetta circa 30 adolescenti all’anno e che tra i suoi obiettivi ha anche quello di “salvarli” dall’arruolamento nelle pandillas o comunque dai gruppi criminali.

Un progetto di prevenzione, in cui lavorano tre operatori e che non riguarda solo i ragazzi latinoamericani, ma qualsiasi adolescente straniero appena arrivato in Italia. Da lunedì in via Padova ricompariranno le pattuglie di militari, chiesti dal sindaco Beppe Sala. Un provvedimento adottato in precedenza nel 2009 anche dalla sindaca Letizia Moratti. Sempre dopo un fatto di sangue: allora vittima di un accoltellamento per futili motivi era stato un giovane egiziano, mentre due settimane fa è toccato a Antonio Rafael Ramirez, dominicano di 37 anni, per un regolamento di conti tra gang di latino americani per questioni di droga.

Sia chiaro, gli adolescenti del progetto Cassiopea non hanno nulla a che fare con il mondo criminale in cui si presume fosse coinvolto Antonio Rafael Ramirez. Ma è anche vero che questi ragazzi hanno bisogno di un accompagnamento, proprio per evitare che un giorno si parli di loro in cronaca nera. “All’anfiteatro della Martesana, dopo la scuola, pranziamo con loro, e nel pomeriggio proponiamo momenti di aggregazione e un aiuto nei compiti -spiega Anna Oppizzi-. Partecipano a laboratori, in collaborazione con altre associazioni o con i centri di aggregazione giovanile. Il nostro obiettivo è che creino legami con le realtà positive del quartiere. Per questo organizziamo anche uscite per far loro conoscere ciò che questa zona offre: dalla piscina alla biblioteca, dai gruppi sportivi ai servizi del Comune. Puntiamo poi anche sulla bellezza e andiamo a visitare monumenti e opere d’arte della città”. Ci sono poi due capitoli fondamentali e difficili: la famiglia e la scuola. “Abbiamo creato il gruppo genitori -aggiunge Anna Oppizzi-. Non è facile ricostruire con i figli un rapporto autentico, dopo anni di lontananza. Già l’adolescenza è una fase della crescita complicata per tutti, figuriamoci per questi ragazzi che sono catapultati nel giro di poco tempo in una realtà completamente diversa. I genitori non sanno cosa fare e spesso sono impegnati tutto il giorno per lavoro”. A scuola questi ragazzi devono fare i conti con una lingua nuova, con un sistema di insegnamento diverso, devono scegliere tra indirizzi di istituti superiori o professionali che non conoscono. A Cassiopea trovano operatori che li aiutano ad orientarsi. “È importante poi il contributo dei coetanei che sono da più tempo in Italia e hanno già vissuto certe sofferenze o problemi -sottolinea Anna Oppizzi-. E così spingiamo molto perché i ‘più vecchi’ diano una mano ai nuovi”. Il progetto prevede che i ragazzi siano seguiti per un anno o al massimo due. “Non devono restare qui troppo, ma crearsi legami e attività fuori”.

Molti degli adolescenti stranieri sono affascinati dal mito delle pandilla. “La banda soddisfa il bisogno di appartenenza – commenta Anna Oppizzi – . Chi arriva in Italia da ragazzo vive un profondo disorientamento, sia in famiglia che fuori. Nella banda ci sono invece ruoli, regole precise, riti di iniziazione. Anche se mi pare che ora il loro potere di attrarre i ragazzi sia un po’ scemato. Però comunque tendono a organizzarsi in gruppo, a considerare il loro quartiere (o anche solo una determinata via) un territorio da difendere. Si fanno delle grandi bevute di birra, alcuni hanno il mito del coltello, anche se poi non sanno bene da chi devono difendersi. E rischiano di finire nei guai“. La migliore risposta a questo fenomeno è la prevenzione. “Penso sia necessario avere l’occhio attento a queste dinamiche che riguardano un buon numero di adolescenti. È un fenomeno che viene intercettato dai centri di aggregazione giovanile, dalle scuole. Occorrono però anche gli strumenti per accompagnare questi ragazzi, per permettere loro di inserirsi in questa città di cui non conoscono nulla”. Il progetto Cassiopea è l’unico che lavora sugli adolescenti ricongiunti. E i fondi necessari sono sempre arrivati da fondazioni private: dalla Cariplo alla Vodafone all’Opera San Francesco. (dp)

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