Carceri, l’istituto per minori Beccaria sempre più in crisi

Di: - Pubblicato: 31 luglio 2017

Manca il direttore da due anni e gli spazi sono insufficienti. C’è però un padiglione ristrutturato che viene tenuto chiuso perché non c’è personale sufficiente. “I ragazzi che arrivano sono sempre più difficili e si fa un uso notevole di psicofarmaci”, denuncia Alessandra Naldi, Garante dei detenuti di Milano.

Mancanza di spazi adeguati, assenza di un direttore, ragazzi sempre più difficili: nell’istituto penale minorile Cesare Beccaria di Milano reclusi, personale educativo e agenti vivono in una costante tensione da anni. “È una situazione complessa e critica che si trascina da troppo tempo”, afferma Alessandra Naldi, garante dei detenuti del Comune di Milano. Basti pensare che è dal 2008 che la struttura è agibile solo a metà. “Ora finalmente i lavori di ristrutturazione nel nuovo padiglione sono stati ultimati, ci sono anche gli arredi -aggiunge la Garante-, ma non viene utilizzato perché non riuscirebbe ad ospitare tutti i ragazzi reclusi nella parte vecchia. e non c’è personale sufficiente per tenerli aperti entrambi”. Al Beccaria, infatti, sono rinchiusi poco più di 50 tra adolescenti e giovani adulti, ma il nuovo padiglione ha una trentina di posti letto. “Probabilmente una parte di loro verrà trasferita in altri istituti, fuori regione. Con tutti i disagi del caso: lontano dalle loro famiglie, dovranno frequentare nuove scuole, interrompere progetti iniziati qui”.

Al Beccaria, inoltre, non c’è un direttore. Nell’ottobre del 2015 l’allora direttrice Alfonsa Micciché è stata arrestata per reati che avrebbe commesso quando era responsabile dell’istituto di Caltanissetta. “Il Ministero non ha provveduto a sostituirla e questa situazione di incertezza pesa molto sull’organizzazione interna del personale e delle attività”, spiega Alessandra Naldi.

A tutto questo si aggiunge il fatto che “arrivano al Beccaria ragazzi sempre più difficili, con problemi psicologici o psichiatrici”, spiega il Garante. Avrebbero quindi bisogno di maggiore attenzione, di percorsi di reinserimento  adeguati. Ma in questa situazione è quasi impossibile. “Dalla nostra ultima visita è emerso che si fa un impiego notevole di psicofarmaci”, conclude. (dp)

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