Case Popolari Ai Rom: “Il Comune Di Milano Non Mantiene Le Promesse”

Di: - Pubblicato: 10 aprile 2017

La denuncia di don Virginio Colmegna, presidente della Casa della carità, che da più di un anno sta ospitando provvisoriamente cinque famiglie sgomberate con la chiusura del campo comunale di via Idro.

 

Ai rom sgomberati dal campo comunale di via Idro il Comune di Milano aveva promesso la possibilità di entrare nelle graduatorie per la casa popolare. “Ma quella promessa non è stata mantenuta”. La denuncia viene dalla Casa della Carità, che sta ancora ospitando “provvisoriamente” da più di un anno cinque delle famiglie che vivevano in quel campo. Alcune sono nella sede di via Brambilla, altre al Parco Lambro nella struttura del Ceas (Centro ambrosiano di solidarietà). “È un fatto grave – afferma don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità e consigliere del Ceas -, che genera sfiducia nella possibilità per le famiglie sgomberate di accedere a quella soluzione abitativa stabile e definitiva che era stata loro prospettata”. Nel febbraio del 2016, in occasione della chiusura del campo, “il Comune si impegnò con le famiglie promettendo che lo sgombero sarebbe stato equiparato allo sfratto in termini di punteggio per l’assegnazione della casa popolare”.

Superare i campi rom e costruire percorsi di autonomia abitativa e inclusione sociale è possibile. Lo dimostra il lavoro che da anni portiamo avanti come Casa della carità e Centro Ambrosiano di Solidarietà -aggiunge il sacerdote-, ma affinché questi percorsi siano reali e positivi anche le istituzioni devono fare la loro parte”. Il progetto “Villaggio solidale” dei due enti ha permesso di accogliere in 12 anni 84 nuclei familiari rom, a seguito di sgomberi di campi o in situazione di emergenza. Di questi, l’8 per cento è attualmente ospite del “Villaggio solidale” e il 6 per cento è sistemato in altre strutture di accoglienza, ma la stragrande maggioranza, il 79 per cento, risiede in appartamento a seguito del buon esito del progetto di integrazione. Si tratta di famiglie che abitano per lo più in affitto (52 per cento), ma qualcuna ha anche acquistato casa (8 per cento). Altre ancora sono andate a vivere in appartamenti nel loro paese d’origine, la Romania (11 per cento), o in altri stati europei (3 per cento). Solo 6 famiglie sono ritornate a vivere in un campo.

“Uno dei capisaldi del lavoro sociale che viene portato avanti dal progetto del “Villaggio solidale” è l’impegno per l’istruzione dei minori”, spiega Donatella De Vito, responsabile del progetto per i due enti. Sono 170 quelli complessivamente presi in carico dal progetto, nella maggior parte dei casi molto piccoli. L’86 per cento di loro ha intrapreso un percorso di scolarizzazione. In termini assoluti, 25 hanno conseguito il diploma di scuola superiore e 41 hanno portato a termine la licenza media. Altri 80 sono stati inseriti alla scuola dell’infanzia o alla scuola primaria. “L’altra colonna portante del lavoro di integrazione del progetto Villaggio solidale – prosegue De Vito – è l’emancipazione della figura femminile”. In questo senso, i risultati più significativi sono stati i 40 contratti di lavoro raggiunti e i 133 progetti di formazione e inserimento lavorativo realizzati. Inoltre 19 donne uscite dall’analfabetismo. “Ed è proprio pensando a belle storie come le loro – conclude l’operatrice – che vivremo la giornata dell’8 aprile al Villaggio Solidale”.

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