Dipendenze Tecnologiche, La “Terapia” è L’Arte

Di: - Pubblicato: 20 Gen 2020

Di Filippo Nardozza.

La Deep Scrolling Experience, in Triennale sabato scorso con le opere di Federico Clapis, ha “provocato” e fatto riflettere su quanto siamo immersi nel digitale, sul rischio dipendenze internet correlate e sul conseguente isolamento dei soggetti interessati. Ma anche che dobbiamo costruire le strategie cliniche da qui, da una dimensione che non va combattuta ma analizzata e compresa, generando consapevolezza e formando terapeuti in grado di affrontare col dovuto equipaggiamento le nuove dipendenze. E l’Arte – che nutre e porta a relazionarsi, esprimersi e muoversi – può essere la terapia.

Proprio in questi giorni nasce a Milano la sede regionale DiTe – Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, Gap e Cyberbullismo, che risponde al numero verde 800770960 e, tra le altre cose, propone giornate di detox tecnologico a base di format artistici.

La tecnologia è la carne.

Una scultura in resina – un corpo nudo di donna incinta, dal grigio pallore – troneggia nel salone d’onore della Triennale Milano, colpendo i presenti con la sua forte dose di provocatorietà: dal ventre gravido, sezionato, è visibile il nascituro comodamente accovacciato nella culla materna, intento a fissare lo schermo di uno smartphone.

L’opera, Connection, circondata da altre dai toni simili, è di Federico Clapis – ex youtuber, oggi artista figurativo, materico e digitale insieme. Siamo all’apertura di Deep Scrolling Experience, evento che mira adanalizzare – attraverso installazioni artistiche, sessioni di yoga psicosomatico, talk con filosofi e personalità scientifiche e aree dedicate all’assistenza psicologica per famiglie e ragazzi – la nostra quotidiana dimensione immersiva nel digitale e il crescente fenomeno della dipendenza da social network,

L’experience, aperta al pubblico della Triennale sabato scorso (18 gennaio), è stata fortemente doluta da Clapis in collaborazione con l’Istituto di Psicosomatica di Milano e l’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, Gap e Cyberbullismo, che apre proprio in questi giorni la sua sede milanese destinata ad agire da riferimento regionale per questo tipo di dipendenze. Dal 2002, dal quartier generale di Senigallia (Ancona), tratta fenomeni internet correlati, grazie all’esperienza del suo presidente, Giuseppe Lavenia, e promuove la consapevolezza digitale, svolgendo attività di consulenza e prevenzione e realizzando progetti di sensibilizzazione all’utilizzo delle tecnologie. Il tutto si indirizza  ai professionisti e agli esperti (avvocati, assistenti sociali, educatori, insegnanti, psicologi che si trovano a trattare storie di dipendenza) ma anche alla gente comune, raggiunta attraverso le 50 sedi Di.Te già presenti sul territorio e con cui si portano avanti progetti formativi nelle scuole.

Nel momento in cui viene a crearsi una dipendenza tecnologica questa porta in genere anche all’isolamento sociale, espone di più al rischio di cyberbullismo, sexting, vamping, shopping compulsivo o gioco d’azzardo patologico – ci racconta Samuele Aquilanti, educatore e Responsabile Rapporti Istituzionali dell’Associazione, che mette a disposizione anche un numero verde gratuito – 800770960 – per i primi contatti o dubbi circa l‘insorgere di una situazione di disagio da dipendenza tecnologica che possa richiedere un intervento.

Importante la duplicità del target di riferimento (esperti e gente comune). Pensando agli psicoterapeuti, soprattuto a chi si è formato presso scuole classiche, è ricorrente che non abbiamo tutti gli strumenti necessari a trattare disturbi per così dire “nuovi” come le dipendenze tecnologiche o internet correlate. E’ necessaria l’osservazione attenta di questi nuovi fenomeni e la creazione di una rete attiva, sottolinea Simone Matteo Russo, psicoterapeuta e socio Di.Te, nonché coordinatore della nuova sede milanese dell’Associazione: “Il clinico non può farcela da solo; la parola, strumento della formazione psicoterapica classica, oggi non è più efficace”.

Di.Te significa anche detox tecnologico – sottolinea ancora Aquilanti. L’associazione organizza periodicamente nelle Marche, a Corinaldo, il disconnect day: un’esperienza replicabile altrove in cui chi varca le mura trecentesche dell’antico borgo marchigiano viene letteralmente disconnesso per una giornata, i telefonini sigillati e riconsegnati alla sera. Qui, gli utenti hanno la possibilità di portare avanti attività artistiche, format teatrali o ludico-creativi con esperti e volontari, per recuperare contatto relazionale con l’altro e con la realtà, ma anche con la propria fisicità, sempre più compromessa dal ripiegarsi su uno schermo.

E proprio qui che l’Arte – come quella che Clapis porta alla Deep Scrolling Experience, dove addirittura è stato possibile sperimentare il senso di ingabbiamento da abuso di social, nell’installazione di Virtual Reality intitolata Social Cage – incontra la psicosomatica.

L’Arte è terapeutica di per sé: con l’hashtag #deepscrolling (vero e proprio movimento) Clapis invita a seguire profili “nutritivi”, che divulgano contenuti artistici e culturali, così da contrastare la pressione e la frustrazione generate dalla visione quotidiana di rappresentazioni poco realistiche della realtà spesso promosse dal web, e migliorare dunque il nostro stile di vita digitale, rendendo il tempo passato sui social network un’occasione terapeutica. Ma non solo: Clapis invita i suoi follower soprattutto a esprimersi su cosa ispiri loro una sua opera, e questa espressione si tramuta in un atto terapeutico.

L’osservazione delle generazioni di oggi mette in luce – ha sottolineato in Triennale Riccardo Marco Scognamiglio, psicoterapeuta e direttore scientifico dell’Istituto di Psicosomatica Integrata – come la mente dei più giovani si stia svuotando di alcune funzioni (memoria, lettura delle emozioni proprie e altrui) e come i giovani stessi registrino con più frequenza anche sintomi e fenomeni legati al corpo: insonnia o addirittura sviluppo di patologie degenerative in età precoce. Il corpo immobilizzato nell’utilizzo dello smartphone finisce per essere più intrappolato in condizioni di sofferenza.

Di fronte alle dipendenze, dunque, “l’obiettivo è far capire al mondo che la cultura, l’Arte è la nostra grande terapia. L’emozione che ci provoca la visione di un’opera  genera una reazione corticale e fisica, che è terapeutica di per sé. L’Arte costringe a parlare, a esprimersi, a muoversi, a cercare un punto di vista per fruirla – racconta Scognamiglio -. Quando ci confrontiamo col l’immagine di un feto già immerso nelle dinamiche tecnologiche capiamo che non possiamo combatterle; il lavoro di tipo estetico di Clapis ci dice che la tecnologia è la carne, non possiamo attaccarla ma possiamo provare a capire cosa significa essere così incarnati nella tecnologie, e come ricalibrare le terapie psico-cliniche alla luce di questa nuova consapevolezza.”

E conclude: “I genitori e gli insegnanti non hanno invece ancora accolto questa verità. A loro sembra che la tecnologia sia ancora un elemento esterno. Queste opere ci dicono invece che non è così, dobbiamo costruire le nostre strategie da qui in poi.”