Fondazione Progetto Arca: Il Primo Aiuto, Sempre

Di: - Pubblicato: 19 novembre 2015

Intervista a Fabio Pasiani, Responsabile Comunicazione di Fondazione Progetto Arca

A cura di Marco Feliciani

 

Una realtà attenta e sempre in prima linea, Progetto Arca in questi anni ha saputo gestire al meglio l’esodo imponente dei profughi provenienti soprattutto dalla Siria.

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Partiamo dal dire che la Fondazione Progetto Arca è impegnata nell’ accoglienza sin dall’inizio, dal 18 ottobre 2013, quando si è verificata, qui a Milano, la prima grande ondata di arrivi di profughi. Da subito siamo stati coinvolti dal Comune di Milano per dare una risposta ad un fenomeno che non conoscevamo bene nei suoi contorni. Sapevamo che in Siria imperversava una guerra civile che aveva spinto milioni di persone a spostarsi dal proprio paese, o all’interno della stessa Siria , sapevamo che c’erano decine di migliaia di persone che, attraverso diverse rotte, si stavano spostando verso il nord Africa per cercare poi un’accoglienza in Europa, ma non avevamo dati specifici, non sapevamo a cosa stavamo andando in contro. L’unica cosa che sapevamo è che non era possibile permettere che famiglie e persone, che stavano fuggendo da una guerra, dormissero sul marmo della Stazione Centrale di Milano, e quindi, con la volontà di dare a queste persone un’accoglienza il più possibile dignitosa, il Comune di Milano si è mosso in grande velocità. Da subito è stato creato un tavolo di coordinamento cittadino e intorno a quel tavolo si è deciso in che modo cominciare a dare accoglienza. Sono stati allestiti quindi i primi centri, come il centro di via Aldini, gestito da Progetto Arca, che ci è stato da subito messo a disposizione dal Comune di Milano, accogliendo nelle primissime ore centinaia di persone, che come tutt’oggi è, rimanevano qualche giorno per poi continuare il proprio viaggio verso il nord Europa. Da allora sono passate, da Progetto Arca, più di 36.000 persone, un numero grande ma ancora più grandi sono le singole storie di queste persone, persone che hanno un nome, un cognome, occhi con dei sogni, con alle spalle la loro casa chiusa, non dimenticata perché non è possibile, ma messa da parte, con uno sguardo al futuro che si immagina sereno, magari in una nazione dove non c’è una guerra, ma un sistema di accoglienza che permette un’integrazione diversa da quella che c’è in Italia.

 

Centro d’accoglienza di via Aldini, il territorio e la cittadinanza.

Nei primi sei mesi di accoglienza presso il centro di via Aldini, quando era molto alta la tensione, anche a livello mediatico, i cittadini del quartiere venivano a farci domande, a capire chi erano queste persone, erano un po’ sul chi va là, studiavano la situazione. Siamo stati i primi noi, come Progetto Arca, quando abbiamo concretizzato il progetto d’accoglienza con il Comune di Milano, a chiedere una maggiore presenza delle forze dell’ordine, semplicemente per tutelare noi e il territorio, qualora ci fossero stati problemi o situazioni di tensione. Devo dire che le forze dell’ordine, dopo nostra richiesta, hanno pattugliato molto la zona, ma soprattutto per toccare con mano la situazione, vedere che in questo lungo tempo non si sono mai verificate situazioni violente. Tutto ciò ha tranquillizzato i residenti e anche noi. Anche alcuni esponenti del Consiglio di Zona 8, spesso sono venuti al centro d’accoglienza, e quello che si sono trovati davanti sono state famiglie con la necessità di scegliere tra rimanere nel loro paese, sapendo di andare incontro a un pericolo di vita molto grave, bombardamenti e tutto quello che ci hanno raccontato i media, oppure una speranza per un futuro migliore, seppur affrontando un viaggio molto rischioso verso l’Europa.

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Un esodo che sembra non avere fine..

I dati dell’UNHCR e quelli usciti recentemente dalla NATO, ci danno un segnale chiave dell’esodo per il prossimo futuro, infatti, alcuni di questi dati stimano che l’ondata migratoria, a causa delle guerre e della fame, andrà avanti per i prossimi 20 anni. Ci sono molte aree del Medioriente o dell’Africa che sono interessate da guerre o da conflitti interni e dittature che mettono a repentaglio la vita e, fuggire dai propri paesi, diventa una scelta forzata.

 

Politiche europee sul tema migrazione, cosa non funziona?

A livello internazionale, sono state profilate diverse soluzioni e sono tante le organizzazioni che chiedono un orientamento diverso delle politiche europee sul tema dell’immigrazione. Sicuramente una modifica della Convezione di Dublino è uno dei primi passi. La convenzione di Dublino stabilisce che l’immigrato deve presentare richiesta di asilo nel primo paese dell’Unione Europea in cui mette piede e in cui poi deve rimanere nel corso della propria vita. Questo è già un primo step che non risponde alla realtà, perché da una parte i paesi primi sono sempre quelli di frontiera, quindi non è possibile attuare questa politica per una questione proprio di pesi e di capacità di accoglienza, dall’altra poi nella pratica non è così, perché in un modo o nell’altro queste persone, tutelate dalla legge o no, raggiungono comunque i luoghi nei quali vogliono vivere. È necessario trovare un modo per accompagnare, in maniera legale, queste persone dal proprio paese fino a dove vogliono arrivare, magari regolamentando, trovando dei sistemi di equilibrio europeo, uniformando una politica migratoria. Si dovrebbe arrivare a dare la possibilità a queste persone di prendere un aereo o un altro mezzo di trasporto, dal paese da cui stanno scappando, sradicando così tutto il malaffare e l’illegalità che stanno lucrando sulla vita dei profughi.