Intervista A Gabriella Bottini (Neurologa, Docente Universitaria) Sugli Effetti Dell’Emergenza Covid-19

Di: - Pubblicato: 17 Ottobre 2020

Di Claudia Notargiacomo

Durante questi mesi di incertezze e paure legate ad un’emergenza, quella della pandemia, che non ha precedenti, abbiamo cercato di ascoltare e comprendere cosa stesse accadendo, riflettere e provare ad andare oltre, rispetto ad una comunicazione troppo spesso frutto di manipolazione e strumentalizzazioni.

L’avere a che fare con qualcosa di ignoto ha indubbiamente messo a dura prova il mondo scientifico e in un’alta percentuale di popolazione ha provocato ansia e panico, perché accettare uno sconvolgimento come quello portato dall’emergenza Covid è difficile, indubbiamente complesse da gestire le dinamiche innescate a livello psicologico da un’emergenza di tale portata.

Come testata abbiamo scelto di interrogare il mondo scientifico, quello della ricerca, di chi da mesi si mette in gioco per il bene della comunità, attraverso professionalità e perseveranza preziose. Ci sembra l’atteggiamento più serio e corretto nei confronti dei nostri lettori: è questo il motivo per cui continuiamo a scegliere di dare voce a chi lavora sul campo e si concentra nella ricerca, declinando ogni tipo di teatrino e inutile polemica.

Abbiamo avuto la possibilità di ascoltare la professoressa Gabriella Bottini dell’Università di Pavia, neurologa responsabile del Centro di Neuropsicologia Cognitiva dell’Ospedale Niguarda, che sebbene ci racconti un quadro complesso, che richiede senso di responsabilità da parte di tutti, allo stesso tempo regala una nota preziosa di positività, rispetto all’umanità e al bisogno che abbiamo gli uni degli altri, urgenza che ci permetterà di trovare un modo di stare insieme. “Distanziamento non è necessariamente isolamento, l’empatia aiuterà le persone a trovare nuove strade”, sottolinea la professoressa Bottini.

Prof.ssa Gabriella Bottini

Professoressa Bottini, nel ringraziarla per aver accettato questa intervista, le chiedo innanzitutto di condividere con noi il suo punto di vista sulla situazione legata all’emergenza Covid – 19, dopo i duri mesi di lavoro suoi e del team che coordina e rappresenta. Successivamente vorrei attraversare con lei tutta una serie di dubbi, perplessità e paure che sono divenute parte dell’immaginario collettivo. 

G.B.

Molti gli spunti di riflessione e certamente inevitabili: l’argomento pandemia è motivo di osservazione e analisi da molti punti di vista, scientifico, ma anche sociale e filosofico, ci si interroga sul poi, ci sono aspettative e speranze, paure e ansie da approfondire.

Come medico, cittadina e donna di 62 anni, mi trovo davanti a una situazione di tale gravità per la prima volta in assoluto. Si tratta di una condizione mondiale, che ci accomuna tutti.

Se penso per esempio all’emergenza con cui avemmo a che fare rispetto all’Hiv devo sottolineare che ora sono molti e complessi gli aspetti differenti da prendere in considerazione, questa è una pandemia e il concetto di pandemia lo abbiamo conosciuto solo sui libri di storia, come nel caso della Spagnola. Ne conoscevamo la storia, con una debita distanza emozionale, e questo non è poco.

Siamo stati colti “alla sprovvista”, nel nostro intimo ma anche nel pubblico. Una riflessione è d’obbligo se parliamo del pubblico, il nostro sistema sanitario nazionale resta una dei migliori al mondo comunque, ma ricordiamo che ha subito una ristrutturazione recente che ha indubbiamente avuto conseguenze, allo stesso tempo non possiamo non essere consapevoli del fatto che nessuno paventava una situazione di questo tipo, nessuno era preparato a tutto ciò.

Penso al recente passato, alla Sars che allertò e creò paura e ansie, ma devo ribadire che oggi la situazione è molto diversa.  L’Italia è stata scossa in modo improvviso e violento, da ogni punto di vista, ricordo i primi giorni di marzo; io coordino un dottorato scientifico e il giorno 8 febbraio coordinavo la presentazione dei miei dottorandi: l’80 % di Codogno. Molti familiari furono poi colpiti dal virus, l’esperienza personale che hanno vissuto è stata rilevantissima e forte, allo stesso tempo io come altri fummo poi investiti da quello che accadde all’ospedale Niguarda dove coordino il centro di neuropsicologia cognitiva.

Gli aspetti clinici da osservare e analizzare sono molti, di cui ho avuto esperienza diretta perché Niguarda in questi mesi ha ricoverato molte persone con COVID. Io mi occupo di disturbi cognitivi che causano uno stato di fragilità e il disagio psicologico causato dal lockdown su persone con questi disturbi è stato particolarmente pesante. Ci siamo attivati subito, anche da remoto quando e come possibile.

Incertezze e paure per la maggior parte della popolazione, forse inevitabile in una situazione di questo tipo?

G.B.

Esattamente, ciò che ci siamo trovati a vivere non era previsto, né prevedibile.

E’ necessario comprendere l’origine e il perché di questa mancanza di certezze: comportamenti e smarrimento sono i due grandi temi da guardare con attenzione. L’incertezza è inevitabile perché per le caratteristiche del virus e la difficoltà di arginare le conseguenze dello stesso hanno determinato il crearsi di opinioni molto diverse, ripeto eravamo impreparati perché si è trattato di un incontro con qualcosa di sconosciuto.  Il fatto che ci fossero posizioni molto divergenti tra infettivologi, per esempio, ha avuto come riflesso il diffondersi di un certo smarrimento. La comunicazione e la diffusione di notizie attraverso i media ha visto il diffondersi di opinioni, interpretazioni e ipotesi molto divergenti.

Nell’immediato non eravamo nelle condizioni di avere risposte certe, non potevamo sapere esattamente quali misure e quali comportamenti adottare: ci siamo subito allertati rispetto agli studenti per esempio e ai dottorandi. Ma anche nel caso dei laboratori e nel rapporto con i pazienti e con i soggetti che partecipavano alla ricerca non è stato semplice stabilire delle regole univoche. Tale complessità diviene ancora più difficile da affrontare quando si ha a che fare con pazienti fragili: noi interagiamo con bambini, con soggetti con disturbi di orientamento spazio-temporale e il fatto che anche da parte degli infettivologi ci fosse un’ovvia incertezza ha reso la gestione di questi pazienti ancor più difficile.

Ora si sta lavorando sul processo di cura, abbiamo qualche certezza in più rispetto ad alcuni farmaci che possono aiutare nel ridurre alcune conseguenze per esempio in caso di polmoniti. Il lavoro è quello di procedere con la ricerca e la conoscenza.

Non tornerà tutto come prima: dobbiamo imparare a convivere con questa realtà? Quanto paura e ansia possono ostacolare un processo evolutivo necessario per continuare a vivere pienamente?

G.B.

Non si può non tenere presente l’alta contagiosità del virus. Si tratta di una zoonosi, si è verificato un salto di specie dal quale non si può tornare indietro, come i colleghi virologi spiegano molto bene. Vengono dette e comunicate cose diverse, a volte confuse e rimescolate: il problema vero non è l’informazione talora divergente, ma la manipolazione dell’informazione che crea conseguenze negative e il rischio di comportamenti inadeguati. Che ci sia una certa dose di paura è normale e non controproducente, ricordiamoci che la paura fa parte delle emozioni autoconservative e adattive, è il panico che non è adattivo!

Normale che i cittadini abbiano paura anche perché manca il vaccino. In Italia siamo in una situazione migliore rispetto ad altri Paesi, responsabilità e attenzione durante il lockdown sono stati basilari.

Certo è necessario occuparsi delle conseguenze sociali che sono state molto pesanti, difficili da gestire e in molti casi pericolose. In modo particolare quelle di genere, che hanno riguardato l’universo femminile e le scelte che le donne sono costrette a compiere: rinunce a conquiste realizzate dopo anni di lotte politiche e sociali.

Dobbiamo pensare a forme di convivenza e attività alternative, dallo smart working a una didattica nuova e ridisegnata, c’è bisogno di supporti e di preparazione.

Parliamo di scuola e università quindi, cosa possiamo immaginare per il futuro e quali le strade potenzialmente perseguibili?

G.B.

La questione scuola rappresenta una “gatta da pelare” di entità smisurata. Provate a pensare a quanto può essere difficile gestire il distanziamento nella scuola d’infanzia!

Le università si trasformano e la didattica a distanza è indubbiamente uno strumento, ma non è possibile che muoia quella tradizionale, bisogna lavorare su metodi alternativi e combinati. In un momento di crisi come quello attuale è necessario individuare un nuovo modo di agire, di ripensare tutti gli aspetti, è proprio questo il momento per sviluppare le conoscenze per trovare nuove strade di coabitare e di incontrarsi.

Un lavoro interessante che sta dando risultati positivi è quello che stiamo facendo al Niguarda per esempio: la pandemia è una tragedia perché oltre tutto riduce l’assistenza ad altre malattie, nel nostro centro abbiamo lavorato a distanza su pazienti con malattie neurodegenerative. In una situazione di emergenza non li abbiamo lasciati soli e abbiamo cercato vie differenti per mantenerci in contatto e abbiamo scoperto che anche nella complessità di questa situazione sono emerse nuove e ingegnose forme di organizzazione.

In quali altri ambiti possiamo ipotizzare rinascita e possibilità di evoluzione proprio a partire da una situazione di emergenza come questa?

G.B.

Un tema sociale che mi interessa e incuriosisce moltissimo ha a che vedere con il nesso tra neuroscienze e arte. Penso ai percorsi museali: tutto deve cambiare, l’organizzazione stessa dei percorsi per non creare assembramenti, allora penso a comportamenti umani alternativi, responsabilità e capacità di gestire distanziamento e fisicità. Bisogna lavorare per creare modalità di approcci diversi all’opera d’arte. Nella confusione di una mostra spesso non era possibile mantenere la concentrazione necessaria per vivere in pieno il contatto con l’opera.

Antonello Fresu, artista visivo nonché psichiatra e psicoterapeuta, sottolinea per esempio questa necessità di maggiore riflessione rispetto all’arte, suggerendo una fruizione meno “consumistica” e sta lavorando in questo senso. Purtroppo, il lockdown ha generato comportamenti spesso solo istintivi, questo è invece il momento anche della riflessione, necessaria per procedere e scoprire nuove vie. Il mondo non tornerà come prima, non credo almeno.

Ciò che mi sento di dire alle persone è che al di là dei provvedimenti, un buon comportamento per vincere e limitare la paura dell’incertezza, sia la convinzione che l’empatia sia una caratteristica umana resiliente: in questa situazione in cui la distanza è obbligata, è l’empatia che provvederà a far in modo che il distanziamento non divenga necessariamente isolamento! L’empatia ci aiuta a non isolarci e in modo naturale ci aiuterà a trovare nuove strade per quanto originali.