La Casa della Carità porta un flipper a “Fa’ la cosa giusta!”

Di: - Pubblicato: 23 marzo 2015

Per molte persone in difficoltà, la città è come un flipper. «La Casa della Carità lavora perché smettano di essere palline e tornino ad essere persone», spiega don Virginio Colmegna. Come sarebbe la nostra partita se non fossimo il giocatore, ma la pallina?

L’immagine è proprio quella di un grande flipper in cui le persone in difficoltà,   invece di trovare sostegno e aiuti, si perdono, confusi, rimbalzando tra gli uffici dedicati ai servizi sociali e trascinandosi tra i meandri della burocrazia. Per loro, la città-flipper non è un gioco divertente, ma un luogo di sofferenza.

«Con questi uomini, donne e bambini, la Casa della carità lavora giorno per giorno», spiega il presidente della Fondazione don Virginio Colmegna, ribadendo che la via da percorrere è quella che passa attraverso il lato umano e un approccio solidale che valorizzi l’individuo come persona e non come parte di un ingranaggio. Dal 2004, quando è nata, la Casa della carità ha dato ospitalità, nella sua sede di via Brambilla, a oltre 2.500 persone: cittadini italiani e stranieri di 94 diverse nazionalità, famiglie senza casa, migranti in difficoltà, senza fissa dimora, profughi fuggiti da guerre e dittature, mamme sole con i loro bambini e persone con problemi di salute mentale.

La sfida quotidiana di Casa della carità è accompagnare queste persone, a cui vengono offerti gratuitamente servizi in campo sanitario, legale e lavorativo, ad uscire dal flipper, riconquistare diritti, cittadinanza e autonomia.

«Vogliamo che vivano la città in modo diverso, che decidano in prima persona quale percorso vogliono intraprendere, ciascuno in base alla propria soggettività», precisa don Virginio Colmegna.

 

Marco Feliciani