La mascherina Non “Filtra” La Nuova Solidarietà

Di: - Pubblicato: 1 Giugno 2020

di Filippo Nardozza.

La indossiamo per proteggerci, per porre una qualche barriera tra noi e gli altri, potenziale veicolo di contagio. Ma da schermo precauzionale la mascherina è diventata chiaramente anche segno e veicolo di nuova solidarietà e vicinanza, di forme di operosità sociale che sostengono al contempo destinante e destinatario.  

Delle donazioni (encomiabili) di mascherine da parte di grandi aziende del tessile e della moda e di altri privati agli ospedali, alle RSA o ai centri per rifugiati e richiedenti asilo si è parlato tanto nei mesi scorsi. Forse meno si è parlato di iniziative di portata più ristretta che (diversamente dal virus) passano attraverso l’ormai onnipresente DPI, progetti in cui la solidarietà proviene dalla stessa fragilità e fa rima con operosità a riscatto.

Forza, coraggio, be happy: sono parole positive e di incoraggiamento quelle ricamate a mano sulle mascherine confezionate dalle donne vittima di violenza e sfruttamento ospiti di Fondazione Somaschi Onlus e distribuite alle persone senza fissa dimora nel centro diurno Drop-in che la onlus gestisce in centro a Milano.

L’iniziativa solidale “tra fragili”, nata nel Centro Accoglienza Donne (struttura protetta dove Fondazione Somaschi accoglie 16 persone con vissuti di sofferenza alle spalle) colpisce per la sua delicata naturalezza. “Dallinizio dellemergenza le nostre ospiti cuciono mascherine per sé e per le operatrici – racconta Martina Ziglioli, responsabile del Centro -. Per questo, quando hanno riaperto le docce del Centro Drop-in per persone senza dimora, è stato naturale cominciare a confezionarne anche per loro. Così come è venuto spontaneo renderle speciali ricamando su di esse messaggi di speranza. Le nostre donne sanno molto bene cosa significa sentirsi soli e ai margini.”

Restando a Milano, dalla Fondazione Somaschi passiamo nel segno della mascherina alla Comunità Nuova Onlus. A metà maggio sono state consegnate alla Fondazione Don Gino Rigoldi le prime 500 mascherine prodotte grazie ai proventi della vendita di altrettanti esemplari di NoisyMask, dispositivi di protezione prodotti con il marchio NoisyStyle dai giovanissimi designer Luca Ravezzani e Matteo Maria Canciani. Nei mesi di lockdown, chiusi nelle rispettive case con il proprio PC, Luca e Matteo hanno pensato di realizzare qualcosa che potesse dare un contributo fattivo a chi è impegnato nella gestione dell’emergenza, realizzando una mascherina comoda, lavabile e riutilizzabile,prodotta con materiale certificato sanitario, anallergico, idrorepellente, traspirante e filtrante. In collaborazione con l’azienda Gimoto, per ogni esemplare NoisyStyle acquistato hanno deciso di donarne uno a chi ne ha più bisogno. I due progettisti 23enni hanno quindi consegnato a Don Gino Rigoldi, storico cappellano del carcere minorile Cesare Beccaria, la dotazione di presidi protettivi per il viso a favore dell’Associazione che da 40 anni accoglie e sostiene bambini, giovani e adulti, aiutandoli a costruire il proprio futuro.

‘Su la maschera!’. È un imperativo dal suono dolce a portarci da Milano a Roma per raccontare l’iniziativa nata all’interno del laboratorio tessile Coloriage, che da più di un anno impiega e forma artigiani italiani in difficoltà, richiedenti asilo e migranti per produrre abiti e accessori per la casa fatti a mano e con stoffe multicolore.

Con lo scoppio dell’epidemia, le due socie fondatrici dell’atelier sociale (Valeria Kone e Sandrine Flament, presso cui lavorano adesso stabilmente due sarti senegalesi più alcuni collaboratori e allievi) hanno deciso di convertire la produzione e mettersi in gioco assieme al Municipio uno di Roma per creare mascherine solidali e creative. “Quello che voglio sottolineare è questa solidarietà a doppio binario: noi riusciamo a far lavorare richiedenti, migranti o italiani bisognosi che si mettono al servizio del territorio per fare del bene alla comunità”, ha raccontato Kone al quotidiano La Repubblica.

Lavabili, riutilizzabili e dall’appeal fashion, le mascherine double face sono realizzate con variopinti tessuti africani con stampa wax e cotone a tinta unita in tre modelli (donna, uomo, bambino) e dispongono di uno strato impermeabile in polipropilene. “Non siamo un’azienda di moda, non ci siamo potuti unire alla call per riconvertire la produzione, ma abbiamo deciso di dare il nostro contributo come sartoria sociale”, spiega ancora Valeria Kone. I volontari delle associazioni che aderiscono all’iniziativa “Spesa sospesa” nel Municipio uno hanno consegnato i primi esemplari alle famiglie bisognose destinatarie anche di alimenti e generi di prima necessità.

La bella notizia per tutti? È possibile ordinare una mascherina per sé sul sito o sulle pagine social di Coloriage: basta un’offerta libera e con la formula “chi può dona di più” si permette a chi ne ha bisogno di riceverne una a casa gratuitamente.