L’eredità Del Soldato Antonio Iosa, Portatore Sano Di Cultura In Periferia

Di: - Pubblicato: 8 Set 2019

Di Alina Nastasa

“All’ultimo momento non ci hanno ucciso, per fortuna hanno avuto un’esitazione, hanno mirato alle gambe invece che alla testa e io sono qui a raccontare la mia storia.”

E di storie, il soldato Antonio Iosa, ne aveva tante da raccontare. Era il 1 aprile del 1980 quando, nel bel mezzo di un dibattito in via Mottarone, venne ferito dalle Brigate Rosse per opera del commando della colonna milanese Walter Alasia, reo di esser riuscito a “infiltrare la DC nella classe operaia.” Ma prima ancora ci fu l’agguato fascista, il 21 giugno del ’71. Un gruppo di “noti picchiatori”, alcuni dei quali vennero in seguito indagati per la strage di Brescia, assaltarono la sede del Circolo Culturale Carlo Perini, da lui fondato nel 1962. “Era un circolo di dialogo tra il mondo cattolico e il mondo marxista, tant’è che abbiamo invitato Pasolini, il mondo operaio e anche Renato Curcio”.

Parole pronunciate con un sorriso nostalgico che tuttavia non riusciva a coprire lo sguardo entusiasta di chi, dall’alto della sua esperienza di vita e storia politica, covava ancora molti progetti e speranze. Se n’è andato il 29 agosto, a 86 anni, dopo quasi quarant’anni di sofferenze che, con molta probabilità, non sono mai state sufficientemente raccontate perché, in seguito al fattaccio che gli inquinò la salute e gli tolse anche la serenità, si sono susseguite innumerevoli operazioni a cui si è sottoposto per evitare l’amputazione. Da allora il dolore è sempre rimasto lì, inamovibile, crudo, nella gamba ma anche nell’anima di chi sarà costretto a vivere il resto della vita con domande e tormenti a cui non avrà mai risposte.

Lo lasciammo molto indaffarato quella mattina di novembre in cui lo intervistammo per farci raccontare l’alba delle periferie milanesi, la fase embrionale della metropoli di oggi. Aveva l’urgenza di scrivere, di farsi sommergere dai mille volumi presenti nel suo luminoso studio. Ci disse che stava lavorando ad un nuovo progetto di ricerca sui cambiamenti urbani e che aveva fretta di rivedere e limare bene le bozze. L’intervista la fece molto volentieri, anche se gli portò via diverse ore. Non si risparmiò minimamente, non gli sfuggì alcun dettaglio e non si lasciò guidare dalle domande, ma divenne subito il nostro Virgilio, guida indispensabile per comprendere gli avvenimenti e voce narrante indipendente, proprio come le scelte che aveva fatto in tutta la sua vita.

Aveva visto dal vivo la grande trasformazione della città e aveva piacere a raccontare i sussulti di una Milano che non esiste più. La nostalgia della scighera, la rassegna di tutte quelle storiche cascine agricole milanesi, il clima politico, la lotta di classe, l’attentato che segnò definitivamente il suo destino. Si ricordava i nomi di tutte le vie del suo quartiere, riordinava, a mente, ogni centimetro quadro della capitale meneghina per ricostruire con precisione chirurgica un’immagine, la più accurata possibile, di quella vita così lontana. Una minuziosa radiografia della città e della società di quei tempi, un ritratto color seppia disegnato dalle parole affettuose di un signore molto legato al luogo che lo accolse anni fa.

Sull’episodio dell’attentato non insistette troppo. “Ho avuto modo di incontrare quella che è stata poi la capocolonna Pasqua Aurora Betti, capo del commando dei terroristi, quella donna che con la pistola ci teneva sotto tiro con la canna lucida. Me la sognavo di notte, come se fosse stata la mia fidanzata, volevo capire di più, volevo capire il perché, e mi son trovato di fronte una donna anziana piuttosto malmessa. Da allora non me la sogno più”. Si affrettò a liquidare il racconto dell’episodio dicendo: “Sono solo venuti a rompere le scatole a uno della periferia, a uno che veniva dal popolo”.Quello che invece raccontò con particolare fervore furono le vicissitudini che dovette affrontare per cercare di portare la cultura in periferia. Si interrogava sul futuro della città, sul destino delle nuove generazioni.

Aveva molto a cuore la conservazione della memoria storica, sognava “percorsi culturali di archeologia industriale” all’interno dei confini urbani. Da sempre alla ricerca di una narrazione alternativa della città, quella mattina Antonio Iosa ci fece fare un viaggio nella storia dell’evoluzione dei quartieri popolari e non nascose la propria preoccupazione per l’odierna convivenza di questi ultimi con quello che lui chiamava “la nuova Manhattan di Milano”. “Voglio bene a Milano, voglio bene ai quartieri. A Milano bisogna ritornare per riscoprire una Milano a vocazione agricola. Non si può distruggere la natura. Quello che mi preoccupa non sono tanto i grattacieli, finché Milano si sviluppa in alto, il bosco verticale va anche bene, ma il verde bisogna tenerlo anche per terra.”

Un legame indissolubile anche con il suo quartiere: “A Quarto Oggiaro c’è un pezzo di cuore mio, gli voglio sempre bene anche se non vivo più lì”.Temeva molto, tuttavia, la possibile perdita degli archivi e di tutto quello che la Fondazione Perini era diventata negli anni. “Io mi preoccupo, se mi succede qualcosa… non è che poi m’illudo. Fanno come con la ciminiera, buttano tutto e basta… capito com’è?”Ma il lavoro di una vita del soldato Iosa non finirà certo nell’oblio, è un dovere morale e una grande responsabilità per chi ha preso in mano le redini della sua eredità. I suoi sforzi per portare la cultura in periferia, la resilienza, il grande esempio di impegno civile e sociale e l’allenamento quotidiano di quel muscolo che si chiama Memoria Storica diventeranno un paradigma di cui presto avremmo bisogno per ridare valore agli spazi che abitiamo e che da tempo, ahinoi, si stanno svuotando di significato. Avrà la sua rivincita, Antonio Iosa, quando il centro urbano, così arrogante e snob, sarà costretto a voltarsi verso le periferie per sperare di trovare tutto quello che una volta considerava inferiore. E forse i tempi sono già maturi.