Lingua e integrazione: l’italiano per stranieri non va in vacanza

Di: - Pubblicato: 24 luglio 2017

A cura di Filippo Nardozza

 

Un’attività che riveste un’importanza fondamentale e che richiede motivazione da un lato e grande impegno e sensibilità dall’altro. Ecco uno sguardo sull’insegnamento della nostra lingua nei centri di accoglienza temporanei per migranti e richiedenti asilo, a Milano e dintorni, dal punto di vista di chi vi lavora ogni giorno.

 

L’integrazione in un nuovo contesto sociale, la speranza in un futuro migliore, passano necessariamente – è evidente – attraverso fattori culturali. Linguistici in primis. Imparare la lingua del paese verso cui si migra, in cui si chiede asilo o protezione internazionale, in cui si spera di trovare una vita migliore, è una delle prime condizioni per trovare un posto nella società civile. E’ per questo che l’insegnamento più o meno strutturato dell’italiano rientra tra le attività fondamentali offerte –  una volta espletati i servizi di assistenza primari – nella rete delle strutture temporanee di accoglienza gestite di concerto con il privato sociale, alle quali sono assegnati (dopo le cure e l’identificazione nei centri di primo soccorso) gli stranieri migranti che entrano in modo irregolare nel territorio italiano e che hanno i presupposti per fare richiesta di una qualche forma di protezione.

Parliamo dei corsi di italiano per stranieri nei cosiddetti SPRAR – i centri del Sistema di Protezione dei Richiedenti Asilo e Rifugiati (il secondo step dell’accoglienza in Italia), che fanno capo alla rete degli enti locali per progetti di accoglienza integrata, attraverso misure di informazione, accompagnamento, assistenza e orientamento; ma anche nei CAS – Centri di Accoglienza Straordinaria (dipendenti dalle Prefetture), creati per sopperire alla mancanza di posti nelle strutture ordinarie di accoglienza o nei servizi predisposti dagli enti locali in caso di arrivi consistenti e ravvicinati di richiedenti asilo. Con Milano a svolgere un ruolo fondamentale in questo processo, per molti versi modello di accoglienza nazionale: basti pensare che la Lombardia è la prima, tra le regioni settentrionali, per numero di richiedenti asilo accolti nella rete SPRAR, e sul suo territorio è presente ben il 18% delle strutture temporanee italiane (dati del Ministero dell’Interno).

Luoghi di accoglienza, si, ma soprattutto luoghi in cui si cerca di far ripartire la vita. Un nuovo inizio che passa anche per la cultura, quindi per la lingua. Come accade nelle diverse realtà milanesi e lombarde gestite da Fondazione Progetto Arca Onlus: 15 centri distribuiti su Milano, Lecco e Varese che differiscono per capacità e tipologia di ospiti. In quasi tutti sono attivi corsi di lingua interni, divisi per livelli, che si affiancano ai corsi che gli ospiti frequentano regolarmente presso i CPIA (Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti).

Un’importanza – quella dell’insegnamento linguistico – che ha spinto Progetto Arca a rinforzare quanto già svolto dagli insegnanti professionisti attraverso una rete di volontari opportunamente formati, che svolgono attività integrative e di affiancamento alle lezioni: momenti di conversazione, di supporto nello svolgimento di esercizi, di ripasso e pratica di quanto fatto in classe, anche con uscite “didattiche” nei quartieri o con altre forme giocose e informali. Volontari che si sono organizzati, su turni, per dare continuità all’offerta formativa anche nella stagione estiva e nei periodi di temporanea sospensione delle lezioni vere e proprie.

Italiano per stranieri: motivazione e limiti di apprendimento

Per farcene (e darvi) un’idea abbiamo sentito l’opinione di un’insegnante che si confronta quotidianamente con queste dinamiche: Lorenida Carassai, docente presso il Centro di Accoglienza Straordinaria di via Macchi, a Milano, gestito da Progetto Arca e che ospita giovani tra i 16 e i 32 anni circa (a parte un paio di eccezioni un po’ più “mature”), provenienti da paesi come Pakistan, Libia, Afghanistan, Siria, Somalia, Costa D’Avorio, Mali, provvisti di temporaneo permesso di soggiorno.

Un primo scoglio nell’insegnamento dell’italiano sembra stare a monte, prima ancora di scontrarsi con le difficoltà di apprendimento pratiche della lingua: è l’aspetto motivazionale, la difficoltà nel far comprendere la rilevanza dell’imparare la lingua visto che – dalla motivazione – scaturisce poi anche l’impegno. “La percezione di questa importanza è in genere trasmessa dall’insegnante non essendo (almeno nella maggioranza dei casi) un qualcosa che nasce da dentro, come accade invece quando una persona sceglie di studiare una lingua straniera piuttosto che un’altra e si iscrive a una scuola specifica”, racconta Lorenida.

Diversi i fattori che influenzano la motivazione. Essa si riduce nei casi di migranti che non vedono nell’Italia la destinazione finale di aspirazione, che sono in transito verso altri Paesi e la cui permanenza qui è – già in partenza – circoscritta nel tempo. Mentre aumenta, a prescindere dal tempo di permanenza, in presenza di relazioni che si instaurano al di fuori della vita nel singolo centro, di per sé una specie di “bolla” nella società. “Chi ha un contesto attivo anche fuori di qui – amici, parenti arrivati in precedenza e che lavorano – è più partecipe e motivato. Il Loro mondo non termina qui dentro, ma ha un prosieguo, si nutre di un passaparola che va oltre questo luogo”, precisa Lorenida.

Allo stesso modo, la percezione dell’importanza dell’apprendimento della lingua è diversa e varia anche in base al tempo che si è già trascorso nel Paese: chi è appena sbarcato sente naturalmente meno questa urgenza, che si esprime maggiormente, invece, con il passare dei mesi trascorsi nei CAS e negli SPRAR. Qui infatti si attende che la Commissione Territoriale di riferimento si pronunci per il riconoscimento dello status di rifugiato, concedendo un permesso di soggiorno per asilo (di durata quinquennale, rinnovabile); o con il riconoscimento di una protezione internazionale “sussidiaria” (quando sussiste un rischio effettivo di grave danno in caso di rientro nel Paese d’origine, con durata di 3 anni e convertibile in un permesso di soggiorno per motivi di lavoro); o ancora per il riconoscimento di un permesso di soggiorno per motivi umanitari. In vista di una permanenza lunga ci si sente sicuramente più motivati ad apprendere la lingua.

Ma le difficoltà nel trasmettere la motivazione a studiare l’italiano e le difficoltà nell’insegnarlo sono sicuramente maggiori – riconosce Lorenida – nei corsi offerti in centri come gli SPRAR o i CAS, rispetto a quanto possa accadere in vere e proprie scuole di italiano per stranieri, pubbliche o attivate da associazioni specifiche: si pensi appunto ai CPIA pubblici – una decina a Milano – che offrono corsi di lingua italiana per stranieri, rilasciano appositi attestati di frequenza e tengono anche corsi specifici di preparazione all’esame per la certificazione di lingua italiana.

Dall’aspetto motivazionale e dell’impegno si passa poi alle difficoltà di apprendimento dirette, evidenti in modo particolare nei casi – e ne esistono ancora – di persone analfabete già rispetto alla propria lingua di origine. “L’apprendimento dell’italiano come lingua straniera è naturalmente influenzato anche dalla scolarizzazione pregressa, oltre che dal carattere e dalle inclinazioni personali di ciascuno: chi è più aperto, socievole, sicuro di sé, sembra fare anche meno fatica nell’apprendere”.

Nei casi di analfabetismo, anche semplici esercizi e schede scritte – che gli insegnanti utilizzano parallelamente e a supporto delle spiegazioni orali e dei momenti di conversazione (è il caso ad esempio della presentazione personale) – possono essere un problema, che i soggetti in questione cercano di affrontare aiutandosi magari con l’ascolto, con l’osservazione del labiale, per fissare termini che diversamente non riuscirebbero a leggere e memorizzare.

Grande importanza – di fianco a una grammatica di base– viene infatti riservata al lessico, cercando – dove è possibile – un punto di contatto con la cultura di provenienza degli alunni. “Al termine dell’ultimo Ramadan, in giugno, abbiamo affrontato il tema del cibo e, tra le varie attività proposte, ho portato fisicamente al Centro dei frutti per facilitare l’apprendimento dei termini” – racconta ancora Lorenida.

L’apprendimento dell’italiano come “obbligo”

Se è fondamentale conoscere la lingua (e un minimo di cultura) del Paese in cui si spera di integrarsi e di lavorare, questo diventa obbligatorio nel momento in cui si cerca di ottenere un permesso di soggiorno a lungo termine. Gli ospiti dei CAS e degli SPRAR, con un permesso di soggiorno temporaneo, potrebbero già lavorare senza la necessità di una certificazione linguistica. Che è invece necessaria – con un livello minimo pari a un A2, un livello inferiore all’intermedio che attesti la capacità di comprendere e saper usare frasi di uso comune – per l’ottenimento della Carta di Soggiorno, ossia il permesso di soggiorno a lungo termine, che può essere richiesto dopo almeno 5 anni di permanenza regolare in Italia. E, si spera, che – corsi a parte – dopo un periodo di soggiorno così lungo una tale capacità sia stata raggiunta. Anche perché, in realtà, da marzo 2012 è in vigore il cosiddetto “accordo di integrazione” tra Stato e cittadino straniero richiedente il permesso di soggiorno, che obbliga – già entro 2 anni – a raggiungere il livello di conoscenza linguistica A2, nell’ottica di favorire un’integrazione in senso allargato, con obblighi reciproci. Da parte dello Stato quello di assicurare il godimento dei diritti fondamentali e di fornire gli strumenti che consentano di acquisire la lingua, la cultura ed i principi della Costituzione italiana; da parte del cittadino straniero l’impegno al rispetto delle regole della società civile, al fine di perseguire, nel reciproco interesse, un ordinato percorso di integrazione.