Migranti In Italia, Dai Centri Di Accoglienza Alla Strada?

Di: - Pubblicato: 23 luglio 2018

Di Filippo Nardozza

 

Intervista al presidente di Progetto Arca (24 anni a sostegno del disagio sociale a Milano e in Italia) sulle conseguenze della politica ‘accoglienza e sbarchi zero’, all’indomani della presentazione del bilancio annuale della Onlus, che investe sempre più su responsabilizzazione e partecipazione dell’accolto. “I Centri di accoglienza straordinaria prefettizi chiuderanno e il problema si riverserà in strada, con conseguenze sulla sicurezza”.

 Accesso al cibo, con 2.446.627 pasti dispensati in un anno nei centri di accoglienza di Milano, Lecco e Varese e attraverso le unità di strada notturne (a Milano, Roma e Napoli); a cui vanno aggiunti i 5.190 pacchi viveri distribuiti a famiglie in condizione di grave disagio economico in diverse città. 6.259 persone tra singoli e famiglie, italiani e stranieri, accolte in 93 strutture tra centri di accoglienza notturna e diurna e proposte di housing sociale. 1.386 volontari coinvolti nelle attività, che generano lavoro retribuito per 396 persone.

Sono i numeri del bilancio 2017 di Fondazione Progetto Arca – onlus milanese (ma attiva ormai in altre città italiane) da 24 anni al fianco di senza dimora, famiglie con difficoltà economiche e abitative, persone con dipendenze, rifugiati e richiedenti asilo. E proprio a una realtà come questa – che offre ai più fragili ed emarginati un aiuto concreto che li accompagni verso l’inizio di una nuova vita, e che è stata attiva in prima linea in momenti clou dell’emergenza migranti, come negli sbarchi di massa del 2016 – abbiamo chiesto cosa c’è da aspettarsi a Milano e nelle altre grandi città italiane quale conseguenza della politica sbarchi e accoglienza zero. A parlare è il suo presidente, Alberto Sinigallia.

 Cosa sì può prevedere per i prossimi mesi?

I CAS (Centri di Accoglienza Straordinari della Prefettura, dove chi ha fatto richiesta di asilo nel nostro paese a seguito degli intensi sbarchi degli anni scorsi resta in attesa di una pronuncia circa il riconoscimento di una forma di protezione internazionale, ndr.) sono tutti in chiusura. Nel giro di un anno chiuderanno per mancanza di utenti, dovuta al calo degli sbarchi e all’aumento del numero di Commissioni Territoriali chiamate a esprimersi sulle richieste di asilo (sono passate da due a tre in Lombardia). Ma questo non significa che il problema migranti sarà risolto: chiudendo i CAS si riverserà in strada, sia che le persone abbiano il permesso di soggiorno come rifugiati politici sia che non lo abbiano. Nel primo caso infatti bisognerebbe aspettare che si liberi un posto in uno SPRAR (i centri del Sistema di Protezione dei Richiedenti Asilo e Rifugiati che fanno capo agli enti locali, ndr.), e il posto non c’è; nel secondo bisognerebbe negoziare con i singoli Paesi di provenienza il rimpatrio e ci vorrebbe comunque del tempo. Ci sarà quindi un assembramento per le strade, facendo aumentare i rischi di sicurezza e i disordini. Con l’arrivo del freddo, poi, il problema diventerà ancora più grave per l’aumento del numero di persone che chiederà un posto letto al Centro di Aiuto della Stazione Centrale.”

Quanto ai numeri, Sinigallia fa riferimento a 180 mila persone accolte nei centri e a rischio di finire per strada, a cui vanno aggiunti i cosiddetti “dublinanti’ fotosegnalati”che i Paesi del nord  Europa stanno rimandando in Italia, ossia il primo paese dell’UE in cui hanno messo piede.

Cosa chiederebbe alle istituzioni?

 “Il coraggio e la lungimiranza di affrontare il problema per intero. Non basta decidere di chiudere i CAS perché si creerà il problema della sicurezza e poi altri ancora. E’ una questione mondiale, certo, bisognerebbe andare alla radice e agire ciascuno per la sua parte; dovrebbe essere forse l’ONU  a far si che non avvengano migrazioni di massa. La volontarietà dei singoli Paesi sull’accoglienza poi (l’accordo stabilito a Bruxelles di distribuire sul territorio comunitario gli sbarchi di migranti, su base volontaria, ndr.), non è affatto una soluzione con una visione lungimirante, serve più che altro ad acquietare la pancia nell’immediato, perché il problema si ripresenterà. Le politiche sull’immigrazione non sono quasi mai state lungimiranti.”

Sostegno ai più deboli si, ma responsabilizzante

Allargando lo sguardo sul panorama dell’accoglienza, si nota come l’ultimo anno di Progetto Arca sia stato segnato da sperimentazioni di formule sempre più ‘responsabilizzate’ e partecipate. “E’ questo l’orientamento per i prossimi anni – aggiunge ancora Alberto Sinigallia. Tutto ciò che è assistenzialismo deve passare attraverso la ricerca di un’autonomia, e in questa direzione agiamo sulla formazione professionale, sull’integrazione abitativa e sull’integrazione sociale.”

Così, nella bella cornice dell’Abbazia di Mirasole, poco a Sud di Milano, affidata a Progetto Arca per i prossimi 30 anni, sono state ospitate nel 2017 14 persone in difficoltà, in un progetto di residenzialità sociale e co-housing: gli accolti hanno contribuito alla vita dell’Abbazia svolgendo attività come la gestione dell’orto, servizi in sala e lavanderia, il confezionamento di prodotti per la bottega solidale.

Anche nel sostegno alimentare, con la distribuzione di pacchi viveri, si procede nella direzione della responsabilità sociale e della partecipazione attiva. E’ il caso del “Social Market” di Bacoli (in provincia di Napoli, e in avvio anche nell’hinterland milanese, a Rozzano), emporio della solidarietà dove le famiglie economicamente svantaggiate possono fare la spesa senza spendere denaro ma corrispondendo ore di volontariato. Spicca inoltre il progetto sperimentale nella struttura di via San Marco nato in collaborazione con SEA e il Comune per l’accoglienza residenziale dei senzatetto abitanti all’aeroporto di Linate (99 beneficiari in totale). Gli ospiti sono coinvolti nella gestione e programmazione della loro stessa quotidianità per riscoprire il valore della relazione, delle proprie competenze e dell’autostima, in modo da poter tornare a essere autonomi, trovando un lavoro e una casa. A ciò si aggiunge il Progetto Bellezza (in collaborazione con il Politecnico e l’Università di Torino): un percorso di social design che nasce dalla volontà di una ristrutturazione partecipata e inclusiva, in cui gli ospiti del centro sono parte attiva del rinnovo degli spazi, dalla fase di progettazione a quella di realizzazione, perseguendo insieme un’idea di bellezza che sia promessa di cambiamento, garanzia di benessere e occasione di promozione sociale.

Le persone che entrano in situazioni di disagio sociale sono sempre di più di quelle che ne escono, per questo va stimolata l’autonomia del singoloche ciascuno naturalmente raggiungerà nella sua misura – con un percorso calibrato su ogni individuo” conclude Sinigallia.

In generale, tra le 93 strutture adibite per l’accoglienza da Progetto Arca ci sono proposte di housing sociale, che comprendono appartamenti in condivisione (il cosiddetto “co-housing”) o in completa autonomia (cioè la residenzialità sociale temporanea per nuclei familiari che vivono difficoltà di carattere abitativo, per sfratti esecutivi per morosità incolpevole, e sociale, come l’espulsione dal mondo del lavoro o gravi difficoltà economiche). Oltre alla ristrutturazione di molti alloggi a Milano e hinterland, nel Varesotto e Roma, a questo scopo nel 2018 sono stati acquisiti ben 32 appartamenti con bando del Comune di Milano.