Milano (e L’Italia) Contro La “Sicurezza” Auspicata Da Salvini

Di: - Pubblicato: 2 dicembre 2018

Di Filippo Nardozza.

 

I tanti No al Decreto appena approvato, soprattutto per il timore della creazione di centri/carceri come i CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) e per la cancellazione dei permessi di soggiorno umanitari, i più diffusi: una misura che causerà nuovi irregolari. Oltre ai No per una fiducia alla manovra posta senza sufficiente discussione in Parlamento e spazio a emendamenti.

Mentre Salvini e la Lega festeggiano l’approvazione del tanto voluto Decreto Sicurezza, una grande fetta dell’opinione pubblica nazionale si è mossa contro la manovra che il Vicepremier e Ministro dell’Interno è riuscito a far approvare.

Migliaia di persone sabato pomeriggio sono scese in piazza a Milano, in un corteo che ha preso il via alle 16 da piazza Piola: a manifestare tra i tanti, i giovani dei centri sociali, la rete di ‘Mai piu’ lager-No ai Cpr‘, la Camera del Lavoro, Arci, Rifondazione Comunista, Cgil, Fiom, Pci, e Cobas, in particolare contro la chiusura del centro di accoglienza di via Corelli, che è destinato a diventare un CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio).

E’ stata preannunciata l’apertura di un CPR a Milano, in via Corelli 28, al posto di un centro di accoglienza che attualmente ospita oltre 300 richiedenti asilo, la cui sorte non è dato sapere, neppure ai diretti interessati. Un paese democratico non può tollerare l’apertura e l’esistenza di un CPR, né a Milano né altrove. Come non può accettare la ‘delocalizzazione’ di veri e propri lager sull’altra sponda del Mediterraneo, tantomeno se frutto di trattative per nulla trasparenti” si legge nella dichiarazione di intenti della manifestazione”.

E’ questo infatti uno dei punti maggiormente criticati del Decreto Sicurezza Salvini, che, in buona parte (come se la sicurezza fosse matematicamente connessa alla migrazione) vuole regolamentare proprio questo fenomeno: il depotenziamento degli SPRAR (centri del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e la trasformazione dei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria prefettizi) a vantaggio di centri più grandi – i CPR appunto, nei quali è previsto un aumento da 90 a 180 giorni del tempo massimo di permanenza e nei quali è molto più difficile vedere garantite dignitose condizioni di soggiorno e soprattutto vie di integrazione, che nei centri più piccoli e soprattutto negli SPRAR sono un modello virtuoso. Il tutto in vista di un rimpatrio che difficilmente avverrà: anche se allo scopo vengono aumentati i fondi, infatti, difficili sono gli accordi internazionali per farlo.

La scelta di favorire i grandi centri di accoglienza a discapito del sistema SPRAR  penalizza l’unico sistema che in questi anni si è dimostrato efficace nel produrre da una parte una reale inclusione dei migranti e dall’altra coesione sui territori. Al contrario, concentrare le persone nei grandi centri, a cui tra l’altro sono stati tagliati tutti i fondi dedicati alle attività d’integrazione e per il sostegno delle persone maggiormente vulnerabili, avrà un impatto fortemente negativo sui luoghi dove saranno collocati, con il rischio che si alimenti la diffidenza della popolazione e si generino allarme e conflitto sociale” ha affermato il Presidente di Casa della carità don Virginio Colmegna – realtà fortemente impegnata a Milano nel sostegno ai più emarginati, in un allarme lanciato già da qualche giorno.

Altro punto della manovra fortemente osteggiato è la cancellazione dei permessi di soggiorno umanitari (a esclusione dei permessi speciali per meriti civili, cure mediche e calamità naturali nel paese d’origine) una delle tre forme di protezione che potevano essere accordate ai richiedenti asilo, insieme allo status di rifugiato e alla protezione sussidiaria). La protezione “umanitaria” durava per due anni e dava accesso al lavoro, alle prestazioni sociali e all’edilizia popolare. Spesso era richiesta da persone in evidente condizione di vulnerabilità, che per qualche ragione spesso molto contingente non rientravano nei criteri stringenti per ottenere lo status di rifugiato e la protezione sussidiaria.

Con la sua abolizione – proseguono da Casa della Carità – molti immigrati, tra cui quelli che stavano realizzando un positivo percorso di inclusione nel nostro Paese, diventeranno dei ‘fantasmi’ senza diritti e andranno ad allargare le fila di chi vive in condizioni di marginalità ed esclusione sociale, con il possibile rischio di diventare facili prede di sfruttamento, lavoro nero e delinquenza.” Infatti, alle circa 39mila persone a cui è stato garantito fra 2017 e 2018 questo tipo di permesso (come riporta il quotidiano ilPost.it) verrà quasi certamente consegnato un decreto di espulsione, con il rischio di finire in strada.

Con le stesse motivazioni, la chiusura dei CAS e degli SPRAR e i conseguenti problemi di ordine pubblico era stata da tempo tristemente paventata anche da Fondazione Progetto Arca, in una intervista del suo Presidente Alberto Sinigallia rilasciata proprio a Sonda.life, la scorsa estate.

“Per far crescere la sicurezza bisogna andare in direzione opposta, e promuovere una cultura e delle politiche di apertura e di solidarietà” – prosegue don Colmegna. Quindi, “contrariamente a quanto affermato dal ministro Salvini, il decreto non porterà ‘tranquillità, ordine, regole e serenità nelle città italiane. Le misure contenute nel provvedimento, soprattutto quelle in materia di immigrazione, non faranno altro che aumentare l’illegalità, mettendo a rischio la coesione sociale dei territori, sui quali sarà scaricata tutta la gestione di un fenomeno complesso”.

“La fiducia in entrambi i rami del Parlamento” continua don Colmegna  “è stato un fatto grave, perché ha impedito un’ampia discussione sulle misure previste e la proposizione di emendamenti migliorativi su temi complessi, che richiedono una profonda unità di intenti e non possono essere affrontati, come invece ha scelto di fare questo governo, con slogan e semplificazioni che ricorrono alla ricerca di capri espiatori, a cominciare dai più fragili e dallo straniero”.

 La speranza in Mattarella

Tra i vari soggetti che ripongono la fiducia nel Presidente della Repubblica per intervenire sulla messa in atto del Decreto c’è l’organizzazione internazionale per i diritti fondamentali dell’uomo ActionAid, che ha fatto sapere di unirsi “a chi chiede a Mattarella fdi arsi garante della Costituzione e porsi a tutela dei cittadini contro la contrazione dei diritti e la regressione culturale segnata da questo decreto. Siamo di fronte a un attacco non solo ai migranti, ma anche al welfare locale”. Così Fabrizio Coresi, esperto di migrazioni per ActionAid. “Preoccupa la possibilità che, in attesa dell’esecuzione del provvedimento di espulsione, le persone possano essere trattenute anche in luoghi diversi dai Centri di Permanenza per il rimpatrio. I luoghi di frontiera d’ora in poi funzioneranno in maniera ancora più invisibile rispetto al passato, rendendo ancora più urgente l’identificazione di strumenti per monitorare l’applicazione delle nuove procedure negli hotspot e tutelare gli stranieri”.