Milano, Opera Nomadi Scrive A Sala: “Per I Rom 27 Milioni Spesi Male”

Di: - Pubblicato: 10 Ott 2016

La denuncia in una lettera aperta al sindaco: “Si occupi lei direttamente dei rom”. Il simbolo del fallimento delle politiche sociali sono i Centri di emergenza sociale: “Hanno assorbito la maggior parte delle risorse per ospitare in modo indecoroso le famiglie sgomberate”

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“Signor Sindaco, si occupi lei direttamente dei rom”: è quanto chiede l’Opera Nomadi di Milano a Beppe Sala in una lettera aperta in cui denuncia il fallimento delle politiche sociali attuate negli ultimi dieci anni dal Comune. Un fallimento costato alle casse dello Stato e comunali circa 27 milioni di euro: 20 milioni dal Piano Maroni e gli altri stanziati di anno in anno da Palazzo Marino. Un fallimento che ha portato a un peggioramento generale delle condizioni di vita dei circa 3.500 rom, sia italiani che stranieri, che vivono a Milano. Secondo l’Opera Nomadi, il simbolo della disfatta delle politiche sociali nei confronti dei rom sono i Centri di emergenza sociale di via Lombroso (in fase di chiusura), via Sacile e via Barzaghi. “Hanno perso la propria funzione originaria di salvaguardia umanitaria, per essere utilizzate come sola alternativa temporanea di politica abitativa e sociale. Numerose famiglie Rom sono state riconsegnate ad una condizione di forte precarietà, private della tutela dei diritti e delle garanzie riconosciute alla stragrande maggioranza dei loro concittadini che afferiscono al welfare pubblico”, si legge nella lettera. Per questo dei rom dovrebbe occuparsi direttamente il sindaco e non l’assessorato alla Sicurezza, come è avvenuta nella precedente giunta, guidata da Giuliano Pisapia.

I rom vengono trattati come cittadini di serie B, denuncia l’associazione. “La stessa realizzazione di questi “Centri”, oltre ad aver assorbito la parte più consistente delle risorse economiche disponibili, è risultata del tutto inadatta a ospitare con dignità le persone che vi si sono avvicendate, incuranti del fatto che si rivolgessero a famiglie, bambini, donne, anziani tutti assembrati in spazi “comunitari” che non garantiscono nemmeno l’intimità e la riservatezza offerta da una semplice roulotte o baracca”.

I dati sui successi dei percorsi di integrazione sono falsi. “I dati ufficiali riferiti ai presunti successi di inserimenti abitativi in contesti convenzionali o dell’acquisizione di una autonomia lavorativa ed economica, ascrivibili a sostegno di questa esperienza, non solo sono risultati insoddisfacenti nel loro complesso ma sono stati molto spesso oggetto di contestazioni e smentite nel merito, documentate da rapporti pubblici volutamente ignorati”.

Nessuno si è preoccupato di ascoltare i rom. La chiusura dei campi regolari ha creato nuovi problemi, che prima non esistevano. “L’accantonamento di diritti acquisiti o semplicemente ignorati, è avvenuto anche attraverso la cancellazione di delibere che hanno annullato le assegnazioni regolari precedentemente stabilite da altre delibere fin dai primi anni ’90. Per fare un paragone, è come se un inquilino delle case popolari con regolare assegnazione e contratto ricevesse un giorno una lettera in cui gli viene comunicato che il contratto gli è stato unilateralmente rescisso e che dovrà lasciare la sua casa per essere avviato a un nuovo percorso propedeutico verso un’altra… sistemazione abitativa temporanea! Per andare dove? In un container abitato allo stesso tempo da una media di 25 – 30 persone… Nemmeno nell’immediatezza di un tragico evento come una catastrofe naturale si era mai scesi così in basso nelle relazioni tra istituzioni e cittadini, trattando questi ultimi come soggetti dichiaratamente indesiderabili. A chi altri, se non ai “Rom”, ci si rivolgerebbe impunemente nello stesso modo?”.

Anche nei campi comunali le condizioni di vita sono peggiorate. “Le vogliamo ricordare ad esempio lo stato di abbandono sociale e infrastrutturale in cui sono stati lasciati i campi comunali in questi ultimi anni, pezzi di periferie e città dove vivono persone vicine ad altre persone. O ancora, la condizione dei minori, in età scolastica e non solo, verso i quali la società è prodiga di consigli e raccomandazioni ma è assente dal riempire di contenuti le parole e le opportunità. Con l’abbandono di pratiche di mediazione culturale che nel passato avevano dato dei risultati positivi, si è eclissata una esperienza unica in Italia, a cui è poi seguita la cancellazione del servizio di trasporto pubblico alle scuole dell’obbligo, gli interventi formativi e ricreativi ecc. ecc. (eppure come abbiamo visto sopra i fondi non sono certo mancati…)”. (dp)

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