PICCOLI CUOCHI PER UNIRE DIVERSE GENERAZIONI

Di: - Pubblicato: 17 aprile 2015

Proiezione del video “Food Ensemble” presso la Casa della Carità

La Casa della carità, martedì 17 marzo, ha presentato l’iniziativa “Piccoli cuochi per unire generazioni e culture diverse, video Workshop di cucina multiculturale”.
Durante la presentazione, è stato proiettato il video “Food Ensemble”, realizzato in collaborazione con Rotary club Milano Sud e CAMST. Presenti Don Virginio Colmegna, presidente della Fondazione Casa della Carità, Maria Grazia Guida, presidente dell’Associazione Casa della Carità, Sergio Silvotti, presidente della Fondazione Triulza, lo chef internazionale Pietro Leemann, il presidente del Centro internazionale sul diritto all’alimentazione Livia Pomodoro e l’Assessore all’Educazione e all’Istruzione del Comune di Milano Francesco Cappelli.
Nel filmato, lo chef Leemann, insieme ai giovanissimi cuochi, prepara un menù esclusivamente vegetariano, frutto delle diverse tradizioni culinarie di diverse aree geografiche. Lo scopo del progetto è quello di promuovere molteplici percorsi culinari e multiculturali, oltre che dare attenzione al tema della fragilità nutrizionale.Il progetto tende ad unire quindi, attraverso la cucina, persone di nazionalità diverse, in un’ottica di arricchimento culturale e di collaborazione sociale.
L’iniziativa fa parte del programma dell’Associazione Amici Casa della Carità per Cascina Triulza-Padiglione Società civile Expo 2015.
La presenza dell’Associazione a Expo è importante, ma è fondamentale ciò che accadrà dopo Expo «quando si spegneranno le luci di Expo, Milano dovrà rappresentare un riferimento per un nuovo modo di intendere il cibo», sottolinea Livia Pomodoro, affrontando inoltre il tema dei cambiamenti, che, giorno dopo giorno, stanno caratterizzando Milano e l’anima stessa della città. «Sono tantissime le etnie che vivono il territorio: non si tratta di una realtà lontana da noi!»
La parte di popolazione più fortunata, che vive situazioni migliori rispetto ai più fragili, ha troppo spesso sprecato e mal gestito le risorse; è fondamentale quindi che si agisca fin da subito in un modo differente e sempre più consapevole. «Dobbiamo essere più responsabili», sottolinea Livia Pomodoro «mi è stato chiesto cosa oggi sia possibile fare, credo che sia necessario prendere in considerazione innanzitutto una migliore distribuzione del cibo, ma anche che lo stesso venga prodotto in modo autoctono e che gli scambi tra paesi debbano passare attraverso regole uguali per tutti». Si tratta di responsabilità che devono far capo ai governi innanzitutto, per poter attuare un vero e proprio cambiamento, contribuendo all’eliminazione della fame nel mondo.
Di prioritaria importanza è il lavoro che viene svolto nelle scuole, per sensibilizzare le nuove generazioni, attraverso progetti specifici e iniziative ad hoc. «Un progetto a cui tengo molto è quello legato alla conoscenza delle diverse comunità religiose attraverso il cibo», sottolinea l’assessore Francesco Cappelli «i bambini devono essere protagonisti, si avvicinano a ciò che non è conosciuto in modo spontaneo, sono gli adulti che ne hanno paura». E’ un messaggio di gioia quello che trasmette Sergio Silvotti, presidente della Fondazione Triulza, parlando di serietà e gioia «E’ importante parlare di ciò che c’è di bello per costruire un mondo migliore». La narrazione, con la sua capacità di arrivare e coinvolgere, rappresenta uno strumento importante, da utilizzarsi per portare fiducia e speranza «per la prima volta la società civile può essere protagonista, creando energia universale, e smettendo di attendere che qualcun altro, ai vertici magari, faccia qualcosa».
Un’ esperienza unica quella che ha visto, come protagonisti, bambini di diverse nazionalità che si sono riuniti intorno al cibo e alla cucina: un’esperienza di grande umanità, come la definisce lo chef Leemann, che ha condotto quello che è stato un bellissimo esperimento. «Bambini con caratteri diversi, provenienti da realtà diverse», sottolinea Pietro Leemann «provenienti, a volte, da esperienze anche molto dure. I bambini italiani erano, al principio, meno diretti, più formali perché abituati al formalismo, ma in seguito, nell’aiutare i più piccoli che avevano bisogno di una mano, le barriere sono cadute, le sovrastrutture anche». Ed è proprio davanti al cibo e grazie al sentirsi protagonisti nella relazione di aiuto, che si è sciolto il nodo e il formalismo iniziale. «Mangiando e cucinando insieme, sono state superate tutte le barriere, la relazione che si è creata, prescinde dallo stato sociale e si basa unicamente su uno scambio d’amore», conclude Leemann.

 

Marco Feliciani