Quei Pranzi “Allargati” Della Domenica

Di: - Pubblicato: 24 settembre 2018

Di Filippo Nardozza.

 A tavola – in festa – con chi, nel cuore di Milano, condivide mensilmente il pasto domenicale insieme a chi è solo e indigente. Una sperimentazione di volontariato conviviale diventata ormai regolarità, per includere e provare ad abbattere, per qualche ora, quelle barriere tra “noi” e “loro” (laddove non specificato, i nomi sono di fantasia).

 

E’ mezzogiorno e mezzo di una domenica di inizio autunno. Varcando il cancello dell’oratorio milanese di Casoretto (parrocchia di Santa Maria Bianca della Misericordia, tra Lambrate e Loreto) quattro file di lunghi tavoli allineati e apparecchiati con una ottantina di coperti attendono sotto il gazebo, al di là del campetto da pallavolo. Sono stati appena allestiti da alcuni volontari della parrocchia stessa e dell’Associazione Ronda Carità e Solidarietà Onlus per il pranzo della domenica, che si terrà a breve.

Un banchetto allargato, di condivisione con persone sole e in situazioni diversificate di disagio: senzatetto agganciati per strada dalle unità mobili notturne di Ronda Carità e Solidarietà, senza dimora, ospiti di centri di accoglienza e dormitori della città; ma anche qualche anziano che magari una casa ce l’ha, senza avere qualcuno con cui condividere il pasto, o che vive in condizioni di indigenza; di tanto in tanto si vede anche qualche famiglia con bambini.

I pranzi si tengono una volta al mese da poco più di un anno a questa parte, ma hanno già una frequentazione in parte fidelizzata: ben prima dell’ora convenuta alcuni degli ospiti sono già seduti su alcune panchine, al fresco degli alberi del cortile in attesa che il cibo arrivi e il pranzo abbia inizio.

Come ogni ricorrenza che si rispetti, anche questo è un pranzo su invito a tutti gli effetti, bensì con quella elasticità e apertura che si riscontrerebbe quasi in ogni famiglia. Man mano che gli ospiti arrivano una volontaria li registra, raccoglie l’invito ricevuto in precedenza, consegna già quello per il prossimo appuntamento, con i quali si presenteranno al pranzo successivo. Naturalmente, chi volesse aggiungersi all’ultimo momento, anche grazie al passaparola di strada, sarebbe più che benvenuto.

Poco prima delle 13 il trambusto aumenta, gli ospiti prendono posto con rapidità, i volontari hanno già pronti i piatti da riempire. La vera guest star del pranzo fa il suo ingresso: è Adele, che arriva insieme al marito Armando (nomi reali) e soprattutto alle vivande: ha preparato ancora una volta tutto volontariamente a casa sua, dall’antipasto al dolce. La dimestichezza nel ruolo non semplice è anche un po’ “deformazione professionale” (Adele lavora come cuoca in un centro diurno per persone con disabilità), ma in generale colpisce per l’energia che trasmette, accompagnata da uno sguardo fiero e amorevole. Oggi si mangia antipasto di quiche di verdure, melanzane grigliate e affettato di tacchino; pasta alla puttanesca, arrosto di lonza con insalata di patate, una golosissima torta Sacher rivisitata alla Nutella con cocco.

I volontari servono, ma soprattutto si siedono a mangiare tra gli ospiti e a chiacchierare con loro, ad ascoltarli: le distanze si accorciano, il “noi” e il “loro” provano a confondersi.

Dal punto di vista delle persone senza dimora, il nostro impegno è quello di offrire molto più di un semplice pasto: la possibilità di condividere e sviluppare relazioni con gli altri in un contesto conviviale – commentano da Ronda della Carità. Da un punto di vista sociale, invece, limpegno è quello, attraverso la condivisione di un pranzo, di rendere meno ‘invisibili’ i senza dimora e di sensibilizzare i volontari e la società civile sulla loro realtà”.

 C’è Totò, calabrese 60enne, ex impiegato nel personale ATA, un tempo determinato non più rinnovato: ha una invalidità all’80%, una moglie e 3 figli ancora minorenni da sfamare che lo aspettano in una casa occupata della periferia Sud, dove vive da 16 anni. Sembra molto amico di un uomo di poco più anziano, lo sguardo discreto e riservato: ha un nome davvero singolare, che ricorda lontanamente antiche stirpi reali francesi. Vive ospite di una amica, in Giambellino, ma con orgoglio racconta che lui una pensione sociale – seppur minima – ce l’ha: purtroppo ha lavorato poco, ha conosciuto il carcere.

A banchettare, tra i tanti, c’è anche un clochard “famoso”, su di lui sono stati scritti articoli su articoli, è stato anche in tv. L’aspetto è curato e dignitoso, l’atteggiamento trasmette la sicurezza di chi è in pace con se stesso: è Alessandro Marcolin (nome reale), ex broker assicurativo, ha scelto lui la strada quando ha capito di non riconoscersi più in quello che faceva, che voleva concentrassi sull’essenza, più che sull’apparenza. Per strada e nei luoghi in cui riesce ad arrangiarsi sta bene, in dormitorio o in un centro di accoglienza non ci andrebbe mai.

Girando tra i tavoli, tra una portata e l’altra, c’è ancora Inés, peruviana, l’aria assorta e lo sguardo sorridente e gentile; Lucia, foggiana, sempre arrabbiata con il mondo, desiderosa di stare da sola, ma poi in fondo sempre pronta a scambiare due chiacchiere, magari chiedendo come extra del vino e della carne di cavallo. C’è Mary, transessuale arabo-spagnola, lo sguardo duro, malizioso e dolce allo stesso tempo.

Un uomo sulla settantina dal forte accento piemontese accompagna tre signore coetanee, dalle loro movenze traspare una remota eleganza; sembrano distinte, anche se il fatto che mettano silenziosamente da parte qualcosa per la sera conferma che la pensione decisamente non basti.

Tra una richiesta di bis e la distribuzione finale di banane, si sono fatte quasi le 15. La tavola si inizia a sparecchiare, le attività domenicali dell’oratorio devono proseguire; gli ospiti – senza fretta – cominciano ad andare. Il viso di molti appare un pò più disteso, qualcuno si lascia andare a qualche sfogo con chi conosce un po’ meglio. Nell’aria, il senso di gratitudine è palpabile.