Senzatetto, In Tour Con Gli Angeli Della Notte

Di: - Pubblicato: 27 novembre 2017

Di Filippo Nardozza

 

Un breve, intenso viaggio a bordo di una delle unità mobili che fanno servizio tra i senza dimora a Milano. Obiettivo: portare – nella solitudine della strada -riconoscimento e calore umano, insieme al calore di pasti, bevande, coperte. Con la speranza di andare oltre (pur consapevoli che non possiamo salvarli): aprire un canale, provare a costruire una relazione che possa stimolare a intraprendere un cambiamento.

* I nomi delle persone senza dimora nel testo sono di fantasia

 

L’inverno, quello vero, è alle porte. Le minime a Milano sono decisamente calate nelle ultime settimane e quando alle 20.30 di un venerdì sera di fine novembre entriamo nella sede di Ronda della Carità e della Solidarietà – onlus che da quasi vent’anni si occupa di persone senza dimora o in situazioni di grave emarginazione – siamo già ben al di sotto dei 10 gradi, destinati a scendere costantemente.

Siamo con i volontari che si preparano a uscire – come succede 4 volte a settimana, 11 mesi all’anno – per il servizio di unità mobile notturna a sostegno dei senza dimora. In particolar modo per i casi più “estremi”, per intercettare anche i più restii a rivolgersi alla rete di servizi di assistenza presenti sul territorio.

È venerdì e il giro previsto coprirà il centro ovest della città. La parte speculare è destinata al martedì, mentre il lunedì e il mercoledì il camper staziona dietro il Duomo per la distribuzione di generi di conforto e per offrire un primo contatto in vista di colloqui successivi con operatori specializzati.

Stefano, il capoturno, sta preparando il tè caldo che porteremo con noi nel camper insieme a panini, frutta, coperte e qualche giaccone. Con lui ci sono Tiziana, Andrea, Nicolò, Davide, tutti volontari da diversi anni in questo e altri servizi. “Raramente portiamo con noi abiti specificano. In caso di richieste specifiche o di evidente necessità di vestiti cerchiamo di indirizzare la persona presso strutture e servizi del territorio”. In primis il CASC, Centro Aiuto Stazione Centrale – servizio del Comune che coordina le varie associazioni (Ronda inclusa) che operano a sostegno di persone senza dimora, emarginati e migranti.

Prima di iniziare il giro vero e proprio passiamo da uno dei panettieri del quartiere: ci sono dei panini che ci aspettano, messi da parte proprio per i senzatetto. L’atmosfera nel furgone dell’unita mobile è vivace e conviviale. Ci si consulta innanzitutto sulle segnalazioni ricevute dal CASC su nuove persone potenzialmente bisognose di aiuto “C’è un signore anziano che è stato visto dormire su una panchina in Via Molino delle Armi.

A colpire subito è la forte conoscenza da parte dei volontari – per quanto possibile – delle persone che andremo a visitare, delle “postazioni” abituali, delle loro possibili esigenze, del vissuto pregresso. L’assistenza ai senzatetto non è generica o standardizzata, ma cerca di essere quanto più possibile centrata sulla persona e sullaspetto relazionale. Quando, di notte, anche la frenetica vita metropolitana rallenta il ritmo, ci si può sentire ancora più soli.

In piazza Argentina troviamo Fernando, un assistito storico dalle unità di strada, uno dei pochi tradizionaliclochard italiani rimasti.A lui la pera non la diamo. È diabetico, giusto?”, si sente confabulare i volontari mentre ci avviciniamo silenziosi all’uomo, che sembra stare dormendo. “Spesso anche i passanti gli lasciano qualcosa da mangiare. Noi cerchiamo di curarlo un po’, tagliandogli le unghie di tanto in tanto o proponendogli una doccia.” A Nikola, seduto poco più in là, Davide chiede invece se ha iniziato a sfogliare il dizionario Italiano-Croato che gli ha procurato qualche settimana prima: “almeno possiamo provare a interagire un po’ di più”.

Il camper dell’unità mobile arriva intanto in Piazza Cavour, dove le forniture si arricchiscono di brioche non più calde ma dall’aspetto e dal profumo ancora invitanti: sono il contributo al “popolo della notte” di una caffetteria che sta chiudendo.

Cerchiamo una coppia di stranieri che stabilmente stanzia qui: sono simpatici – raccontano i ragazzi – ma parlano poco, purtroppo. Non li troviamo (si intuisce come la presenza dei clochard sia un po’ irregolare, qualcuno viene “fatto spostare”, altri si allontanano spontaneamente) anche se i loro cartoni e coperte sono ancora lì: il contrasto con il glamour delle vetrine di via Manzoni è stordente.

Oltrepassiamo via Orefici e imbocchiamo via Torino, siamo diretti in Molino delle Armi per la nostra segnalazione. Dopo qualche minuto di ricerche troviamo, in una aiuola un po’ nascosta, Alessandro, che dorme su una panchina. È italiano, sulla cinquantina. Lo svegliamo, è gentile, ma rifiuta tutto. Ne ha passate tante, dice, non ha bisogno di nulla. Stefano, il capoturno, se ne sincera, cerca un minimo di relazione, ma senza insistenza rispetta la sua riservatezza. Tuttavia gli strappa una promessa: scambiare anche solo quattro chiacchiere, di tanto in tanto, il venerdì. “Sembra voler alzare altre barriere oltre a quelle già alte dellessere un senza dimora, confida.

Invertiamo la rotta, ci dirigiamo in Piazza Borromeo con una speranza: forse abbiamo trovato, nascosto, Michael. Come lui, anche pochi altri dormono in questa elegante piazza un po’ discosta dalle arterie principali, ma non sono immediatamente visibili: si sono allestisti dei giacigli appartati nelle cavità dei giardini che la adornano. “Non li avremmo mai trovati se non fosse stato per Angelo, un signore del Mozambico che ci ha condotto qui, una sera, da via Danteracconta Davide. Angelo non c’è più: è stato trovato morto durante il caldo torrido di agosto, e ora il senzatetto che lo ha rinvenuto e ha chiamato il 118 rischia il foglio di via, in quanto clandestino.

Giungiamo a Cairoli e percorriamo via Dante. Un uomo e una donna, apparentemente ben vestiti, nascondono, appena ci vedono, il bicchiere con cui stanno chiedendo l’elemosina. Sono italianissimi, accettano un panino e del tè caldo: lei fa le pulizie in una banca per non più di tre ore al giorno e guadagna massimo 300 euro al mese; lui è disoccupato e cerca disperatamente un lavoro. Un tetto ce l’hanno, per cui li segnaliamo come destinatari di uno dei pacchi viveri che Ronda, tramite il Banco Alimentare, assegna ai bisognosi. Li salutiamo, invitandoli al pranzo comunitario per senza dimora e persone sole che Ronda organizza periodicamente, la domenica, nella parrocchia di Santa Maria Bianca, a Milano. In Cairoli, intanto, si è creato un piccolo crocchio: anche i venditori stranieri di rose e piccoli altri gadget che girano per il centro accettano volentieri del tè e un panino.

Proseguiamo il giro. In Moscova c’è un uomo che non parla, i volontari lo hanno già incontrato. Questa sera però accetta di comunicare scrivendo. E’ anziano e ha la barba lunga, ma gli occhi sono limpidi e i lineamenti armoniosi. Ci chiede delle borse di tela per lasciare la città: gli chiediamo dove, ma non ritiene importante specificarlo. Rifiuta con decisione di fronte alla proposta di andare al dormitorio, ma ci chiede una coperta, leggera (difficile trasportarla durante il giorno, altrimenti). Gliela offriamo volentieri, anche se lo preghiamo di non perderla. “Quando consegniamo delle coperte annotiamo sempre anche a chi le diamo; se possibile chiediamo loro un documento di riconoscimento, che sia pure la tessera della mensa, per evitare di darne alla stessa persona troppo spesso spiega Tiziana. Bisogna anche responsabilizzarli, educarli al rispetto per le cose che ricevono e che possiedono, e prevenire laccumulo o uneventuale rivenditaai danni di altri bisognosi.

Il giro si avvia alla conclusione. Via Solferino, via Pontaccio, corso Garibaldi: qui lasciamo coperta e panino a Marius: “la mia famiglia è in Romania, ma non mi vogliono più vedere, per questo sto qua” racconta. Più in là Marco dorme, non lo svegliamo: riaddormentarsi col freddo è davvero dura. Troverà il panino accanto al viso appena aprirà le palpebre spontaneamente.

È quasi mezzanotte, il camper fa il suo ingresso nuovamente nel cortile della sede di Ronda della Carità e della Solidarietà, in zona Casoretto. La stanchezza si percepisce, ma appare “leggera” e serena. “Fa bene più a me che a loro – sorride Andrea. È educativo anche per me stesso. Quando impari a donare una parte del tuo tempo agli altri, impari a usare meglio anche il tempo che hai per il resto e ti stupisci di quante cose puoi fare. È importante, però, restare con i piedi per terra, ancorati alla consapevolezza che non puoi salvarliIn strada impari che non si lavora solo per il risultato. Mentre al lavoro devi riuscire necessariamente nelle cose, qui ti rendi conto che non sei Dio, che non hai in mano la vita della persona, ma che al tempo stesso, perseverando, puoi arrivare a scalfire qualcosa. E quando riesci a tirare via anche una sola persona dalla strada, è ripagante”.