Senzatetto, quando anche la solidarietà sembra non bastare

Di: - Pubblicato: 3 luglio 2017

A cura di Filippo Nardozza

 

Milano è una città che accoglie, attiva e vicina a chi sceglie la strada come casa o a chi in strada viene a trovarsi per le congiunture della vita. Ma in realtà estreme tutto questo sembra non essere sufficiente. Come emerge dal caso di Giovanni, senza dimora e invalido in attesa da lungo tempo di una abitazione, la cui richiesta di aiuto è più che altro una provocazione: “Mettiti per un giorno a chiedere lelemosina per distinguere la realtà dalla finzione”. E per sperimentare la povertà che – se non rende ancora più chiusi e diffidenti – apre il cuore.

 

Sfiducia, diffidenza, rassegnazione. Ma anche sorrisi e voglia di continuare a vivere, a parlare con la poca gente che si ferma a scambiare uno sguardo e quattro chiacchiere; voglia di continuare a guardarsi intorno, di lottare, nonostante tutto, e di proteggere quello che si è e il poco che si possiede.

Noi – esseri “comuni” e protetti dalle certezze di una routine rassicurante – non possiamo capire fino in fondo cosa si provi a vivere senza un tetto, ma solo tentare di immaginarlo, sentendo i racconti di chi, senza un tetto, ci vive più o meno stabilmente.

Le persone senza dimora a Milano sono poco più di 2.600 (dato di fine 2016, secondo il censimento di Fondazione De Benedetti, Comune e terzo settore). Di questi si stima che oltre 500 vivano direttamente in strada supportati – con frequenza variabile – dalle unità mobili di realtà associative che in città collaborano con i servizi sociali del Comune per portare assistenza, generi di conforto, coperte e una parola amica, soprattutto nei duri mesi invernali, ma anche durante i picchi di calore.

Gli altri – la maggior parte dei senzatetto – è ospite invece, per periodi più o meno lunghi, nei dormitori e nei centri di accoglienza (notturni e diurni) pubblici e del privato sociale: sono stati circa 2.700 i posti letto messi a disposizione dal Comune, ad esempio, nell’inverno 2016-2017 e gestiti con le associazioni durante l’emergenza gelo. Un Comune – quello di Milano – che con l’Assessorato alle Politiche Sociali lo scorso inverno ha lanciato addirittura un bando per l’assegnazione di un bonus di 350 euro al mese ad ogni famiglia in grado di accogliere,  nella sua abitazione, una persona senza dimora. Una città in cui, negli inverni scorsi, si sono aperti anche i mezzanini delle fermate del metrò per offrire un riparo a chi al dormitorio e ai centri accoglienza proprio non cede. E scongiurare quindi nuove morti.

L’assistenza e la solidarietà, infatti, così presenti nel capoluogo lombardo – tanto che si può asserire  che è quasi impossibile morire di fame se si accetta di farsi aiutare in qualche modo, così come di freddo – non bastano quando incontrano realtà particolarmente complesse e resistenze ben più radicate. Che condizioni di vita particolarmente dure – in qualche modo – hanno portato a maturare e a corroborare.

Come nel caso di Giovanni, 59 anni, di origini palermitane, la cui significativa testimonianza è soprattutto un invito a comprendere i punti di vista e una provocazione per la maggioranza di noi, gente comune, ferma alle apparenze. Accetta di parlare volentieri, Giovanni, e lo fa con grinta e una gentilezza che solo quando si toccano certi tasti lascia spazio a modi più rudi.

Giovanni vive in strada – sotto i portici di Corso Vittorio Emanuele, a Milano – da 20 anni, di cui 9 su una carrozzina per le conseguenze (a quanto comprendiamo dal suo racconto, per lo più lucido e solo a tratti confuso da quello che lui stesso definisce “invecchiamento cerebrale”) di un incidente stradale che gli ha procurato fratture alla colonna vertebrale a quanto pare non operabili; condizione di salute aggravata dalla flebite. In passato aveva una moglie (con lui fino a due anni fa, poi deceduta ) e una casa che a un certo punto non è riuscito più a mantenere con i lavoretti saltuari e in nero che ha sempre fatto quando ancora era autonomo (manovale, lavapiatti). E’ seguito dagli assistenti sociali del Comune di Milano, è in lista di attesa per una casa popolare e da gennaio scorso – dopo lungo tempo, per intoppi burocratici non meglio specificati – sulla via per l’ottenimento di una invalidità al 100%: quella parziale, al 75%, che gli è già riconosciuta lo fa retrocedere di molto nella graduatoria per l’abitazione. A maggio gli è stata addirittura sospesa la pensione di invalidità parziale, 290 euro, perché era in ospedale a fare le cure di routine e ha saltato la visita medica per il rinnovo della stessa (che ora, con l’aiuto di un avvocato del Comune, sta cercando di recuperare).

Quale che sia il motivo di questo forte ritardo nella pratica per l’invalidità totale e, conseguentemente, per l’assegnazione di una casa (incapacità o scarso interesse di chi lo ha seguito in precedenza, fino a inizio gennaio, nel portare avanti la pratica, come sostiene velatamente? Sua mancanza nell’ottemperare a qualche passaggio? Troppi casi più gravi del suo, magari famiglie con bambini?) colpisce profondamente vedere le sue condizioni fisiche e sapere che è ancora in una posizione vicina all’11.000 nelle graduatorie per l’abitazione.

Con lui c’è solo la cagnolina Scilla, che gli siede ai piedi o in grembo e da cui non si separa e non si separerebbe mai. Ed è questo il motivo principale per cui – in attesa della tanto agognata casa di edilizia popolare – finora Giovanni non ha acconsentito a farsi aiutare accettando un posto letto in uno dei dormitori della città e un pasto al coperto in una delle tante mense per persone in difficoltà che Milano offre. Scilla non può entrare in queste strutture e lui non sa a chi lasciarla e non si fida a farlo: nemmeno per mezz’ora, il tempo per consumare un piatto di pasta. Anche se non ci fosse il “problema” del cane, comprendiamo che non accetterebbe comunque: anche li – secondo Giovanni – si rischia di essere derubati, non solo in strada.

Per fortuna, il personale dei servizi sociali del Comune che attualmente lo segue (e di cui è particolarmente soddisfatto) da un mese a questa parte è riuscito a farlo inserire in un alloggio speciale rivolto a un numero limitato di persone disabili con discreta autonomia, in via Aldini, dove può accedere anche la sua piccola “bimba”. E non è l’unica buona notizia, per fortuna: la visita per l’assegnazione dell’invalidità totale è stata finalmente effettuata e andata a buon fine, presupposto per poter aprire presto – si spera – la procedura di urgenza per l’assegnazione dell’abitazione popolare.

Pochi veri affetti, per non separarsi dai quali non si scende a compromessi

La piccola Scilla è la sua vita, il suo solo grande affetto. Insieme a una mamma “comune”, speciale, e dorata: la Madonnina del Duomo, che Giovanni guarda con speranza dalla sua carrozzina parcheggiata proprio di fronte alla navata laterale della cattedrale. E insieme al ricordo di sua moglie.

Ha in realtà anche degli amici, due ragazzi che ha visto crescere nel quartiere in cui viveva quando ancora aveva una casa e che è stato la sua prima dimora sotto le stelle quando l’ha persa: vengono tutt’ora a trovarlo in Duomo, scambiano quattro chiacchiere, gli portano il caffè o una bibita fresca. Già da bambini, di nascosto dalle mamme, lo andavano a trovare nel quartiere portandogli quello che riuscivano a racimolare.

Ma come mangia Giovanni, se non si affida alle mense? Oltre all’esigua pensione di invalidità parziale si affida alla generosità e alla compassione di chi gli lascia qualcosa in strada, e accetta i pasti e i servizi di alcune delle unità mobili del privato sociale che vanno a trovare lui e gli latri clochard della zona, offrendo pasti, coperte, bevande, all’occorrenza controlli medici, anche per alleviargli le piaghe da decubito dovute alla carrozzina. Anche per i controlli e le cure in ospedale sono i volontari di una associazione specializzata ad accompagnarlo.

La provocazione: mettersi nella loro condizione, per un giorno

Dalle parole di Giovanni fuoriesce una veemenza incredibile quando gli si chiede che cosa si possa fare per lui: qualche euro di elemosina gli fa sempre comodo, certo, così come non disdegna che la sua storia e la sua “attesa” vengano raccontate. Ma quello che in realtà chiede espressamente, anche attraverso uno dei cartelli che espone orgoglioso ai suoi piedi, è che la gente si svegli, che gli italiani capiscano cosa significa vivere per strada. E lo fa con una provocazione, perché in strada si impara tanto: “Camuffati da povero, per un giorno, chiedi l’elemosina, e renditi conto di cosa è realtà e di cosa è finzione. Di chi ha davvero bisogno e di chi ‘ci marcia sopra’. Di quanto riesci a racimolare, di cosa ti portano via gli altri mentre dormi, di come ti guarda la gente, chi con reale compassione, chi con indifferenza. Di chi fruga nei cestini, senza chiedere nulla ai passanti e di chi invece chiede esplicitamente, per poi lasciare a terra il panino che gli si offre: se hai davvero fame, perché lo lasci li?”. E anche di chi mendica facendo leva su fattori che inducono alla compassione, come il classico “sfruttamento” dei cani.  Di recente, racconta ancora Giovanni, un mendicante voleva vendergli per pochi euro un cane che non poteva più tenere, perché doveva andare in Romania a prendere dei cuccioli da “utilizzare” per intenerire maggiormente i passanti.

Dal lato opposto, c’è invece la richiesta “materiale” di Giovanni – una vera casa in cui vivere con Scilla, come unico aiuto concreto – che potrebbe forse, addirittura sembrare pretenziosa. Viene facile pensare che in condizioni estreme si debba venire a patti anche con il condividere un dormitorio affollato, o di affidare a qualcuno la propria cagnolina, pur di trovare riparo. Osservazioni legittime. Ma chi siamo noi per pontificare su una condizione così estrema e che non viviamo?