Sonda.Life http://www.sonda.life Portale di informazione sociale Mon, 23 Apr 2018 07:40:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.5 Il Ponte E Il Fiore Del Partigiano http://www.sonda.life/in-evidenza/il-ponte-e-il-fiore-del-partigiano/ http://www.sonda.life/in-evidenza/il-ponte-e-il-fiore-del-partigiano/#respond Mon, 23 Apr 2018 07:40:57 +0000 http://www.sonda.life/?p=7037 Di Maurizio Anelli

 

C’è un bel ponte il 25 Aprile. Le scuole si fermano, le fabbriche chiudono i cancelli per qualche giorno, qualcuno si concede una vacanza che sente di meritare. Ma chi l’ha costruito quel ponte? È una storia lunga e comincia il 28 ottobre 1922 quando un codardo vestito da re s’inchina davanti alle camice nere di Benito Mussolini. Non un gesto né un tentativo di resistenza davanti agli squadristi fascisti, solo la consegna del Paese nelle mani di chi in poco tempo da Presidente del Consiglio diventerà Duce. La violenza verbale, fisica e politica è chiara fin dai primi giorni di vita del Partito Fascista e quel 28 ottobre 1922 è solo l’inizio di un ventennio che cancella vite e generazioni. Eppure solo poche avanguardie seppero capirlo, la grande maggioranza del Paese visse il sogno ubriacante di un nuovo impero dentro e fuori dai confini nazionali. Quel sogno era in realtà un incubo, ma la folla inneggiava sotto il balcone di Piazza Venezia quando il Duce raccontava la sua follia. In pochi videro la violenza politica e sociale nascosta dietro quella follia, anche quando nacque l’alleanza con la Germania nazista. In troppi chiusero gli occhi di fronte alle leggi razziali del 1938 e alle violenze contro ogni forma di dissidenza politica. Eppure qualcuno stava già lavorando alla costruzione di quel ponte. Ci lavorava in silenzio e in segreto, ognuno di loro come poteva. Qualcuno nelle fabbriche e nei posti di lavoro, qualcuno dalle galere e dal confino cominciava a disegnarlo quel ponte, gettando il seme. E dai semi nasce sempre un fiore. Ci volle tempo, fatica e sangue. Serviva tanto coraggio perché fino all’8 settembre 1943 l’Italia era ancora alleata della Germania ed era al suo fianco nella guerra di aggressione all’Europa e nell’occupazione dei paesi invasi. Ma il progetto del ponte continuava, un giorno dopo l’altro, e un giorno alla volta si completa: le montagne accolgono i ribelli, le città del nord vivono i grandi scioperi del 1944 di cui parlerà tutto il mondo: il New York Times arriverà a considerarli come “il più grande sciopero generale compiuto nell’Europa occupata dai nazionalsocialisti”. Milano, Torino pagheranno un prezzo altissimo per quegli scioperi, con centinaia di deportati nei campi di concentramento. Ma  Il seme gettato regala i suoi germogli, sta dando il suo fiore più bello: è il fiore del Partigiano. Sarà la lotta di Resistenza partigiana a completare il progetto e a pagare il prezzo più alto. Generazione Partigiana, una generazione diventata adulta a vent’anni, consapevole che non c’era più tempo e non c’era altra scelta se non quella della lotta armata, sulle montagne, nelle città e nelle campagne. Ma come disse una volta Lidia Menapace “… La Resistenza non fu solo un fenomeno militare, fu un movimento politico, democratico e civile straordinario. Una presa di coscienza politica che riguardò anche le donne.”

Sono passati tanti anni, ma quel ponte è ancora lì a ricordarci quella generazione e quel sangue versato. Quella generazione, quello che ne è rimasto, è alla stagione dei saluti. Solo il tempo poteva sconfiggerla. Ha lottato e combattuto contro i fascisti e i nazisti, ha riconquistato la libertà per regalarla a noi. Da quella lotta di resistenza nasce la nostra Costituzione e anche questo molti l’hanno dimenticato. E allora adesso c’è un testimone da raccogliere, c’è una storia da rispettare, ricordare e raccontare. Ma c’è anche un impegno da continuare, perché la libertà non è un’idea e solo quando la si perde se ne comprende fino in fondo il valore. Per questo va difesa sempre.

C’è un bel ponte il 25 Aprile. Le scuole si fermano, le fabbriche chiudono i cancelli per qualche giorno, qualcuno si concede una vacanza che sente di meritare. E ci sono piazze e strade che si riempiono di gente, di canti e di bandiere, e c’è un fiore che ognuno di noi dovrebbe stringere fra le mani e portare su quel ponte ma non solo il 25 Aprile. Quel fiore, rosso e profumato, dovrebbe essere vivo ogni giorno dell’anno. Dovrebbe ricordare a tutti che le conquiste sono un valore che va difeso sempre, tutti i giorni. È così, oggi, in questo Paese ?

No, non è così. Oggi, in questo Paese e nel resto d’Europa, c’è ancora l’odore di un fascismo che alza la voce. E quel ponte, costruito con la vita e il sacrificio di una generazione capace di restituire dignità a un popolo, è in pericolo. C’è bisogno di Resistenza sempre, anche oggi. Resistenza contro un nemico che si presenta con tante facce: la destra fascista, razzista e xenofoba, la mafia con le sue mani sulle città, l’ignoranza grassa e volgare di chi pensa che tutto le sia dovuto, i padroni vecchi e nuovi che ti dicono quando e se puoi lavorare; l’arroganza di una classe dirigente, politica e industriale che ogni giorno offende la parola “politica” e la trasforma in mercato.

Nei giorni che hanno chiuso l’ultima settimana la Corte d’assise di Palermo, dopo un processo durato cinque anni e sei mesi, ha emesso la sua sentenza sulla trattativa fra lo Stato Italiano e la Mafia. È una sentenza di colpevolezza ed è una macchia, l’ennesima, sulla coscienza dello Stato italiano. http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Palermo-il-processo-per-la-trattativa-Stato-Mafia-la-lettura-della-sentenza-1ef9ea1c-874b-4ee7-830b-b7018f59b4e6.html

Questa condanna ci racconta che non era questo lo Stato di diritto per cui hanno lottato e pagato un prezzo altissimo le Donne e gli Uomini che hanno costruito il nostro ponte. Non era questo lo Stato per cui sono morti Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tutti coloro che hanno dedicato una vita alla lotta contro la mafia e per una società migliore e più giusta. Antonio Gramsci scriveva “… Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano… L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera… Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo…”.

La “città futura” di cui parlava Antonio Gramsci è la città che tutti noi dobbiamo continuare a costruire, perché è ancora lontana dall’essere. E per farlo è necessario essere Partigiani nell’animo, fare delle scelte, non essere indifferenti. Ma non basta esserlo un giorno all’anno, dobbiamo esserlo ogni giorno. Perché quel ponte ha molti nemici, vecchi e nuovi. E anche quel fiore Partigiano ha molti nemici vecchi e nuovi. E quei nemici sanno che l’indifferenza e l’apatia sono il terreno su cui muore una Democrazia. Loro concimano quel terreno e il loro è un concime che non fa nascere fiori. La Resistenza di cui oggi c’è ancora bisogno deve avere anche il profumo dell’accoglienza e della solidarietà verso i migranti, verso i profughi che cercano in Italia e in Europa una porta aperta. In troppi vogliono chiudere quella porta e torna di moda una parola che non ha più diritto di cittadinanza: razza. Spesso la parola “razza” serve per nasconderne un’altra: razzismo.

Nella primavera del 1919 un maestro elementare fondò a Milano un movimento che chiamò “Fasci di Combattimento”, quel maestro elementare si chiamava Benito Mussolini. Quel movimento e quel maestro elementare concimarono in fretta il terreno in cui si trovava l’Italia dopo il primo dopoguerra. Si guadagnò il consenso e l’apprezzamento delle classi più agiate e degli industriali dell’epoca. Tre anni dopo fece marciare su Roma le sue camicie nere e riuscì a farsi affidare da un Re pavido e codardo l’incarico di formare il nuovo governo. Quel governo portò la repressione politica, le leggi razziali, la guerra. Sull’Italia e sull’Europa calò una notte lunghissima. Qualcuno sta riprovando, oggi, a riportare indietro le lancette dell’orologio. Ecco perché serve fare la guardia al ponte e al fiore Partigiano.

Buon 25 Aprile.

 

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Fuorisalone 2018, Parola Chiave “Sostenibilità” http://www.sonda.life/citta-in-movimento/fuorisalone-2018-parola-chiave-sostenibilita/ http://www.sonda.life/citta-in-movimento/fuorisalone-2018-parola-chiave-sostenibilita/#respond Mon, 23 Apr 2018 07:37:31 +0000 http://www.sonda.life/?p=7034 Di Filippo Nardozza

 Si è chiusa la kermesse satellite del Salone del Mobile, proprio in concomitanza con la Giornata Mondiale della Terra. Una coincidenza, carica di significato…

 

Che la progettazione del nostro modo di vivere debba andare e vada di pari passo con la ricerca di soluzioni che consentano di preservare il Pianeta, di risparmiare e usare in modo efficiente le sue risorse e di convivere in maniera armoniosa e rispettosa della natura e dell’uomo, è assodato ed è sempre più evidente.

L’estetica nel design cede progressivamente il passo alla sostenibilità; e sostenibilità è stata una, o forse La parola chiave del Fuorisalone 2018 – kermesse di creatività e design, satellite rispetto al Salone del Mobile, che fino a ieri, ancora una volta, ha animato (in distretti) la città di Milano, con esposizioni e installazioni. Un concetto, quello di sostenibilità, che – insieme a quello di ritrovato legame con il mondo naturale – trasuda dall’anima di oggetti e progetti, dal loro scopo, dal messaggio che molte installazioni alla Milano Design Week intendono veicolare sotto forma di provocazione intellettuale.

Così, mentre non si contano le proposte di oggetti e arredi in materiali provenienti dal riciclo o in nuovi materiali a impatto zero sin dalla produzione, al Superstudio Più di via Tortona (hub storico del Fuorisalone) il padiglione di Dassault Systèmes – società di software 3D – accoglieva i visitatori in un particolare percorso “fumoso”: immersi direttamente, per un attimo e in maniera esponenziale, nel microcosmo di polveri sottili che imperversano nelle nostre città; dei monitor mostravano addirittura in tempo quasi reale la concentrazione di PM2,5, CO, NO2 presente in determinate aree di Milano. Il tutto era parte di “Breath/ng”, installazione in collaborazione con Kengo Kuma and Associates che affronta i cambiamenti climatici attraverso l’uso di materiali in grado di ridurre attivamente l’inquinamento atmosferico.

Contemporaneamente, nell’Orto Botanico di Brera prendeva vita invece l’immaginaria smarTown di Eni gas e luce e Centrica Hive Limited: una serie  di 700 casette installate sotto ciascuna delle specie vegetali presenti nel giardino, mostrava come la tecnologia può aiutarci a contenere il consumo di energia. Un’installazione architettonica curata dall’architetto Mario Cucinella e da SOS – School of Sustainability che ha trasformato l’Orto Botanico in una città immaginaria nella quale gli ambienti storici del giardino si integrano con modelli urbani innovativi.

L’hidden garden invece, è il giardino “segreto” che ha preso forma tra i grattacieli di piazza Gae Aulenti (progetto dello studio fiorentino Pierattelli Architetture): 140 mq di alberi, fiori e piante in cui fermarsi un attimo a respirare nel cuore metropolitano, e in cui a riflettere sul rapporto con la natura nel contesto urbano per riappropriarsi del tempo speso nel verde.

In maniera tecnologica e filosofica insieme, Lexus – al Museo della Scienza e della Tecnologia – ha stupito i visitatori ispirandosi alle infinite potenzialità del mondo e delle persone che lo abitano, guardando al design come catalizzatore dell’evoluzione, della responsabilizzazione e dell’apertura verso altre culture. Non a caso il titolo dell’installazione era “Limitless CO-Existence” e declinava in vari modi il concetto di “mettere insieme”, dal prefisso appunto ‘Co’: 12.000 fili verticali sospesi, illuminati da un’unica fonte di luce in grado di mostrare ciascuno di essi senza lasciarne in ombra nessuno, stavano proprio a significare un mondo – auspicabile – in cui tutti possiamo co-esistere in armonia, dove ogni individuo può essere il proprio centro, ma allo stesso tempo parte del tutto, uguale agli altri.

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Orti Urbani: La Nuova Frontiera Dell’Orto 3.0 http://www.sonda.life/citta-in-movimento/orti-urbani-la-nuova-frontiera-dellorto-3-0/ http://www.sonda.life/citta-in-movimento/orti-urbani-la-nuova-frontiera-dellorto-3-0/#respond Mon, 23 Apr 2018 07:34:19 +0000 http://www.sonda.life/?p=7030 Di Samantha Di Vito

 

Associazioni, scuole e comuni lavorano in sinergia per riavvicinare alla terra grandi e piccini

Gli orti urbani hanno una storia che comincia a fine Ottocento con i giardini operai; le abitazioni degli operai infatti disponevano di un orto individuale. Agli industriali appariva una buona attività fisica all’aria aperta, necessaria dopo le molte ore di lavoro nell’ambiente chiuso della fabbrica, ma in primis un’attività sana, che intratteneva l’operaio lontano da possibili coinvolgimenti politici o iniziative comuni contro il datore di lavoro.

Oggi, in città, dove gli spazi verdi scarseggiano, ci sono associazioni che hanno come scopo principale la promozione e la realizzazione di orti diffusi, anche mediante il coinvolgimento di enti pubblici, cittadini e aziende che siano impegnate sui temi della responsabilità sociale, della partecipazione e dell’aggregazione, utilizzando l’orto come luogo ad uso socialmente, culturalmente ed ecologicamente benefico.

OrtoGrafia Urbana è un’associazione Agro-culturale nata a Nerviano in provincia di Milano con la volontà di perseguire la promozione dell’agricoltura sostenibile, il rispetto del territorio volto alla tutela e alla valorizzazione della agro biodiversità a rischio di estinzione o di erosione genetica intesa come varietà vegetali e delle abilità rurali ad essa collegati, quindi la volontà di effettuare azioni volte alla valorizzazione delle tradizioni e degli usi legati all’attività agricola.
In particolare è vivo l’interesse riguardo il recupero, la conservazione, la coltivazione, lo scambio, lo sviluppo e la diffusione di risorse genetiche vegetali soggette a pericolo di estinzione o a erosione genetica e di varietà tradizionali, contadine e di interesse agricolo, essenze spontanee e dimenticate.

L’associazione ha realizzato il progetto dell’orto urbano nel 2014, firmando una convenzione con l’amministrazione comunale per la gestione di un terreno di circa 200 metri quadrati situato all’interno del plesso scolastico di una scuola primaria della cittadina del milanese. Questo ha permesso all’associazione di attivare parallelamente un ulteriore progetto di orto didattico con cinque classi, con le quali si tengono lezioni teoriche e pratiche, portando i ragazzi nell’orto e insegnando loro le tecniche di preparazione, semina e trapianto di verdure e cereali. L’orto didattico viene gestito da cinque persone che si alternano e collaborano attivamente nella preparazione del terreno e nella coltivazione delle prose; per quattro di loro, che non avevano esperienza, è stata una crescita personale che con il tempo ha affinato la loro manualità. Nell’orto, per scelta dell’associazione, non vengono utilizzati prodotti chimici per il trattamento degli ortaggi o per la fertilizzazione:  sono state realizzate compostiere con materiali di recupero, alimentate con gli scarti dell’orto e con la parte compostabile che arriva direttamente dalla scuola. L’uso dell’acqua per l’irrigazione non prevede sprechi e  per questo è stato realizzato un impianto di irrigazione goccia a goccia.

L’inverno scorso, dopo avere tenuto una serie di incontri sull’avvicinamento agli orti familiari, OrtoGrafia Urbana si è resa conto della necessità di ampliare il progetto, perche è sempre maggiore il numero di persone che desidera coltivare un orto ma che non dispone di uno spazio verde da poter coltivare. Per questo motivo l’associazione sta verificando la possibilità di trovare un nuovo spazio da destinare a orto urbano, con una piega ancor più sociale, cioè gestito da inoccupati, disoccupati e cassintegrati, potendo così ottenere un doppio beneficio: un risparmio economico coltivando in un orto le verdure necessarie per la famiglia e la possibilità di impegnare qualche ora durante la settimana e alleggerire le pressioni psicologiche dovute alla situazione lavorativa.

Le verdure coltivate negli orti urbani sono le classiche a seconda delle stagionalità: pomodori, melanzane, patate, piselli, fagiolini, fagioli, zucche, aglio, cipolle, verze e non mancano piccole sperimentazioni come la coltivazione di una prosa di topinambur.

Nel 2017 la raccolta di zucche è stata così imponente che si è pensato  con successo di trasformarle in marmellata, successivamente utilizzata per una raccolta fondi a favore di una cooperativa agricola di Castelluccio di Norcia, colpita dal terremoto del 2016.

OrtoGrafia Urbana ha colto nel segno, riuscendo a coniugare socialità e bisogno di ritorno alla terra.

 

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La Guerra In Siria E Lo Scontro Tra Le Potenze: Intervista A Valeria Giannotta http://www.sonda.life/in-evidenza/la-guerra-in-siria-e-lo-scontro-tra-le-potenze-intervista-a-valeria-giannotta/ http://www.sonda.life/in-evidenza/la-guerra-in-siria-e-lo-scontro-tra-le-potenze-intervista-a-valeria-giannotta/#respond Mon, 23 Apr 2018 07:30:00 +0000 http://www.sonda.life/?p=7027 Di Giorgia Lamaro

 

Dopo oltre sette anni di guerra civile la Siria è diventata ormai un terreno di scontro tra le potenze regionali e mondiali per l’egemonia del Medio Oriente. L’ultimo attacco a guida Usa avvenuto nella notte tra il 13 e il 14 aprile  nelle aree di Damasco e di Homs ha di fatto dimostrato che l’Occidente c’è e intende contenere l’influenza russa in Siria. A sostenerlo è Valeria Giannotta, docente di Relazioni internazionali presso l’Università di Ankara, profonda conoscitrice della Turchia ed esperta di questioni geopolitiche, in un’intervista rilasciata a “IlMegafono.org”.

“Il messaggio è chiaramente rivolto a Mosca, alleato del presidente siriano Bashar al Assad, e intende comunicare che nessuna decisione può essere presa senza tenere in considerazione gli Usa”, spiega la Giannotta. “Un ulteriore obiettivo strategico è il contenimento dell’influenza iraniana. Non è infatti un mistero che l’amministrazione del presidente Donald Trump consideri l’Iran uno stato canaglia. Gli avvenimenti sono da leggersi alla luce della logica di contenimento ed equilibrio di potenza”.

La Turchia, da parte sua, ha accolto con favore l’operazione degli Stati Uniti: “Ankara – continua la docente – è sia membro della Nato che garante del cessate il fuoco insieme a Iran e Russia (nel gruppo costituito con le riunioni di Astana e Sochi) ed è sempre stata risoluta nel dichiarare la propria contrarietà al regime di Assad. Nonostante le alleanze, questo non è cambiato. Inoltre, in una logica di leadership regionale il progressivo contenimento dell’Iran è funzionale anche alla Turchia”.

Secondo la Giannotta, quel che è percepito come “un’oscillazione dei rapporti tra Turchia e i principali alleati nello scacchiere siriano” è in verità “da leggersi alla luce della protezione degli interessi nazionali. Come detto, Ankara è ferma sulla dipartita di Assad ed è altrettanto risoluta a difendere i propri confini da quelle che sono ritenute minacce per la propria sicurezza ed integrità territoriale, nel caso specifico Partito democratico dell’unione siriana (Pyd) e Forze democratiche siriane (milizie curdo-arabe Sdf) considerate organizzazioni sorelle del fuorilegge Partito dei lavoratori del Kurdistan”.

La principale linea di frattura con gli Stati Uniti, infatti, deriva dal supporto Usa accordato a queste organizzazioni. “In questa luce, appoggiare l’attacco occidentale non implica una risaldatura dei rapporti e una spaccatura con la Russia – continua la Giannotta -. I rapporti tra Ankara e Mosca sono geneticamente affetti da discrepanze in Siria, ma saldati da interessi strategici ed economici. Senza l’avvallo russo per la Turchia sarebbe stato impensabile condurre prima l’operazione ‘Scudo dell’Eufrate’ e poi la più recente ‘Ramo d’ulivo’ con la presa del cantone curdo di Afrin e sarebbe altrettanto difficile mantenere i punti di osservazione su Idlib (una delle zone di sicurezza stabilite in Siria)”. Con “il silente beneplacito russo”, Ankara conduce quindi la propria lotta alle organizzazioni nemiche mettendo in sicurezza i propri confini.

Secondo la docente di Relazioni internazionali presso l’Università di Ankara, “i rapporti commerciali ed economici a livello bilaterale stanno inoltre creando delle dipendenze significative, come nel caso del consorzio turco-russo per la costruzione della centrale nucleare di Akkuyu (la prima della Turchia), e impongono collaborazioni, restringendo i margini di attrito. In breve, in Siria per la Turchia è l’interesse nazionale che muove i fili delle dinamiche e gli sviluppi futuri dipenderanno principalmente da questo”.

Negli ultimi giorni il governo Usa ha lasciato nuovamente trapelare l’intenzione di smobilitare le proprie truppe in Siria, ma “si tratterebbe solo di un’operazione cosmetica – conclude la Giannotta -. Gli Stati Uniti ricorreranno probabilmente all’appoggio dei paesi del Golfo. La loro intenzione è mostrare i muscoli e far vedere che ci sono, ma senza un effettivo coinvolgimento diretto nella regione”.

ilmegafono.org

 

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La Svezia Dimostra Che Ridurre I Gas Di Scarico Prolunga La Vita http://www.sonda.life/in-evidenza/la-svezia-dimostra-che-ridurre-i-gas-di-scarico-prolunga-la-vita/ http://www.sonda.life/in-evidenza/la-svezia-dimostra-che-ridurre-i-gas-di-scarico-prolunga-la-vita/#respond Mon, 23 Apr 2018 07:28:04 +0000 http://www.sonda.life/?p=7024 Di Veronica Nicotra

 

Un recente studio, pubblicato sulla rivista “Atmospheric Chemistry and Physics”, ha messo in luce i benefici che si possono ricavare riducendo l’inquinamento atmosferico dovuto al traffico. È stato infatti dimostrato che, respirando aria più pulita, si vive di più. A Stoccolma, Göteborg e Malmö è stato studiato l’effetto della riduzione dei gas di scarico delle auto e i risultati sono stati abbastanza chiari: gli abitanti di queste tre città vivono un anno in più oggi rispetto a 25 anni fa.

Per tale studio, il gruppo di ricerca del Dipartimento di Scienze Ambientali e Chimica dell’Università di Stoccolma ha utilizzato i risultati delle stazioni di misurazione situate in ognuna delle tre città e relativi a ossidi di azoto, ozono e particelle, presenti nell’aria dal 1990 al 2015. Il dato che risalta maggiormente è la diminuzione delle concentrazioni degli ossidi di azoto, prodotti principalmente dai processi di combustione nei motori. A contribuire a questo decremento sono state le regole più severe per i nuovi veicoli in termini di emissioni di gas di scarico.

A Stoccolma e a Malmö, la quantità nell’aria è scesa da circa 40 microgrammi per metro cubo nel 1990 a circa 20 microgrammi per metro cubo nel 2015. A Göteborg, invece, dove vi è una maggior presenza di inquinanti a causa della vicinanza di grandi autostrade, i livelli di ossidi di azoto sono diminuiti da 60 microgrammi nel 1990 a circa 40 nel 2015.

«L’aspettativa di vita media nelle tre città – afferma Henrik Olstrup, autore dello studio – è aumentata di circa 4-5 anni dal 1990 al 2015. Tra le cause, figurano anche cure più efficaci per le malattie cardiovascolari e una riduzione del fumo tra la popolazione. In questo quadro si stima che la riduzione dell’inquinamento atmosferico contribuisca fino al 20 per cento di questo aumento”. Non è altro che la dimostrazione di come controllare le emissioni possa recare significativi miglioramenti ed effetti benefici alla salute dell’uomo. Le misure messe in atto da questi Stati, dunque, hanno accertato che, con impegno, è possibile raggiungere importanti traguardi.

ilmegafono.org

 

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Un’Altra Storia http://www.sonda.life/in-evidenza/unaltra-storia-3/ http://www.sonda.life/in-evidenza/unaltra-storia-3/#respond Mon, 23 Apr 2018 07:25:32 +0000 http://www.sonda.life/?p=7022

Henri Matisse, Les tapis rouges (Nature morte au tapis rouge) (1906)

Un racconto inedito

Atto Terzo

 

Pioveva. Seduta a quel tavolo d’angolo nella penombra del bar, sapeva di attirare su di sé non pochi sguardi. Sola. Evidentemente straniera, ma non del tipo esotico-mari del sud e colori vivaci. Piuttosto fredda e un po’ distante. Nonostante quel vestitino giallo con le spalline, così démodé. Quasi irraggiungibile, nascosta dietro la mano con la sigaretta, il fumo a stringerle gli occhi in due fessure sottili.

Aspettava. Ma con il passare del tempo qualcuno avrebbe anche potuto dubitare della sua attesa. Sicuramente erano in diversi a farsi molte domande. Ormai era da qualche tempo che andava in quel bar un po’ fuori dalle traiettorie usuali. Frequentato soprattutto da gente del quartiere, i turisti che ci finivano era proprio per caso. Clienti abituali per lo più, cosa vuole? Il solito…e in mezzo lei. Era apparsa da un giorno all’altro. E da quel giorno sempre presente. Stessa ora, stesso posto. Anche lei aveva imparato a dire Il solito, sempre in attesa, ma chissà poi di cosa. O di chi…ad ogni scampanellio della porta che si apriva gli occhi le andavano là, all’ingresso, o all’uscita dipende dai punti di vista. Squadrava il nuovo entrato, cercando…

Quella sera, acqua da tutte le parti e lei con quel suo vestitino giallo, le spalle nude e i tacchi alti, nelle sue abitudini sembrava proprio fuori posto. La si notava ancora di più, e allo stesso tempo la gente era troppo indaffarata ad asciugarsi da gettarle un’occhiata appena. Il suo destino: attirare l’attenzione rimanendo come incastrata dietro un vetro. In vetrina. Inavvicinabile. In quell’angolo sempre più buio, fuori dal tempo. Resti di un caffè e di un bicchiere d’acqua davanti, il posacenere sporco di una sigaretta via l’altra. E una mano a giocare con il fine e sottile filo di perle attorno al collo. Regalo antico, di antica fattura. Qualcuno deve essersi di certo chiesto chi fosse e da dove venisse. Se quelle perle fossero vere, o finte. Rubate? Da una puttana? Sì, beh, di un certo livello naturalmente. O se non fosse invece uno scherzo, se per caso si fosse vestita per una festa, magari in maschera…chi alla fine aspettasse, e se stesse poi aspettando qualcuno. Non aveva freddo così…scoperta? Se ricordava almeno dove fosse o che ore erano? Si era magari persa?

Incominciava a chiederselo anche lei. Così lontana con la mente, talmente altrove…già a casa forse…chi fosse? Un costume, sì certo perché no? Una recita, una maschera. Il tentativo di fare fortuna e poi no, il non riuscirci come aveva pensato lei. L’ultima possibilità per dare un senso a tutto, a tutto quello che aveva passato. L’ultima chance. Per piegare diversamente quella storia. Con pazienza, saper aspettare. In questo era brava, quasi stoica, e allo stesso tempo come rassegnata. Attendere, guardando avanti senza farsi troppe domande. Gente abituata a lottare per ben altri, la sua. Gente abituata a dover sopravvivere. Come lei. Ed era quello che aveva fatto: aveva lottato, aveva resistito, aveva provato a cambiare le cose, era partita e ancora aveva dovuto lottare e resistere. Ora, ora poteva finalmente tornare. A casa sua, di nuovo, ma alle sue condizioni.

Mentre aspettava che la sua ultima occasione entrasse dalla porta di quel bar, ogni giorno pensava a tutto quello che aveva passato. E si lasciava trasportare…senza mai però assentarsi troppo da quel tavolo, senza mai perdere di vista la sua preda.

Si muoveva come miele nella sua testa e non sentiva le chiacchiere attorno a lei, o le parole dalla radio accesa, o l’umido freddo che saliva basso dalla schiena fino alla nuca. Non sentiva lo stomaco vuoto o la gola grattata. Non sentiva sete né stanchezza. Come a caccia, sempre vigile e in allerta. Attenta a dosare le forze, a non disperdere le energie. Per poter agire quando arriva il momento, quando si individua quello giusto…il tempo scorreva, sigaretta dopo sigaretta, lo scampanellio della porta a richiamarla ogni volta…e finalmente lui entrò.

Di Giulia Caravaggi e firmato Alice Nearco Sabelle.

 

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Inaugurata A Milano La Mostra “artColorBike” http://www.sonda.life/arte-cultura/inaugurata-la-mostra-artcolorbike-a-palazzo-moriggia-aperta-al-pubblico-fino-al-22-aprile/ http://www.sonda.life/arte-cultura/inaugurata-la-mostra-artcolorbike-a-palazzo-moriggia-aperta-al-pubblico-fino-al-22-aprile/#respond Fri, 20 Apr 2018 10:02:12 +0000 http://www.sonda.life/?p=7014 A cura di Margherita Martino

La splendida mostra “artColorBike” ha esordito il 17 aprile a Palazzo Moriggia-Museo del Risorgimento, presentata alla cittadinanza con una partecipata conferenza stampa alla quale ha preso parte anche l’Assessore alla Cultura Filippo Del Corno.

 “La nostra Amministrazione conferma la volontà di perseguire un modello di collaborazione virtuosa tra Istituzioni pubbliche e soggetti privati per la diffusione di arte e cultura. È importante che questo accada in un momento di forte attrattività come il Salone del Mobile e la Milano Design Week, che pongono Milano al centro della ribalta internazionale, confermando la caratura sempre più internazionale della nostra città”, dichiara Filippo Del Corno, assessore alla Cultura del Comune di Milano “Ed è bello e di grande soddisfazione che i molti valori condivisibili di artColorbike siano promossi dai giovani studenti artisti dell’Accademia di Brera: la loro energia è sicuramente uno stimolo per proseguire in questa direzione”.

da sinistra Assessore Filippo Del Corno Professore Stefano Pizzi Accademia Belle Arti di Brera Claudia Notargiacomo artColorBike Vieri Barsotti Contexto.

Il progetto artColorBike utilizza l’arte come strumento sociale e coinvolge Istituzioni e aziende che insieme intendano promuovere valori condivisi quali il rispetto dell’ambiente, i consumi consapevoli e la mobilità sostenibile, lavorando per una società più in armonia con la vita e la natura.

L’idea alla base dell’iniziativa è semplice: trasformare 12 biciclette da rottamare in 12 opere d’arte, grazie al coinvolgimento di altrettanti giovani studenti dell’Accademia di Belle Arti di Brera, che hanno colto l’occasione per mettersi alla prova su oggetti che sembrerebbero ormai arrivati “a fine corsa”, ma che attraverso l’arte hanno acquisito una nuova funzione e un nuovo modo di essere. Dany Vescovi è il docente che ha guidato i ragazzi in un’esperienza avventurosa ed emozionante, ma coerente con il loro percorso artistico individuale.

La bicicletta diventa così una potente metafora dell’esistenza nella sua dimensione più dinamica e processuale. Cosa significa vivere se non trasformarsi continuamente e trovare risposte sempre nuove all’obsolescenza incalzante, rifunzionalizzando ciò che con il passare del tempo non può più servire i suoi scopi originari?

Ricordi e sensazioni, esplosioni cromatiche, motivi decorativi che strizzano l’occhio al design e operazioni più concettuali che, senza rinunciare alla dimensione sensoriale, stimolano riflessioni sulla caducità della vita e sulla ricerca dell’amore: queste alcune delle tematiche affrontate dalle opere che è possibile ammirare nel cortile di Palazzo Moriggia.

ArtColorBike è un progetto che nasce nell’agenzia di comunicazione e servizi editoriali Contexto, in collaborazione con l’Accademia delle Belle Arti di Brera e il Comune di Milano e con il sostegno di Oikos – azienda italiana specializzata nella produzione di pitture ecologiche.

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Spazi occupati: Ovvero La Differenza Tra Illegalità Ed Etica http://www.sonda.life/in-evidenza/spazi-occupati-ovvero-la-differenza-tra-illegalita-ed-etica/ http://www.sonda.life/in-evidenza/spazi-occupati-ovvero-la-differenza-tra-illegalita-ed-etica/#respond Mon, 16 Apr 2018 07:46:16 +0000 http://www.sonda.life/?p=7011 Di Maurizio Anelli

 

C’è una città dentro ogni città, una matrioska che tende all’infinito. C’è una città ordinata e preordinata, sempre in fila per tre che decide di restare chiusa dentro una scatola che viene aperta nei giorni comandati e rinchiusa dentro l’armadio per i giorni che restano. Poi c’è un’altra città, capace di vivere l’emozione di saltare fuori dalla scatola ogni giorno. E ogni giorno cerca una strada da camminare insieme con gli altri, cercando chi quel pezzo di strada abbia voglia di condividerlo. E quei compagni di strada piano piano diventano una comunità, una moltitudine che cresce. Cresce non tanto e non solo come numero, ma cresce come coscienza di sé e come consapevolezza che ogni fragilità può trasformarsi e diventare forza quando la volontà di condividere fatica, entusiasmo, qualche vittoria e molte sconfitte, supera la paura di esistere e di restare in fila per tre. Spesso i veri padroni delle città, più o meno dichiarati e più o meno occulti, sono i grandi gruppi immobiliari, le banche, soggetti capaci di fiutare la speculazione in ogni tempo e in qualunque situazione. Nel 1963 un film di Francesco Rosi parlava al Paese della speculazione edilizia nell’Italia degli anni del miracolo economico: “Le mani sulla Città” era il titolo del film. Sono passati tanti anni da quei giorni ma poco o nulla è cambiato. Milano, come tante altre città, è un puzzle di spazi dismessi, abbandonati lasciati al degrado del tempo e dell’indifferenza. Fabbriche dismesse e mai bonificate, edifici lasciati e dimenticati da tutti in attesa che il loro prezzo di mercato lieviti e in attesa del momento giusto per la speculazione vincente.

In questo deserto dove spicca la latitanza delle Istituzioni e del senso civico, succede che quegli spazi siano occupati da chi prova a dare un valore a mura svuotate di ogni significato. Vengono spese energie, tempo, fatica e poi … un giorno alla volta quegli spazi riacquistano vita, dignità. Diventano angoli di umanità e punti di accoglienza, riprendono un colore che assomiglia alla voglia di fare, di agire. Diventano spazi aperti alla città, diventano un “bene comune”. Diventano spazi occupati e, per quella parte di città sempre in fila per tre che decide di restare chiusa dentro una scatola, occupare è illegale. Ma qual è la linea di confine fra la legalità e la moralità? Non parlo di “moralismo” ma di moralità che è una cosa ben diversa… quando una fabbrica decide di chiudere la propria storia o di trasferirla altrove e abbandona i propri capannoni dismessi per anni e magari quei capannoni portano dentro di sé un carico di amianto, di scorie tossiche e nocive, è forse un atto di legalità e moralmente accettabile ? A Sesto San Giovanni i resti dei capannoni di fabbriche storiche come la Magneti Marelli sono rimasti per anni in uno stato di degrado e di abbandono, come un fantasma che aleggiava sulla città. Ma è solo un esempio, uno dei tanti.

Affori è un quartiere della periferia nord di Milano. Ad Affori c’è un vecchio edificio che una volta era sede di una banca: la BNL. Tredici anni fa, mese più mese meno, BNL abbandona quello stabile. Nessuno se ne prende cura per più di dieci anni; è una storia di fallimenti, d’imbrogli e di debiti. Poi, nel maggio del 2014, qualcuno decide che quello spazio può diventare qualcosa d’importante, di utile. Quel qualcuno è il collettivo di “Ri-Make”. Rinasce un pezzo di quartiere e quello che era uno spazio vuoto si riempie, ogni giorno e ogni sera. Lentamente il quartiere accetta e apprezza lo sforzo di chi non si arrende al vuoto e alle ragnatele. Oggi quel NON-LUOGO è uno spazio vivo, solidale e ricco di dignità e cooperazione, uno spazio che non guarda alle logiche del mercato e dichiara tutti i giorni la sua lotta al razzismo e all’intolleranza dimostrando che accoglienza è una parola ancora possibile da pronunciare. Tutto questo ha mille facce, per esempio quella dei ragazzi dell’associazione Mshikamano, che significa solidarietà. Nell’Italia di oggi, dove razzismo e intolleranza rialzano la testa, a Ri-Make la solidarietà si respira a pieni polmoni. I ragazzi di Mshikamano lavorano con impegno ed entusiasmo, e con il sorriso di chi sa che tutto deve essere conquistato con fatica e tanto coraggio. Loro ne hanno da vendere e Ri-Make diventa una possibilità, una porta aperta. Eppure questa porta ha i giorni contati e rischia di essere chiusa. Perché occupa uno spazio abbandonato, per questo è giudicato illegale e questo Paese non tollera l’illegalità quando non arriva dai potenti e dai padroni della Città. Così, dopo tredici anni, decide di intervenire.

Foto di Maurizio Anelli

 

https://www.change.org/p/comune-di-milano-ri-make-%C3%A8-un-bene-comune-difendiamolo

C’è un’altra storia dietro l’angolo di Milano. È la storia della Maflow, a Trezzano sul Naviglio, un tempo fabbrica con oltre trecento dipendenti. Produceva componenti per automobili ed è stata chiusa nel 2010. Anche questa è una storia di finanza d’assalto, di mani sporche o sbagliate. Una storia di passaggi di proprietà, di fallimenti e di debiti e riguarda una fabbrica che un tempo era un modello produttivo. Oggi, quello che resta di Maflow è nelle mani di una parte dei lavoratori, nella maggioranza dei casi si tratta di lavoratori licenziati dalla Maflow e che si sono costituiti in cooperativa.  Oggi è Ri-Maflow. È qualcosa che prova a Ri-nascere, a Ri-costruire, a Ri-partire. Non è facile e non lo sarà in futuro. Non producono più componenti per automobili, fanno altro: botteghe artigianali, una biblioteca, recupero e riciclo materiali, gruppi d’acquisto solidale. Hanno costruito un tessuto sociale  con le proprie forze, impegnato risorse anche economiche per rimettere in sesto i capannoni: dalla coibentazione alla presentazione al Comune di Trezzano sul Naviglio di un progetto di bonifica del sito . I lavoratori di Ri-Maflow ricordano a tutti che senza la loro occupazione e il loro impegno quel luogo sarebbe l’ennesimo scheletro industriale di questo Paese. Ma anche Ri-Maflow ha un difetto d’origine: occupa uno spazio e la legge non lo consente. Il futuro racconterà un’estate di trattative difficili fra la cooperativa e la prefettura, il Comune e la proprietà dei muri che anche in questo caso è una banca.

http://www.repubblica.it/solidarieta/cooperazione/2014/11/19/news/la_storia_di_rimaflow-100918928/

C’è una città dentro ogni città, una matrioska che tende all’infinito. Dentro questa matrioska ognuno deve scegliere da che parte stare e in questa scelta le parole hanno sempre un peso specifico: legalità, moralità, etica… ognuna di loro influisce, intacca, ferisce e fa male quando è usata a senso unico. Ognuna di loro determina la vita delle persone e ne decide il futuro. Ognuna di loro ha bisogno di attenzione e di rispetto e tutto questo spesso manca nel giudizio collettivo. C’è una città ordinata e preordinata, e sempre in fila per tre, che guarda sempre con astio e fastidio verso chi occupa gli spazi abbandonati e spesso lo fa con l’antico pregiudizio di chi sta sempre dalla parte del più forte. Spesso il più forte è quello che ha più soldi, più potere. Spesso è il padrone della città e le sue mani arrivano ovunque, come tentacoli.

Dentro la matrioska ognuno deve scegliere da che parte stare ed io scelgo Ri-Make, scelgo Ri-Maflow e sceglierò sempre chi pensa che uno spazio abbandonato sia uno spazio da utilizzare e trasformare. Non è un invito all’illegalità, è solo un’idea diversa da quella dominante. L’uomo non è nato per abbandonare, l’uomo è nato per costruire e, quando è necessario, Ri-costruire.

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Luci E Ombre Sul Multilateralismo http://www.sonda.life/in-evidenza/luci-e-ombre-sul-multilateralismo/ http://www.sonda.life/in-evidenza/luci-e-ombre-sul-multilateralismo/#respond Mon, 16 Apr 2018 07:37:14 +0000 http://www.sonda.life/?p=7006 Di Alfredo Luis Somoza

 

Tra le vittime della grande crisi economica iniziata nel 2008 c’è sicuramente il multilateralismo. Almeno, il multilateralismo inteso come l’armonizzazione regionale dei mercati delle merci, dei servizi e dei capitali in preparazione di un unico mercato mondiale, secondo l’orizzonte prospettato dal WTO: una realtà che già esiste nell’Unione Europea, nel Nafta e nel Mercosur, dove le merci girano senza dazi né barriere, anche se, nel caso del Nafta, lo stesso non vale per le persone. La presidenza Obama si era congedata con la fine dei negoziati per un grande accordo regionale (cioè il TPP, l’area di libero scambio di 12 Stati dell’area del Pacifico), e con il TTIP con l’Unione Europea in discussione. La presidenza di Donald Trump ha ribaltato il tavolo cambiando radicalmente strategia, passando dalla costruzione di aree di libero scambio che escludessero la Cina all’isolazionismo e alle ritorsioni per equilibrare la bilancia degli scambi laddove questa pende a sfavore di Washington.

Per questo le comunità multilaterali non interessano a Trump, perché portano benefici a tutte le parti in gioco e non modificano, se non di poco, il saldo finale. Il TPP ha subito un duro colpo da quando gli USA si sono ritirati, ma gli altri Stati del “club” hanno deciso di continuare lo stesso da soli. Trattandosi di un’area di Paesi del Pacifico, è scontato che la Cina proverà a subentrare alla potenza americana. Il TTIP pareva morto e sepolto, ma a sorpresa il segretario statunitense al Commercio Wilbur Ross ha comunicato alla commissaria europea al Commercio, Cecilia Malmström, di essere pronto a chiedere al suo Parlamento un mandato negoziale per riaprire le trattative. È più una minaccia che una prospettiva di cooperazione: per Trump la ripresa del negoziato TTIP significherebbe tornare a insistere su quei punti che hanno precedentemente stoppato il dialogo, per esempio le questioni dell’agroalimentare e della giustizia, per poi ritenersi libero di applicare dazi e penalità all’Europa rea di non voler accettare la sua “generosa offerta”.

Dunque il negoziato, come affermava il Comitato No TTIP, non era davvero su un binario morto, e oggi potrebbe preludere a una vera e propria guerra commerciale. I contenuti critici del TTIP non riguardano più solo il principio di precauzione sull’alimentare, gli OGM o i tribunali privati. Ora quel trattato potrebbe diventare una clava da usare contro l’Unione Europea perché si adegui ai bisogni dell’inquilino della Casa Bianca. Trump deve disperatamente portare a casa risultati prima delle elezioni di midterm (cioè di metà mandato) che daranno un segnale forte per capire se la sua avventura si concluderà tra due anni oppure tra sei.

Se il trumpismo non sarà un fenomeno destinato a scomparire a breve, l’Europa dovrà rivedere le sue priorità da subito e immaginare un suo posizionamento nel mondo a prescindere da Washington. Il Mercosur sudamericano aspetta da 15 anni la firma di un accordo di libero scambio e in Africa, proprio la settimana scorsa, è nata l’African Continental Trade Area, formata da 44 Stati che elimineranno il 90% di dazi e tasse sulle merci africane e apriranno alla libera circolazione delle persone. Il futuro del multilateralismo, ai tempi dello sbando statunitense, passa sempre di più dai Paesi che fino a poco tempo fa erano ermeticamente chiusi: in questo mondo alla rovescia, almeno questa è una buona notizia. Starà all’Europa dimostrare di essere in grado di costruire con questi Paesi rapporti equilibrati e reciprocamente vantaggiosi. C’è spazio per un nuovo multilateralismo che convenga a tutti, soprattutto a quelle aree come l’Africa finora escluse dalla globalizzazione.

https://alfredosomoza.com/

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La Ciclabilità? Un Indicatore Di Qualità Della Vita http://www.sonda.life/in-evidenza/la-ciclabilita-un-indicatore-di-qualita-della-vita/ http://www.sonda.life/in-evidenza/la-ciclabilita-un-indicatore-di-qualita-della-vita/#respond Mon, 16 Apr 2018 07:34:28 +0000 http://www.sonda.life/?p=7003 È appena stata pubblicata l’ultima edizione dell’indice universalmente riconosciuto per la qualità della vita, elaborato da Mercer, società di consulenza per diverse aziende. E, ancora una volta, in cima alla lista, ci sono molte città che amano le biciclette.

Valutare la vivibilità complessiva di una città non è un compito facile, poiché i fattori che contribuiscono a una “buona vita” sono così numerosi e così diversi.

Mercer è attualmente il principale fornitore di dati sulla qualità della vita per i dipendenti inviati a lavorare all’estero, e la sua classifica sulla qualità della vita è una preziosa (e apprezzata) pubblicazione. Il clima, la facilità di comunicazione e la lontananza fisica influenzano il successo di un incarico all’estero e le buone condizioni di mobilità sono sempre fondamentali per una vita di buona qualità.

Non sorprende constatare che la Top 10 delle città più vivibili al mondo presenta diversi membri della rete Città e regioni per ciclisti (CRfC) e ospiti di Velo-city. Chiaramente, il grado di ciclabilità fa la differenza quando si sceglie il posto migliore in cui vivere!

Di seguito l’elenco delle prime dieci città:

  • Vienna (AT), membro di CRfC e ospite dell’edizione di Velo-city del  2013
  • Zürich (CH)
  • Auckland (NZ)
  • Munich (DE), membro di CRfC
  • Vancouver (CA), ospite dell’edizione di Velo-city del 2012
  • Düsseldorf (DE)
  • Frankfurt (DE)
  • Geneva (CH)
  • Copenhagen (DK), membro di CRfC e ospite dell’edizione di Velo-city del 2010
  • Basel (CH), membro di CRfC

Questo dimostra chiaramente che le città che investono nella ciclabilità e fanno della mobilità attiva una priorità nella designazione dello spazio pubblico sono luoghi molto attraenti per vivere e lavorare a causa dell’alta qualità della vita che offrono.Nella classifica le uniche due città italiane sono Milano, al 42° posto, seguita da Roma al 57°, città dove siamo ancora lontani dai livelli di ciclabilità delle prime dieci.

http://www.fiab-onlus.it/bici/notizie/notizie-varie/news-varie/item/1958-ciclabilita-qualita-vita.html

 

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La Lettura Del Mese http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-28/ http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-28/#respond Mon, 16 Apr 2018 07:31:42 +0000 http://www.sonda.life/?p=6999

T.B. Kennington (1856-1916), Lady Reading by a Window (ca.1911)

TRACCE DI CINEMA TRA LE RIGHE

 

Peter Handke, La donna mancina (GARZANTI)

 

Emir Kusturica, Lungo la Via Lattea (FELTRINELLI)

 

 

“Cominciò a parlare, ad alta voce: «Pensate quel che volete. Quanto più credete di poter dire di me, tanto più io mi sento libera da voi. Delle volte ho come l’impressione che quel che di nuovo si sa della gente, già non sia più valido. Se in futuro qualcuno mi spiegherà come sono, anche se vuole lusingarmi o incoraggiarmi, respingerò questa sfacciataggine». Stirò le braccia: sotto l’ascella il pullover aveva un buco; lei ci infilò un dito.

Proprio come quel dito infilato nel buco: innocuo, quasi ingenuo…ma mica tanto, non è vero?

Così è questo romanzo breve scritto da Peter Handke nei primi mesi del 1976.

Che alla fine cita il Goethe de Le affinità elettive di più di un secolo e mezzo prima: «Così continuano tutti insieme, ognuno a suo modo, la vita quotidiana, chi riflettendoci e chi no; tutto sembra andare per la via usata, così come, in casi straordinari dove tutto è in gioco, si continua a vivere come se di nulla si trattasse».

E La donna mancina potrebbe di questa conclusione essere la premessa, così come la smentita, il tentativo di sfuggire a quel flusso, senza combatterlo o contestarlo, ma semplicemente sgusciandone fuori…semplicemente?

Girare a sinistra (“«Quel che mi disturba di questa casa sono le curve che si devono fare per andare da una stanza all’altra: sempre ad angolo retto e per giunta sempre a sinistra. Non so perché questo mi infastidisca tanto; anzi, è addirittura un tormento».”): è possibile un incontro girando sempre a sinistra?

Per vedersi l’un l’altro è necessario trovarsi “in mezzo agli altri”? Per riconoscersi è necessario essere “IN UN CONTINENTE STRANIERO”?

Bisogna “tradirsi” per “lasciare un messaggio” e farsi capire?

Oppure è davvero meglio imparare a stare soli, prima di tutto, e (ri)prendere una propria forma. Come dice l’editore: «Scriva di questo, Marianne. Altrimenti, un giorno o l’altro lei non ci sarà più».

Scrivere, tracciare un segno, disegnare: “ (…) dapprima i suoi piedi sulla sedia, poi l’ambiente,la finestra, il cielo, stellato che mutava col passare della notte: ogni oggetto nei suoi particolari. Non disegnava con slancio, ma con tremore e incertezza; però di tanto in tanto le riusciva qualche segno ininterrotto, quasi di slancio. Trascorsero ore, prima che deponesse il foglio. Allora lo guardava a lungo; e poi riprese a disegnare.

Scarno fino all’osso, eppure non qui non manca nulla: l’ Uomo e la Donna, il Padre e la Madre, il Figlio, l’Amica e l’Amante, gli Incontri della Vita, il Lavoro e la Casa, la Città e il Quartiere, la Via, i Negozi e la Spesa, le Strade e il Bosco, i Sentieri, il Cielo, il Paesaggio e gli Alberi, i Pensieri, i SENTIMENTI e per questi non c’è bisogno di Parole che definiscano, ci sono e basta.

Non potrebbe essere altrimenti, quindi inutile dar loro un nome. Chiamarli non serve.

Basta stare attaccati all’osso e lasciar scorrere le frasi, come la vita: ineluttabili, eppure così importanti? Inevitabili, indispensabili, VITALI.

Peter Handke riesce a dare una voce a tutto ciò.

 

 

 

Ma, avendo fatto le scelte che ha fatto, forse per mancanza di immaginazione politica, Kusta si è ritrovato da solo, senza nessuno che contenesse le sue eccessive ambizioni, la sua violenza repressa e i suoi sentimenti. Egli è dotato di un talento naturale, privo di grande cultura, ma per niente ingenuo, e di un’enorme forza creativa. (…) Non ha saputo forse coltivarlo ed evolversi? Ma questo non ha importanza. Lui ha i suoi effetti cinematografici spettacolari, sufficienti ad incantare molti (…)”.

Così la filosofa Rada Iveković commentava Underground, film Palma d’oro a Cannes nel 1995.

Nel suo saggio di psico-politica, Autopsia dei Balcani, uscito qualche anno dopo, inserisce un’analisi del cinema di Emir Kusturica nel capitolo intitolato La “locanda balcanica” come concetto filosofico. Dove conclude che: “la sola cosa veramente interessante del film è la non-intenzionalità, l’inconscio intessuto nella narrazione e proiettato sui personaggi stereotipati.

Un inconscio che la così detta “locanda balcanica” appunto riassume: “(…) laddove il fango è più alto (…) si biasimano soprattutto i costumi cittadini, quelli dei vicini; ci si nutre ancora di gelosie e d’invidie contadine, accompagnate da cattiveria gratuita (…). Che crepi la vacca del vicino, perché dovrebbe avere più possibilità di me? […] La locanda balcanica (ma che non è solo balcanica) non sopporta le correnti d’aria, le finestre aperte, il silenzio o i troppi scambi, come non tollera ciò che minaccia le sue acque stagnanti. Vi è un fumo denso. L’opinione “pubblica”, che in essa si forma, è l’immagine della sua società, ossia di una società degradata e in preda a ogni tipo di violenza.

Sono passati tanti anni ma Kusturica non sembra essere riuscito ad aprire questo cerchio magico e a spezzare l’incantesimo.

Il primo racconto contenuto in Lungo la Via Lattea è Cento dolori, che è anche il titolo originale del libro: Sto Jada.

Ma Cento dolori è la VITA stessa nelle riflessioni dolci e amare di un ragazzino che deve ancora diventare grande, ma che forse non ci riuscirà mai.

Ancorato a se stesso come le rocce più pesanti sul fondo del fiume: “Così anche lui desiderava che la vita lo trasportasse lungo una corrente spettacolare, che il vento che assomiglia ai desideri umani gli portasse qualche novità e gli cambiasse radicalmente la vita. Proprio come le correnti e i venti cambiano la superficie della Neretva!

Nel racconto Lungo la Via Lattea, che chiude invece la raccolta ed è quasi il seguito ideale di Cento dolori, il protagonista si trova alla fine inchiodato in una maledetta routine, costretto a ripercorrere ogni giorno la stessa strada lungo la quale si susseguono eventi fortemente simbolici della vita dell’uomo: un matrimonio, un funerale e una nascita.

Per poi ascendere, sotto il peso di una colpa non meglio delineata, supino e poi addirittura a ritroso, strisciando, una ripida montagna. Solo per ricominciare tutto da capo il giorno dopo: “Il percorso gli era stato imposto dalla sua storia e dalle sventure nate da essa. Kosta sapeva che era quella strada a mantenerlo in vita!

 

A cura di Giulia Caravaggi

 

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Un’altra Storia http://www.sonda.life/in-evidenza/unaltra-storia-2/ http://www.sonda.life/in-evidenza/unaltra-storia-2/#respond Mon, 16 Apr 2018 07:27:59 +0000 http://www.sonda.life/?p=6996

Henri Matisse, Les tapis rouges (Nature morte au tapis rouge) (1906)

Un racconto inedito

Atto Secondo

 

A cura di Giulia Caravaggi e firmato Alice Nearco Sabelle.

 

Mi sveglio di soprassalto al suono di quello che sembra uno sparo. L’eco rimbomba ancora nell’aria, e nel sangue. Sudato, questa volta ho freddo.

Un incubo. C’eri anche tu e restavi a guardare. Mi resta appiccicato addosso e fatico a mandarlo via. Finché un altro tuono mi fa sobbalzare. Il colpo di grazia. Anche nel sogno la terra era bagnata sotto i piedi…strane coincidenze, reminiscenze, quasi predizioni.

Mi tiro a sedere e appoggio i piedi per terra. La testa tra le mani, chiudo gli occhi e i pensieri corrono come impazziti alla ricerca di una via di fuga, un’uscita di sicurezza, un modo per salvarmi. È automatico, istinto di sopravvivenza. Eppure so perfettamente che cosa mi aspetta. So di essere in trappola. Che tutto ciò che la mia mente cerca, non esiste. Che non ho le risposte alle loro domande, o che quelle che ho non sono quelle giuste, ciò che loro vogliono sentirsi dire. La prima volta mi ha preso il panico. Sentirmi così, come un animale braccato. Ora non ci casco più. Sono troppo stanco, forse. O rassegnato. Va bene così, non mi interessa.

Sul tavolino basso di fronte a me, il disordine delle migliori occasioni: piatti sporchi, un paio di bicchieri lasciati a metà, resti di cibo e un posacenere pieno. Alla ricerca di un goccio d’acqua incappo in qualcosa di troppo forte. Mi raschia la gola, tossisco e la testa rintrona dall’interno come una campana. Come il temporale là fuori, o lo sparo nel sonno. Le idee sbattono inermi contro le pareti della scatola cranica.

Ora piove proprio. Improvvisamente distinguo chiaramente il rumore che proviene dalla finestra socchiusa, in cucina. Da qui la vedo appena oltre la porta e sento il ticchettio dell’orologio nascosto dietro la parete. È l’unica cosa che c’è di mio in tutto l’appartamento, a parte i vestiti e qualche libro. È anche l’unica cosa che mi sono portato via da casa quando me ne sono andato dopo la morte della nonna. Stava nella sua di cucina, prima. Niente di che davvero. Solo un banalissimo orologio da ufficio. Rotondo, dalla cornice spessa e lucida nera, come i numeri grandi sullo sfondo bianco. Uno di quegli orologi un bel po’ rumorosi…nel suo insolente e sprezzante procedere, è diventato una presenza quasi rassicurante per me.

 

Quel pomeriggio quando io e la nonna siamo arrivati nel cortile del capannone dove stava l’officina. Io venivo da scuola e lei da casa. Avevo pedalato veloce, lei doveva aver corso. Tutti e due con il fiatone e rossi in viso. Era inizio estate e faceva già caldo. I miei ultimi giorni di scuola. Ho lasciato cadere la bicicletta rossa e lei mi ha preso per mano. Ricordo che era ancora in ciabatte e che quando me ne sono accorto mi ha fatto una pena infinita. E subito mi sono vergognato di quel sentimento. E tutto mi è sembrato così triste.

Ci avevano avvertito, lei una vicina chiamata dal marito, io da un compagno di scuola: è stato quel che si dice un incidente sul lavoro. Quando siamo entrati nello stanzone, nel silenzio si sentiva solo l’orologio. Non riesco a ricordare quasi nient’altro. Non il corpo del nonno riverso a terra, non i suoi colleghi seduti tutt’attorno con la testa tra le mani, non i poliziotti con l’aria di dover risolvere chissà quale mistero…non so neanche quanto tempo siamo rimasti lì in piedi, io e la nonna. Mano nella mano. Senza piangere. Senza urlare. Senza dire nulla. Respirando forte per la fretta di arrivare mentre il sudore iniziava a colarci piano sulla fronte e sotto le ascelle, bagnandoci il collo e la schiena.

So che non riuscivo a distogliere gli occhi dall’orologio là in alto sulla parete, come poco prima dalle ciabatte della nonna…finché è stata lei proprio lei a muoversi. Ha sollevato lo sguardo dal corpo del nonno steso a terra, e deve essersi girata verso di me, e visto cosa fissavo. Allora si è guardata attorno alla ricerca di qualcosa, ha preso una scala, l’ha appoggiata al muro, ci è salita sopra, sempre con le sue ciabatte e la gonna da cui si vedeva sporgere la sottoveste gialla sbiadita, ha staccato l’orologio che continuava a battere ed è scesa. Non una parola. Mi è venuta incontro, mi ha ripreso per mano e siamo andati via. Tutto qui. Siamo tornati a casa a piedi, con calma. La bicicletta è rimasta là. Per terra.

 

Se è stato a suo modo un gesto d’amore non saprei. L’orologio è stato appeso nella cucina della  nonna fino al giorno in cui anche lei è morta. Sono stato io a trovarla, l’arrosto pronto ancora sul fuoco, il sugo che ormai si era rappreso sul fondo. E l’orologio era là a risuonare di nuovo nel silenzio immobile della stanza. Ho finito per ripetere i suoi stessi gesti di quel giorno di tanti anni prima. E me ne sono andato per venire qui.

E ora sto piangendo, come un bambino. Come non ho mai fatto prima. I singhiozzi quasi non mi fanno respirare. Rischio di strozzarmi mentre sussulto, e non riesco lo stesso a fermarmi. Non penso più a niente, o tutto insieme contemporaneamente. E mi lascio piangere mentre aspetto che passi…

 

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Gaza La Lampada E L’Indifferenza http://www.sonda.life/in-evidenza/gaza-la-lampada-e-lindifferenza/ http://www.sonda.life/in-evidenza/gaza-la-lampada-e-lindifferenza/#respond Mon, 09 Apr 2018 11:19:36 +0000 http://www.sonda.life/?p=6991 Di Maurizio Anelli

 

Il mondo guarda, distratto e silente, quasi infastidito e a quel punto l’indifferenza diventa complicità. Quanto sta succedendo nella Striscia di Gaza riporta indietro nel tempo e racconta che quando la Comunità internazionale stabilisce che un popolo non ha diritto alla dignità quel popolo rimane da solo. E da solo deve combattere una battaglia impossibile, destinata a durare nel tempo e capace di cancellare intere generazioni. Ma continua a lottare. L’estate del 1982 stava finendo e alla periferia di Beirut, nel quartiere di Sabra, si stava preparando con cura il massacro del campo profughi palestinese di Shatila. Nel dicembre dello stesso anno, l’Assemblea generale delle Nazioni Uniti, dichiarerà che quello compiuto a Sabra e Shatila è stato un atto di genocidio. Quel genocidio ha avuto tanti padri: l’indifferenza del mondo, le milizie cristiano-falangiste e l’esercito libanese, lo Stato di Israele e il suo esercito comandato da Ariel Sharon, il generale di ferro, l’uomo dell’operazione “Pace in Galilea” con l’invasione del Libano meridionale. A Sabra e Shatila morirono in migliaia, mi sono chiesto tante volte quanti bambini siano sopravvissuti a quell’inferno per poi conoscere, da adulti, un’altra Via Crucis: la Striscia di Gaza e l’operazione “Piombo fuso” del dicembre del 2009. Spettrali, quasi demoniaci, i nomi che Israele sceglie per le proprie operazioni militari di pulizia etnica: Pace in Galilea, Piombo fuso. Il cielo sopra la striscia di Gaza vomitò tutto quello che serviva per uccidere: razzi, missili, bombe. Il mondo, ancora una volta, decise di non vedere. Prima e dopo Sabra e Shatila, prima e dopo Gaza, solo e sempre una quotidiana lotta di sopravvivenza. Nessun diritto per il popolo palestinese, solo spazi sempre più ristretti di libertà ai margini delle città, dei campi profughi.  Israele detta le condizioni, il mondo lascia fare. Forse è un tardivo senso di colpa per le responsabilità del novecento, la comunità internazionale acconsente ma quel conto non può essere pagato dal popolo palestinese. Penso a Gaza e la mente mi tira per i capelli e mi riporta a chi Gaza l’ha vissuta, amata, raccontata: Vittorio Arrigoni, Vik. Ci sono Uomini che non hanno mai girato la testa dall’altra parte, ci sono Uomini che la vita ha mantenuto umani e il loro nome, il loro volto e il loro sorriso diventano un simbolo capace di resistere al tempo perché il loro tempo è stato dedicato alla vita, nel senso più nobile del termine. Oggi lui sarebbe ancora lì, ostinato e dolce racconterebbe al mondo quello che il mondo non vuole sentirsi raccontare. Racconterebbe che oggi l’inferno continua e nelle fiamme di questi giorni è morto Yaser Murtaja. Era nella striscia di Gaza per testimoniare quel massacro con le sue fotografie e i suoi video. Aveva solo trent’anni e aveva armi di precisione che arrivano ovunque e che per questo fanno paura: macchina fotografica, cinepresa e un cuore grande.

http://www.radiopopolare.it/2018/04/ucciso-giornalista-a-gaza-chi-era-yaser-murtaja/

Vignetta di Gianluca Foglia, detto (Fogliazza)

 

D’altra parte il mondo ha altri pensieri che lo tengono occupato, non si può ignorare solo quello che succede a Gaza. Ci sono altri posti, altre storie che devono essere ignorate … altre miserie da non vedere. Esiste un altro popolo di cui non si racconta nei dettagli il massacro: è il popolo curdo. E al tempo stesso non si può calcare la mano con chi spara al popolo curdo perché potrebbe avere un peso specifico sempre più importante nell’Europa e nel mondo di domani: Recep Tayyip Erdoğan, presidente della Turchia. Erdogan va tutelato, ascoltato, accolto come un capo di Stato. Poi un giorno si potrà scaricare come già accaduto ad altri califfi di altri paesi, com’è già successo con Gheddafi o con Saddam Hussein, solo per fare qualche esempio. Ma oggi no, oggi Erdogan non si può discutere.

Sì, c’è tanta carne al fuoco in questa epoca e non si può stare dietro a tutto. C’è un mediterraneo che ogni giorno scarica anime e barconi, ci sono i “Caronte” libici con cui si sono stretti accordi precisi e che non si possono eludere così … su due piedi. È molto più semplice perseguire le ONG che salvano vite in mare e studiare per loro i giusti capi d’imputazione: salvataggio, solidarietà, accoglienza. È un lavoro sporco, ma qualcuno lo deve pur fare: stare lì per ore a consultare codici penali e interpretare leggi per riuscire a trovare l’accusa che può essere formulata nei confronti di questi sovversivi che pretendono di salvare profughi … pardon, clandestini. E poi ci sono i sentieri che da Bardonecchia portano alla Francia, per un estremo viaggio della speranza. Quei sentieri vanno pattugliati con attenzione, non si può permettere che qualcuno osi sfidare il freddo e la neve per cercare un’ipotesi di vita degna e migliore della schiavitù e della miseria. A volte capita addirittura che una donna incinta provi a percorrerli e che una mano umana la tragga in salvo. E allora deve scattare, esemplare e immediata, l’applicazione della legge.

E infine ci siamo noi, il paese dove tutto sembra possibile. Il Paese in cui lo Stato chiede allo Stato di pagare i danni d’immagine che Uomini dello Stato hanno causato. https://www.huffingtonpost.it/2018/04/06/per-i-pestaggi-di-bolzaneto-lo-stato-chiede-alla-polizia-6-milioni-di-euro_a_23404495/

È un paradosso grottesco, quasi incredibile, e invece è tutto vero. Come se lo Stato fosse stato assente in quei giorni di Genova. Non è così, lo Stato in quei giorni era ben presente, partecipe e complice. Così presente e così complice che per anni ha difeso, protetto e tutelato quei servi fedeli responsabili di quella macelleria. Di più: per molti di loro si sono aperte nuove strade, promozioni, carriere ai vertici della Polizia e fuori dalla Polizia in aziende di Stato come Finmeccanica.

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Chi-w-Gianni-De-Gennaro-lo-Squalo-di-Stato-92eed91d-899a-47e8-bbf0-997caecbdeb1.html

http://genova.repubblica.it/cronaca/2017/12/24/news/pezzo_caldarozzi-185042399/

Lo Stato deve salvare le apparenze e l’immagine, ma dopo la macelleria di Genova quell’immagine si è sporcata ancora: Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi … e prima di allora non era certo pulita, prima di allora lo Stato non ha mai risposto delle stragi degli anni settanta, da Portella della Ginestra a Piazza Fontana, con fermate alla piazza di Brescia e alla stazione di Bologna e nel cielo di Ustica. Sono tante le macchie sull’immagine dello Stato, troppe. Ma questo Paese fa parte di quest’Europa che fa parte di questo mondo. E questo mondo ha deciso che non vuole vedere perché non gli conviene. Vedere significherebbe agire e reagire, rompere equilibri, restituire giustizie e dignità. Significherebbe scegliere da che parte stare, parteggiare, essere Partigiani. Oggi tocca alla Striscia di Gaza cadere nell’indifferenza del mondo, in compagnia dei Curdi e delle donne di Kobane, dei migranti, di Aleppo e di Mosul. Ieri è toccato a Srebrenica, a Sarajevo… e prima ancora è toccato a sei milioni di ebrei, agli zingari, agli omosessuali e a tutti i perseguitati del Novecento.

C’era una volta il secolo dei lumi, dove si pensava che il lume della ragione potesse davvero sconfiggere le tenebre in cui l’uomo si era perso. Quel tempo sembra oggi così lontano. Sulle bandiere e nel cuore della Rivoluzione francese erano scritte tre parole che contenevano una magia: liberté, égalité, fraternité. Quella magia oggi è coperta dalla polvere della lampada che le ha rinchiuse nuovamente. Possiamo ancora aprirla quella lampada, ma il tempo stringe. Aprire la lampada, liberare quelle parole e dare una risposta ad altre parole: quelle scritte da Primo Levi alla fine del 1945:

“Voi che vivete sicuri, nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici … Considerate se questo è un uomo”. C’è un solo modo per aprire quella lampada e dare una risposta, basta guardarsi in uno specchio e chiederci se ognuno di noi sta facendo tutto quello che può fare per vivere una vita che sia degna di essere chiamata vita. Servono solo un po’ di coraggio e nessuna ipocrisia, la lampada è li davanti a noi e sta aspettando che si tolga il tappo. Non serve un genio, può e deve farlo l’Uomo.

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Mancate Promesse Digitali http://www.sonda.life/in-evidenza/mancate-promesse-digitali/ http://www.sonda.life/in-evidenza/mancate-promesse-digitali/#respond Mon, 09 Apr 2018 11:12:44 +0000 http://www.sonda.life/?p=6986 Di Alfredo Luis Somoza

 

La conosciamo come “rivoluzione digitale”, ma non si tratta soltanto di una nuova frontiera tecnologica: apre anche altri orizzonti mai raggiunti prima, offrendo la straordinaria possibilità di collegare tra loro le persone in tutto il mondo. Microchip e Internet per la prima volta rendono inutili le frontiere, perché malgrado le barriere erette dai regimi la comunicazione tra le persone è sempre possibile, e senza correre troppi rischi. Per questo i giganti della Silicon Valley hanno puntato per anni sul concetto di libertà, di villaggio globale.

Questa retorica farcita di buoni sentimenti ha svelato pian piano la sua vera identità. È bastato poco tempo per passare dalla totale gratuità alla raccolta pubblicitaria. Ma dopotutto, abbiamo pensato, che problema c’è nel vedere qualche spot quando in cambio ci viene fornito un servizio gratis? Poi sono arrivate le rivelazioni sul modus operandi dei nuovi monopolisti della rete, società con base negli Stati Uniti ma residenti fiscalmente altrove, in quel mare dei Caraibi che fin dai tempi della filibusta offre ottimi nascondigli per il malloppo di chi vuole evitare di essere scoperto o tassato. Con il gioco delle tre tavolette fiscali, società multinazionali di dimensioni globali pagano sui loro profitti meno tasse, in percentuale, di quante ne versa un piccolo commerciante o un artigiano. Società contro le quali non si riesce a competere, perché le loro dimensioni sono tali da strangolare qualsiasi tentativo di concorrenza. Di fatto queste aziende, essendo state le pioniere del settore, non hanno mai avuto veri competitors.

La loro è una potenza costruita anche – anzi, fondamentalmente – con il sostegno dei consumatori. Oggi non è in crisi solo il commercio al dettaglio ma sono sofferenti anche le grandi catene di distribuzione territoriale. Sulla rete si può comprare di tutto e in qualsiasi momento, godendo anche di buoni prezzi dovuti all’economia di scala del venditore. Fin qui si è trattato di una tipica scalata alla vetta del commercio mondiale in un settore che non era regolamentato, un po’ perché del tutto nuovo e un po’ perché la politica a lungo ha venerato questi nuovi soggetti, divenuti i suggeritori di ogni consumatore al mondo.

Sulla carta resta ancora il vantaggio della libertà portata dalla rivoluzione digitale, ma questo è l’ultimo mito che sta crollando. Entrate ormai nella fase matura, le compagnie della rivoluzione che avrebbe dovuto aumentare il tasso di libertà nel mondo stanno cedendo a compromessi per non perdere nuovi e promettenti mercati. Nel 2016 Facebook ha introdotto un sistema che produce l’oscuramento di post provenienti da determinate aree geografiche. Questo per venire incontro ai bisogni della censura cinese, che non permette un uso aperto della rete. Nel febbraio 2018, il gigante Apple ha deciso di trasferire i dati degli utenti cinesi dai suoi device al cloud nazionale, cioè nel database in Cina, controllabile dal governo. In questo modo ha violato la fiducia e i termini contrattuali con i suoi utenti cinesi, i quali avevano sottoscritto un servizio che teneva i loro dati sensibili lontano dai confini nazionali.

Alcuni Paesi, tra cui quelli dell’Unione Europea, stanno correndo ai ripari soprattutto sull’aspetto fiscale, sia pure in grave ritardo. Ma la vicenda di Cambridge Analytics, e cioè la vendita della profilazione degli utenti Facebook per l’invio di pubblicità elettorale mirata, è suonata come l’ennesimo gigantesco campanello d’allarme. Si sta scoprendo ora che la rete e il mondo digitale non sono l’equivalente delle poste, come si diceva qualche anno fa. Sono sì un mezzo, ma hanno il potere di influenzare comportamenti, scelte, modi di pensare. Dietro non c’è un “grande vecchio”, bensì un gruppo di monopolisti che hanno una visione del mondo strumentale al loro business. Queste aziende si battono per evitare gli obblighi che pesano su qualsiasi altro operatore commerciale in nome della “rivoluzione” che esse stesse incarnano. Ma libertà, valori e tutto il resto della vulgata pubblicitaria sono solo la farcitura di questi nuove gigantesche macchine di fare profitti. Che, come quelle vecchie, non arretrano, ma anzi si piegano a qualsiasi tipo di regime, democratico o totalitario. Basta che girino i soldi.

 

https://alfredosomoza.com/

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Autismo: Il Mondo Si E’ Tinto Di Blu, Ancora Per Un Giorno http://www.sonda.life/in-evidenza/autismo-il-mondo-si-e-tinto-di-blu-ancora-per-un-giorno/ http://www.sonda.life/in-evidenza/autismo-il-mondo-si-e-tinto-di-blu-ancora-per-un-giorno/#respond Mon, 09 Apr 2018 11:10:12 +0000 http://www.sonda.life/?p=6982 Di Filippo Nardozza

 

Si è appena celebrata (2 aprile) la Giornata Mondiale della Consapevolezza dell’Autismo. Ancora una volta, tanti i monumenti in giro per il mondo (Italia compresa) che in maniera simbolica sono stati illuminati di blu. Ma quello che si chiede è appunto più consapevolezza della malattia, nell’ottica di una crescente inclusione e contrasto delle discriminazioni. Fino al 15 aprile è attiva anche la campagna social #sfidAutismo18 e la raccolta fondi per la ricerca: tra gli obiettivi, riuscire a individuare la sindrome sempre più precocemente.

 

Blu: tinta “enigmatica (come l’autismo, disturbo che si manifesta fin dalla primissima infanzia con deficit nell’interazione e nella comunicazione e con comportamenti ripetitivi e interessi ristretti); blu, colore che ha il potere di risvegliare il senso di “sicurezza” e il bisogno di “conoscenza”. E’ sulla base di queste motivazioni ufficiali che nel 2007 l’ONU – nell’indire una Giornata per la Consapevolezza dell’Autismo – ha scelto questo colore per rappresentare la diversificata realtà della Sindrome.

E ancora una volta, per l’undicesimo anno consecutivo, lunedì scorso diversi monumenti nel mondo si sono illuminati di blu per marcare la ricorrenza e dare un segnale di attenzione al problema (si spera non limitato al 2 aprile). Anche in Italia, a Roma, con la fontana dei Dioscuri in piazza del Quirinale, con il palazzo del Senato e le caserme dei Vigili del Fuoco, oltre che con il pensiero che Papa Francesco ha rivolto da piazza San Pietro.

“Sicurezza” intesa come possibilità per gli autistici e i loro familiari di vivere un’esistenza libera e allo stesso tempo protetta, nel presente e nel futuro (il “dopo di noi” è la maggiore afflizione per i genitori di persone affette da disabilità, psico-cognitive e fisiche che siano). “Conoscenza” in termini di informazione per cittadini – perché sappiano come comportarsi quando hanno a che fare con un autistico e perché si sentano il meno possibile “immobilizzati” o in imbarazzo in questi contesti – oltre che in termini di ricerca scientifica sulle cause di questo disturbo.

A questo proposito fino al 15 aprile è attiva #sfidAutismo18, campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi che viaggia sui social (l’invito è a renderla virale    postando e condividendo dei video-“urlo”), attraverso sms al numero 45581 e chiamate da telefono fisso. Il tutto a favore della Fia, Fondazione Italiana per l’Autismo, con l’obiettivo di contribuire a migliorare la qualità della vita delle persone con la sindrome e sostenere la ricerca scientifica per individuare sempre più precocemente l’autismo e scoprire nuovi interventi per curarlo, o per rendere più semplice la convivenza con questo compagno di vita spesso difficilmente definibile.

I “numeri” dell’autismo in Italia

Nel nostro Paese l’autismo colpisce tra le 300 e le 500mila persone (1% dei nati). L’ultimo rapporto Istat sull’integrazione degli alunni con disabilità nelle scuole elementari e medie stima il loro numero come pari al 3,1% del totale (86.985 alle elementari e 66.863 alle medie). Di questi il 41,9% nella scuola primaria e il 49,8% nella secondaria di I grado ha una disabilità intellettiva, mentre seguono con il 26% e il 21,4% i disturbi dello sviluppo e del linguaggio.

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Allarme Corruzione: Fenomeno Diffuso Dove Manca La Libertà http://www.sonda.life/in-evidenza/allarme-corruzione-fenomeno-diffuso-dove-manca-la-liberta/ http://www.sonda.life/in-evidenza/allarme-corruzione-fenomeno-diffuso-dove-manca-la-liberta/#respond Mon, 09 Apr 2018 11:01:02 +0000 http://www.sonda.life/?p=6979 Di Giovanni Dato

 

Allarme corruzione in tutto il mondo: è questo lo scenario preoccupante che emerge dalla relazione realizzata da Transparency International, la più importante organizzazione a livello globale (con sede a Berlino) in materia di analisi, studio e contrasto dei fenomeni corruttivi sotto ogni aspetto possible. Secondo i dati pubblicati e contenuti nella relazione, il fenomeno della corruzione sembra aumentare non solo nei Paesi notoriamente corrotti e in difficoltà, ma anche in quelli che hanno sempre “primeggiato” in quanto ad onestà e legalità.

Lo scorso anno (lo studio, infatti, prende in considerazione i dati relativi al 2017), nazioni come Finlandia, Svezia e Danimarca avrebbero sofferto un leggero incremento dei fenomeni corruttivi, tanto da perdere qualche posizione nella classifica stilata dall’organizzazione (che assegna voti da 1 a 100, dove quest’ultimo valore indica il massimo della libertà). Il rapporto inverso tra aumento di corruzione e riduzione della libertà è però quello che più  risalta nell’analisi di Transparency International. Esemplare è il caso delle Filippine: da due anni a questa parte (ovvero dall’elezione a presidente di Rodrigo Duterte), il piccolo Paese asiatico ha visto aumentare la lotta alle organizzazioni o a individui corrotti, spesso però in maniera drastica e brutale.

Pare, infatti, che durante il governo di Duterte ben 10 mila persone abbiano perso la propria vita in quelli che sono stati definiti dei veri e propri “omicidi extragiudiziari”. Nonostante questa battaglia ostinata nel tentativo di ripulire le Filippine dalla corruzione, dalla droga e dalla criminalità, il Paese del “Giustiziere”, come è stato definito, si trova ugualmente in basso alla classifica stilata dalla Transparency International, a dimostrazione che la corruzione esiste e si annida laddove c’è meno libertà o si cerchi di reprimerla uccidendo.

Quel che potrebbe sembrare un controsenso (perché far fuori dei corrotti significherebbe peggiorare la condizione di un Paese?) è in realtà la triste immagine di molte aree del continente asiatico, dove il problema principale è la riduzione della libertà e dei diritti.  I giornalisti e chiunque cerca la verità, in certi paesi, corrono un rischio costantemente alto, al punto che in molte nazioni il numero di giornalisti uccisi è pari ad uno a settimana.
Un dato spaventoso e che preoccupa la stessa organizzazione tedesca che ha lanciato, ancora una volta, appelli accorati affinché questo terribile trend venga fermato una volta per tutte.

Trend che per fortuna sembra essere cambiato proprio in Europa e, in particolare, in Italia: nel corso degli ultimi anni, infatti, il nostro Paese ha scalato diverse posizioni (ben diciotto) nella classifica europea, piazzandosi al 25esimo posto sui 31 paesi con più alta concentrazione di corruzione.  Certo, di strada ce n’è ancora da fare e non è affatto finita qui: se paragonato a tantissimi altri stati europei, il nostro resta sempre quel triste fanalino di coda che tanto fa parlare di sé in maniera negativa. Ad ogni modo, gli interventi della politica più recenti, tra cui la legge Severino, l’istituzione dell’Anac (Autorità Nazionale Anticorruzione) e diverse norme sugli appalti hanno permesso un leggero miglioramento della situazione generale e ciò fa ben sperare per il futuro.

Insomma, per poter sconfiggere la corruzione una volta per tutte (o almeno diminuirne portata ed effetti), l’azione  politica dei diversi governi è necessaria ed urgente: solo con leggi forti (nei limiti del rispetto della dignità e della vita umana, naturalmente), strumenti efficaci e una lotta unita e decisa nei confronti dei fenomeni corruttivi, sarà possibile migliorare ulteriormente la situazione. L’esempio più evidente ce lo mostra proprio l’Italia, sebbene in piccola parte: alcuni piccoli interventi (non del tutto sufficienti, ma comunque positivi) possono già rivelarsi utili. Fermo restando che, prima delle norme, dovrebbe intervenire un cambio culturale che rifiuti già concettualmente la corruzione.

ilmegafono.org

 

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Amazzonia, Legno Illegale E Diritti Violati: La Denuncia Di Greenpeace http://www.sonda.life/in-evidenza/amazzonia-legno-illegale-e-diritti-violati-la-denuncia-di-greenpeace/ http://www.sonda.life/in-evidenza/amazzonia-legno-illegale-e-diritti-violati-la-denuncia-di-greenpeace/#respond Mon, 09 Apr 2018 10:58:41 +0000 http://www.sonda.life/?p=6976 Di Veronica Nicotra

 

Lo scorso 21 marzo è stata la Giornata Internazionale delle Foreste, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Un’occasione per promuovere la consapevolezza sul valore delle foreste e dei sistemi urbani ecosostenibili. A distanza di qualche settimana, Greenpeace redige un nuovo rapporto, intitolato “Alberi immaginari, distruzione reale”, che mette in luce la situazione delle foreste brasiliane. Sembrerebbe che il legname proveniente dall’Amazzonia brasiliana sia legato a violazioni dei diritti dei popoli indigeni, delle comunità locali e delle leggi ambientali del Paese.

Un esempio è l’Ipè, considerato uno dei legni più duri al mondo. Questo materiale è prodotto nello stato brasiliano del Parà e il suo principale impiego è come parquet da esterni. È proprio in questi casi che la mafia del legno può penetrare in profondità nella foresta ai danni di popolazioni indigene, comunità locali e a discapito della biodiversità. Si parla, infatti, di un valore commerciale di 2.500 dollari per metro cubo, una volta trasformato in pavimentazione o rivestimenti.

È stato dimostrato da un’indagine che gli inventari forestali possono essere facilmente falsificati. Non è un caso che venga dichiarata la presenza di un numero di alberi di valore commerciale superiore a quello reale, oppure che delle specie arboree di scarso valore commerciale vengano spacciate per pregiate. Tra marzo 2016 e settembre 2017, undici Paesi dell’Ue hanno importato circa 10 milioni di metri cubi di Ipè dalle aree a rischio.

“Sulla base di questi dati falsificati, le agenzie statali rilasciano dei permessi che autorizzano a tagliare una quantità di Ipè che è di fatto superiore a quella realmente esistente – spiega Martina Borghi, della Campagna foreste di Greenpeace Italia -. In questo modo, gli alberi realmente esistenti vengono tagliati e la mancanza di quelli dichiarati, ma effettivamente inesistenti, viene compensata prelevando Ipè da terre indigene, aree protette o terre pubbliche. I permessi vengono poi consegnati alle segherie, che finiscono quindi per lavorare ed esportare legname tagliato illegalmente”.

L’appello di Greenpeace verso il governo brasiliano e le autorità degli stati dell’Amazzonia brasiliana che producono legname si basa principalmente su tre punti: rimodellare tutti i piani di gestione forestale; interrompere quelli che si basano su inventari forestali fraudolenti; e implementare un sistema di controllo e autorizzazioni che sia veramente trasparente e centralizzato.

ilmegafono.org

 

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Emergency In Sierra Leone http://www.sonda.life/in-evidenza/emergency-in-sierra-leone/ http://www.sonda.life/in-evidenza/emergency-in-sierra-leone/#respond Mon, 09 Apr 2018 10:56:18 +0000 http://www.sonda.life/?p=6972 Il Centro chirurgico di Goderich.

Il Centro, aperto nel 2001, ha un impatto e un’importanza fondamentale per il Paese. Durante l’epidemia di Ebola è stato l’unico ospedale a rimanere sempre aperto, anche quando le strutture della Sierra Leone – soprattutto quelle chirurgiche – sono state chiuse per settimane per paura del contagio.

Il Centro di riferimento per la traumatologia.

Il Centro chirurgico è l’ospedale di riferimento per la traumatologia per l’intera Sierra Leone. Molti pazienti vengono trasferiti a Goderich dagli ospedali delle altre province e a volte anche dai Paesi confinanti.

Inizialmente limitati alla chirurgia d’urgenza e di guerra, i criteri di ammissione sono stati progressivamente ampliati: oggi includono la traumatologia, la chirurgia d’urgenza per la cura di patologie come ernie strozzate o perforazioni intestinali e, compatibilmente con le urgenze, la chirurgia in elezione.

Nel Centro c’è anche una foresteria per accogliere parenti e accompagnatori dei pazienti che arrivano da lontano.

Il programma per le ustioni all’esofago.

Unico in tutto il Paese è il programma per il trattamento delle ustioni all’esofago causate dall’ingestione accidentale di soda caustica, un fenomeno abbastanza comune in un Paese dove il sapone è fabbricato in casa.

“A scuola” in ospedale.

Il nostro lavoro di formazione del personale locale è riconosciuto anche dal ministero della Sanità locale, che ci ha chiesto di occuparci della formazione degli infermieri addetti all’anestesia.

Per approfondire.

https://www.emergency.it/wp-content/uploads/2017/05/EMERGENCY-SIERRA-LEONE-Centro-chirurgico-Goderich.pdf

Il Centro pediatrico di Goderich.

A Goderich, nei sobborghi della capitale Freetown, lo staff di EMERGENCY offre cure gratuite a oltre 100 bambini, ogni giorno.

Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, in Sierra Leone il 21% dei bambini sotto i 5 anni è sottopeso e, su mille bambini nati vivi, 120 muoiono prima dei 5 anni. Malaria, infezioni alle vie respiratorie, infezioni gastrointestinali sono le patologie più ricorrenti, spesso associate o causate dalla malnutrizione. Nonostante la sanità nel Paese sia gratuita per i bambini al di sotto dei 5 anni e per le donne in gravidanza o in allattamento, solo in pochi riescono effettivamente ad avere accesso alle cure in un sistema sanitario precario, ulteriormente indebolito dall’epidemia di Ebola iniziata nel 2014.

Cure e prevenzione.

Il Centro pediatrico si trova nello stesso complesso del Centro chirurgico di EMERGENCY e offre cure mediche di base ai bambini sotto ai 14 anni.

I bambini sono affetti principalmente da malaria, infezioni gastrointestinali e alle vie respiratorie. Nella corsia di degenza pediatrica vengono ricoverati i casi più gravi, in media oltre 120 al mese: spesso si tratta di bambini portati in ospedale quando la malattia è già in fase avanzata.

Lo staff del Centro tiene lezioni di educazione sanitaria, per promuovere le buone prassi di salute e la prevenzione della malattie più diffuse.

Ai parenti e agli accompagnatori dei pazienti che arrivano da lontano mettiamo a disposizione una foresteria.

Il programma nutrizionale.

Per contrastare malnutrizione e denutrizione, fin dal 2005 abbiamo avviato un programma specifico: oltre alle attività di cura, monitoriamo il peso dei bambini, distribuiamo cibo alle famiglie e insegniamo come associare i cibi disponibili localmente per fornire un’alimentazione completa ai più piccoli.

Il programma di educazione sanitaria.

Nel 2015, insieme all’Unione Europea – Delegazione UE in Sierra Leone, abbiamo avviato un programma di educazione sanitaria in 60 scuole primarie del Western Area Rural District, rivolto ai bambini, agli insegnanti e alle comunità di riferimento. Il nostro staff organizza incontri informativi sulle buone pratiche di igiene, sull’importanza delle vaccinazioni, sui rischi della malaria e sulla corretta nutrizione del bambino.

All’interno dello stesso programma offriamo un sostegno scolastico per i bambini lungodegenti che vengono seguiti da due insegnanti con lezioni individuali e di gruppo per tutta la durata del ricovero in ospedale.

Per approfondire.

https://www.emergency.it/wp-content/uploads/2017/05/EMERGENCY-SIERRA-LEONE-Centro-pediatrico-Goderich.pdf

I posti di primo soccorso.

Anche dopo la fine dell’epidemia di Ebola, la Sierra Leone ha bisogno di aiuto: l’epidemia, infatti, ha reso ancora più precario un sistema sanitario già debole.

La Sierra Leone ha perso oltre 200 operatori sanitari a causa del virus : un numero altissimo, tanto più in un Paese che già prima dell’epidemia contava solo due medici ogni 100 mila abitanti.

Garantiamo la continuità dell’assistenza sul territorio.

Nel Posto di primo soccorso a Waterloo, nel Western Area Rural District, il nostro staff garantisce attività di pronto soccorso 24 ore al giorno. Grazie alle nostre ambulanze, siamo sempre pronti a trasferire i casi urgenti nel nostro ospedale di Goderich dove i pazienti possono ricevere l’assistenza chirurgica necessaria.

Obiettivo fondamentale è il rafforzamento delle capacità degli operatori sanitari locali di rispondere alle emergenze, soprattutto traumatologiche, in aree del Paese dove il sistema sanitario è praticamente inesistente.

Un secondo Posto di primo soccorso a Lokomasama, nel distretto di Port Loko, anch’esso aperto in seguito all’epidemia di Ebola, ha concluso le attività a settembre 2017.

Nei villaggi per informare la popolazione sulle pratiche igieniche fondamentali.

I nostri Community Health Officer si occupano anche di informare la popolazione sulle pratiche igieniche fondamentali, sulla prevenzione della trasmissione delle malattie e sull’importanza di un accesso tempestivo alle strutture sanitarie in caso di necessità.

 

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Un’Altra Storia http://www.sonda.life/in-evidenza/unaltra-storia/ http://www.sonda.life/in-evidenza/unaltra-storia/#respond Mon, 09 Apr 2018 10:49:17 +0000 http://www.sonda.life/?p=6969

Henri Matisse, Les tapis rouges (Nature morte au tapis rouge) (1906)

Un racconto inedito

Atto Primo

 

Un’altra storia è un racconto inedito che uscirà a puntate da oggi e ogni lunedì per sei settimane.

Per farvi compagnia e iniziare bene la settimana con una nuova pagina di lettura e un breve momento di evasione a cura di Giulia Caravaggi e firmato Alice Nearco Sabelle.

 

 

 

Oddio, sangue negli occhi!

Lo vedo scorrere, lo sento scorrere. È lungo  le pareti, è dentro di me…allora, sì! Devo essere ancora vivo!

Apro gli occhi, buio. Mi schiaccia sul petto, sento male dappertutto. Un rumore sordo mi risuona nelle orecchie, la testa leggera e pesante allo stesso tempo…ma come è possibile?

Riprendo così coscienza del mio corpo e mi ritrovo sdraiato sul tuo divano. Mettere insieme i pezzi e provare a capirci qualche cosa. Di nuovo. Passare una mano sulla faccia, sentire appiccicoso sotto le dita. Ancora una volta…richiudo gli occhi e per un attimo vorrei che questa storia finisse qui. Oggi. Adesso.

Poi invece mi guardo attorno, i contorni offuscati, e come sempre penso a quanto sia un po’ troppo opprimente questa stanza. Soffocante, manca l’aria. E tutto quel rosso…la carta da parati a fiorellini, ini, ini…i pannelli scuri, questi mobili così massicci…che legno è? Ciliegio? Sono rosse anche le ciliege…

Anche il divano dove mi hanno buttato come si getta un sacco della spazzatura in strada, il tessuto ormai logoro mi brucia sul collo e sfrega sui piedi nudi. Fa caldo! O sono io? Che ore sono?

Mi sembra di vedere un po’ di luce farsi largo tra quelle cazzo di tende da funerale…e per un attimo di sentire quasi l’aria che gira…le foglie degli alberi del parco di fronte: sono rosse, anche loro. Secche, come d’autunno. Morte. Mi foderano la gola e asciugano il palato…sete! Tossisco forte e mi ritrovo dove sono.

 

Questa coperta che mi sta addosso pesa un quintale! La faccio cadere a terra, sul tappeto persiano. Che accoppiata!

Ti ricordi? L’abbiamo presa insieme. A quel mercato che fanno ogni anno. Ci andavo sempre da bambino. Mi ci portava mia nonna. Era l’unica occasione in cui lasciava il paese, l’unico vero giorno di festa che si concedeva. Lei che lavorava sempre…è morta così, lavorando…ma per te era la prima volta. Dicevi che i mercati ti rendevano triste, che ti ricordavano troppo il tuo di paese. Forse avevi i genitori che ci lavoravano? Non mi ricordo, forse me lo sono solo immaginato io. In effetti, non ho mai saputo veramente niente di te, ma certo non davi l’idea di aver avuto un’infanzia felice.

Ti ci ho portato perché non volevo tornarci da solo. E ti ho tenuta per mano per non perderti. Come mia nonna faceva con me, come tu fossi piccola e indifesa…c’era questo lato di te…ma quel giorno sembravi davvero contenta come una bambina, tra tutti quei colori, profumi, tra tutte quelle cose, persone…chissà a che mercati eri abituata, ho pensato.

Un giorno di festa e ci siamo dimenticati di tutto quello che stava fuori, al di là delle transenne per fermare il traffico nella piazza e nelle strade intorno. Eri così…diversa dal solito, che ora mi chiedo se non stessi fingendo per farmi contento. O forse no, quel giorno sei stata tu per davvero, anche solo per un po’…come mi hai fatto sentire importante…come fosse merito mio…non so se ne sia valsa la pena.

 

Gli occhi come incollati alla base del collo, mi sembra di vedere il gatto sulla sedia sotto il tavolo. Il tempo di snebbiare la vista, scompare come è giusto che sia. Il gatto te lo sei portato via tu. Lui sì. Mentre io sono rimasto qui, a raccogliere… i frutti…già, diciamo così.

I rumori dalla strada arrivano come ovattati e continuo a non sapere che ore sono. Ma dalla luce direi che è ancora pomeriggio e che ho un po’ di tempo per provare a tirarmi su…se è questo che voglio. Mi dico che in fondo nello stato in cui mi trovo potrei anche decidere di non fare nulla, non muovermi e aspettare sdraiato su questo schifo di divano. Quasi non riesco a tenere gli occhi aperti. E sforzarmi, per restare sveglio…che senso ha.

No, a questo giro preferisco lasciarmi andare, scivolare via e non sentire più il male e la paura e l’ansia dell’attesa. Mi assento, tanto è sempre stata la mia specialità, no mamma? Ti chiedo scusa.

 

 

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“Pasolini, Un Ricordo” http://www.sonda.life/arte-cultura/pasolini-un-ricordo/ http://www.sonda.life/arte-cultura/pasolini-un-ricordo/#respond Wed, 04 Apr 2018 14:18:44 +0000 http://www.sonda.life/?p=6965 Inaugurazione mostra 4 Aprile Ore 18.30 Sala delle Colonne – Fabbrica del Vapore

 

A partire da Mercoledì 4 Aprile, come parte integrante di Novecento italiano, progetto del Comune di Milano inteso a ricordare eventi e personalità del XX secolo, l’Associazione Le Belle Arti, in collaborazione con il Museo d’Arte Moderna e dell’informazione di Senigallia (An) e con I.T.S. Pier Paolo Pasolini di Milano, propone un ricordo di Pier Paolo Pasolini. La mostra, a cura di Renato Galbusera, già docente di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera e Giuliano Patti, storico racchiude 46 opere di altrettanti artisti, fra cui Paolo Baratella, Mino Ceretti, Fernando De Filippi, Gioxe De Micheli, Fabio Sironi.

Pasolini, un ricordo, che fa seguito a una serie di tappe, sarà inaugurata il 4 Aprile alle 18.30 nella Sala delle Colonne alla Fabbrica del Vapore.

Fabio Sironi

A più di quarant’anni di distanza dalla morte di Pier Paolo Pasolini, mentre sono state aperte nuove ipotesi sull’omicidio, resta fondamentale il ruolo di questo artista e intellettuale nella storia del nostro Paese. Tutta la sua opera si intreccia con i grandi scenari del Secolo scorso: le guerre, gli equilibri del pianeta, le povertà, il rapporto con la religione, con una perentorietà e una forza che il trascorrere del tempo rende sempre più illuminanti.

Mino Ceretti

Come parte di questo progetto, l’Associazione Le Belle Arti, in collaborazione con il Museo d’Arte Moderna e dell’informazione di Senigallia (An) e con I.T.S. Pier Paolo Pasolini di Milano, propone un ricordo di Pier Paolo Pasolini nell’opera di un folto gruppo di artisti della contemporaneità, diversi per linguaggi e generazioni.

 

La Redazione

 

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Via Crucis http://www.sonda.life/in-evidenza/via-crucis/ http://www.sonda.life/in-evidenza/via-crucis/#respond Mon, 02 Apr 2018 10:23:38 +0000 http://www.sonda.life/?p=6957 Di Maurizio Anelli

Pasqua è ormai terminata. Per molti un giorno come un altro, per altri un giorno particolare: la resurrezione di Cristo, il venerdì Santo e la via Crucis, tutte le tappe che accompagnano il cammino di Gesù Cristo fino alla crocifissione.  La tradizione ci racconta che queste tappe sono quattordici, a ognuna di esse è legata un’immagine che descrive dolore e indifferenza degli Uomini.  Per un credente è un giorno particolare. Ma la parola credente assume tanti significati, almeno quanti sono i valori che ognuno assume come luci che indicano un cammino che percorre strade che possono anche essere diverse e in antitesi. La storia ci racconta che Gesù è stato il primo rivoluzionario e voleva cacciare i mercanti dal tempio, era ebreo e orgoglioso di esserlo, non ha fondato nessuna chiesa. La fede racconta una storia diversa che ha condizionato duemila anni di storia dell’Uomo. Ognuno ha il diritto di fare le sue scelte, ed io scelgo la storia. E la storia mi mette davanti agli occhi una via Crucis diversa da quella del Venerdì Santo ma con un punto in comune con quella del Cristo inchiodato a una croce: l’indifferenza. Sono un uomo del Novecento e anche per questo guardo alle sue stazioni, ma non significa che non vedo quelle che hanno preceduto il Novecento.

Quattordici stazioni dunque, proviamo a camminarle in ordine di tempo.

  • Auschwitz-Birkenau. Se Dante Alighieri fosse vissuto in quell’epoca avrebbe riscritto l’Inferno della sua Divina Commedia. Fu il capitolo finale di una tragedia scritta molto tempo prima, pianificata e portata a compimento fra l’indifferenza e il silenzio dell’Europa degli anni ’30. Quell’Europa, e con lei il mondo, ebbe bisogno di un lungo decennio prima di capire che le fiamme di quell’inferno stavano bruciando tutto. Nel frattempo cinquanta milioni di morti, milione più milione meno, non ebbero nemmeno il tempo di salutare la vita. Qualche milione passò per i camini di Auschwitz-Birkenau.

“…Ciò che le altre nazioni ci possono dare noi lo prenderemo, se necessario portando via i loro bambini… Che le nazioni vivano in prosperità o muoiano di fame a noi importa solo nella misura in cui avremo bisogno degli appartenenti ad esse come schiavi per la nostra Kultur; altrimenti sono prive di ogni interesse… Noi siamo una razza superiore e dobbiamo governare in modo giusto ma duro…”

(Heinrich Himmler, 4 Ottobre 1943)

  • “Sedici ore fa, un aereo americano ha lanciato una bomba su Hiroshima, importante base dell’esercito giapponese. Questa bomba possedeva una potenza superiore a quella di 20 mila tonnellate di trinitrotoluolo. Si tratta di una bomba atomica. La forza da cui il sole trae energia è stata sganciata contro coloro che hanno provocato la guerra in Estremo Oriente”.

(Harry Truman, annuncio radiofonico, 6 agosto 1945)

  • Vietnam. Sono vent’anni di guerra, la prima trasmessa sulle televisioni del mondo. Ma prima dell’intervento degli USA ci sono altri dieci anni di guerra che vedono la Francia decisa a riprendersi le vecchie colonie in Indocina. Pio verranno il Napalm e il massacro di My Lai.
  • Santiago del Cile e Buenos Aires. L’America Latina, il giardino di casa degli Stati Uniti, conosce la violenza in camicia bianca e cravatta della CIA e della Politica Americana. Questa volta non sono inviate truppe di marines e cacciabombardieri: bastano i consulenti, gli addestratori e il lavoro negli uffici della diplomazia e delle multinazionali. Il lavoro sporco lo fanno i generali cileni e argentini. Sono gli anni degli stadi trasformati in campi di concentramento, dei voli della morte, dei “Desaparecidos” e delle madri di Plaza de Mayo. “Io non prendo la chitarra per ottenere un applauso, io canto della differenza che c’è tra il certo e falso. Altrimenti, non canto”  (Violeta Parra)
  • Sabra e Chatila. Un quartiere e un campo profughi, alle porte di Beirut. Israele lancia l’operazione “Pace in Galilea” e costruisce quella “Pace” con migliaia di morti. Bombe a grappolo e bombe al fosforo, Sabra e Chatila sono rase al suolo. Un nome in particolare sarà ricordato per la ferocia di quei giorni che volevano annientare l’OLP di Yasser Arafat: il nome del generale israeliano Ariel Sharon. Fu lui a guidare il massacro finale di Sabra e Chatila.
  • La Jugoslavia, Sarajevo e Srebrenica. Le tappe di questo calvario si chiamano Vukovar, Goradze, Mostar, Bihac, Sarajevo con più di mille giorni d’assedio. Infine Srebrenica: è il luglio del 1995.Nella città i caschi blu olandesi non oppongono nessuna resistenza alle milizie serbe del generale Ratko Mladic e alla sua “Pulizia Etnica”. Sono ottomila, mille più mille meno, i bosniaci musulmani uccisi nel peggior massacro avvenuto in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. “In questo 11 luglio 1995 siamo nella città serba di Srebrenica, facciamo dono di questa città al popolo serbo”: è la dichiarazione ufficiale del Generale Mladic. Passeranno venti anni prima che Mladic e i responsabili di quella guerra pagheranno i loro debiti.
  • La striscia di Gaza. Una striscia, appunto. Circondata da Israele e bagnata dal mare, rappresenta l’angolo in cui il Popolo Palestinese è rinchiuso, costretto, represso. Nessun diritto se non quello della sopravvivenza, portata avanti con determinata volontà e orgoglio di un popolo da sempre ai margini della storia e nel disinteresse quasi totale del mondo occidentale. Fra il dicembre 2008 e il gennaio 2009 Israele lancia su Gaza l’operazione denominata “Piombo fuso”. Diventerà un massacro, l’ennesimo. Ma quel popolo resiste anche all’indifferenza, ai missili e alle bombe che piovono da un cielo che sembra così in alto e cosi lontano.
  • Kobane. Città della Siria, diventata il simbolo della resistenza all’ISIS. Le donne straordinarie di Kobane sono diventate un simbolo nel simbolo. Loro che hanno lottato con le armi in pugno contro un mondo di pazzi, loro che hanno regalato a tutti gli uomini il più grande gesto d’amore: insegnare il valore di una lotta che non è mai vana, mai inutile e che va vissuta a qualunque prezzo. Sì, sono belle le donne di Kobane.  https://www.youtube.com/watch?v=0G81aAKz67I
  • L’inferno di Aleppo comincia nel 2012. Fino a quel giorno Aleppo era la più grande città della Siria e la sua città antica era considerata Patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Oggi è cambiato tutto.
  • Afrin è una città di trentamila abitanti nella Siria settentrionale, popolata di curdi, il 18 marzo è stata conquistata dalle milizie dell’Esercito libero siriano e dai soldati spediti dalla Turchia, nell’ambito dell’operazione che si chiama per beffa Ramoscello d’Ulivo, cominciata il 20 gennaio con un bombardamento aereo. Il governo turco parla di «eliminazione del terrore», ma la campagna del presidente Recep Tayyip Erdogan punta in realtà a eliminare la nazione e il popolo curdo. http://espresso.repubblica.it/internazionale/2018/03/26/news/afrin-la-citta-della-nostra-vergogna-1.319972
  • Nell’Iraq sconvolto da anni di guerra di Mosul restano solo macerie, rottami e tronconi di case. L’ISIS ha distrutto tutto quello che poteva distruggere, ora si può solo pensare a ricostruire. Ma cosa resta da ricostruire ? Tutto, e per prima cosa l’anima di una popolazione che ha visto tutto quello che di brutto si poteva vedere e questa è sempre la più difficile da ricostruire.
  • Il mare di Lampedusa raccoglie da anni un’umanità di diseredati, di senza nulla, di anime in fuga dalla morte e in cerca della vita. Almeno di un’ipotesi di vita Il mare raccoglie e la gente di Lampedusa accoglie, regala quell’idea di vita che accompagna il viaggio di chi ha deciso di attraversare un mare che tante volte non è stato amico. Lampedusa ha vinto là dove l’Europa ha perso.
  • Città di confine fra l’Italia e la Francia, con le sue montagne e la sua neve. E quei sentieri duri che sono diventati i sentieri di chi cerca di raggiungere la Francia. In questi giorni Bardonecchia ha conosciuto la durezza e la cattiveria della Legge, quella che si fa forte di una divisa e dimentica tutto il resto. Dimentica Umanità, rispetto delle leggi e degli Uomini. http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/A-Bardonecchia-irruzione-della-Polizia-francese-in-centro-migranti-polemica-politica-72c19c1f-aa32-44b0-a446-a14aacfae3a1.html
  • Sono i muri che tutto il mondo ha costruito e continua a costruire. Quando cadde il muro di Berlino si pensò che il mondo sarebbe cambiato. In realtà ha continuato a costruire muri, ogni giorno più grandi e più invalicabili.
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Le Bici Italiane Volano Nel Mondo: Record Di Produzione Ed Export Nell’Unione Europea http://www.sonda.life/in-evidenza/le-bici-italiane-volano-nel-mondo-record-di-produzione-ed-export-nellunione-europea/ http://www.sonda.life/in-evidenza/le-bici-italiane-volano-nel-mondo-record-di-produzione-ed-export-nellunione-europea/#respond Mon, 02 Apr 2018 10:18:42 +0000 http://www.sonda.life/?p=6953 Le biciclette italiane conquistano il record europeo di esportazioni: nel 2017 ne sono volate nel mondo 1.729.948, con un aumento del 15,2% a fronte del +2,5% della media Ue a 28. Cronometro alla mano, il nostro export corre al ritmo di 3 bici al minuto vendute all’estero durante lo scorso anno. Un primato che conferma la qualità della nostra produzione ad opera di 3.098 imprese con 7.741 addetti. Un piccolo ma agguerrito esercito in cui dominano gli artigiani con 2.062 imprese e 3.862 addetti.

Le bici made in Italy ‘staccano’ i competitors europei anche per il valore della produzione, pari nel 2017 a 1.263 milioni di euro, che supera quello di nostri storici rivali come Germania (1.156 milioni), Francia (458 milioni) e Polonia (367 milioni).

A mettere in luce le performance del settore è il rapporto ‘Artibici 2018’ realizzato da Confartigianato e presentato il 22 marzo scorso al forum: “L’economia della bicicletta: numeri, storie e strategie per crescere”. L’evento, organizzato in partnership con Confartigianato, fa parte delle attività di Innovation and Craft Society, il club voluto da Banca IFIS per raccontare ed esaltare le eccellenze del Made in Italy, ed è legato alla mostra “The Bicycle Renaissance” organizzata da Banca IFIS in collaborazione con La Triennale di Milano, aperta fino al 2 aprile 2018.

“Quello delle biciclette  – sottolinea Cesare Fumagalli, Segretario Generale di Confartigianato – è uno dei settori in cui gli imprenditori artigiani sono stati artefici della rinascita e del rilancio della qualità manifatturiera italiana. Dopo l’abbandono di questa produzione nel nostro Paese e l’invasione di prodotti esteri di bassa qualità, proprio negli anni della crisi gli artigiani italiani sono stati capifila del ritorno alla bicicletta sofisticata,realizzando capolavori che esprimono tradizione, innovazione, talento, gusto e creatività”.

“Quello della bicicletta è un mercato in grande evoluzione. Lo è per le caratteristiche delle aziende che le producono, nell’utilizzo che se ne fa, nel valore del prodotto stesso che non è più solo un oggetto di consumo ma diventa uno stile di vita che a sua volta apre ad altre esigenze ed opportunità che riguardano sia la bicicletta, che diviene un bene di valore da tutelare, sia le sue diverse forme di utilizzo”, ha detto Alberto Staccione, Direttore Generale di Banca IFIS, istituto main sponsor della mostra e partner di Confartigianato e La Triennale.

“Come operatore specializzato nel finanziamento alle imprese, anche delle piccole e micro imprese come quelle della filiera della bicicletta – sottolinea Staccione – Banca IFIS vuole essere al fianco di queste ultime sostenendo e promuovendo il saper fare italiano. Una competenza capace di innovare sia i prodotti, sia i processi produttivi e che abbiamo deciso di celebrare con iniziative come la mostra The Bicycle Renaissance in grado di mettere insieme impresa, economia, innovazione tecnologica e design”.

Secondo il rapporto di Confartigianato, l’economia delle biciclette made in Italy corre veloce per quanto riguarda il numero di impreseaumentate del 5,4% negli ultimi 5 anni. E supera i competitor europei nella crescita delle esportazioni di bici complete e componentistica: nel 2017, hanno fatto registrare un balzo del 2,7%, a fronte del +1,6% della media Ue, totalizzando un valore di 600 milioni di euro, di cui 200 milioni per le biciclette complete e 400 milioni per la componentistica. Tra i nostri migliori clienti vi sono il Giappone, dove l’export di bici italiane nel 2017 è aumentato del 24,2%, e la Francia (+14,7%).

La passione per la bicicletta ha contagiato anche gli italiani: sono 1.066.000 le persone che la usano per andare al lavoro ed a scuola, pari a 18 utilizzatori ogni 1.000 abitanti. Mentre 2.414.000 persone praticano il ciclismo a livello agonistico e amatoriale.

http://www.fiab-onlus.it/bici/notizie/notizie-varie/news-varie/item/1946-mercato-bici-ue.html

 

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Il valore Della Disobbedienza http://www.sonda.life/in-evidenza/il-valore-della-disobbedienza/ http://www.sonda.life/in-evidenza/il-valore-della-disobbedienza/#respond Mon, 26 Mar 2018 11:56:55 +0000 http://www.sonda.life/?p=6946 Di Maurizio Anelli

 

DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI

Articolo 1       Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

Articolo 2       Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità.

Articolo 3       Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.

Il 10 dicembre 1948, a Parigi, con la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani vengono messi nero su bianco principi che oggi, dopo settant’anni , sono ancora ignorati e calpestati ad ogni latitudine, da Stati e Governi. Ma Stati e Governi sono fatti da donne e uomini di questa umanità incapace, nella sua maggioranza, di trovare il senso della vita. Forse perché le carte, per quanto nobili, non riescono a entrare nei sentimenti dell’essere umano. Le carte, come i progetti e i programmi di Stati e Governi camminano sulle gambe delle persone e le gambe hanno una testa che, spesso, dimentica di collegarsi al cuore. E allora Il mondo è pieno di leggi, regole, convenzioni, dichiarazioni e carte sui Diritti e sul Diritto eppure… eppure il mondo le calpesta. L’anello mancante della catena si chiama coraggio civile, oggi più che mai. Il coraggio della disobbedienza civile, il coraggio di ribellarsi a leggi che sono uno schiaffo al Diritto e che sono scritte in palese contrasto con la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e con le Costituzioni stesse dei singoli Stati.

Sulle montagne al confine fra l’Italia e la Francia è caduta tanta neve quest’anno. Quei sentieri sono quasi impossibili da percorrere a piedi per chiunque, ma non per chi insegue la vita. E quando s’insegue la vita si accetta qualunque rischio, si mette in conto tutto: anche la morte. Ma quando una donna arriva quasi alla fine della strada che apre una porta ad un’ipotesi di vita, per lei e per il germoglio che porta in grembo , la legge mostra il suo pugno duro. È la legge, quella scritta da mani che non si vergognano di nulla. E la guida alpina che prova a salvare quelle due vite che hanno attraversato le montagne dovrà fare i conti con la Legge e con il codice penale. La Legge non scherza, è uguale per tutti e non può perdere tempo con le debolezze umane e con la vita.

http://www.lastampa.it/2018/03/19/cronaca/guida-alpina-soccorre-una-migrante-incinta-al-confine-francese-rischia-anni-di-carcere-9WCC7i94f5nEBNqOEnWhbM/pagina.html

La vita, le montagne, il mare. La Procura di Catania dispone il sequestro della nave Open Arms e l’accusa è pesantissima: associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Eppure questa nave, dell’ONG spagnola Proactiva, da anni soccorre e salva nel Mediterraneo i migranti in fuga dalla Libia. Cercano la vita, anche loro. Ma la Legge non lo capisce, non lo ammette. L’attacco alle ONG ha ormai una storia lunga alle spalle, lo ricordiamo vero ? Ad aprire le danze fu il Procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro. https://www.nextquotidiano.it/carmelo-zuccaro-catania/.

È passato quasi un anno da quelle accuse, un anno di campagne politiche e mediatiche che hanno ottenuto il risultato di distogliere gli occhi da chi salva vite umane nel Mar Mediterraneo istituendo di fatto il “Reato di Solidarietà”. L’obiettivo è stato raggiunto: la nave Open Arms doveva forse consegnare i migranti alla guardia costiera libica ? Certo, loro sapevano cosa farne e nel rispetto degli accordi internazionali, senza violare le Leggi. Sono solamente due fatti della cronaca recente, dei nostri giorni. Ma non scuotono coscienze, non più di tanto. Quindi dov’è il problema ? Siamo noi il problema, noi che abbiamo perso la capacità di distinguere la Legge dal Diritto. Quando una Legge viola apertamente il Diritto, per esempio quello scritto nero su bianco dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, la disobbedienza diventa non solo un dovere ma una virtù. La guida alpina che soccorre una donna che sta per partorire compie un gesto che non è straordinario, è molto di più: è un gesto umano. Come ricca di umanità è tutta l’azione di chi in mare salva vite tutti i giorni, strappandole non solo dal mare ma anche dalla Guardia Costiera Libica e dai Caronte del Mare Mediterraneo. Chi fa questo sa che c’è un prezzo da pagare: possono essere i cinque anni di carcere che la Giustizia francese può infliggere alla guida alpina come possono essere i mitragliatori pronti a sparare dei traghettatori libici. Chi fa questo lo sa, ma continua a farlo. È un atto di disobbedienza civile e una lezione per tutti noi, noi o quella parte di noi che accetta leggi che infangano e umiliano la nostra Costituzione: dalla legge 189 del 2002, nota come legge Bossi-Fini, primi firmatari Gianfranco Fini ed Umberto Bossi, al Decreto Orlando-Minniti diventato legge nell’Aprile del 2017. Sono leggi che, come altre, allontanano il Diritto dalla Giustizia. Ma la giustizia ignora altre cose: la montagna e il mare insegnano una legge non scritta in nessun codice, ma scolpita nel cuore di tutti coloro che camminano in montagna e solcano il mare, e prevede di soccorrere chiunque si trovi in difficoltà. Per capire questa legge non serve nessuna toga e nessuna laurea in giurisprudenza, è una legge che si tramanda nei secoli di padre in figlio.

Nell’America razzista Rosa McCauley Parks era una donna di quarantadue anni, faceva la sarta, attivista politica nella lotta contro la segregazione. In quegli anni i negri non potevano sedere sugli autobus. Ma quel giorno del 1955 a Montgomery, in Alabama, Rosa Parks era stanca di tutto questo e disobbedì  a quella legge. Venne arrestata, ma la sua disobbedienza e la sua ribellione cambiarono qualcosa, ruppe un ingranaggio: quel giorno iniziò un boicottaggio dei mezzi pubblici capace di durare più di un anno. Quella protesta fu guidata da Martin Luther King e costrinse la Corte Suprema ad abolire le discriminazioni sugli autobus. L’America non è ancora cambiata del tutto, ma quel giorno resta scritto e nulla lo cancellerà.

http://www.raistoria.rai.it/articoli/rosa-parks-paladina-dei-diritti-civili/11423/default.aspx

La storia racconta da sempre come un gesto di ribellione possa cambiare il corso della vita, da Rosa Parks al Mahatma Gandhi, a Nelson Mandela.  Sono i primi nomi che mi vengono in mente in una notte arrabbiata e amara, ma a questi nomi si aggiungono i mille altri nomi di chi ha avuto il coraggio di mettere un bastone negli ingranaggi di un sistema che può cambiare solo con il coraggio di rifiutarne la logica. Qualche volta basta un gesto che non sposa la Legge scritta nei codici, ma abbraccia la legge dell’essere umano.

Vittorio Arrigoni, Vik, qualche tempo fa scrisse una frase che vale una vita : ”… Io non credo nei confini, nelle barriere, nelle bandiere. Credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini e dalle longitudini, alla stessa famiglia, che è la famiglia umana. Qualcuno fermi questo incubo. Rimanere immobili in silenzio significa sostenere il genocidio in corso. Urlate la vostra indignazione, in ogni capitale del mondo civile, in ogni città, in ogni piazza, sovrastate le nostre urla di dolore e terrore. C’è una parte di umanità che sta morendo in pietoso ascolto. Restiamo umani.“

Ecco, la chiave è questa. Basta avere il coraggio di infilarla nella porta.

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La fabbrica del cibo globale http://www.sonda.life/in-evidenza/la-fabbrica-del-cibo-globale/ http://www.sonda.life/in-evidenza/la-fabbrica-del-cibo-globale/#respond Mon, 26 Mar 2018 11:51:54 +0000 http://www.sonda.life/?p=6943 Di Alfredo Luisa Somoza

 

Il rapporto sull’agricoltura statunitense nel 2017 appena elaborato dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) conferma le evoluzioni in corso tra i grandi Paesi produttori di alimenti: una cerchia ristretta di Stati che garantisce la disponibilità di cibo sul pianeta. Sono i grandi produttori di cereali (in particolare mais, grano e riso) come l’Ucraina e la Russia, il Brasile e l’Argentina, l’Australia e la Francia, e ovviamente gli Stati Uniti e il Canada. Ma anche i giganti della soia, il legume di origine asiatica diventato il fulcro del mercato dei mangimi animali. Oggi la sua produzione si concentra nel continente americano (Argentina, Brasile e Stati Uniti), oltre che in Cina. Sono questi i Paesi che riescono a sviluppare un’agricoltura estensiva, fortemente meccanizzata e con largo uso di sementi geneticamente modificate. Storicamente, tra essi primeggiavano gli Stati Uniti. Ma ora le cose stanno cambiando.

Il calo dei prezzi delle materie prime agricole per via della superproduzione degli ultimi tre anni, la diminuzione dei sussidi da parte dello Stato e il boom del mercato energetico locale –che sottrae risorse e terreni all’agricoltura, destinandoli al fracking – stanno portando a un progressivo allentamento della capacità di produzione di alimenti del mercato a stelle e strisce. Il rapporto USDA sancisce il sorpasso subito da Washington nella produzione di due derrate che storicamente vedevano gli Stati Uniti come primi produttori: la soia, nella cui produzione sono stati superati dal Brasile, e il grano, in questo caso al primo posto oggi c’è Russia. Per quanto riguarda il mais, che è il cuore della frontiera agricola del Midwest, il Dipartimento dell’Agricoltura prevede che nel giro di pochi anni la produzione statunitense sarà superata da quelle brasiliana, argentina e ucraina. Nel 1980 gli Stati Uniti avevano il monopolio del 75% del mercato mondiale del mais, tra 10 anni la loro quota potrebbe scendere fino al 30%.

Le guerre commerciali annunciate da Donald Trump, così come l’uscita dalle associazioni multilaterali, potrebbero complicare notevolmente la situazione dell’agricoltura statunitense, che si vedrebbe sbarrata la porta d’ingresso di diversi mercati, mentre gli Stati concorrenti potrebbero godere dei vantaggi degli accordi di libero commercio ai quali partecipano. Questo cambiamento nelle classifiche mondiali della produzione di alimenti non è in sé negativo, ma ci ricorda quanto sia fragile la sicurezza alimentare globale, tenuta in piedi da un gruppo limitato di Paesi – una decina – che producono grandi eccedenze da riversare sul mercato. La pasta italiana per esempio, esportata in tutto il mondo, dipende per il 40% dalle importazioni di grano duro da Canada e Turchia: l’Italia è uno dei tantissimi Paesi che non producono la quantità di materia prima agricola che consumano.

Se però si guarda all’Africa si comprende che, se diminuisse la disponibilità globale di cereali, la situazione sarebbe drammatica. In diversi Paesi di quel continente la dipendenza dal grano d’importazione arriva a livelli altissimi, oltre il 70%. Per questo motivo bisogna monitorare con attenzione il mercato della produzione di alimenti di base: l’uscita o il declino di un gigante come gli Stati Uniti potrebbe creare, almeno nel medio termine, seri problemi di disponibilità di cereali. È una nuova sfida che si va a sommare a quella del cambiamento climatico che rende sterili, anno dopo anno, centinaia di migliaia di ettari di terreni agricoli.

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Inclusione E Buona Cucina, Riapre La Locanda Alla Mano http://www.sonda.life/citta-in-movimento/inclusione-e-buona-cucina-riapre-la-locanda-alla-mano/ http://www.sonda.life/citta-in-movimento/inclusione-e-buona-cucina-riapre-la-locanda-alla-mano/#respond Mon, 26 Mar 2018 11:49:45 +0000 http://www.sonda.life/?p=6939 Di Filippo Nardozza

 

C’è una caffetteria nel verde, a Milano (appena riaperta dopo la pausa invernale) che è più di un luogo di ristoro: un posto in cui mettere via la fretta e sentirsi degli ospiti speciali, serviti da persone comuni e speciali allo stesso tempo. E’ Locanda alla Mano, espressione di un progetto di formazione e integrazione di giovani Down attraverso il lavoro, che guarda ormai al quinto compleanno. Ci siamo andati proprio a ridosso della Giornata mondiale della Sindrome di Down (21 marzo), incentrata quest’anno sul tema “Il mio contributo alla società”.

 

Una grande mano in acciaio aperta davanti a una struttura in legno cattura la vista di chi esce dal Castello Sforzesco verso Piazza del Cannone – in pieno Parco Sempione. La struttura in legno è un chiosco dalle linee essenziali e dall’impronta green, firmata nientemeno che dall’archistar Italo Rota. Avvicinandovisi si delineano meglio i contorni di bancone e tavolini, e si percepisce il tipico fermento di un locale all’aperto in una bella serata di inizio primavera. In questo momento c’è una festicciola, quella per il compleanno di Simone, 22 anni, che a brevissimo comincerà a lavorare proprio qui.

Insieme a lui, intorno al tavolo, Gregorio, Caterina, Martina, Francesca. Si abbracciano, ridono, scherzano. Sono tutti parte dell’equipaggio di Locanda alla Mano, caffetteria/tavola fredda che la Cooperativa Sociale Contè porta avanti dall’estate 2013 in un progetto di integrazione lavorativa nato per aiutare giovani con Sindrome di Down a superare i propri limiti, a mettersi in gioco e a entrare nel mondo del lavoro con entusiasmo e autonomia.

Un progetto sociale che vive grazie ad una attività commerciale, quella del bar appunto, e che così facendo si autoalimenta, aspirando anche alla replicabilità. Nessun finanziamento pubblico, a parte la concessione dello spazio nel parco cittadino dal Comune.

Gli obiettivi sono tanti – racconta Carlo Giuggioli, che gestisce in prima persona il progetto: dare ai ragazzi un lavoro, per il quale sono regolarmente assunti e retribuiti. Formarli in un ambiente più protetto rispetto ad altri posti di lavoro (siamo in un parco, difficilmente il cliente ha fretta o rischia di perdere un treno) in modo da permettere loro di accumulare esperienza per trovare occupazione, poi, anche altrove. Ma c’è anche un progetto di comunicazione verso il cliente: vogliamo dire che questo ‘mondo’ è possibile, è reale, esistono persone con Sindrome di Down che lavorano normalmente.”

E lavorano, si percepisce, con impegno e con una particolare inclinazione al sorriso, all’accoglienza, alla condivisione, anche dei propri successi. Per entrare qui in Locanda c’è un breve periodo di prova con Carlo: serve a confrontarsi direttamente con i compiti – dalla pulizia della sala al servizio al tavolo, dalla preparazione di panini e insalate al bancone, alle prese con caffetteria e cocktail. Serve a capire se un lavoro a contatto con il pubblico – che non sempre comprende – può fare al caso loro. “Ho fatto due prove e sono passato”, afferma orgoglioso Simone. Vicino a lui un ragazzo vicino alla trentina racconta invece, sorridente, di lavorare da Decathlon, nel reparto running.

Nei turni si avvicendano 8/10 ragazzi a stagione (la Locanda è aperta dalle 9 fino alle 20 e anche oltre in estate, seguendo un po’ il ritmo del parco, e spesso vi si tengono anche concerti gratuiti, come quelli di musica classica la domenica mattina). La rotazione è importante per poter inserire periodicamente nell’attività nuovi giovani con sindrome di down e prepararli e lanciarli nel lavoro.

I lavoratori sono reclutati attraverso l’AGPD – Associazione Genitori e Persone con Sindrome di Down, punto di riferimento in Lombardia per i ragazzi e le loro famiglie: c’è una selezione a monte dei candidati e poi l’invio in Locanda per il periodo di prova, nel momento in cui c’è la possibilità di nuovi inserimenti. Che in caso positivo portano ad una assunzione attraverso la Cooperativa Contè stessa.

Tutto il progetto nasce dall’idea di Fabio Bocchiola, Direttore Italia della multinazionale dell’energia Repower, uomo visionario che ha saputo unire la logica imprenditoriale alla sensibilità umana, particolarmente forte – nel suo caso – sul tema dell’inclusione di persone con disabilità. Grazie alla sua iniziativa, Repower ha deciso di investire dei fondi per la start-up di questo progetto sociale.

Siamo nati nel 2013. All’inizio doveva essere uno spazio temporaneo, con una concessione da parte dell’Assessorato alle Politiche Sociali di soli sei mesi. Poi hanno visto che funzionava, che i ragazzi erano bravi, e l’assessore Majorino ha prorogato la concessione per il progetto di altri tre anni, cui è seguita ancora una proroga per un periodo altrettanto lungo” prosegue Carlo, il gestore.

La sua storia è la dimostrazione che, per seguire un progetto sociale, talvolta sono soprattutto la sensibilità, la pazienza e la dedizione – insieme a una forte dose di buonsenso – a fare la differenza. “Non ho una vera formazione da educatore, ma un dottorato in Statale in Storia delle Relazioni Internazionali e un’esperienza da barista (come tanti lavoravo di sera per pagarmi gli studi). E in questo posto si vuole puntare proprio alla normalità del lavoro: io faccio il capo e i ragazzi sono dipendenti che devono fornire una prestazione. Poi il mio buonsenso sta nella capacità di individuare i limiti di ciascuno e nello stimolarli su questi.”

I ragazzi di Locanda alla Mano, con le competenze acquisite in questi anni, sono appena andati anche in “trasferta”, al di fuori del chiosco di Parco Sempione: sabato 26 marzo alcuni di loro sono stati camerieri e aiuto cuochi per il servizio pranzo di Casa Ramen Super, tempio milanese dei noodles giapponesi in brodi di carne, pesce e verdura.

Il progetto di Cooperativa Conté mostra infatti di avere una visione più ampia: l’obiettivo a lungo termine – di fianco all’auto-sostentamento del progetto – è quello di replicare il modello in altri posti, a Milano e in Italia. “Stiamo facendo un po’ scuola in questo senso: se viene una persona interessata a far partire un progetto simile altrove, noi siamo disposti a trasmetterle tutto il know how e l’esperienza affinché funzioni”.

Sono già diverse in Italia le iniziative di ristorazione e ospitalità che dimostrano l’importanza dell’inclusione sociale e il successo di formule come quella della Locanda: dall’Albergo Etico di Asti, gestito da personale con sindrome di Down e basato su un programma di formazione esportato anche in Argentina, al bar 21 Grammi di Brescia, che dal 2016 promuove il diritto al lavoro dei ragazzi con disabilità anche grazie al sostegno dell’associazione Big Bang e alla collaborazione dell’Istituto Alberghiero Andrea Mantegna. Fino all’esperienza di Belvedere Marittimo (Cosenza), dove la cucina di Sapori e Saperi, che impiega ragazzi disagiati e persone con disabilità, ha conquistato di recente addirittura un gambero sulla guida del Gambero Rosso, come riferisce il magazine omonimo, Gamberorosso.it.

Proprio qualche giorno fa, il 21 marzo, si è celebrata la Giornata Mondiale della Sindrome di Down (il numero 21 è il cromosoma alterato nel corredo genetico che comporta la sindrome). Il tema del 2018 è ‘Il mio contributo alla società’, scelto per dimostrare che le persone con disabilità sono una risorsa importante. Un contributo che è evidente nella cura al dettaglio riposta nel preparare un panino o nel servire un caffè; il contributo prezioso del sorriso di chi, come l’equipaggio di Locanda alla Mano, è felice e orgoglioso del proprio lavoro.

 

 

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Femminicidio: Aumentano I Delitti E Quasi Tutti Erano Annunciati http://www.sonda.life/in-evidenza/femminicidio-aumentano-i-delitti-e-quasi-tutti-erano-annunciati/ http://www.sonda.life/in-evidenza/femminicidio-aumentano-i-delitti-e-quasi-tutti-erano-annunciati/#respond Mon, 26 Mar 2018 11:45:39 +0000 http://www.sonda.life/?p=6936 Di AdrenAlina

 

28 febbraio 2018, Cisterna di Latina, provincia di Latina: Antonietta Gargiulo, 39 anni, viene quasi uccisa dal marito, il carabiniere Luigi Capasso, 47 anni, padre di due bambine di 7 e 13 anni. Purtroppo però riesce ad uccidere entrambe le figlie. 17 marzo 2018, Canicattini Bagni, provincia di Siracusa. Laura Petrolito, 20 anni, mamma di due bambini piccoli, viene uccisa a coltellate dal compagno Paolo Cugno e gettata in un pozzo. 19 marzo 2018, Terzigno, provincia di Napoli. Immacolata Villani, 31 anni, viene uccisa dal marito Pasquale Vitiello con un colpo di pistola.

Antonietta, Laura e Immacolata sono solo i casi più recenti, ma dall’inizio del 2018 sono morte già 18 donne. In Italia un omicidio su 4 è un caso di femminicidio. Lo scorso anno, infatti, le vittime di femminicidio hanno superato quota 100, seppur in lieve calo rispetto agli anni precedenti. In un caso su due gli assassini sono mariti, compagni o ex. Stando sempre ai dati più recenti, si scopre che una donna viene uccisa ogni 60 ore. I numeri fanno paura, ma le dinamiche di come e perché avvengano gli omicidi sono ancor più spaventose.

La stragrande maggioranza dei delitti, infatti, avviene silenziosamente in contesti familiari, tra le mura di casa e, nel 70% dei casi, dopo ripetute segnalazioni da parte delle vittime alle autorità. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, sono le donne più anziane a correre il rischio maggiore – infatti un terzo delle vittime ha più di 64 anni – e, sempre secondo l’ultimo rapporto Eures, le regioni più interessate sono principalmente quelle del nord: Lombardia,  Veneto ed Emilia Romagna sono ai vertici di questa triste classifica, insieme alla Campania.

Un anno fa circa, anche il Senato della Repubblica ha istituito una Commissione Parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, nonché ogni violenza di genere, e dalla sua Relazione finale pubblicata recentemente si evince un quadro ancora più scarso e lacunoso dal punto di vista della prevenzione e delle misure di contrasto attualmente in vigore. Un altro dato importante che questo documento mette in evidenza è che una donna su tre – tra i 16 e i 70 anni – racconta di aver subito una forma di violenza fisica o sessuale e gli autori, nella maggior parte dei casi, sarebbero i rispettivi partner.

Ma anche se oggi nel dibattito pubblico la violenza di genere occupa uno spazio importante, per quel che riguarda i responsabili dei delitti si continua a parlare di raptus di gelosia, possesso, violenze progressive, delitti passionali. Tutta una terminologia che cercherebbe di trovare sempre qualche attenuante o comunque di ridurre la questione in termini che sminuiscono la portata del fenomeno. Ogni volta l’aspetto più sconcertante rimane il fatto che, nella maggior parte dei casi, si tratta di tragedie annunciate: tutti sapevano della situazione di quella famiglia, eppure nulla si poteva fare per impedire di arrivare al punto di non ritorno.

Molte volte quindi denunciare non basta. La vera difficoltà è il percorso di reinserimento delle vittime in un contesto sereno che inanzittutto garantisca una reale messa in sicurezza anche per quel che riguarda i figli, ma allo stesso tempo che dia loro la possibilità di essere indipendenti. E in questo senso molta strada c’è ancora da fare. Concretamente e non con la consueta e inutile indignazione quando ormai la tragedia si è consumata.

ilmegafono.org

 

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La Seconda Vita Dei Rifiuti Urbani: Vantaggi Ambientali Ed Economici http://www.sonda.life/in-evidenza/la-seconda-vita-dei-rifiuti-urbani-vantaggi-ambientali-ed-economici/ http://www.sonda.life/in-evidenza/la-seconda-vita-dei-rifiuti-urbani-vantaggi-ambientali-ed-economici/#respond Mon, 26 Mar 2018 11:43:27 +0000 http://www.sonda.life/?p=6933 Di Veronica Nicotra

 

Anche i rifiuti urbani possono avere una seconda vita ed essere riutilizzati per realizzare qualcosa di nuovo. Per raggiungere questo scopo sarebbero però necessarie delle modalità adeguate che li possano rimettere in circolazione. Si tratta di oltre 600 mila tonnellate annue di beni durevoli in buono stato, che potrebbero essere facilmente venduti. Parliamo di mobili, elettrodomestici, libri, giocattoli e oggettistica, che invece troppo spesso finiscono nella discarica.

A fare il quadro completo della situazione ci ha pensato il Rapporto Nazionale sul Riutilizzo, presentato a Roma e realizzato dal Centro di Ricerca Economica e Sociale “Occhio del Riciclone”, in collaborazione con Utilitalia, la Federazione delle imprese italiane dei servizi idrici, energetici e ambientali. Secondo questo studio andrebbe incentivata la nascita di impianti di “preparazione per il riutilizzo” in grado di funzionare su scala industriale.

Per dar vita a questo meccanismo occorrerebbe un impianto che, tramite un’autorizzazione, possa ricevere i rifiuti provenienti dai centri di raccolta comunali e dalle raccolte domiciliari degli ingombranti, per igienizzarli, controllarli ed eventualmente ripararli e poi reimmetterli in circolazione. Al momento, però, manca un quadro normativo chiaro che favorisca la strutturazione di queste filiere del riuso, così come avviene per tante altre tipologie di rifiuti. L’assenza di decreti ministeriali riguardanti questo tipo di trattamento, inoltre, comporta diversi svantaggi. Se i danni etici e ambientali sono ben visibili, importanti sono anche quelli economici, in quanto vengono spesi 60 milioni di euro l’anno per lo smaltimento, senza considerare il valore potenziale degli oggetti di seconda mano.

«In Italia – spiega Pietro Luppi, Direttore del Centro di Ricerca Occhio del Riciclone – già da tempo si parla di integrare il settore del riutilizzo alle politiche ambientali, e i tempi sembrano maturi perché si arrivi a un punto di svolta a partire dal quale le filiere si articoleranno, struttureranno e regolarizzeranno. Bisogna però insistere sulla professionalizzazione e sulla pianificazione, nella coscienza che il riutilizzo non è un gioco, ma un’enorme opportunità per generare sviluppo locale e risultati ambientali».

Negli ultimi anni sono state messe in campo diverse iniziative lodevoli, come le raccolte dedicate e i centri di riuso interni o al di fuori dei centri di raccolta. In Italia ci sono 9 regioni che hanno incluso nella loro pianificazione ambientale l’avvio di centri di riuso, anche se questi progetti non sono mai partiti. Le aziende di igiene urbana, come spiega Filippo Brandolini, vicepresidente di Utilitalia,  «non si limitano a gestire i rifiuti conferiti dai cittadini ma diventano promotrici di iniziative innovative che, come nel caso del riutilizzo, alimentano filiere ad alto valore aggiunto».

«Per questo – continua Brandolini – dialoghiamo apertamente con le amministrazioni e il mondo dell’usato per cercare insieme modelli, sinergie e forme e di collaborazione che sappiano promuovere un utilizzo efficiente e sostenibile delle risorse ambientali ed umane”.

Non sono mancate le critiche, che fanno pensare ai reati ambientali e all’infiltrazione mafiosa. Le filiere degli indumenti usati sono le più complicate. Solo nel 2016 sono state raccolte 133.300 tonnellate di rifiuti tessili, il 65 per cento dei quali è stato riutilizzato, ma si potrebbe anche ricavare di più se vi fosse maggiore trasparenza nelle filiere. Gli operatori sani del settore, infatti, hanno chiesto strumenti di controllo più rigidi.

“Chi dona abiti usati consegnandoli nei contenitori stradali lo fa con intenzioni solidali nell’84 per cento dei casi – dichiara Alessandro Strada di Humana People to People Italia -, e ciò dimostra come il cittadino chieda che le considerazioni di carattere sociale trovino spazio all’interno degli affidamenti del servizio di raccolta differenziata e recupero della frazione tessile”. Il riuso degli abiti usati potrebbe essere l’inizio di nuove filiere del riutilizzo.

ilmegafono.org

 

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La “Bike Library” Di Glasgow: Il Comune Vuole Regalare 1400 Bici Alle Scuole Elementari http://www.sonda.life/in-evidenza/la-bike-library-di-glasgow-il-comune-vuole-regalare-1400-bici-alle-scuole-elementari/ http://www.sonda.life/in-evidenza/la-bike-library-di-glasgow-il-comune-vuole-regalare-1400-bici-alle-scuole-elementari/#respond Mon, 26 Mar 2018 11:41:05 +0000 http://www.sonda.life/?p=6930 Il Consiglio Comunale di Glasgow ha in programma di comprare 1400 biciclette da mettere a disposizione gratuita degli alunni di 70 scuole elementari della città. L’hanno chiamata “bike library”, un progetto per dare a tanti bambini la possibilità di pedalare tutte le volte che vogliono. Sono venti le biciclette che ogni istituto avrà a disposizione grazie all’investimento del comune che punta, con un piccolo gesto, a contrastare la povertà che colpisce i più piccoli.

La città scozzese di Glasgow ha già pronti 350mila sterline, quasi 400mila euro, per la bike library. A questa somma si aggiungeranno poi le 80mila sterline, più di 90mila euro, per dare lavoro a due persone che si occuperanno della manutenzione delle 1400 biciclette. In una città dove la percentuale degli spostamenti in sella resta ancora bassa, il consigliere comunale dei Verdi che ha proposto l’investimento per regalare bici agli studenti ha dichiarato che «questo progetto renderà più accessibili gli spostamenti in bici ai bambini che vivono nelle condizioni più svantaggiate».

Parlando di numeri del bike to school a Glasgow – una pratica che Fiab vuole quotidiana e diffusa per gli alunni in Italia – gli studi di Hands Up Scotland Survey hanno registrato un aumento dal 2008 al 2016 dall’1,4% al 2,8%. Cifra molto più bassa rispetto alla capitale Edimburgo, dove i bambini che pedalano da casa alle aule erano quasi il 6% fino al 2016.

http://www.fiab-onlus.it/bici/notizie/notizie-varie/news-varie/item/1943-glasgow-bike-to-school.html

 

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A Fausto E Iaio http://www.sonda.life/in-evidenza/a-fausto-e-iaio/ http://www.sonda.life/in-evidenza/a-fausto-e-iaio/#respond Mon, 19 Mar 2018 09:53:33 +0000 http://www.sonda.life/?p=6924 Di Maurizio Anelli

Quarant’anni fa, la sera del 18 Marzo 1978, Fausto Tinelli e Lorenzo Jannucci venivano uccisi su un marciapiede di Milano. Il tempo passa, qualche volta corre come un treno e su quel treno viaggiano bauli carichi di ricordi di giorni che sembrano lontani. Sembrano, ma poi il treno si ferma in qualche stazione e i ricordi escono dal baule, in ordine, e parlano… raccontano. Sono arrivato a casa da poche ore, anche oggi dopo quarant’anni Milano ha ricordato Fausto e Iaio. La pioggia non ci ha permesso di essere sulla strada del loro quartiere ma un posto amico e accogliente si è trovato. Amici, Compagni vecchi e nuovi, musica e parole. E Haidi Giuliani, la mamma di Carlo Giuliani, che parla a tutti e con tutti e a tutti regala quel sorriso che entra dritto al cuore.

Un anno fa scrissi alcune righe dedicate a Fausto e Iaio e alla loro storia, che poi è la storia comune a tanti ragazzi di quegli anni. È la storia di una generazione che era troppo piccola per ricordare il 68, ma grande abbastanza per vivere la stagione successiva. Quella stagione io l’ho vissuta, nel bene e nel male, e sono orgoglioso di averla attraversata. Oggi ritrovo quelle righe e le regalo a chiunque voglia fermarsi qualche minuto e desideri leggerle, pensando a quello che eravamo un tempo e che ancora siamo: tanti capelli bianchi, molte sconfitte e quarant’anni in più. Ma siamo ancora noi.

… e poi ti ritrovi una sera in un Teatro di periferia, un Teatro partigiano in un angolo del quartiere Niguarda a Milano. È il Teatro della Cooperativa, in scena “Il Sogno di Fausto e Iaio” di Daniele Biacchessi e Giulio Peranzoni. La sala è gremita e tu sei lì e ripensi a quel 18 Marzo del 1978. Era una Città diversa Milano, qualcuno la ricorda solo come la Città simbolo degli anni di piombo, ma non era solo così. Era molto di più. Era un laboratorio d’idee in movimento, di passione politica, d’impegno sociale. Si riusciva anche a sognare.

Avevano mille colori quei sogni: il colore della ribellione e della speranza, della solidarietà. Erano colori con un profumo particolare, quello dei diciotto anni. E come fai a non sognare, quando hai diciotto anni ? C’era il Centro Sociale del Leoncavallo e, lì dentro, quei colori e quel profumo erano ancora più intensi. Qualcosa che entrava nel cuore della “comunità” nel senso più nobile e magari ingenuo ma pulito e forte. C’era l’idea di uno spazio comune e autogestito, dove s’incontravano il lavoro e lo stare insieme, la cultura e la musica, l’impegno politico e la lotta sociale. Quella generazione, la mia generazione, non poteva non amare quell’angolo di Milano che dava così fastidio ai poteri di allora.

Oggi il Centro Sociale del Leoncavallo vive ancora, in un altro angolo della Città. La sede storica è stata demolita e oggi è una moderna palazzina, c’è addirittura una banca.
Le “Madri del Leoncavallo” hanno contribuito con la loro grande dignità a non disperdere quel sogno dei loro figli. È importante che sia andata così, perché come disse qualche anno fa un Uomo degno come Moni Ovadia “… Il Leoncavallo è una delle realtà più vive e fa parte della storia della città. Ha svolto un ruolo fondamentale in campo culturale, sociale e politico offrendo spazi di aggregazione a cittadini come i giovani delle periferie degradate o gli extracomunitari”.

Fausto Tinelli e Lorenzo Jannucci, Fausto e Iaio per tutti, sono morti per quei colori e quel profumo. Scrittori e giornalisti di cronaca giudiziaria hanno indagato e scritto per anni sulla loro morte.
Mauro Brutto, giornalista de l’Unità quando l’Unità era l’Unità, per queste sue indagini è stato ucciso. Gli scandali di Roma di due anni fa, la vergogna di “Mafia Capitale”, hanno aggiunto altre luci sulla loro morte, ma assomigliano alle stesse luci che qualcuno aveva già visto allora, inascoltato dallo Stato, gli stessi nomi. Nomi che s’incontrano spesso nella storia nera di quegli anni, nomi che intrecciano in un abbraccio mortale il peggio di questo Paese: mafie e criminalità, ambienti fascisti, servizi segreti … erano i giorni del rapimento di Aldo Moro e poche settimane dopo sarà ucciso anche Peppino Impastato. Era l’Italia dei misteri e oggi quei misteri resistono ancora, custoditi in quegli armadi che continueranno a nascondere i loro scheletri e i loro segreti. Oggi, dopo quasi quarant’anni, non esiste una sentenza di tribunale che condanni chi ha ucciso Fausto e Iaio e ne spieghi il perché. Ma non abbiamo bisogno di una sentenza di tribunale, che tanto non arriverà mai.
Chi ha vissuto quegli anni sa che cos’era l’Italia di allora. Fausto e Iaio non sono morti in uno scontro di Piazza con i fascisti che in quegli anni a Milano succedevano quasi ogni sabato. No, loro sono stati assassinati per un motivo preciso, preordinato e deciso da qualcuno.
La storia giudiziaria sull’assassinio di Fausto e Iaio è scritta a chiare lettere per chi la vuole leggere e capire, ed è perfettamente in linea con la storia giudiziaria di un Paese troppe volte vittima di sé stesso e delle proprie porcherie, incapace di dare una verità ai troppi misteri che lo hanno avvolto in una cappa quella sì di piombo e di silenzio. Restano il ricordo e il profumo, intensi e mai cancellati, che la loro storia ha lasciato su questa Città o almeno su quella parte di Città libera e consapevole. Resta quel sapore amaro di un sogno interrotto che ha lasciato un segno, una ferita. Il giorno dei funerali di Fausto e Iaio una Milano ferita ha abbracciato una folla immensa, come non si è mai più vista. Eravamo tanti in quella Piazza che non bastava a contenerci tutti. Studenti, operai, tranvieri, donne e uomini di ogni età erano lì a salutare quei due ragazzi che potevano essere chiunque di noi. Ricordo bene quel giorno e quella folla, Simona ed io eravamo arrivati di mattina presto insieme ai nostri Compagni . Rabbia, tristezza, lacrime trattenute ma poi lasciate scorrere.
Fausto e Iaio avevano la nostra stessa età. Tanti anni sono passati, eppure questa sera in un Teatro di Periferia l’emozione è stata forte. Milano non ha mai dimenticato quei due ragazzi.
Simona non la vedo più da tantissimi anni, dopo gli anni da studenti le nostre strade si sono perse di vista, chissà dov’è oggi e come vive la sua vita. Eppure, questa sera, l’ho sentita vicina come allora e mi sembrava che la sua mano stringesse forte la mia come quel giorno al Casoretto mentre provava, senza riuscirci, a trattenere le lacrime.

“Che idea morire di marzo, lascio un pezzo di vita e riparto più forte nella lotta, invidiavo i tuoi diciannove anni, ora me li sento addosso di più”.

 

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Il Ritorno Della Grandeur? http://www.sonda.life/in-evidenza/il-ritorno-della-grandeur/ http://www.sonda.life/in-evidenza/il-ritorno-della-grandeur/#respond Mon, 19 Mar 2018 09:48:26 +0000 http://www.sonda.life/?p=6921 Di Alfredo Luis Somoza

 

Per una serie di motivi, interni ed esterni, rispetto al passato oggi la scena internazionale è molto meno frequentata da parte delle grandi potenze. Gli Stati Uniti di Trump sono in piena fase di ripiego, impegnati a minare quei ponti che loro stessi avevano costruito con Asia, America Latina ed Europa. La Russia di Putin è fin troppo concentrata sul grande gioco della Siria e sul controllo dei confini con la NATO nell’Europa dell’Est. La Germania è ancora paralizzata dalla lunga trattativa per la formazione di un nuovo governo, il Regno Unito si sta leccando le ferite autoprovocate con la Brexit.

Solo la Cina dell’ormai presidente a vita Xi Jiping e la Francia di Emmanuel Macron sono attive in politica estera. Soprattutto Parigi sta approfittando del vuoto lasciato dai suoi principali competitor inglesi e tedeschi, e dell’insignificanza eterna dell’Italia, per rilanciare con forza la sua presenza in diversi scenari internazionali. Partendo dalla Cina, dove nella sua recente visita Macron ha fatto capire che si candida a essere alleato del gigante asiatico nella costruzione di una globalizzazione controllata, basata sulla reciprocità soprattutto in materia di delocalizzazione produttiva e di perdita di posti di lavoro. Il tema è già stato affrontato dall’inquilino dell’Eliseo nei confronti dei Paesi dell’Est europeo: cooperazione sì, dumping sociale sul costo del lavoro no. Ma l’asia non è solo Cina, in India Macron ha firmato accordi commerciali per 13 miliardi di euro con il governo Modi portando il livello di relazione tra i due stati a quello di “partnership strategica”. In buona sostanza, la Francia diventa l’alleato europeo chiave per New Delhi.

L’altro fronte che vede attiva Parigi è un “classico” della storia della Francia, progressivamente abbandonato nel tempo: il Medio Oriente. Il punto più alto dell’impegno di Macron è stata la mediazione tra Iran e Arabia Saudita che ha messo in sicurezza il Libano, strappando ai sauditi il premier libanese Saad Hariri, che era praticamente sequestrato a Riad ed è tornato a Beirut nel pieno dei suoi poteri.

Ultimo fronte di visibilità è l’Africa saheliana, il cortile di casa per i francesi, che sono impegnati in prima linea a tutela della stabilità dei regimi amici aggrediti dai gruppi jihadisti. Un grande impegno militare in condizioni difficili, ma che ha permesso la riconquista del Mali settentrionale e la tenuta del Niger, crocevia regionale. Fa parte del buon momento della diplomazia francese anche l’avere convinto l’Italia a impegnarsi militarmente in quella zona con la promessa di incidere sul controllo dei flussi dei migranti, tema che in realtà non interessa minimamente alla Francia.

Il punto centrale dell’offensiva di Macron resta però il processo di integrazione europea. Dopo la rottura con il Regno Unito, che a Parigi hanno più festeggiato che rimpianto, la Francia si considera la locomotiva che dovrebbe guidare l’Europa nel grande passo verso la costruzione di un’entità politica unica. Un passo da fare insieme all’alleato di ferro, la Germania, ma senza disdegnare la solidarietà dei Paesi mediterranei, soprattutto Spagna e Italia, per riuscire a strappare meno vincoli di bilancio al rigore di stampo teutonico. La Francia sta proponendo un modello di integrazione percorribile, con la creazione di un Ministero delle Finanze europeo, con un suo budget e con competenze per affrontare le crisi economiche anche sul fronte dell’occupazione. Non solo economia quindi, ma anche coesione sociale. E questo senza andare a toccare il parametro del 3% di deficit come massimo tollerato, per non urtare la sensibilità della cancelliera Merkel.

Emmanuel Macron ha davanti a sé una grande opportunità, quella di restituire alla Francia un ruolo da potenza globale. Oltre alle sue capacità personali, che il tempo confermerà o smentirà, è il contesto internazionale che sembra quasi congiurare per far tornare a splendere la stella di Parigi.

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