Sonda.Life http://www.sonda.life Portale di informazione sociale Mon, 21 Sep 2020 19:50:28 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 A Rossana E Giotto, Ai Ragazzi Del Novecento http://www.sonda.life/in-evidenza/a-rossana-e-giotto-ai-ragazzi-del-novecento/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=a-rossana-e-giotto-ai-ragazzi-del-novecento http://www.sonda.life/in-evidenza/a-rossana-e-giotto-ai-ragazzi-del-novecento/#respond Mon, 21 Sep 2020 19:50:26 +0000 http://www.sonda.life/?p=8503 di Maurizio Anelli.

Quella generazione del secolo scorso, ragazze e ragazzi che hanno attraversato ogni strada necessaria per inseguire un sogno o forse un’utopia, ci scrive una lettera che voglio leggere fino in fondo. Niente più del sogno e dell’utopia scalda il cuore e mette in cammino le persone. Il saluto a Rossana Rossanda è solo l’ultimo, in ordine di tempo, a una donna che quella generazione l’ha colorata di passione e di intelligenza. Non molto tempo fa disse: “Mi dispiacerà morire per i libri che non avrò letto e per i luoghi che non avrò visitato…” e in queste poche parole c’è tutta la bellezza di quella voglia di conoscere e di non accontentarsi mai, come un bicchiere che va riempito sempre. Forse la vita è proprio questo, un bicchiere che dobbiamo riempire sempre: di emozioni, di speranze, di idee e anche della dose necessaria di sogni e utopie.

Il suo libro “La ragazza del secolo scorso” si apre e si chiude con due frasi che a me sembrano bellissime: la prima, testuale, recita “Non ho trovato il comunismo in casa, questo è certo. E neanche la politica…”. Il comunismo, la politica… molti di noi non li hanno trovati in casa, ma li abbiamo cercati e qualche volta sono loro che ci hanno chiamato e trovati.

La seconda, che appunto chiude il libro, dovrebbe diventare un insegnamento per tanti di noi: “…noi, Manifesto, non cademmo nel nulla come succedeva ai più fra quelli che avevano lasciato il PCI. Cademmo nel pieno della crisi dell’Università e delle Lotte Operaie. Speravamo di essere il ponte fra quelle idee giovani e la saggezza della vecchia sinistra, che aveva avuto le sue ore di gloria. Non funzionò. Ma questa è un’altra storia. “.

Non funzionò. Ma questa è un’altra storia. “. Tante volte le cose non funzionano come si vorrebbe,

nella vita troppe volte è così, e non esiste mai un motivo solo quando questo non accade. Credo però che l’idea, o l’utopia, del Manifesto sia qualcosa che merita il rispetto e il grazie di intere generazioni. Ci metto anche la mia fra quelle generazioni, troppo giovani nel ’68 ma cresciuti in fretta per attraversare la stagione successiva. Quella stagione ha regalato tanto e si è ripresa forse anche di più, ma andava vissuta e attraversata in tutte le sue emozioni e in tutta la sua rabbia. Per crescere in fretta devi innamorarti di qualcosa che ti faccia sentire vivo. Poi arrivano le delusioni e anche le sconfitte, individuali e collettive, ma nessun rimpianto. Con il tempo si impara che nella vita un rimpianto è molto più doloroso di un rimorso, e innamorarsi di qualcosa o di qualcuno non sarà mai un rimpianto.

Genova, 19 settembre 2020. Giordano Bruschi, nome di battaglia “Giotto”, è un altro ragazzo del secolo scorso. Il suo Novecento non è ancora finito, la sua storia continua ancora, ricca di umanità sparsa e di progetti. Novantacinque anni ma ne mancano ancora cinque per arrivare a cento, e in un giardino fra ulivi e orti, coniglie e api, insieme alla sua gente ho salutato il suo compleanno e la presentazione del suo ultimo libro: “Il mio Novecento”.

La sua è una storia che parte da lontano, in quella città con quella faccia un po’ così, solo in apparenza selvatica ma che si impara ad amare un giorno alla volta: Genova. Nella Genova operaia del secolo scorso “Giotto” comincia la sua storia: partigiano, sindacalista, comunista. Le lotte e le battaglie continuano dopo la guerra: c’è lo storico sciopero della San Giorgio, a Sestri. Ottantatré giorni di autogestione dal momento in cui l’intera dirigenza era scappata via dopo aver proclamato la serrata. Lo sciopero inizia nel febbraio del 1950, la direzione abbandona la fabbrica e la proprietà assicura lo stipendio solo a chi non si presenta in fabbrica. La risposta è diventata storia: migliaia di lavoratori decidono di continuare a lavorare e la produzione non si ferma, la fabbrica va avanti e Sestri si stringe intorno ai suoi operai. Giordano Bruschi c’è, è in prima fila. Giotto non scappa come fanno i padroni, ma non potrà vivere in prima persona la fine della lunga battaglia sindacale di cui è stato protagonista perchè quando arriva la vittoria dei lavoratori lui è in carcere, a Livorno. Due mesi di carcere per un’accusa infondata e infame, prima di essere prosciolto e restituito alla libertà.

L’autogestione della San Giorgio passerà alla storia del Movimento Operaio, e la storia di “Giotto” continua: alla fine degli anni ’50 comincia un altro capitolo che durerà diciassette anni, accanto ai lavoratori del mare. Fabbrica, cantieri e marittimi… Genova e Giordano Bruschi.

È stato bello essere in quel giardino fra ulivi e orti, coniglie e api, domenica 19 settembre 2020. Lo considero un privilegio, come considero un privilegio conoscere questo gigante di 95 anni che progetta il futuro per i prossimi cinque anni.

Penso a Rossana, a “Giotto” … ma accanto a loro nella fotografia del ‘900 ci sono altri nomi e altre storie simili. Alcuni si sono fermati perché solo il tempo poteva vincerli, ma il tempo non li ha sconfitti. I ragazzi del ‘900 ci regalano il loro passato che può ancora essere un futuro se noi sapremo leggere quel libro, scritto da loro con le loro scelte, la loro voglia di credere che un mondo diverso è possibile. Quel Novecento continua con altre sfide che vanno raccolte e lasciare questo compito ai ragazzi di oggi senza essere accanto a loro, girarci dall’altra parte fingendo di non vedere la loro voglia di essere protagonisti di un cambiamento che è sempre più necessario significa non aver capito quel libro.

L’incontro fra le generazioni, in ogni stagione, è fondamentale. Non desiderarlo diventerebbe solo l’ultimo rimpianto e la più grande delle sconfitte. Sarebbe un’offesa per Rossana Rossanda, Giotto e per chi, come loro, non ha mai smesso di lottare per un’idea.

Non è mai facile guardare in faccia il mondo, non è mai facile curare una ferita e accettare una sconfitta, ma quel bicchiere che non può mai essere vuoto va riempito sempre. Riempirlo costa fatica e spesso diventa un calice amaro da bere, è facile cadere e rialzarsi tante volte sembra impossibile. Allora bisogna costringersi a guardare avanti perché indietro ci siamo già stati, guardarsi indietro serve solo per vedere e capire da dove siamo partiti, dove e quando abbiamo vinto e perso. Uno sguardo attento, per poi provare a guardare avanti cercando ancora l’idea e forse l’utopia, il sogno, senza paura di innamorarsi ancora, di qualcosa e di qualcuno. Forse non funzionerà, ma questa è un’altra storia.

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Delegittimare, Come Quando E Perché http://www.sonda.life/in-evidenza/delegittimare-come-quando-e-perche/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=delegittimare-come-quando-e-perche http://www.sonda.life/in-evidenza/delegittimare-come-quando-e-perche/#respond Thu, 17 Sep 2020 18:48:21 +0000 http://www.sonda.life/?p=8500 di Maurizio Anelli.

Quando, nell’estate delle stragi del 1992, la mafia decise di chiudere i conti con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, furono molti i coccodrilli che piansero le loro lacrime, false e gonfie di ipocrisia.   Dimenticarono in un sol colpo gli insulti e le offese che da mesi, in alcuni casi da anni, caricavano sulle spalle di chi già sopportava un carico immenso. Erano i tempi in cui, dalle colonne di potenti giornali e nei salotti di influenti televisioni, andava di moda l’accusa di essere “… i professionisti dell’antimafia”.

Ad inaugurare questo filone fu un articolo pubblicato da “Il Corriere della Sera” il 10 gennaio 1987, a firma di Leonardo Sciascia, con un titolo forte: “I professionisti dell’antimafia”.

https://www.archivioantimafia.org/sciascia.php

La forzatura, nel titolo del “Corriere”, era ed è evidente. Leonardo Sciascia non ha mai usato queste parole; ma quella che poteva essere una critica, condivisibile o meno, sul rischio che l’antimafia poteva rischiare di diventare uno strumento difficile da governare, si trasformò invece in un attacco diretto in particolar modo a Paolo Borsellino, accusato di aver fatto carriera per meriti antimafia: “… I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso”. Un atto d’accusa che diventò una ferita difficile da rimarginare, perché furono davvero in tanti a cavalcare in modo strumentale quella frase: giornalisti, politici e uomini delle Istituzioni, e non pochi intellettuali.

Leonardo Sciascia morì il 20 novembre 1989 e non ebbe modo di conoscere la stagione delle stragi ma, nel frattempo, quell’articolo diventò uno spartiacque. Era inevitabile considerando due cose: la firma di chi lo scrisse e la polemica sbagliata, nel tono e nella scelta della persona indicata, Paolo Borsellino. Dopo il fallito attentato dell’Addaura a Giovanni Falcone, nel giugno del 1989, trovava grande spazio anche il teorema che l’attentato fosse stato organizzato da Falcone stesso per fare carriera, perché” … la mafia non sbaglia, quando vuole uccidere uccide.”

Di Giovanni Falcone, Ilda Boccassini disse che “… Non c’è stato uomo in Italia che abbia accumulato nella sua vita più sconfitte di Falcone. Non c’è stato uomo la cui fiducia e amicizia sia stata tradita con più determinazione e malignità. Bocciato come consigliere istruttore, come procuratore di Palermo, come candidato al Csm, e sarebbe stato bocciato anche come procuratore nazionale antimafia, se non fosse stato ucciso.”

Nelsuo ultimo intervento pubblico, alla Biblioteca comunale di Palermo il 25 giugno 1992, Paolo Borsellino ricordava lucidamente Giovanni Falcone e i “Giuda” che lo avevano tradito, e parlò per l’ultima volta della violenta campagna di delegittimazione dei magistrati antimafia di Palermo, ricordando come “Tutto cominciò con quell’articolo sui professionisti dell’antimafia…”.

Oggi, anno di grazia 2020, il bersaglio è ancor una volta un Magistrato antimafia, che porta lo stesso carico immenso sulle spalle: Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica di Catanzaro.

Nell’aula bunker del carcere di Rebibbia, a Roma, si è aperto il più grande processo alla ‘ndrangheta. È un processo importante, dove sotto accusa non c’è solo l’ndrangheta, ma un intero castello di legami fra le cosche, lo stato e la massoneria. Sono 224 le parti offese, fra loro 15 Comuni della Calabria e l’intera provincia di Vibo Valentia. Al vertice delle accuse c’è Luigi Mancuso, “il Supremo”, da sempre in ottimi rapporti con i vertici della ‘ndrangheta della piana di Gioia Tauro e non solo. E, in questa tela di ragno che condiziona la vita di un’intera regione, il dito punta ai legami con la politica e la massoneria. Facile, quasi scontato, l’accostamento con il Maxi-Processo di Palermo di tanti anni fa. Non solo per i risvolti politici e giudiziari, quanto per le aspettative che un simile processo genera nella gente onesta di questo Paese. Eppure, oggi come allora, c’è chi gioca la carta della delegittimazione e del discredito. Ieri Falcone e Borsellino, oggi Gratteri.

Dalle colonne del quotidiano “Il Riformista”, Tiziana Maiolo attacca l’Uomo e il Magistrato che è riuscito a mettere in piedi questo processo e lo consegna pericolosamente in bocca alla ’ndrangheta accusandolo di muoversi al solo scopo di riuscire a diventare più famoso di Giovanni Falcone.

È un attacco volgare che merita attenzione, perché è così che si comincia a scrivere l’inizio della fine di un Uomo e di un Magistrato onesto: delegittimandolo, lasciandolo solo, creando intorno a lui quel vuoto che all’inizio sembra piccolo ma che poi cresce, insieme al tempo che passa. Non si entra nel merito del processo, dei fatti contestati e delle prove raccolte in anni di indagini, alle accuse e al mondo di mezzo coinvolto. No, si punta solo all’attacco vile e volgare nei confronti di chi da anni vive una vita blindata, sotto scorta, privata di ogni bellezza. È così, in questo modo, che la delegittimazione si trasforma in un messaggio in codice che qualcuno raccoglierà. Qual è il livello di attenzione che i media riservano a questo processo? Nullo, o poco di più. Sui giornali che contano lo spazio è minimo, sulle televisioni il silenzio è imbarazzante. Eppure, il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri convive da decenni con le minacce, l’ultima ha solo poche settimane di storia alle spalle e si manifesta con una lettera ai carabinieri di Lagonegro, dove il piano del clan Mancuso per eliminare il magistrato appare chiarissimo. “Ho le spalle larghe e i nervi d’acciaio…”, afferma Gratteri e non può essere che così.

Una vita sempre sotto scorta, fin da quando nei primi anni della sua carriera la ’ndrangheta avvisò la sua fidanzata: “…Sposi un uomo morto”.

Sì… l’Uomo e il Magistrato hanno le spalle larghe, e nel corso degli anni hanno sferrato colpi durissimi alla ’ndrangheta. Anche per questo, nel 2004 i Servizi segnalano il rischio di un attentato nei suoi confronti e il livello di scorta e attenzione si alza.

Nicola Gratteri conosce la sua terra, lui che è nato nella Locride. Nicola Gratteri la ama quella sua terra, così come Falcone e Borsellino amavano la loro Sicilia e, come loro, viene delegittimato e attaccato. L’isolamento politico e mediatico solitamente arriva in seguito. Cupole e ‘ndrine leggono, ascoltano gli umori e fiutano l’aria, capiscono quando si fa il vuoto intorno ai loro nemici e in quel vuoto poi si muovono e colpiscono.

Lo Stato osserva in disparte, poi ci sarà sempre qualcuno che mostrerà quella vecchia fotografia della Calabria omertosa e connivente dove tutto è immutabile. La Calabria come la Sicilia… è una fotografia che fa comodo a tanti, da sempre. Ma è una fotografia sbagliata e volutamente sfuocata che ha registi occulti, e che non racconta tutta la verità di quelle terre. È una fotografia avvolta nella cornice della storia di questo Paese, dove tutto cambia per non cambiare niente. Poi, quando verrà il momento, i coccodrilli si inginocchieranno e pregheranno per l’eroe da celebrare, ma soltanto dopo.

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La Lettura Del Mese http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-56/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-lettura-del-mese-56 http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-56/#respond Mon, 14 Sep 2020 19:28:03 +0000 http://www.sonda.life/?p=8496 La Lettura Del Mese

A.R. Chewett (1877-1965), Giovane uomo che legge (inizio XX sec.)

POLITICA SUL TERRITORIO?

Yasmina Khadra, L’ultima notte del Rais (Sellerio)

Franco Vegliani, La frontiera (Sellerio)

Pier Luigi Vercesi, Ne ammazza più la penna. Storie d’Italia vissute nelle redazioni dei giornali (Sellerio)

«Tutti i silenzi della terra non farebbero tacere la verità, Rais. Io non la biasimo, le racconto le cose come stanno. (…) Questo bellissimo paese, che lei ha costruito con le sue mani, superando ogni avversità, si sbriciolerebbe come una vecchia reliquia tarlata. (…) Senza di lei, le tribù dissotterreranno l’ascia di guerra che dormiva sotto secoli di rancore, di vendette covate e di tradimenti impuniti. Ci saranno tanti stati quanti sono i clan. Il popolo che lei ha compattato ritroverà intatte le sue fratture, e il paese che lei ha edificato diventerà una discarica di abiure, un cimitero di giuramenti e di preghiere…».

Ambientato nel corso di una sola notte, tra il 19 e il 20 ottobre 2011, L’ultima notte del Rais è un romanzo in cui lo scrittore algerino Mohamed Moulessehoul, alias Yasmina Khadra, immagina le ultime ore di vita di Mu’ammar Gheddafi (1942-2011).

Attraverso i ricordi, in questo angoscioso momento di sospensione e di attesa, l’ex-rais è braccato e in fuga, si ripercorre la sua storia dalle povere origini all’ascesa al potere con il colpo di stato, il 1° settembre 1969, di cinquantuno anni fa.

L’immagine impietosa che esce non è solo quella del singolo uomo, quanto quella di un intero paese e del suo popolo, di fatto di ogni singolo uomo.

Perché questo non avvenga sempre quando si tratta di condannare un potere autoritario e dispotico, perché cioè non si estenda da subito la responsabilità dell’uno a tutti coloro che gli stanno sotto e dietro e che fosse anche solo per un momento, di silenzio o per strada, lo hanno osannato e riposto in lui, non da meno nei suoi modi e metodi, la propria fiducia, rimane un mistero.

Ma è proprio ciò che sembra chiedersi anche il Gheddafi di Yasmina Khadra, quando sta per cadere dal trono nelle strette maglie di una rete di giochi e poteri più grandi e più forti di lui. Come in un rovesciamento di ruoli, è il dio osannato che chiede: perché popolo mi hai abbandonato?

Non c’è risposta a questa domanda che silenziosa urla e riempie i vuoti, i minuti, le ore di una lunga notte in cui tutto ormai sfugge di mano e la vita scivola via tra le dita.

Un pezzo alla volta si perde ogni cosa e nei sogni soltanto il vento, Van Gogh e il rimprovero della madre come quando si era bambini. Alla fine: “è troppo tardi”.

Anche solo per capire perché. [FINE]

«In certe circostanze» aveva osservato con me Simeone «uno non ha le parole che corrispondono ai suoi pensieri. Anche per Emidio fu così. Purtroppo, perché anche una sola parola, detta a un altro al momento giusto, può modificare il corso degli avvenimenti. Non possiamo escludere che se Emidio fosse stato capace di parlare, avrebbe avuto anche la possibilità di salvarsi».

Mirabile romanzo quasi dimenticato del triestino Franco Vegliani (1915-1982), La frontiera (1964) è capace di riconciliare con il mondo della letteratura italiana. Scavalcando i Grandi Classici ormai più che del secolo scorso e sorvolando sui così detti autori moderni, o giovani d’oggi.

Una lingua limpida e cristallina, periodi lunghi che scivolano via come pieghe del tempo, di un paesaggio che si stende sullo sfondo e in primo piano una storia capace di raccontare chi siamo e da dove veniamo. L’Italia delle due guerre e e ciò che siamo oramai diventati.

Simboli persi forse per sempre, sostituiti con quella vaga e multiforme macchia, come olio sopra l’acqua che bagna la strada: il popolo. In balìa di sé stesso e di chi vi si appella con tutte le forze, come santo a cui vuol votarsi: i politici che ci hanno abbandonato da tempo.

Si dovrà pure incominciare a farci i conti con questo. E allora più che contarli, votate. Quel segno è una fremente richiesta di risposta che brucia. [FINE]

L’impresa di Fiume è stata ricordata l’anno scorso a distanza di cento anni e a riguardo di Pier Luigi Vercesi si può leggere Fiume: l’avventura che cambiò l’Italia (Neri Pozza).

Per uno sguardo più ampio sulla storia del nostro paese, Ne ammazza più la penna. Storie d’Italia vissute nelle redazioni dei giornali copre gli anni dal 1815 al 1945 e immediato dopoguerra attraverso i giornali italiani, i loro inizi, vicissitudini e storie più o meno famose e gloriose.

Ci si ritroverà anche Fiume così come Napoleone, Mussolini, i grandi scrittori di Ottocento e Novecento, borghesi esploratori, attivisti e politici allo stesso tempo. Idealisti, ma almeno un’idea che fosse la loro sembravano averla.

Ritratto glorioso, di volta in volta triste e divertente (come l’incipit su Napoleone), sconcertante e impietoso (le due paginette sul confronto e scontro PinocchioGian Burrasca bastano quasi da sé: “Tra queste due Italie (…) l’Italia non ha mai saputo scegliere.”) del nostro santo popolo.

Poeta a volte, a seconda della forza di volontà e del momento.

Navigatore forse lo dovrebbe essere anche di più, quanto meno dei mari del suo passato e che compongono la nostra storia.

Servirebbero alcuni maestri o professori migliori. Per intanto, imperando il fai da te, Vercesi si presta con questo libro a colmare qualche lacuna.

Ci si potrebbe anche affogare in ciò che non sappiamo.

A cura di Giulia Caravaggi

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“Gesti di rivolta” Mostra Sulla Condizione Femminile Presso La Nuova Galleria Morone Dal 9 settembre http://www.sonda.life/arte-cultura/gesti-di-rivolta-mostra-sulla-condizione-femminile-presso-la-nuova-galleria-morone-dal-9-settembre/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=gesti-di-rivolta-mostra-sulla-condizione-femminile-presso-la-nuova-galleria-morone-dal-9-settembre http://www.sonda.life/arte-cultura/gesti-di-rivolta-mostra-sulla-condizione-femminile-presso-la-nuova-galleria-morone-dal-9-settembre/#respond Fri, 11 Sep 2020 09:36:57 +0000 http://www.sonda.life/?p=8491 Il femminismo attraverso l’arte tra il 1975 e il 1980

Di Claudia Notargiacomo

Fino al 31 ottobre la cittadinanza è invitata ad un momento di riflessione ed approfondimento interessantissimi sulla condizione della donna nella società, condizione raccontata in maniera esaustiva ed efficace attraverso una rassegna che si muove all’interno dell’espressione artistica di alcune delle più significative rappresentanti del movimento femminista, politico e non. Un quadro complesso e variegato delle vicende del femminismo tra il 1975 e il 1980 è ciò che attende il pubblico dal 9 settembre grazie alla mostra collettiva “Gesti di rivolta”, presentata alla Nuova Galleria Morone a Milano.

Opera di Fernanda Fedi. Anno 1976. Interpretazione sui ruoli della donna

Inserita nel palinsesto culturale milanese “I Talenti delle Donne”, entra a pieno titolo in una programmazione voluta dal Comune tutta rivolta alla creatività femminile e che dà spazio a diversi e ricchi strumenti espressivi, a testimonianza di una necessaria e auspicabile attenzione crescente rispetto alla creatività femminile in ogni ambito sociale.

Ed è attraverso l’insieme di molteplici punti di vista che vediamo comporsi un mosaico ricco e prezioso, frutto del lavoro di tante artiste donne che dalla metà degli anni ’70 si sono interrogate su un tema fondamentale come quello della condizione femminile, attraverso la loro personale ricerca e approcci anche molto differenti, accomunati da un unico obiettivo, quello appunto di fotografare l’evoluzione del ruolo femminile all’interno della società.

Ecco che la mostra, curata da Cristina Casero, si pone l’obiettivo di raccontare un pezzo di storia, di attivismo e militanza, ma anche in alcuni casi di singola conquista personale, quale momento di cambiamento e denuncia espressi attraverso l’atto creativo.

Una riflessione dalla quale non è possibile prescindere in un’epoca in cui è sempre più importante non abbassare la guardia e confermare le consapevolezze acquisite e l’impegno per l’affermazione dei diritti troppo spesso messi in discussione dalla realtà.

Milano è sempre stata una piazza di fermento e confronto, molte sono state le artiste che hanno fatto della propria ricerca uno strumento di lotta, costruendo un tessuto culturale prezioso e di grande significato, sul quale ha attecchito un movimento più grande ed esteso, e contribuendo a sviluppare un processo di creazione di valore universale e in continuo divenire.

Le artiste presenti: Gabriella Benedini, Diane Bond, Marcella Campagnano, Carla Cerati, Mercedes Cuman, Amalia Del Ponte, Fernanda Fedi, Marzia Malli, Paola Mattioli, Libera Mazzoleni, Maria Teresa Meneghini, Elisabeth Scherffig, Silvia Truppi e Collettivo Donne Fotoreporter (Liliana Barchiesi, Kitti Bolognesi, Giovanna Calvenzi, Marisa Chiodo, Marzia Malli, Laura Rizzi, Livia Sismondi).

Il volume “Gesti di rivolta”, edito da enciclopediadelledonne.it, completa un’operazione interessante, che diviene approfondimento e testimonianza preziosa in un percorso che vede nella crescita e nell’evoluzione della figura femminile un’urgenza attuale e globale su cui concentrarsi.

Completano il percorso espositivo documenti originali e video di MEMOMI (memoria di Milano).

Ecco che ancora una volta è necessario ribadire l’importanza della Memoria e la necessità di un racconto che deve arrivare anche alle nuove generazioni, affinché consapevolezza e responsabilità rappresentino valori primari all’interno della società contemporanea.

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21 Anni E Il Divieto Di Vivere, Dedicato A Willy http://www.sonda.life/in-evidenza/21-anni-e-il-divieto-di-vivere-dedicato-a-willy/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=21-anni-e-il-divieto-di-vivere-dedicato-a-willy http://www.sonda.life/in-evidenza/21-anni-e-il-divieto-di-vivere-dedicato-a-willy/#respond Tue, 08 Sep 2020 21:47:02 +0000 http://www.sonda.life/?p=8488 di Maurizio Anelli.

Si chiamava Willy Monteiro Duarte, aveva solo 21 anni. Le sue origini sono lontane, si perdono nell’Oceano Atlantico a centinaia di chilometri dalle coste del Senegal: Capo Verde. Colleferro invece è un comune ad un’ora scarsa di macchina da Roma e 20mila abitanti, poco più poco meno.

Willy non era in Italia per portarci via il lavoro, nemmeno per spacciare droga o rubare le nostre donne, come amano urlare i tanti che ogni giorno sprecano il loro fiato inutile per vomitare insulti sui migranti e sugli stranieri di ogni generazione. No, Willy giocava a calcio come tanti ragazzi della sua età, studiava all’Istituto alberghiero Buonarroti di Fiuggi, e lavorava sodo come aiuto cuoco in un ristorante.

Le persone che lo hanno conosciuto da vicino raccontano che sapeva sorridere sempre. Sono strane le persone che sanno sorridere sempre, in questo mondo e i questo Paese, strane e bellissime. Andrebbero amate e protette, come si fa con le specie in via di estinzione. Perché sorridere alla vita è un dono che non sappiamo apprezzare e che questa società non sopporta proprio. Questa società celebra la stagione dei vincenti: forti, cinici, violenti. Possibilmente razzisti, quel razzismo che tutti negano ma che viene sempre tollerato quando non incoraggiato, in un paese come Colleferro come nelle grandi metropoli. Il vescovo di Velletri, Monsignor Vincenzo Apicella, ai giornali dichiara che “…siamo tutti corresponsabili, seduti su una polveriera che può esplodere da un momento all’altro.” E la polveriera esplode sempre, prima o poi. E in un sabato notte di fine estate Willy viene ucciso a calci e pugni da quattro bestie, poco più grandi di lui. Due di loro sono fratelli,Marco e Gabriele Bianchi. Adesso si dice che a Colleferro tutti conoscevano quelle bestie, la loro violenza gratuita e vile, i precedenti e le abitudini, si dice anche che da queste parti le notti appartenevano a loro. Ma la polveriera è sempre rimasta al suo posto, a dettare legge come nell’America di “Mississippi Burning” perché in fondo le radici dell’odio sono sempre uguali, le stesse in ogni angolo del mondo. Cambia veramente solo qualche sfumatura, ma la capacità di odiare rimane, si impara da piccoli e si porta avanti da adulti: c’è sempre un nemico da odiare e troppe volte c’è la protezione di un ambiente che minimizza, chi per paura o per rassegnazione, chi per convinzione. Chi non accetta le regole subisce le conseguenze e le ritorsioni. Dopo aver spento la vita di Willy in una manciata di minuti le bestie si sono messe sedute al tavolo di un bar a bere una birra. Nessun peso sulla coscienza, nessuna traccia di umanità, ma solo il bisogno di ostentare la loro forza e quel marchio di fabbrica che identifica la razza padrona, il vincente. È un marchio che piace e che prende piede sempre di più nella vita di tutti i giorni: dalla politica alla vita nei quartieri, nei dibattiti televisivi, nella mente di chi vorrebbe ma non può.

Saper sorridere e avere la pelle nera diventa allora un’aggravante che porta ad essere stranieri in un mondo che dovrebbe abolire per legge questa parola, ma non succede.  E allora Willy Monteiro Duarte smette di sorridere solo per aver tentato di sedare una rissa e per aver provato a difendere un amico.

Era il 5 marzo del 2018, a Firenze, quando Idy Diene, venditore ambulante nato in Senegal veniva ucciso a colpi di pistola mentre camminava nei pressi del ponte Vespucci. Aveva cinquantaquattro anni e ogni giorno percorreva la strada da Pontedera fino a Firenze, per provare a vendere la sua merce, con onestà e fatica. E poi altri nomi che vengono alla mente, così tanti che si fa fatica a nominarli tutti. Uno ancora, e poi mi fermo… Soumaila Sacko, bracciante e sindacalista attivista per i diritti dei lavoratori agricoli, assassinato in quel contesto economico, sociale e politico che faceva dire ad un volgare e razzista Ministro degli Interni che “… la pacchia è finita”.

Storie diverse fra loro, in minima parte, ma con un enorme fattor comune. Proviamo a chiudere gli occhi e facciamo un gioco: facciamo finta che questi morti abbiano la pelle bianca e che a sparare o a massacrare a calci e pugni un ragazzo di ventun anni che sapeva sorridere sia stata una banda di migranti, di stranieri, magari con la pelle nera. Poi proviamo a immaginare i titoli a nove colonne sui giornali e i servizi dei TG, proviamo a immaginare i comizi nei salotti televisivi e le reazioni di una gran parte dei cittadini e dei politici che ogni giorno ci ricordano “… prima gli italiani”.

Adesso apriamo gli occhi: il gioco è finito e la realtà è un’altra, diversa da quella che vogliono farci credere. E quella realtà racconta di intere zone di questo Paese dove “Mississippi Burning” è il vivere quotidiano, dove la violenza ha la cittadinanza italiana e si muove su automobili lussuose e potenti, controlla il territorio e gestisce traffici di ogni tipo. Zone dove il controllo dello Stato non esiste, latitante o osservatore compiaciuto.

Che strano: nei salotti che contano dell’informazione, televisiva e stampata, ci aggiornano ogni giorno sul collasso di Lampedusa e sull’emergenza migranti. Non si parla più della stazione dei Carabinieri di Piacenza e di quello che succedeva in quelle stanze e in quella città. Dov’è la differenza fra le violenze che si consumavano in quella caserma protetti da una divisa dello Stato e quella consumata nella piazza di Colleferro in una notte bastarda di fine estate?

Cala il silenzio rispettoso anche nei confronti di quei candidati alle elezioni in odore di mafia e di legami con le forze razziste e fasciste di questo Paese smemorato. Qualcuno ricorda quanto successo all’inizio di agosto nell’aula del Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia? Quel giorno i “bravi ragazzi” di CasaPound entrarono in aula interrompendo la seduta della commissione. A guidare il blitz era il leader di CasaPound in Friuli: Francesco Clun, nominato alla direzione Welfare dall’assessore Alessia Rosolen, una carriera politica sempre a destra. Quel giorno, per tranquillizzare i “bravi ragazzi”, Antonio Calligaris consigliere regionale della Lega, urlava che lui “sparerebbe senza problemi” ai migranti clandestini.

Ecco, il gioco ora è davvero finito e gli occhi non si dovrebbero più chiudere. Questo è il contesto sociale, umano e politico, che ammorba questo Paese. Questo è il terreno che ha permesso a quattro bestie di spegnere il sorriso di Willy Monteiro Duarte. Prima di lui avevano spento quello diIdy Diene e di Soumaila Sacko, di Abdoul Guiebre “Abba” e di tanti altri che sapevano sorridere, comunque e nonostante. Colleferro, Firenze, San Calogero o le baracche di San Ferdinando, Milano… separate dalla distanza e dalla geografia, ma così vicine in quelle pagine della storia dove il racconto assomiglia ad un vecchio film sull’America. Ma quel “Mississipi” non è solo in America: è anche intorno a noi, è entrato dalla porta principale e si è accomodato in salotto. È lui il padrone di casa.

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L’avvoltoio E Il Maschio Dominante http://www.sonda.life/in-evidenza/lavvoltoio-e-il-maschio-dominante/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=lavvoltoio-e-il-maschio-dominante http://www.sonda.life/in-evidenza/lavvoltoio-e-il-maschio-dominante/#respond Mon, 31 Aug 2020 19:07:14 +0000 http://www.sonda.life/?p=8484 di Maurizio Anelli.

Vive in ogni angolo del pianeta e si nutre di tutto. Attacca i più deboli e i più indifesi, ovunque si trovino e ovunque esistano le condizioni per conficcare i suoi artigli e il suo becco robusto nella loro carne. Quando necessario si trasforma e diventa quasi socievole, ma solo per accattivarsi la benevolenza di quelle che diventeranno poi le sue vittime.

Si sposta abilmente e con grande agilità su ogni terreno, ma i disastri naturali, le crisi economiche e sociali, le guerre e tutto quello che ne consegue, sono il suo giardino di casa e quando tutto questo non esiste aspetta con pazienza, osserva, poi contribuisce a crearlo. La sua è un’intelligenza fredda, le emozioni e i sentimenti non lo interessano perché vive solo di calcolo. È l’avvoltoio.

La specie più comune di questo animale, la più infida, non vive sulle rocce ma in comodi uffici. Moquette e aria condizionata, un telefono sempre acceso e mille carte di credito. Si sposta con facilità da un continente all’altro, un aereo sempre pronto a farlo salire a bordo e una stretta di mano, fredda e viscida, sempre pronta a riceverlo quando scende. L’avvoltoio della finanza ha sempre fretta e si circonda di servi fedeli, consapevoli che finché lui vola alto ci sarà sempre da mangiare anche per loro. Spesso frequenta Università prestigiose, da cui esce con quel pezzo di carta che ne certifica l’ingresso nella società che conta.

Guglielmo Stagno D’Alcontres, a soli 31 anni, è il giovane avvoltoio uscito con gloria dall’Università Bocconi di Milano. Giovane rampollo di una famiglia nobile, nel 2010 apre un’azienda: Straberry.

Sul sito ufficiale l’azienda si autodefinisce “…un’impresa giovane e innovativa che rappresenta la più grande realtà in Lombardia che coltiva frutti di bosco”. In effetti si occupa di coltivare fragole, mirtilli e frutti di bosco, nei terreni di Cassina de’ Pecchi, un piccolo comune appena fuori dalla porta della città di Milano. Straberry diventa così una “Start Up” che riceve finanziamenti e riconoscimenti.

Nel marzo del 2017, questo giovane e brillante avvoltoio rilascia un’intervista dove celebra sé stesso e la sua fulminante arrampicata sociale: “… Per carattere non mollo mai, mai. Credo dipenda dal mio lato siciliano… e, per orgoglio, non ho mai chiesto aiuti o raccomandazioni. Ero iscritto al Des (Discipline economiche e sociali, ndr) della Bocconi, pensavo di fare il banchiere. Nuovi modelli di sviluppo, risparmio energetico, fotovoltaico, incentivi fiscali. Seguendo il corso d’economia ambientale del prof Luigi De Paoli (con lui poi mi sono laureato) mi venne l’idea di cosa fare dei terreni – 60 ettari a mais e prati stabili – di mia madre, a Cassina De’ Pecchi nel Parco Agricolo Sud Milano. Non rendevano una mazza! Oltre a non saper d’agricoltura non avevo mai fatto l’imprenditore, però capisco velocemente le cose, i numeri mi vengono fuori subito…”

http://www.stampalibera.it/2017/03/07/la-storia-del-messinese-guglielmo-stagno-dalcontres-il-successo-di-un-economista-che-coltiva-fragole-e-mirtilli-a-milano/.

I numeri mi vengono fuori subito… “. La premessa è interessante, perché dietro i numeri ci sono le persone. I numeri dell’avvoltoio sorridono, ma non sorridono le persone che contribuiscono a moltiplicare quei numeri. Adesso la storia dei “frutti di bosco” si arricchisce di alti contorni, dove emergono lo sfruttamento, le condizioni di schiavitù e le umiliazioni subite da chi lavorava in quei campi. Troppo spesso si crede che lo sfruttamento nei campi e il caporalato siano cose che succedono solo al Sud… stupida convinzione: lo sfruttamento e il caporalato sono un virus condiviso dagli avvoltoi di ogni latitudine, sono i figli legittimi dei “Chicago Boys” di ogni epoca e di ogni paese e non conoscono geografia. Sono il virus condiviso da chi guarda sempre e solo ai numeri senza mai considerare le persone e quando le persone hanno la storia del migrante dipinta sul loro volto diventano ancora più invisibili. Ma qualcuno, fra gli invisibili, trova il coraggio di confidarsi e di raccontare, e nel muro si aprono le prime crepe e, un giorno alla volta, la diga si rompe. Iniziano le indagini e le intercettazioni telefoniche, emerge tutto quello che era stato nascosto con cura e si arriva così al sequestro dei beni operato dalla Guardia di Finanza. Il castello di carta crolla, e viene alla luce tutto il fango su cui era costruito: lo sfruttamento nei confronti di centinaia di braccianti, in gran parte migranti, i contratti irregolari, le finte assunzioni e le condizioni di lavoro che raccontano schiavitù. Infine, quelle intercettazioni telefoniche che non consentono repliche: “…con loro devi lavorare in maniera tribale, come lavorano loro, tu devi fare il maschio dominante, è quello il concetto, io con loro sono il maschio dominante, è così…io sono il maschio dominante! “.

https://milano.repubblica.it/cronaca/2020/08/27/news/straberry_caporalato_razzismo_guglielmo_stagno_d_alcontres-265557495/

L’avvoltoio e il maschio dominante, in fondo non c’è differenza. L’avvoltoio vola in cerchio, vola in alto. Nell’America di Trump nel cerchio ci sono tutti gli ultimi, e se hanno la pelle nera sono ancora più ultimi. Lo hanno capito tutti, ma l’avvoltoio d’America ha dalla sua parte tutti i “Chicago Boys” che guardano solo alla finanza e ai numeri. Quei numeri dicono che si possono avere milioni di poveri e di disoccupati ma per restare al potere bastano e avanzano i voti dei suprematisti bianchi e dei razzisti, basta l’appoggio di chi non rinuncerà mai a possedere un fucile mitragliatore anche quando hai solo diciassette anni. Nella vecchia Europa, quindi anche in Italia, il maschio dominante ha tanti volti, impossibile distinguerlo dall’avvoltoio. Parla e predica di nazionalismi e di razza, odia i migranti e non lo nasconde, ha amicizie importanti nella politica, nelle banche e in ogni apparato che conta. Ha l’informazione, o gran parte di essa, dalla sua parte, compiacente e benevola. Gode di finanziamenti importanti, non importa da dove arrivano purché arrivino: https://www.agi.it/politica/news/2020-08-20/bannon-sovranismo-populismo-italia-lega-m5s-fdi-9458721/.

Nella Turchia di Recep Tayyip Erdoğan il maschio dominante si sporca le mani senza nasconderlo: una strada per eliminare gli oppositori si trova sempre, in un modo o nell’altro, e quando non può essere fatto alla luce del sole si usano le galere di stato dove si imprigiona chiunque e per qualunque motivo: artisti e musicisti, giornalisti e avvocati, chiunque chieda democrazia e verità. Si annientano le persone nella mente e nel cuore, fino a quando uno sciopero della fame chiude il cerchio. Il cerchio si è chiuso in primavera sui musicisti del Grup Yorum e ora, alla fine di un’estate sbagliata, anche su una giovane donna di 42 anni che lottava ogni giorno per i diritti umani: si chiamava Ebru Timtik ed è morta il 27 agosto, pochi giorni fa. Nella Turchia del maschio dominante si vive e si muore così.

Quell’avvoltoio vive in ogni angolo del pianeta e si nutre di tutto, lui e il potere si fondono insieme, in Europa, in Africa, in Asia, nel continente americano dove il Cile di Salvador Allende è stato il primo Paese a subire il morso velenoso dei “Chicago Boys”: a mordere furono un generale e un regime fascista, ma a guidare la mano armata e a proteggerla negli anni furono le multinazionali e la finanza.

L’avvoltoio e il maschio dominante, in fondo non c’è differenza. Hanno lo stesso vestito, la stessa maschera che indossano da sempre, nella vita di tutti i giorni, nell’ipocrisia di una società che da sempre divide gli ultimi dai primi, i vincenti dai perdenti. E si sa, a minare l’ordine precostituito sono sempre e solo i perdenti e gli ultimi della fila.

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Controvento http://www.sonda.life/in-evidenza/controvento/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=controvento http://www.sonda.life/in-evidenza/controvento/#respond Mon, 24 Aug 2020 14:10:54 +0000 http://www.sonda.life/?p=8480 di Maurizio Anelli.

Non esiste un’estate che sia uguale alle altre: il tempo spariglia sempre le carte e spinge le persone a guardare le cose da prospettive diverse, come una fotografia dove la profondità di campo cambia ad ogni scatto. Per troppi aspetti quest’estate è arrivata dopo una stagione che ha lasciato un segno difficile da cancellare, una ferita che il tempo farà fatica a rimarginare. Un giorno forse… ma la cicatrice resterà, magari nascosta nelle pieghe della vita, ma sempre lì a ricordare tutte le nostre fragilità. Perché questo siamo fragili come un filo d’erba di fronte al vento. Qualcosa si è perso, forse molto più di qualcosa: certezze, entusiasmi, affetti. La consapevolezza di questa fragilità può diventare però la forza di resistere al vento, il filo d’erba può diventare una radice capace di stare in piedi anche controvento. E poi controvento si respira il profumo di quello che resta, perchè nulla si perde davvero finché c’è memoria delle emozioni vissute e delle persone.

Fuori dalla porta di casa c’è un mondo che chiama e che ci invita a non chiudere mai quella porta, ci chiede di provare ad esserci e a non essere solo testimoni silenziosi di un tempo che sembra prendersi tutto, che cancella e passa sopra ogni emozione come un uragano. Quell’uragano che, ogni giorno, un mare di umanità affronta in ogni angolo di quella Terra che sembra aver perso ogni traccia di sé stessa.

Cerco quelle tracce nel Mediterraneo che inghiotte vite ogni giorno, nella striscia di Gaza distrutta dalle bombe di Israele, nell’Africa a cui hanno rubato tutto e anche di più. Le cerco nei paesi devastati da guerre e carestie, nell’opulenza rozza e razzista dell’America di Trump e in quell’America Latina che lotta e muore un giorno alla volta, troppo sola a combattere mille battaglie: contro l’imperialismo e il capitalismo americano, contro i Bolsonaro di turno, contro i cartelli dei narcos e contro il Covid-19.

Cerco quelle tracce in ciò che resta di un’Europa che sempre di più assomiglia a quei nobili decaduti che sfogano la loro rabbia e la loro impotenza sugli antichi schiavi dei loro vecchi imperi.

Forse però le tracce bisogna fiutarle, cercarle nei meandri delle strade che ancora esistono e resistono, controvento come quei fili d’erba che non si arrendono mai. Oggi quelle strade sono, sempre più, la preda dei cani da guardia dei padroni di sempre. I cani da guardia non hanno paura di entrare nei vicoli delle periferie, sanno che in quei vicoli basta scodinzolare e promettere quello che non è mai stato mantenuto da nessuno per conquistare uno spazio, un voto di fiducia, un posto di comando. Allora i cani da guardia entrano, promettono e fingono di ringhiare contro il potere mentre in realtà loro sono al servizio del potere, che li addestra e li usa per fingere di cambiare tutto per non cambiare nulla.

E questo è il gioco vero: fingere di cambiare tutto per non cambiare nulla.

L’Italia è, per definizione o per destino, quel Paese del “Gattopardo” raccontato magistralmente da Giuseppe Tomasi di Lampedusa. E quello stratagemma per cui “…Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi…” sembra essere diventato, insieme all’amnesia storica, una ragion di stato di questo Paese, quasi uno stile di vita. Un tempo, molto lontano per la verità, i Partiti politici si distinguevano per il diverso modello di società che proponevano, oggi quell’idea di politica non esiste più: oggi si cerca il consenso, a qualunque prezzo e in qualunque modo. L’idea di società è passata all’ultimo posto della fila, quasi come se “l’idea” fosse un peso che nessuno vuole portare sulle spalle.

Ci sono parole che sono scomparse dal dibattito politico: Socialismo, Comunismo, Lotta di classe… Compagni. Un tempo il dibattito politico era nelle piazze, nelle fabbriche e nelle Università, nelle assemblee… oggi si fa nei salotti televisivi e al Meeting di Rimini. Già, quello stesso Meeting di Rimini che da decenni è l’anfiteatro dell’ipocrisia cattolica che nel corso del tempo si è spartita il mondo delle scuole, delle Università, della Sanità privata a danno di quella pubblica. Un anfiteatro che non ha mai risparmiato il bacio di Giuda alla società e l’applauso al potente di turno. Quest’anno l’onore di inaugurare il Meeting è stato riservato all’ex presidente della BCE Mario Draghi. I massimi organi di informazione hanno applaudito al discorso di Draghi, in particolare quando ha calcato la mano sul futuro dei giovani…

https://www.corriere.it/economia/finanza/20_agosto_18/covid-draghi-a-rischio-futuro-giovani-bisogna-dar-loro-piu-b94ce5b0-e12c-11ea-b799-96c89e260eb4.shtml

Forse sono io ad essere prevenuto, può essere, o forse sono distratto. Ma non mi pare di aver sentito dalla bocca di Draghi una sola parola sul tema, per esempio, della scuola pubblica… peccato perché sarebbe sato un buon punto di partenza per parlare del futuro dei giovani ma forse il pubblico di Rimini non avrebbe applaudito con calore a questa variante del tema, troppo importanti le scuole e le Università private che preparano i “Chicago Boys” di domani. Crescere nuovi adulti è un’altra cosa…

Lo stesso livello di riconoscimenti e onori è stato riservato ad un altro “grande vecchio” della vita italiana: Cesari Romiti. Si sono tessuti le lodi al manager e all’imprenditore, uomo di fiducia dell’Impero FIAT, grande amico di Enrico Cuccia e Mediobanca. La missione di un grande banchiere, da sempre, è fare gli interessi dei suoi azionisti e dei suoi clienti: il banchiere era Cuccia, Cesare Romiti l’uomo di riferimento con il cliente.

Nessun riferimento critico nemmeno al suo straordinario impegno profuso per distruggere il mondo del lavoro e le lotte sindacali, nessun ricordo delle sue tele di ragno che hanno soffocato quel mondo.

Claudio Lolli in una canzone simbolo degli anni ’70 cantava:

“…Vecchia piccola borghesia, per piccina che tu sia
io non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia.

Sempre pronta a pestar le mani a chi arranca dentro a una fossa,
E sempre pronta a leccar le ossa al più ricco ed ai suoi cani…”

Matteo Salvini, da un anno esatto, non è più il Ministro degli Interni di questo Paese. Tante cose sono cambiate, e quindi non è cambiato nulla. Aspetto ancora che la vergogna dei decreti sicurezza venga spazzata via. Aspetto ancora una legge sullo “Ius soli”, aspetto che tutti coloro che hanno chiuso i porti ai migranti, tutti e non solo Matteo Salvini, paghino per quell’infamia, aspetto le scuse di chi, ancora oggi al Governo, non più tardi di un anno fa attaccava e offendeva le ONG, definite con arroganza e volgarità “i taxi del mare”. Aspetto che i diritti dei migranti siano garantiti e rispettati, che chi specula e si ingrassa sulla loro pelle nelle baraccopoli e nei campi di pomodori venga cancellato dalla vita civile. Aspetto che finisca la vergogna dei trattati con la Libia, usciti dal cilindro magico dell’allora Ministro Minniti, benedetti dal PD e dal Governo Gentiloni, e rinnovati dall’attuale Governo. Aspetto che si chiudano i CPR, che si cancelli la legge Bossi-Fini, figlia legittima della legge Turco-Napolitano. Aspetto che si smetta di chiamare “eccellenze” le fabbriche italiane che costruiscono armi e vendono morte. Aspetto che la giunta regionale della Lombardia paghi per i crimini commessi in un inverno maledetto, aspetto che chi ancora oggi accusa i migranti di portare il Covid-19 a casa nostra si vergogni e venga zittito. Aspetto che la politica torni ad avere il coraggio di proporre un modello di società diverso, sostenibile e umano, entrando nei meandri più chiusi ed emarginati delle nostre città, cacciando i cani da guardia dei padroni di sempre.

L’estate sta finendo, ho un anno di più e tante cose in meno, perse per strada.

Mi resta la voglia di aprire quella porta che non terrò mai chiusa. Continuerò a cercare quelle tracce di umanità nei meandri e nelle strade.

Fragile, sì, come un filo d’erba. Ma in piedi, controvento.

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La Lettura Del Mese http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-55/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-lettura-del-mese-55 http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-55/#respond Sun, 23 Aug 2020 20:06:34 +0000 http://www.sonda.life/?p=8478 La Lettura Del Mese

A.R. Chewett (1877-1965), Giovane uomo che legge (inizio XX sec.)

LINEE DI CONFINE

Yoko Ogawa, La casa della luce (Il Saggiatore)

Thomas Bernhard, Al limite boschivo (Guanda)

Colin Dexter, L’ultima corsa per Woodstock (Sellerio)

La scrittrice giapponese Yoko Ogawa, classe 1962, si presenta in questo libro, edito da Il Saggiatore, con tre racconti risalenti al 1990-1991: Diario di una gravidanza, Dormitorio e La Casa della Luce.

Si tratta di tre voci narranti femminili, ma il punto di vista non è l’unico punto in comune.

C’è una persona da accudire o di cui preoccuparsi, un po’ capricciosa: una sorella incinta, un cugino scomparso e un anziano, dei bambini.

Un luogo dal valore sociale istituzionale: una clinica, un dormitorio, un orfanotrofio.

C’è da un lato una figura maschile forte e rassicurante, quasi onnipotente e con tratti dalla valenza fortemente erotica, un medico, un vecchio professore, un giovane orfano, e al contrario una figura maschile debole, assente o inetta, un cognato, un marito, un padre direttore.

Il rapporto con il cibo che diventa rapporto con la vita e la morte, con il bene ed il male, con l’ordine e la pulizia.

C’è il bianco, luce abbagliante e colore del lutto, l’inverno o il ricordo di una nevicata eccezionale, una tempesta primaverile e tanta acqua in mille forme.

Infine il tocco dell’elemento grottesco che suscita un orrore più suggerito che appena accennato, lieve ma ugualmente pungente, un abbozzo, un….

E poi c’è del verde.

Un giardino dietro la clinica in cui da bambini si entrava di nascosto a giocare, e ancora: “Mi sono infilata attraverso lo spiraglio aperto della porta, attenta a non far impigliare i vestiti ai chiodi, e  mi sono trovata davanti al cortile erboso.

In Dormitorio è il pensionato che è “circondato dal verde”, un giardino ormai abbandonato dove spicca un’aiuola coltivata a tulipani, e la Casa della Luce ha un giardino sul retro, ma soprattutto si trova dopo un boschetto: “Passo prima davanti a un giardinetto con una sola fontanella e una buca della sabbia, poi davanti a uno di quei pensionati che le ditte mettono a disposizione dei dipendenti non sposati e a una clinica ostetrica dall’aspetto fatiscente. (…) Devo percorrere questa strada per venticinque minuti prima di arrivare a casa mia. (…) Alla fine rimango quasi sempre da sola.

Il verde è uno spazio più o meno vissuto e più o meno delimitato da un muro o da una recinzione, da un cancello più o meno aperto che ne fa una realtà più o meno accessibile, mentre gli alberi del bosco ceduo si stagliano a nord dell’orfanotrofio e costituiscono una sorta di confine, una “cortina di verde”, una linea all’orizzonte che segna. Che cosa?

Nel 75° anniversario dei bombardamento atomici di Hiroshima e Nagasaki la domanda potrebbe sorgere spontanea: quegli alberi segnano un limite invalicabile o nascondono un barlume di speranza per il futuro?

Come su tutti i confini, dipende da che parte state. [FINE]

Tre racconti brevi costituiscono anche Al limite boschivo dello scrittore austriaco Thomas Bernhard (1931-1989).

Un uomo che teme l’imminente recuperata libertà come se dovesse in realtà perderla: “Qui, nelle tenebre, tra l’umanità repressa, che osava appena respirare, come erano chiari i contorni dei concetti! Com’era chiaro qui ciò che è lontano, alieno, singolare, inafferrabile!

Due passi dopo cena in una radura che serba un segreto: “Entrambi sentimmo le mie sorelle discutere animatamente in casa, erano ora parole staccate, ora frasi intere, che, col vento favorevole, si capivano chiaramente anche nel bosco.

La montagna che accoglie due giovani in fuga: “Poi lei dice: «Era bello sul Wartbergkogel». Le piaceva il suo vestito, la camicia nuova. La strada che facevano quando andavano a scuola, attraversava un bosco fitto, dove avevano paura; e si ricordarono di un carcerato che, scappato da Göllersdorf con la divisa ancora indosso, nel bosco era caduto su un tronco e aveva perso sangue da una ferita alla testa ed era stato trovato da loro, sbranato dalle volpi.

Anche qui, come in Ogawa, la linea del bosco dietro il penitenziario nel primo racconto viene attraversata nel secondo racconto e, infine, è come un traguardo, una meta raggiunta nel terzo, lasciando dietro di sé l’inesplicabile e l’indicibile.

Così, l’orrore quasi surreale della scrittrice giapponese assume contorni molto più realistici e per questo anche più spaventosi.

Apparentemente scarne, queste prose mostrano una faccia nascosta come uno specchio girevole che ruotando metta in luce, ingrandendolo, il vero volto di chi ci si specchia. Non c’è nascondiglio che tenga: “«Non c’è» disse, «nessun mezzo per sfuggire a se stessi.»” [FINE]

A quanto pare fin dai tempi lontani Woodstock ha sempre offerto un’ottima scelta di alloggi e parecchi tra gli hotel e le pensioni confortevoli che si affollano lungo le sue strade possono vantare non solo una discendenza avita, ma anche un buon numero di stelle sulle loro vivaci insegne gialle.

Sul finire dell’estate un buon giallo non può mancare e visto che proprio l’anno scorso l’editore Sellerio ha mandato in libreria, a distanza di vent’anni dall’originale inglese, l’ultimo romanzo di Colin Dexter, perché non tornare indietro e ricominciare da capo leggendo il primo libro della fortunata serie che ha per protagonista l’ispettore Morse.

Scritto per passatempo nel 1972, ma pubblicato nel 1975, da un professore di lettere classiche e specialista di enigmistica, L’ultima corsa per Woodstock è in effetti un giallo dalla dinamica molto simile alle parole crociate.

Un gioco in cui riempire uno schema già dato, una griglia ancora vuota, e in cui tutti, ma proprio tutti, possono divertirsi a cimentarsi.

Una sfida che si preannuncia già nel Preludio di questo romanzo: “Ma la sua mente non si era mai mossa con scioltezza tra le colonne di numeri, e il dito che tracciava un’incerta rotta orizzontale dal margine sinistro del riquadro non sembrava destinato a incontrare nel punto giusto quello che calava lungo una direttrice più o meno verticale a partire dal bordo superiore.

A cura di Giulia Caravaggi

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Le Mele Marce E L’albero Avvelenato http://www.sonda.life/in-evidenza/le-mele-marce-e-lalbero-avvelenato/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=le-mele-marce-e-lalbero-avvelenato http://www.sonda.life/in-evidenza/le-mele-marce-e-lalbero-avvelenato/#respond Sun, 26 Jul 2020 10:38:35 +0000 http://www.sonda.life/?p=8474 di Maurizio Anelli.

Nel giardino di casa l’albero avvelenato viene accudito con cura, cresce e genera frutti velenosi come le sue radici. È la vecchia storia delle “mele marce”, che parte da lontano ma che oggi è così logora che non si regge più sulle gambe malferme di uno Stato che non è mai stato. Stupisce lo stupore di chi, solo oggi, si meraviglia che una caserma dei Carabinieri sia diventata una camera dell’orrore. Viene da chiedersi dove aveva vissuto fino ad oggi chi si sorprende di questo. Dov’erano nascoste queste persone, in quell’estate del 2001, quando la caserma di Bolzaneto era diventa la versione italiana della “Escuela Superior de Mecánica de la Armada” di Buenos Aires ? Perché anche il nostro Paese ha avuto da sempre il suo “Garage Olimpo”, ma in pochi hanno saputo e voluto guardare in faccia quella verità, e chi ha osato raccontarla e denunciarla è sempre stato deriso e umiliato da molti di coloro che oggi si indignano o fingono di indignarsi.

L’albero avvelenato ha tante storie da raccontare: ognuna di queste storie gode della copertura offerta da una divisa fornita dallo Stato, quello stesso Stato che dalla caduta del fascismo ha dato protezione e ospitalità ai tanti vermi del regime fascista usciti indenni e ripuliti da un’amnistia vergognosa. Per molti di loro c’è stata da subito una prestigiosa poltrona disponibile nelle Prefetture e nelle Questure di quelle città dove, più che altrove, le lotte sociali e di classe si facevano strada. Nella Milano delle bombe e di Piazza Fontana, nella Milano dove si “cadeva” dalla finestra della questura, chi era il “feroce Questore”? Era Marcello Guida: funzionario di polizia durante il fascismo, divisione affari generali e riservati. Nel 1937 venne nominato vicedirettore della colonia penale di Ponza prima e di Ventotene poi, diventandone Direttore. Luoghi di confino politico, Sandro Pertini li conobbe entrambi per la sua attività antifascista. E proprio Sandro Pertini, dopo la strage di Piazza Fontana e in occasione di una visita ufficiale a Milano come Presidente della Camera dei deputati, si rifiutò pubblicamente di stringergli la mano per questo motivo.

Per gli uomini del fascismo si sono aperte anche le porte accoglienti dell’Arma dei Carabinieri, della Polizia di Stato, dei Servizi Segreti, finanche del Parlamento. Nell’estate del 1960 la caccia all’uomo nelle piazze e nei caruggi di Genova ha solo anticipato quella ferita inguaribile dell’estate del 2001.

Si potrebbero scrivere pagine infinite sul ruolo dell’Arma, della Polizia di Stato e dei Servizi, nelle trame eversive che hanno avvolto l’Italia nella ragnatela tessuta con cura negli anni della strategia della tensione, nella conduzione e nella gestione delle indagini, nei depistaggi. Eppure, ogni volta ci è stata raccontata la favola assolutoria delle mele marce.

Sul finire degli anni ’80 e fino alla metà degli anni ’90 la banda della “Uno bianca” seminò il terrore nelle strade fra l’Emilia-Romagna e le Marche. Il bilancio finale fu di un centinaio di azioni criminali, e decine di omicidi. Mele marce, anche loro. La divisa è sempre in ordine e ben stirata, chi la indossa si sente protetto e autorizzato a fare quello che vuole. Lo Stato tace, il silenzio è sempre complice e quel silenzio viene rotto solo quando non si può più nascondere oppure quando la voce di qualche politico decide che non c’è limite alla vergogna e alza la sua voce per difendere sempre e comunque qualunque divisa, anche quella più intrisa di sangue e di fango.

È il caso di Carlo Giovanardi: una laurea in giurisprudenza e poi il servizio militare nell’Arma dei Carabinieri. Eletto al Senato della Repubblica nel 2008 inizia una sua personale battaglia in difesa di qualunque divisa sbagliata. Un accanimento particolare si accende nei confronti delle famiglie di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi, oggetto di insulti e accuse violente. È una difesa a spada tratta nei confronti dei militi di polizia e carabinieri, anche di fronte a testimonianze e accuse inconfutabili. Per il Senatore Giovanardi i due ragazzi sono sempre stati colpevoli della loro stessa morte.

Poi arriva l’estate di Genova, nel luglio del 2001: giorni di totale sospensione dei diritti e di una folle macelleria umana, raccontati sui giornali e sulle televisioni di tutto il mondo, nessuno può fingere di non averli visti. In quelle strade bruciate dal sole e dai lacrimogeni c’è tutta la brutale violenza di uno stato di polizia complice e vigliacco, tutta l’ipocrisia del potere, quello in divisa e quello in doppiopetto e cravatta. È la catena del comando: nelle stanze dei bottoni a dettare il compito e nelle strade della città a svolgerlo. Resta un ragazzo che muore sull’asfalto ma nessuno guarda alla luna, tutti vedono solo un estintore: nei salotti televisivi, nelle redazioni dei giornali che contano, nelle aule del Potere. Carlo Giuliani aveva solo vent’anni, ma non importa a nessuno.

Alla Diaz succede il finimondo, ma non importa neanche quello. A Bolzaneto inneggiano al fascismo, sputano e picchiano, feriscono corpi cuori e cervelli, torturano come nelle galere cilene e argentine dei generali, ma non importa. Sono mele marce, ma faranno tutti un passo avanti nelle loro carriere… a cominciare dal Capo della Polizia Gianni De Gennaro: nel maggio del 2012, il governo Monti lo nomina sottosegretario di Stato, con delega alla sicurezza della Repubblica. Nel luglio del 2013, il governo Letta lo nomina Presidente di Finmeccanica, il gioiello dell’industria italiana.

Anche a Ferrara e a Roma muoiono due ragazzi, la loro colpa è stata quella di attraversare la strada sbagliata nel momento sbagliato. Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi si chiamavano. Anni di indagini a vuoto, silenzi e coperture, connivenze. Due donne d’acciaio e con il cuore in mano, la madre di Federico e la sorella di Stefano fanno crollare il muro di gomma su cui hanno sbattuto la testa per anni… ma lo Stato nasconde la faccia, e Carlo Giovanardi ha continuato ancora a parlare e insultare quelle donne e quei ragazzi. Ma luglio è un mese caldo, succede sempre qualcosa a luglio.

Nel luglio del 1992 i poliziotti onesti gridavano “fuori la mafia dallo Stato”. Erano i giorni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e di quegli uomini delle scorte, massacrati perché facevano il loro dovere. Fuori dalla Basilica di Palermo lo Stato e il Potere scappavano di fronte a quel grido.

È cambiato qualcosa? Le “mele marce” hanno continuato a rimanere tali, nelle Istituzioni e nelle divise che rappresentano uno Stato che non c’è mai stato.

Oggi la “Gomorra” della caserma dei Carabinieri di Piacenza esplode nelle mani dello Stato come una bomba. Qualcuno indagava su di loro da tempo, ma loro continuavano la loro vita sporca di sangue e letame: le porcherie più immense venivano commesse mentre in Italia, in Lombardia e a Piacenza, le persone morivano come mosche per la pandemia. Non si sono fermati neanche di fronte al Covid, anzi… una storia di violenze e pestaggi, spaccio e denaro. I media oscurano per giorni il volto di questi avanzi di sterco in divisa, perchè? Quei volti dovrebbero essere visti da tutti per poterli riconoscere sempre, anche fra qualche anno quando magari saranno ancora liberi di circolare per le strade.

Però non sento la voce di Carlo Giovanardi in questi giorni, non vedo un ex ministro degli interni fare il giro delle piazze con la felpa d’occasione. Non sento l’indignazione di Giorgia Meloni che nell’estate del 2018 si opponeva al reato di tortura perchè “…impedisce agli agenti di fare il proprio lavoro. Siamo sempre dalla parte delle forze dell’ordine…” https://www.huffingtonpost.it/2018/07/12/giorgia-meloni-abolire-il-reato-di-tortura-che-impedisce-agli-agenti-di-fare-il-proprio-lavoro_a_23480623/

No, non si tratta di mele marce. C’è un albero avvelenato nel giardino di casa che lo Stato nutre e protegge. Quell’albero affonda le sue radici nella storia dello Stato italiano, colpevole e colluso. Quelle mele hanno sempre assaporato il gusto dell’impunità, e quella divisa è sempre stata il loro scudo protettivo. Chi si stupisce oggi è davanti a un bivio: o è cieco oppure è in malafede, a loro scegliere la risposta in cui identificarsi. Allo Stato il compito, e il dovere, di dimostrare che non è così: l’albero avvelenato va tagliato alle radici, non si può curare. Non bastano e non servono le parole di circostanza balbettate davanti alle telecamere. Serve una disinfestazione totale del giardino e i giardinieri che hanno nutrito e fatto crescere quell’albero vanno isolati, rimossi, cancellati dalla vita civile. Se questo non accadrà, se tutto tornerà come prima e come sempre, con le divise in ordine e ben stirate, lo Stato e le Istituzioni di questo Paese un giorno dovranno assumersi tutta la responsabilità morale, civile e politica, della sconfitta che loro anno scritto. Punto e a capo.

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Le Morti Sul Lavoro E L’Incredibile Leggerezza Dei Nostri “Ora Basta” http://www.sonda.life/in-evidenza/le-morti-sul-lavoro-e-lincredibile-leggerezza-dei-nostri-ora-basta/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=le-morti-sul-lavoro-e-lincredibile-leggerezza-dei-nostri-ora-basta http://www.sonda.life/in-evidenza/le-morti-sul-lavoro-e-lincredibile-leggerezza-dei-nostri-ora-basta/#respond Sun, 26 Jul 2020 10:34:06 +0000 http://www.sonda.life/?p=8471 di Sebastiano Ambra.

E cosa ne sarà di Charley, che cadde mentre lavorava, e dal ponte volò e volò sulla strada. Niente di che. Verrà riservato, a Charley, uno spazio nel registro che racchiude le morti bianche, quei decessi violenti che hanno sempre fatto rabbia ma che poi, alla fine, sono diventati cifre statistiche, articoli per la stampa senza colore se non quel bianco a fare da fondo all’inchiostro. Come accadeva già a Spoon River. Sono “morti bianche” perché, stando a quanto spiegato da Giorgio De Rienzo sul Corriere della Sera qualche anno fa, alla mano che le ha spinte nel vuoto non puoi darle colore: non esiste, quella mano. Sulle carte processuali alla fine non c’è. A Stefano Fallone e Paolo Pasquali, 53 e 29 anni, qualche giorno fa non li ha spinti nessuno a Roma: sono caduti da soli, caduti dall’ottavo piano di un enorme edificio in ristrutturazione, un progetto che dovrebbe impiegare anni per vedere la luce, con quattordici milioni di euro a rafforzarne le fondamenta.

Adesso incrinate da due vite spezzate. Stavano tagliando una trave di cemento, l’impalcatura è crollata e sono precipitati giù. Indossavano, probabilmente, i dispositivi di sicurezza, ma altrettanto probabilmente non erano imbracati. Indagheranno, e forse un paio di nomi a quelle mani bianche si proverà a darli. Ma il punto non è questo.

All’inizio di quest’anno l’INAIL ci ha raccontato che sul lavoro, nel 2019, hanno perso la vita tre persone al giorno. Oltre mille fra uomini e donne che, se quella mattina non fossero andati al lavoro, oggi non sarebbero stati pianti da familiari e amici. Un migliaio di vite che restituiscono un lungo pianto moltiplicato ogni giorno dagli affetti che le hanno circondate, e se varchiamo le Alpi, o andiamo oltre l’Isola delle correnti, arriviamo a contarne annualmente due milioni. E fra questi dodicimila sono bambini.

Numeri da capogiro, da ecatombe, ma silenziosi. Hanno il problema dell’accumulo delle gocce, che puoi contarle solo mentre cadono: da sole, o a gruppi di tre, non riescono a mostrare il peso reale della tragedia. Vuoi o non vuoi le medie che le statistiche ci mostrano ogni mese, o ogni anno, non riescono a far rumore. Le stragi sul lavoro, beh, quelle sono un’altra cosa, diventano titoli a tre colonne e gli animi s’infiammano, ma per trovare animi infiammati dobbiamo tornare indietro al 2007, all’incidente della ThyssenKrupp di Torino, con sette operai morti in un’esplosione e con De Rienzo che dava quella descrizione delle morti bianche sul Corriere della Sera; e prima ancora a Colleferro nel ‘38, coi suoi sessanta morti in un’esplosione, o a Bollate vent’anni prima, quando nella fabbrica di munizioni Sutter&Thévenot morirono 59 operai.

Non possiamo augurarci, però, di assistere a delle stragi perché ci s’infiammi fino a prendere fuoco, e così bruciare l’immobilismo: dobbiamo solo pretendere che i controlli sulla sicurezza vengano garantiti. Sempre. E basta. O no? I sindacalisti della Cgil ai piedi di quel grande palazzo a Roma hanno detto, mentre una squadra del Nucleo Speleo-alpino-fluviale metteva in sicurezza la trave pericolosamente sospesa a venti metri, che va capito “se c’era, all’interno della zona di lavoro, un responsabile incaricato di supervisionare il rispetto delle norme”. Va capito. Un’impresa da quattordici milioni di euro e almeno tre anni di lavoro, con un esercito di operai e tecnici, che deve far capire ai sindacalisti se c’era qualcuno addetto alla sicurezza. E mentre si puntualizzava che questo va capito, la Cisl twittava che “dobbiamo fermare questa strage quotidiana”. La Cisl, nel frattempo, twittava.

Ora: non è necessario sfogliare i giornali, aprire i registri, cercare nelle biblioteche. È abbastanza probabile che dalla morte dei 59 operai di Bollate fino a quella dei 2 operai romani ci saranno stati migliaia di “ora basta”, migliaia di “dobbiamo fermare questa strage quotidiana” e migliaia di articoli come questo dove è scritto che dobbiamo solo pretendere che i controlli di sicurezza vengano garantiti. E allora perché la gente continua a morire nei cantieri?

Adesso lì a Roma arrivano i sequestri, le indagini e l’immancabile fascicolo per “omicidio colposo” (“colposo”, che fuori dal gergo giuridico significa che nessuno lo voleva, ma anche che nessuno l’ha evitato), ma insieme a tutto questo arrivano pure i nostri musi storti, i nostri sguardi corrucciati, le nostre rimostranze. E poi? Tutto resta confinato nell’alveo liquido del nostro disappunto, amaro e straordinariamente digeribile. Perché già da prima che Charley volasse da quel ponte finendo sulla strada non è stato fatto nulla di davvero efficace: abbiamo srotolato valanghe di parole sopra le quali abbiamo liberato la nostra rabbia, ma non siamo stati capaci di avere la certezza che un’impresa da quattordici milioni di euro desse una garanzia di sopravvivenza ai suoi operai. Siamo arrivati dopo, come al solito, per recitare la nostra prece fatta di “ora basta”. E allora basta, ora

Ilmegafono.org

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Paolo Finzi, Anarchico http://www.sonda.life/in-evidenza/paolo-finzi-anarchico/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=paolo-finzi-anarchico http://www.sonda.life/in-evidenza/paolo-finzi-anarchico/#respond Wed, 22 Jul 2020 20:20:39 +0000 http://www.sonda.life/?p=8468 di Claudia Notargiacomo.

Riferimento, maestro di libertà e confronto. Se penso ai momenti di scambio, ciò che ricordo è di aver ricevuto molto. Non di conoscenza voglio parlare in queste poche righe, ma dell’opportunità di comprendere il significato della parola rispetto, nella sua accezione più profonda e vera. Ed è incontrando quest’uomo dall’animo fine, sensibile, dall’intelligenza complessa e capace di cogliere i significati più preziosi, che ho saputo cosa fosse anarchia, al di là di ogni strumentalizzazione o utilizzo mediocre. Ed è grazie a Paolo Finzi che ho saputo chi fosse un Anarchico.

Il pensiero sottile, l’anarchismo e la forza di chi è pronto ad affrontare le conseguenze delle proprie scelte, fanno di quest’uomo una figura di riferimento per intere generazioni. Perché tutto ciò continui ad illuminare e a rappresentare motivo di evoluzione e speranza diviene fondamentale dare spazio a strumenti capaci di preservare la memoria.

Molti i modi e le occasioni di fare cultura, a partire dall’informazione e l’ambiente scolastico per passare al mondo dell’arte, per esempio, in tutte le sue espressioni. Che si tratti di musica o teatro, che si tratti di letteratura, poesia o arte visiva, vi è una grande responsabilità per noi tutti, quella di fare da strumento e ponte perché il passato insegni, non venga cancellato e stravolto, ma raccontato con la sola arma che serve: la verità. Ed è di questo che ringraziamo Paolo Finzi, del suo immenso altruismo, perché la verità è difficile, scomoda e dura. 

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Le Lacrime Delle Madri Di Srebrenica http://www.sonda.life/in-evidenza/le-lacrime-delle-madri-di-srebrenica/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=le-lacrime-delle-madri-di-srebrenica http://www.sonda.life/in-evidenza/le-lacrime-delle-madri-di-srebrenica/#respond Mon, 13 Jul 2020 17:20:11 +0000 http://www.sonda.life/?p=8463 di Maurizio Anelli.

C’era una volta una città immersa nei boschi e nei monti della Bosnia-Erzegovina.

Non aveva molte ricchezze intorno a sé, ma le bastavano e ne andava fiera: una grande fabbrica metallurgica, le miniere di salgemma e le sue acque termali. In quella città vivevano 40mila abitanti, mille più o mille meno non importa. Il suo nome era Srebrenica.

Poi in un giorno di un’estate maledetta, gli uomini e i ragazzi vennero separati dalle donne, dai bambini e dai vecchi. Era il 9 luglio del 1995 e l’inferno di Srebrenica prendeva forma.

La Jugoslavia che avevamo conosciuto non esisteva più da qualche anno: cinque, per essere precisi. Tutto aveva radici lontane e quel seme di violenza uscito dal terreno seminava, un giorno alla volta, odio e violenza. I primi segnali della disgregazione jugoslava si presentarono con la svolta nazionalista di Slobodan Milošević, eletto Presidente della Serbia nel 1989. Ma in Europa, e nel mondo, nessuno sembrava accorgersene. L’estate del 1990 fu solo l’inizio di un incendio che covava da anni sotto la cenere e l’incantesimo di quei popoli che per anni avevano vissuto fianco a fianco, mescolando culture e colori, si ruppe. Nessun incantesimo può resistere alla stupidità degli uomini, alla loro sete di supremazia e alla loro violenza, e la terra di Jugoslavia diventò così il girone dantesco dove risuonavano parole che appartenevano a un passato lontano ma già conosciuto: razza, pulizia etnica, fosse comuni. Il sogno atavico della Grande Serbia, così come l’odio secolare fra serbi e croati, può essere un punto di partenza per provare a capire la ferocia di quei lunghi anni. Le radici dell’odio sono sempre antiche, hanno origini politiche ed etniche che si perdono nei secoli, ma riuscire a capire tutto quello che ha violentato quella terra è davvero difficile.

Serbia, Croazia, Slovenia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Macedonia: erano le sei repubbliche che, insieme, formavano la Jugoslavia federale: per molte generazioni quella Jugoslavia aveva rappresentato il simbolo della convivenza civile fra etnie, religioni e culture diverse fra loro. Era quell’idea di socialismo libero e non allineato, indipendente dalle potenze dell’URSS e della Cina, che faceva credere che un mondo diverso fosse possibile e realizzabile, la dimostrazione che le differenze possono diventare una ricchezza capace di unire invece di dividere. Forse non era nemmeno un incantesimo, ma soltanto una tregua.

Ma “todo cambia, Cambia el modo de pensar, Cambia todo en este mundo…”.

L’incendio ha bruciato la Jugoslavia fino a ridurla in cenere, nel corpo e nel cuore, e quel sogno di convivenza civile è diventato un incubo che ha inghiottito tutto: dai massacri di Vukovar e Mostar, all’assedio di Sarajevo, durato mille giorni.

Srebrenica è stata l’ultima stazione di quel viaggio nella follia del Novecento.

In quella parte di Bosnia ormai quasi del tutto in mano alla Serbia, Srebrenica era un’enclave a maggioranza musulmana, era l’anomalia che non poteva essere accettata a lungo. Dichiarata zona demilitarizzata, era sotto il controllo della Forza di protezione delle Nazioni Unite (Unprofor) che con oltre 600 caschi blu olandesi avrebbe dovuto proteggerla, difenderla.

Nei primi giorni di luglio del 1995 i soldati di Ratko Mladić circondano la città e la mattina del 9 luglio gli uomini vengono separati dalle donne, dai bambini e dai vecchi. Tre giorni, settantadue ore: questo è il tempo in cui si compie il primo genocidio europeo dalla fine della Seconda guerra mondiale. Poche ore prima dello scempio il Generale Mladić concede un’intervista al giornalista Zoran Petrović: un’intervista rassicurante, in cui il generale garantisce che a nessun abitante di Srebrenica sarebbe stato fatto del male e che, anzi, le sue milizie avevano portato cibo, acqua e medicine per la popolazione. Mladić accarezza e rassicura un bambino musulmano di 12 anni, di nome Izidin, promettendogli che chi avesse voluto rimanere a Srebrenica avrebbe potuto farlo. Pochi minuti prima o dopo quell’intervista il generale Mladić brinda insieme ai comandanti dei caschi blu olandesi che dovevano garantire la sicurezza e la protezione di Srebrenica. Mentre tutto questo accade i suoi soldati sono già all’opera: i maschi adulti vengono portati nei boschi, ad aspettarli l’esecuzione e le fosse comuni che nasconderanno i loro corpi.

Il massacro è cominciato, non sapremo mai se Izudin è uscito vivo dall’inferno che aveva intorno a lui.

https://www.youtube.com/watch?v=JRLvfLLFetE.

Nessuna opposizione dei caschi blu olandesi, il silenzio dell’ONU e della comunità internazionale diventarono complici e furono una firma di condanna per Srebrenica e per la sua gente.

Le cifre ufficiali raccontano di oltre 8mila vite disseminate nelle fosse comuni dalle milizie di Ratko Mladić, ma il numero reale non lo sapremo mai. Ancora oggi, dopo venticinque anni, vengono scoperte nuove fosse comuni. Solo in seguito il massacro verrà riconosciuto come genocidio, ma la vergogna per la comunità internazionale non potrà mai essere cancellata: quelle Nazioni Unite che nel 1993 dichiararono Srebrenica “zona protetta” assistettero in silenzio a quella caccia all’uomo.

(Fotografia: Corriere della Sera)

Le stagioni dei processi e dei tribunali internazionali non potranno in nessun modo guarire quella ferita. Certo, ci furono molte condanne: l’ergastolo, per genocidio e crimini contro l’umanità, per Ratko Mladić e Radovan Karadžić (l’uomo politico, presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina dal 1992 al 1996, l’ideologo folle della pulizia etnica che prima di Srebrenica aveva fatto le prove generali a Sarajevo). Ci sono state condanne pesanti anche per altri ufficiali e comandanti militari, ma il potere politico di Belgrado venne risparmiato: la Serbia non venne ritenuta responsabile di genocidio, “…non vi sono prove di un ordine inviato esplicitamente da Belgrado“. Incredibile, perché il mondo sapeva benissimo che non poteva essere così. Tardive e blande le ammissioni sulle responsabilità dell’ONU e del contingente militare olandese che aveva assistito al genocidio di una città e di intere generazioni. Solamente nel giugno del 2017 la Corte d’Appello dell’Aja ribadiva le responsabilità olandesi per la morte di oltre 300 musulmani di Srebrenica che si erano rifugiati nel campo dei caschi blu e furono poi consegnati dagli stessi alle milizie del generale Ratko Mladic, ma nel luglio del 2019, un anno fa, la Corte suprema olandese con una sua sentenza ha di fatto assolto l’Olanda e i suoi soldati perché “…la possibilità che gli uomini potessero restare fuori dalle mani dei bosniaci serbi, se questa opportunità fosse stata loro offerta, era minima anche se non trascurabile…”.

Cosa resta di Srebrenica oggi, dopo venticinque anni? Resta una città fantasma, come la descrive chi l’ha visitata. Il cuore e l’anima di quella città immersa nei boschi e nei monti della Bosnia-Erzegovina non pulsano più, sono stati spezzati per sempre. Un tempo non lontano Srebrenica aveva 40mila abitanti, mille più mille meno, oggi sono 15mila. Ognuno di loro porta nel cuore e nella mente un incubo che ha spezzato famiglie, amori, amicizie e sentimenti. È un dolore che li accompagna ogni giorno in quel viaggio che nessuno può più chiamare vita. A noi resta un dovere, un compito: ricordare, perché nell’Europa di oggi in troppi vogliono dimenticare tutto o ribaltare la storia in nome di un revisionismo che impera e alza la voce. Le lacrime delle madri di Srebrenica sono davanti a noi, nessuno potrà mai asciugare quelle lacrime e consolare quelle madri. Possiamo solo stringerle in un abbraccio forte come la loro dignità, ricordare e gridare quello che è stato, in faccia a chiunque ogni giorno finge che non sia mai successo.

Abdulah Sidran è il più grande poeta e scrittore bosniaco, autore di “Osso e carne” e “La raccolta di Sarajevo“, stimato anche all’estero per le sceneggiature di film di successo. Ha vissuto tutti i mille giorni dell’assedio di Sarajevo, ha lottato prima per la liberazione della sua terra e poi per la cattura e la condanna del generale Ratko Mladic.

Per tutte le madri di Srebrenica ha scritto, con la penna e col cuore, una poesia struggente e bellissima:

Le lacrime delle madri di Srebrenica

Sarebbe meglio non fosse

piuttosto che sia così come oggi è la nostra Srebrenica…

Credono forse davvero che siamo vivi
noi che stiamo qui e da questo luogo parliamo così
come se davvero fossimo vivi?
Davvero pensano che si chiami salute
davvero pensano che si chiami ragione
ciò che in noi è rimasto della salute e della ragione di un tempo?

Non vedono, non sentono forse, non sanno forse che noi, quelli rimasti,

siamo più morti di tutti i nostri morti…

http://venerdidipoesia.blogspot.com/2012/06/normal-0-14-false-false-false-it-x-none.html

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Il No Alla Violenza Di Genere Passa Anche Dalle Serrande Dei Negozi http://www.sonda.life/citta-in-movimento/il-no-alla-violenza-di-genere-passa-anche-dalle-serrande-dei-negozi/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=il-no-alla-violenza-di-genere-passa-anche-dalle-serrande-dei-negozi http://www.sonda.life/citta-in-movimento/il-no-alla-violenza-di-genere-passa-anche-dalle-serrande-dei-negozi/#respond Mon, 13 Jul 2020 10:13:52 +0000 http://www.sonda.life/?p=8459 Partito a Milano il progetto AmAbilità: dalle periferie al centro, studentesse e studenti dell’Istituto Europeo di Design dipingono le saracinesche degli esercizi commerciali in un percorso in cui la Street Art incontra una nuova sensibilizzazione. Il termine a fine novembre.

Quando la saracinesca di un’attività si abbassa, la lotta alla violenza resta. Anzi, si fa più forte.

Con questo messaggio e obiettivo ha preso avvio, dall’estrema periferia milanese (il quartiere Le Terrazze, ai confini con Rozzano), il progetto di sensibilizzazione sulla violenza di genere attraverso la Street Art che l’Associazione Libere Sinergie sta conducendo con un team di studentesse, studenti e Alumni IED Milano: i giovani designer hanno messo a disposizione della causa la loro creatività e capacità progettuale disegnando artwork a tema che saranno poi trasposti su 20 saracinesche di esercizi commerciali, in un percorso che abbraccerà tutti i municipi della città di Milano.

Così, il ristorante “A casa di Rucci” alle Terrazze, lo studio di architettura di Donatella Ronchi in via Comune Antico angolo via De Marchi e il bar “Vecchia Sciesa” nell’omonima via nei pressi di Piazza Cinque Giornate (che ospita anche la sede di IED Milano) hanno visto le proprie saracinesche “illuminarsi” di colori, forme e parole a esprimere messaggi positivi che indichino alle donne le diverse vie di uscita dalla violenza che subiscono, spesso in modo non conscio, e che ricordino a tutti quanto sia necessario combattere sempre contro ogni discriminazione. Altri cinque lavori sono in calendario nel mese di luglio in altrettanti luoghi di Milano. Autrici dei primi tre artwork sono rispettivamente Francesca Cassani, Suzan Amato e Chiara Colturi, coordinate (così come accadrà per i lavori futuri) dai docenti IED Giuseppe Liuzzo e Davide Sottile.

Attraverso gli artwork delle studentesse e la collaborazione di negozianti e artigiani, si viene così a creare un percorso di luoghi sensibili al tema molto riconoscibili, con l’obiettivo di raggiungere il maggior numero di persone possibile tra genitori, cittadini, lavoratori e turisti, di tutte le età ma specialmente giovani e giovanissimi, per contrastare ogni violenza di genere e promuovere il rispetto. Per amplificare quest’ultimo concetto, estendendolo anche all’ambiente che circonda, nel realizzare le opere vengono utilizzati solo gli smalti eco-sostenibili di Capoverde Bio.

Il progetto AmAbilità di Libere Sinergie, condotto sotto il coordinamento di Martina Sironi in collaborazione con IED Milano, è finanziato e patrocinato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento Pari Opportunità.

A novembre il termine del percorso, proprio in concomitanza con la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita per il 25 del mese dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

La redazione

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La Lettura Del Mese http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-54/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-lettura-del-mese-54 http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-54/#respond Mon, 13 Jul 2020 10:08:11 +0000 http://www.sonda.life/?p=8457
A.R. Chewett (1877-1965), Giovane uomo che legge (inizio XX sec.)

PIANETA TERRA

Hella S. Haasse, L’amico perduto (Iperborea)

Primo Levi, Ranocchi sulla luna e altri animali (Einaudi)

Urug era il mio amico.

A luglio dell’anno scorso non ci si è pre-occupati molto di ricordare che erano passati 25 anni dalla fine del genocidio del Ruanda.

Poiché non è facile toccare certe ferite, bisogna girarci in tondo e forse un modo per avvicinarsi a quella storia, così significativa di cosa voglia dire il razzismo, di come nasca e quali conseguenze devastanti abbia l’odio per un diverso che poi tanto diverso non è, può essere proprio L’amico perduto di Hella Haasse (1918-2911).

Debutto letterario di una scrittrice nata a Giacarta, l’allora Batavia, in quella che era ancora una Indonesia proprietà dei Paesi Bassi. In questa stessa terra coloniale, il romanzo è del 1948 e un anno dopo cambierà tutto, si svolge la storia di due ragazzi cresciuti insieme nella diversità.

Oeroeg, titolo originale, è Urug, l’indigeno con cui si relaziona fin da bambino il figlio di una famiglia europea, la voce narrante: “Così vivevamo l’uno accanto all’altro come esseri che parlano lingue diverse.

Parole rivolte al padre e non all’amico! Ma i destini sono comunque segnati, e non c’è più molto spazio ormai per l’immaginazione perché le cose sono quelle che sono e stanno come stanno: “A determinare la distanza era l’indefinibile «diversità» di Urug, la sottile differenza nel contegno e nell’indole, direi quasi nel fluido, se fosse possibile esprimere certe cose con le parole.

È quel lago, luogo di morte, spaventoso e orrendo, nero lucido come un riflesso, silenziosamente assordante: “ostile, strano, un elemento assolutamente inconoscibile.

Ritorna negli occhi di Urug, come uno specchio oscurato: “ e ugualmente poco disposti a rivelare cosa si celasse nelle loro profondità.

Un colombaccio lancia il suo dolce richiamo dalla riva opposta, poi si alza in volo tra gli alberi: “Non so quanto tempo siamo rimasti così, l’uno di fronte all’altro, senza parlare. (…) Ebbi la sensazione che a quel momento ci avessero condotto, inesorabilmente, tutti gli avvenimenti a partire dalla nostra nascita. Era cresciuto in noi, maturato in noi, al di fuori della nostra volontà, della nostra coscienza. E ora ecco, per la prima volta, il crocevia in cui potevamo incontrarci in estrema sincerità.

Ma, il punto è: “Era davvero Urug?” [FINE]

“ (…) può essere una speranza vana ma non è insensata (…)”

Sono racconti spaventosi quelli di Primo Levi, di un orrore assolutamente reale, e realistico, cioè mai troppo fantasticato, dove gli animali diventano accessori dell’uomo, piegati al servizio di quell’animale che è più di tutti è spietato e terribile.

Sono tremendi questi racconti, uno più dell’altro anche se in modi diversi, e non così adatti ad augurare un lieto riposo, a meno che non piaccia gustare un po’ di sano sapore d’angoscia prima di andare a dormire.

Come non leggere in questo terrificante, lo dice lo stesso autore che: “Il tema proposto era semplice e terrificante (…)”, catalogo un modo per raccontare qualcosa che altrimenti sarebbe difficile dire. E d’altronde i segni ci sono, forti e chiari tra le righe, se li si vuole vedere o sentire, e confermano un sentimento che fiorisce pian piano nella foresta della parola.

Un fiore che puzza, non apposta per dare fastidio, ma siamo noi a cogliere così quel suo odore, profumo per altri, che fa storcere le nostre narici, aggrottare la fronte, chiudere gli occhi, restare in silenzio.

Il mondo animale si mostra per quello che è, ostile al nostro passaggio su questa terra, così come gli  esseri umani sono nemici tra loro, e con sé stessi.

L’evoluzione si tinge di nero e l’uomo è ridotto al suo stato più primitivo, quattro elementi di base per combattere e distruggere ciò che è diverso. Suona quasi una follia, ma tant’è: “Con queste mie ultime trasformazioni ed invenzioni, il più è ormai compiuto: da allora, nulla di essenziale mi è più successo, né penso mi debba più succedere in avvenire.

E fuori dal tempio, una struttura contorta, impossibile e illusoria, precaria e dirotta, un’umanità cenciosa in attesa: “ – Aspettano la bestia, – disse Augustín: – aspettano che esca. Vengono tutte le sere, da sempre; passano la notte qui, e nelle tende hanno i coltelli. Aspettano da quando esiste il tempio. Quando uscirà, la uccideranno e la mangeranno, e allora il mondo sarà risanato: ma la bestia non uscirà mai.

Forse che è dentro di noi?

Un “anello di fuoco e di fumo” che stringe e un flusso, un soffio d’aria, un impulso ad uscire: “Un istinto ben comprensibile, lo stesso che ci ha spinti sulla luna, induce i girini ad allontanarsi dallo specchio d’acqua dove hanno compiuto la muta; non importa verso dove, in qualunque luogo salvo quello.

A cura di Giulia Caravaggi

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Dalla Parte Di Nello Scavo http://www.sonda.life/in-evidenza/dalla-parte-di-nello-scavo/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=dalla-parte-di-nello-scavo http://www.sonda.life/in-evidenza/dalla-parte-di-nello-scavo/#respond Mon, 06 Jul 2020 12:10:32 +0000 http://www.sonda.life/?p=8451 di Maurizio Anelli.

“… Ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza e la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. Pretende il funzionamento dei servizi sociali… sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo.(Pippo Fava)

Il peso specifico delle parole, quelle dette e quelle mai pronunciate, è enorme. Nel bene e nel male sono un’arma potente, possono ferire e fare male con la stessa facilità con cui possono infondere coraggio. Le parole influenzano, indirizzano e orientano, cancellano o affermano verità. Possono essere un atto di amore, oppure un mestiere al soldo di chi offre il compenso migliore. C’è un mestiere antico che vive di parole e misura la dignità di chi le pronuncia: il giornalista.

Il potere ha sempre avuto bisogno di servi fedeli mascherati da giornalisti, sempre pronti a intingere la penna nel letame dell’ipocrisia. Ma per ogni servo, pronto a scodinzolare davanti al padrone, c’è anche chi intinge la penna nell’inchiostro della dignità e scrive, racconta, denuncia e solleva la polvere dal tappeto in cui la si vuole nascondere.

Nello Scavo non ha paura di sollevare la polvere. Lo ha fatto parlando di Malta, denunciando “…gli affari sporchi, il petrolio sporco e gli accordi sporchi tra i governi.” Il riferimento, chiaro ed esplicito, era al torbido giro di affari fra Malta e la Libia, con il coinvolgimento della mafia siciliana e il non casuale ma continuo respingimento dei migranti verso le coste libiche. Le inchieste di Nello Scavo non sono mai state morbide e le reazioni non si sono fatte attendere a lungo, le intimidazioni arrivano direttamente da Neville Gafà, ex capo di gabinetto del premier maltese: Fermate i vostri sporchi affari. Altrimenti vi fermiamo noi”.

Neville Gafà è l’artefice degli accordi segreti stipulati da Malta e Libia sul respingimento dei migranti,

https://www.fanpage.it/attualita/migranti-accordo-segreto-tra-malta-e-tripoli-per-riportarli-in-libia/

Ma non solo: è stato anche il grande regista della campagna di diffamazione messa in atto contro Daphne Caruana Galizia, la giornalista che indagava sui paradisi fiscali che coinvolgevano le figure di primo piano della politica maltese. Daphne Caruana Galizia è stata assassinata il 16 ottobre 2017.

L’inchiesta di Nello Scavo puntava il dito sui mancati soccorsi in mare e sul ruolo del governo di Malta nei respingimenti dei barconi dei migranti, con l’utilizzo dei pescherecci maltesi in collaborazione con la Guardia Costiera libica. Il 22 aprile 2020, sulle colonne del giornale “L’Avvenire”, Nello Scavo scrive un articolo durissimo sulla “Strage di Pasquetta”. Sono verità scomode che molti vorrebbero mettere a tacere, e l‘irritazione di Malta e delle diplomazie europee per quelle parole è evidente e non celata.

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/controinchiesta-strage-di-pasquetta-libia-malta-scavo

Da Malta alla Libia il passo è breve. La Libia è una costante torbida nella storia politica dell’Italia che si trascina dalla vergogna del ventennio fascista ad oggi, e da sempre nasconde segreti mai chiariti in nessuna epoca e da nessun governo. Affari, interessi economici e militari, sono gli anelli di una catena che lega Italia e Libia in un reciproco e oscuro, ma non troppo, scambio di porcherie. Si potrebbe scrivere un libro su questa catena e si troverebbero mille accordi-bilaterali, mille compromessi e tanta ipocrisia. Percorso lungo e tortuoso, altri meglio di me lo hanno già affrontato. Scelgo allora di restare sul presente, perché quando si parla della Libia di oggi il discorso scivola inevitabilmente sulla rotta dei migranti e sulla loro odissea, sulle milizie che hanno il controllo dei centri di detenzione illegali dei migranti in Libia, veri e propri lager tollerati dall’Europa che Nello Scavo conosce bene: nel settembre 2017 riuscì ad entrare in una di quelle prigioni e raccontò in presa diretta le condizioni di vita dei migranti prigionieri. È su questa rotta che Nello Scavo solleva il tappeto che nasconde la polvere, e quando la polvere si alza crea sempre una tempesta.

Qual è il ruolo che l’Italia riveste in tutto questo? Quali sono le responsabilità politiche e umane del nostro Paese sull’affare “migranti”? Sono tante, e sono gravi. Il Memorandum d’intesa, sottoscritto tra Italia e Libia il 2 febbraio 2017, aveva l’unico scopo di bloccare le partenze di migranti e rifugiati e

assicurava la piena collaborazione con le autorità militari libiche per il controllo delle frontiere della Libia. Questo con il consenso europeo, tanto che venne fatto proprio dai leader europei il 3 febbraio con la “Dichiarazione di Malta”. Quell’accordo, fortemente voluto dal Ministro degli Interni dell’epoca, Marco Minniti, venne firmato dall’allora presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e da Fayez al-Sarraj, primo ministro del Governo di Riconciliazione Nazionale libico.

https://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2017/12/26/news/migranti-gli-accordi-con-la-libia-la-pagina-buia-del-2017-1.316475

Un accordo mai messo in discussione e che, anzi, è stato tacitamente rinnovato all’inizio del 2020.

Ma quell’accordo è solo la pagina nera di un libro che oggi continua con ulteriori capitoli. Una pioggia di denaro arriva oggi alla Libia, dall’Italia e dall’Europa. Sono i finanziamenti a quello che è stato chiamato “Progetto delle Municipalità Libiche”, ufficialmente destinati al miglioramento di beni pubblici: scuole, acqua potabile, strade, ospedali. Nella realtà si tratta di denaro fresco che entra nelle tasche di quelle milizie che in Libia controllano tutto, a cominciare dal traffico di uomini. Si tratta di centinaia di milioni di euro, e su questo Nello Scavo porta avanti la sua inchiesta. Ma il giornalismo d’inchiesta solleva polvere, crea problemi a tutti: e Nello Scavo crea problemi a Malta, alla Libia e anche all’Italia. Le inchieste pongono domande che esigono risposte che non arrivano mai, oppure arrivano quando è tardi.

Dal 18 ottobre 2019 Nello Scavo vive sotto scorta. Sul quotidiano “l’Avvenire” aveva denunciato la presenza di Abd al-Rahman al-Milad, detto “Bija”, nella delegazione libica al Cara di Mineo nel maggio 2017, guarda caso dopo la firma degli accordi con la Libia. Era l’uomo al comando della guardia costiera libica, noto per le sue collusioni con i trafficanti di uomini e per i suoi reati contro i migranti e i profughi. Eppure, era entrato in Italia senza alcuna difficoltà e con un regolare lasciapassare. In seguito a quella denuncia erano arrivate, forti e chiare, le prime minacce. Oggi un ulteriore salto di qualità: a minacciare l’Uomo e il giornalista non è più e solo un trafficante di uomini ma un ex capo di gabinetto, un politico di rilievo dunque. In tutta questa storia c’è un significato politico enorme, che rende sempre più nero il livello di complicità che si è creato sull’asse fra Roma e Tripoli, ma sembra che nessuno dei governi che si sono alternati in questi anni se ne preoccupi. Il Governo italiano, come per altre questioni, sceglie di restare in silenzio. Probabilmente non sapremo mai il valore reale del flusso di denaro che da Roma viaggia verso Tripoli, sappiamo però che la guardia costiera riporta nelle sue prigioni i migranti in fuga. Può farlo, sono troppi gli occhi che girano lo sguardo da un’altra parte.

Sì, il peso specifico delle parole, quelle dette e quelle mai pronunciate, è enorme. Il concetto etico che Pippo Fava aveva del giornalismo esiste ancora, nonostante Governi e Stati, e chi lo pratica lo fa consapevole che nessuno proteggerà le sue spalle perché il gioco del Potere è un gioco dove servi e mercanti vogliono vincere facile: allora è molto più conveniente e facile celebrare il giornalismo da salotto, porta voti e serate divertenti. Ma il giornalismo è un’altra cosa e Pippo Fava lo sapeva bene, qualcuno lo segue ancora su quella strada dove la dignità e la coscienza camminano a testa alta, libere e indipendenti. Nella vita non esistono solo servi e mercanti e non tutte le persone hanno un prezzo.

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Il Lascito Della Pandemia http://www.sonda.life/in-evidenza/il-lascito-della-pandemia/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=il-lascito-della-pandemia http://www.sonda.life/in-evidenza/il-lascito-della-pandemia/#respond Mon, 06 Jul 2020 12:08:41 +0000 http://www.sonda.life/?p=8448 di Alfredo Luis Somoza

Come era già avvenuto nell’Europa colpita dalla peste nera nel XIV secolo, anche la pandemia del 2020 ha, tra i suoi lasciti, il rafforzamento e la crescita di particolari attori economici.

La peste nera fu uno dei fattori di decollo del capitalismo, agevolando la concentrazione della produzione tessile in singole imprese sempre più grandi, che gestivano da sole tutta la fase del ciclo di lavoro, dalla coltivazione del lino alla proprietà dei telai fino alla commercializzazione dei tessuti. Oggi la filiera dei “vincenti” è più complessa, ma ripete quella stessa logica. Sono le grandi corporation a fare la parte del leone, mentre sprofondano il piccolo commercio, l’artigianato, le piccole e medie imprese. In prima fila ci sono i supermercati, che dispongono di grandi capacità logistiche, di ampi spazi per garantire il distanziamento e di personale da adibire alle nuove funzioni di prevenzione sanitaria. Ma, parlando di commercio, ancora più importante è il boom delle piattaforme online, che hanno potuto continuare a vendere qualsiasi prodotto anche durante le chiusure più rigide dettate dal lockdown. Jeff Bezos, proprietario di Amazon, dall’inizio del 2020 ha visto crescere il suo patrimonio personale di 25 miliardi di dollari.

Altra vincitrice è stata l’industria dell’intrattenimento in streaming: non solo le piattaforme che consentono di vedere film e serie TV a pagamento, come Netflix o Amazon Prime, ma anche YouTube e Google, con i suoi servizi di distribuzione digitale; e sempre in ambito web ha vinto anche la galassia dei social, con la triade Facebook, Instagram, Twitter. Gli acquisti online si pagano quasi sempre con carte di credito o di debito, e dunque affari d’oro anche per Mastercard e Visa. Ultimo anello della catena a trarre beneficio dalla situazione sono le imprese di logistica che garantiscono le consegne a domicilio: come UPS, DHL, Deliveroo o Just Eat.

Il quadro non è però semplice, perché non si è rafforzato soltanto il mondo delle grandi corporation, ma anche lo Stato. Era fuori dal copione che ciò potesse accadere, ma la pandemia ha portato con sé la necessità di imporre regole, esercitare controllo, sostenere economicamente imprese e cittadini. Dopo decenni di scientifico “smontaggio” del ruolo della politica, si è chiesto allo Stato di garantire l’incolumità dei cittadini e di aiutare finanziariamente i più colpiti. Cioè di tornare a fare politica. Questo è accaduto parallelamente all’accettazione pressoché collettiva della più grande restrizione dei diritti individuali dai tempi della Seconda guerra mondiale. Proprio come nell’Europa dei secoli lontani, quando si imponeva il coprifuoco per ridurre il contagio e per prevenire le ricadute dopo la prima ondata di peste, i governi di oggi hanno dichiarato il lockdown e si dicono pronti a nuove chiusure.

La classe politica mondiale si è velocemente spostata verso l’interventismo in economia per stimolare la crescita, in puro stile keynesiano: fino all’anno scorso, anche questo era inimmaginabile. Ma le manovre espansive dovranno essere finanziate dal fisco, quando il ricorso al debito non sarà più possibile. E qui sorge la grande contraddizione destinata a emergere presto. Cioè l’incompatibilità tra i vincitori, tra le grandi corporation che sfruttano il lavoro precario e sfuggono alla fiscalità, e gli Stati chiamati a garantire i diritti, che vuol dire anche trattamenti previdenziali e assistenziali per i lavoratori, e che hanno bisogno di tasse e contributi per finanziarsi. Oggi, nella classifica delle prime 100 realtà economiche mondiali, 31 sono Stati e 69 sono imprese. Molte corporation sono dunque ben più importanti, a livello di bilancio, di decine di Paesi messi assieme. Sarà quindi un bel match, nel quale gli spettatori sono due volte giocatori: sia come clienti delle imprese sia come cittadini degli Stati. Per questo è urgente il ripensamento delle regole (o non-regole) della globalizzazione, che hanno liberato fenomenali risorse ma anche deregolamentato in modo insostenibile diritti ed economia. Un patto tra capitale e Stato deve essere all’ordine del giorno, prima che si inneschi una deriva che potrebbe essere più pericolosa della pandemia.

https://alfredosomoza.com/

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Emergenza Mari: Fallito L’Obiettivo Europeo Del 2020 http://www.sonda.life/in-evidenza/emergenza-mari-fallito-lobiettivo-europeo-del-2020/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=emergenza-mari-fallito-lobiettivo-europeo-del-2020 http://www.sonda.life/in-evidenza/emergenza-mari-fallito-lobiettivo-europeo-del-2020/#respond Mon, 06 Jul 2020 12:06:04 +0000 http://www.sonda.life/?p=8445 di Veronica Nicotra         

L’inquinamento dei mari è un problema contro il quale ormai si cerca di combattere da anni. La situazione del mar Mediterraneo sembra, però, restare a livelli critici. Secondo i dati dell’ultimo rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente (Aea), infatti, tutti i mari che bagnano il continente sono generalmente in cattivo stato. Non basterebbero i progressi fatti finora per arrivare all’obiettivo di buono stato ambientale di tutte le acque entro il 2020, come previsto dalla direttiva quadro Ue. Il Mediterraneo presenta uno degli ecosistemi più ricchi al mondo con 17mila specie. Questo non è sufficiente a fermare le brutte abitudini: solo il 6,1 per cento dei suoi stock ittici è pescato in modo sostenibile e solo il 12,7 per cento della sua area non riscontra problemi di inquinamento.

Numeri troppo bassi se si pensa alle numerosissime vite animali e vegetali che popolano il Mare Nostrum. Dunque, è importante mantenere la situazione sotto controllo mettendo in atto politiche ambientali efficaci e investendo in conoscenza e cooperazione tra Paesi. Nello specifico, per quanto concerne gli stock del Mediterraneo pare che siano sovrasfruttati, anche se sembra si stia facendo qualcosa al riguardo. A testimoniarlo, la pesca del tonno rosso che dovrebbe raggiungere livelli di sostenibilità soddisfacenti nel 2022.

“Prendo atto con rammarico – ha commentato al quotidiano La Repubblica, il commissario Ue competente Virginijus Sinkevicius – che gli Stati membri dell’Ue non raggiungeranno il buono stato ambientale di tutte le acque marine, che era un obbligo legale entro il 2020. La Commissione avvierà una revisione della direttiva quadro sulla strategia marina per vedere cosa ha funzionato e cosa no e agire sulle carenze individuate”.

Nel rapporto si legge che la direttiva quadro Ue sul mare, che risale al 2008, non è bastata ad affrontare questa drammatica circostanza e che è necessario un maggiore impegno per raggiungere gli obiettivi prefissati. L’Agenzia, inoltre, aggiunge che, nonostante sia una normativa completa e ambiziosa, bisognerebbe rafforzarla per far fronte alla pesca eccessiva, all’inquinamento da materiali come la plastica e da sostanze chimiche come i fertilizzanti.

Al momento restano da tenere sotto osservazione l’Adriatico, il Golfo di Biscaglia e il Mar del Nord dove la pressione delle attività umane è particolarmente forte. Sarà fondamentale prendere le giuste misure per far tornare i mari al loro stato ottimale di salute e salvaguardare l’intero ecosistema marino.

ilmegafono.org

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Il Vero Nemico Degli Ebrei è Il Sionismo http://www.sonda.life/in-evidenza/il-vero-nemico-degli-ebrei-e-il-sionismo/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=il-vero-nemico-degli-ebrei-e-il-sionismo http://www.sonda.life/in-evidenza/il-vero-nemico-degli-ebrei-e-il-sionismo/#respond Mon, 29 Jun 2020 20:17:07 +0000 http://www.sonda.life/?p=8441 di Maurizio Anelli.

“Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, poi ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli imprescindibili.”  (Bertolt Brecht)

Sabato, 27 giugno 2020. Le piazze delle città italiane si riempiono di migliaia di persone che protestano contro il “Piano del secolo” accolto con entusiasmo dalla destra israeliana e mondiale e che prevede una ulteriore espansione dello Stato di Israele nei territori palestinesi, con l’annessione di una gran parte della valle del Giordano e di altri territori della Cisgiordania, dove nel corso del tempo i coloni israeliani hanno già preso possesso di tutto quello che toglie vita e spazio ai palestinesi. L’annessione dei territori della Cisgiordania è l’antica promessa di Benjamin Netanyahu ai suoi elettori, e sta per avverarsi. Il Governo di Israele ha promesso che entro il 1° luglio il piano verrà portato a termine, anche grazie al “via libera” e all’appoggio della Casa Bianca. Le elezioni presidenziali USA sono alle porte, e il voto dei sionisti è fondamentale per il Presidente Trump e per la sua amministrazione.

Ai Palestinesi viene negata qualsiasi possibilità di autodeterminazione, per loro è prevista soltanto un’ipocrita autonomia sotto l’occupazione militare, economica e politica, di Israele. In fondo questo era l’antico obbiettivo di Menachem Begin, il fondatore del Likud che poneva le sue radici nel movimento sionista. Oggi Netanyahu è il leader del Likud, e sta per realizzare il progetto del suo fondatore. Sul dramma del popolo palestinese e sulle scelte dello Stato di Israele si potrebbero riempire pagine. Qualcuno molto più autorevole di me lo ha fatto e mi auguro che continuerà a farlo. La mia penna è infinitamente più piccola, ma mi basta comunque per scrivere l’indignazione e la rabbia che mi accomuna alle tante persone libere che hanno riempito quelle piazze.

L’indignazione è figlia di quella pagina di storia che si decide di capire, e conoscere, negli ultimi giorni di un’estate finita nel sangue: era il 1982 e i giorni di Sabra e Shatila sono stati uno schiaffo violento, forte fino al punto di impedire di voltare la faccia da un’altra parte. C’è sempre un momento dove le verità raccontate dai telegiornali e dai governo di turno non bastano più, e allora cerchi di andare oltre. La rabbia ha invece molte facce: per esempio l’indifferenza e il silenzio con cui gran parte del mondo occidentale ha assistito, e permesso, la lunga e brutale oppressione del popolo palestinese. Pochi altri Stati, nel mondo, hanno goduto dell’impunità e della tolleranza concessa ad Israele. Difficile, o forse fin troppo facile, provare a spiegare il perché. Credo che una delle prime risposte sia il mai rimosso senso di colpa per la vergognosa tragedia dei campi di sterminio nazisti e quel mondo occidentale, che per anni aveva finto di non vedere e di non conoscere la vera natura del nazismo ma anzi aveva partecipato in maniera attiva e complice a quella notte del Novecento, abbia poi deciso di lavare la propria coscienza. A questo si aggiungono gli interessi economici e le alleanze geopolitiche su un’area geografica di estrema importanza. Infine, il concetto di “razza” e quell’idea di supremazia di cui l’Uomo non riesce proprio a liberarsi. L’insieme di troppe componenti che ha portato ad un’altra lunga notte di silenzi e complicità: dalla costruzione della “grande Gerusalemme” negli anni 70 fino ai muri di oggi, dalle bombe e dal sangue di “piombo fuso” al progetto di annientare ogni possibilità di vita e di umanità per il popolo di Palestina. La striscia di Gaza è il simbolo della notte palestinese, che prova a resistere ogni giorno un po’ di più per arrivare all’alba del giorno dopo.

Eppure, tutto questo non basta a chi, anche nel giardino di casa nostra, continua a nascondersi dietro il paravento della lotta all’antisemitismo, incapace di distinguere un fiore da un’erbaccia: ogni voce che si alza in difesa del diritto alla vita dei palestinesi si scontra contro un muro di accuse di antisemitismo. È una critica che offende e ferisce chi la subisce, ma che dimostra la pochezza intellettuale di chi la pronuncia e ne smaschera la malafede storica e politica: si finge di ignorare che il sionismo è, fin dalle sue origini sul finire dell’ Ottocento, il vero nemico degli ebrei e pone le sue radici su quel progetto imperialistico di colonizzazione della Palestina che contempla la superiorità di una razza sull’altra: il sionismo parla da sempre di una razza eletta, così come tanti anni dopo il nazismo parlava della razza ariana. Accusare di antisemitismo chi osa sfidare, e criticare, le politiche repressive e razziali dello Stato di Israele consegna nelle mani di quello stesso Stato l’arma per misurare in modo strumentale i governi amici e quelli nemici.

Dalla nascita del movimento colonialista ebraico i sionisti hanno sempre collaborato in sintonia con gli antisemiti più radicali; molti fra i migliori pensatori ebrei, antisionisti e oppositori delle politiche di Israele sono stati messi ai margini della società e catalogati come nemici degli ebrei. Oggi la situazione non è diversa, penso per esempio a Uomini come Moni Ovadia “… L’interminabile tragedia del popolo palestinese è tale e non ha pari non solo perché subisce l’ultra cinquantennale occupazione e colonizzazione delle proprie legittime terre da parte di Israele, dopo avere patito il processo di violenta pulizia etnica chiamata Nakba….”

Amareggia profondamente vedere che fra chi non comprende la tragedia del popolo palestinese, fra chi non trova il coraggio di schierarsi apertamente al suo fianco ma, anzi, alimenta in modo strumentale le accuse di antisemitismo si riconoscano figure istituzionali che appartengono ad una parte storica dell’antifascismo italiano. Non è solamente un errore dal punto di vista storico e politico, è una sconfitta dal punto di vista umano.

Erano belle le piazze che sabato 27 giugno cantavano per la Palestina e per il suo diritto alla vita e all’autodeterminazione. Erano piazze vive, ricche di quell’umana dignità che rende gli uomini un insieme di colori e di idee, di progetti, di solidarietà. In ognuna di quelle piazze si sentiva il profumo e la voce di chi lotta tutta la vita. Era come se la voce di quegli Uomini imprescindibili, come li chiamava Bertolt Brecht, ci gridasse di “… restare umani”. E forse era davvero così, e in quelle piazze la voce di Vittorio Arrigoni si sentiva davvero, c’era anche lui… era in prima fila, dalla parte degli ultimi come sempre nella sua vita troppo breve. Lo Stato di Israele può cancellare case e territori, può costruire muri di confine e imporre il suo ordine con la forza, con i suoi soldati e con la complicità politica degli Stati Uniti e di gran parte del mondo, ma non riuscirà mai a cancellare la memoria di chi ha dovuto lasciare quelle case e quei territori, di chi chiede e aspetta da settantadue anni di vedersi restituire le chiavi casa. Canta Palestina, canta.

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I Trenta Denari Sulla Morte Di Giulio Regeni http://www.sonda.life/in-evidenza/i-trenta-denari-sulla-morte-di-giulio-regeni/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=i-trenta-denari-sulla-morte-di-giulio-regeni http://www.sonda.life/in-evidenza/i-trenta-denari-sulla-morte-di-giulio-regeni/#respond Mon, 22 Jun 2020 19:35:29 +0000 http://www.sonda.life/?p=8437 di Maurizio Anelli.

Le commesse di Fincantieri hanno l’odore antico dei trenta denari versati in cambio di un tradimento. I sommi sacerdoti e gli scribi del nostro tempo siedono nei consigli di amministrazione e nei banchi di un Parlamento dove i sentimenti non trovano posto. L’interesse nazionale… quante volte abbiamo sentito questa ipocrisia nel corso del tempo, anni in cui abbiamo assistito alle porcherie più devastanti dal punto di vista umano, sociale e politico. Ma qual è, dunque, questo interesse nazionale capace di passare con indifferenza sopra ogni umana emozione? L’interesse nazionale ha la faccia sempre in ordine e la cravatta intonata alla camicia, siede ai tavoli in legno pregiato dei comitati d’affari di aziende, banche e governi compiacenti. Ha la faccia sorridente dei manager sempre pronti a stringere una mano che porta denaro e nasconde il sasso nella tasca. L’interesse nazionale è il grande cerchio magico delle “eccellenze” che producono l’export più infame ma più redditizio: gli armamenti.

La lobby italiana delle armi si afferma sempre più a livello internazionale: efficace, puntale e letale. Leonardo Company si autodefinisce “la principale azienda industriale italiana e tra le più importanti aziende al mondo dell’Aerospazio, Difesa e Sicurezza”. Nel tempo ha assorbito le principali aziende dell’aeronautica e dell’elettronica, dei sistemi navali e missilistici; oggi quando si parla di Leonardo i nomi che alimentano i fatturati sono quelli di Alenia Aermacchi, di Agusta Westland e Oto Melara, Selex e altri per arrivare a circa 30mila dipendenti e fatturato di miliardi di euro. Aerei ed elicotteri da guerra, elettronica e sistemi di puntamento. A questi nomi si aggiunge l’eccellenza missilistica del gruppo MBDA. La pagina Web di presentazione di questa “eccellenza”, e quella relativa ai risultati dell’anno 2018, parlano da sole e spiegano meglio di mille commenti:

https://www.leonardocompany.com/it/news-and-stories-detail/-/detail/missili-prodotti-tecnologia-3d

Naturalmente, in questa famiglia, non manca un posto a tavola per Fincantieri. Nell’inverno di un 2020 maledetto queste fabbriche non si sono mai fermate. Il blocco e l’isolamento che tutti abbiamo imparato a conoscere come “lockdown”, non le ha riguardate. Anzi, il decreto governativo del 25 marzo scorso sottolineava che “…sono consentite le attività dell’industria dell’aerospazio e della difesa, nonché le altre attività di rilevanza strategica per l’economia nazionale, previa autorizzazione del Prefetto della provincia ove sono ubicate le attività produttive”. Le parole del Ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, sono andate addirittura oltre: “… è riconosciuta la strategicità̀ e, più in generale, l’apicale importanza per il nostro Paese delle imprese operanti nei suddetti settori industriali, imprese la cui attività produttiva, anche in un momento altamente critico e quello che stiamo affrontando, si è comunque deciso di tutelare appieno”.

Quindi, anche nei mesi in cui solo una parte dell’Italia si è fermata, la Grande Mietitrice ha lavorato indisturbata.  Naturalmente lo ha fatto in nome dell’interesse nazionale, non poteva essere altrimenti considerando che il Governo, attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanze, è l’azionista di riferimento di aziende come tutte Leonardo e Fincantieri. Ma dove finiscono le armi italiane?

I dati del 2019 ci dicono che all’Egitto di Al-Sisi abbiamo fornito armi per quasi un miliardo di euro e che quasi 500 milioni arrivano dal regime autoritario del Turkmenistan, mentre le consegne definitive fatturate si attestano sui 3 miliardi. Turchia, Algeria e Israele sono i partner più amati dagli italiani, un po’ come succedeva nella pubblicità delle cucine Scavolini di un tempo! Ma non mancano la Corea del Sud e il Brasile. https://www.disarmo.org/rete/a/47656.html

Adesso è chiaro quale sia l’interesse nazionale. Non il progresso sociale e umano di una società, la salute e la cura dei suoi cittadini, la formazione e la cultura degli adulti di domani, il superamento di barriere culturali, la messa in sicurezza di un territorio devastato da frane, alluvioni e terremoti, la salvaguardia di un ambiente che è di tutti, la lotta alle mafie… dai, non scherziamo. L’Interesse nazionale è altra cosa, è una cosa da grandi e non per sognatori adolescenti, è nascondere e occultare gli scheletri nell’armadio della storia, depistare e inquinare tutte le porcherie di cui il nostro Paese è vittima e protagonista da sempre, è il profitto di pochi. Nelle fabbriche oggi si muore come si moriva una volta, oppure si avvelena una città come Taranto. In passato era successo a Marghera, Monfalcone, Casale, Priolo, Seveso. Oggi abbiamo le “eccellenze” con licenza di uccidere a distanza, si muore di precisione in altri Paesi che sono lontani da noi, che ci importa? Le scorie vanno eliminate, in un modo o nell’altro. Un tempo gli uomini partivano con una slitta trainata dai cani per cercare la ricchezza nel Klondike. Oggi l’oro si cerca con minor fatica: bastano alcuni Paesi in guerra, equilibri geopolitici da mantenere o conquistare, fabbriche moderne e tecnologiche. Basta una sala rinfrescata dove un Consiglio d’Amministrazione si siede comodamente per studiare dove, come e quando.

Di fronte a questi numeri, di fronte a scelte industriali e politiche dove l’unica variabile è rappresentata dal profitto economico, quanto conta la vita di un ragazzo torturato e assassinato a casa di un cliente così importante e privilegiato come l‘Egitto? Vale trenta denari, o poco più.

Il dolore di una madre e di un padre possono solo smuovere qualche coscienza, nulla di più. La mamma di Giulio Regeni ha ricordato gli incontri con i presidenti del Consiglio e con i Ministri degli Esteri che si sono succeduti dalla morte del figlio, ma non ha potuto ricordare nessun incontro con i Ministri dell’Interno da Alfano a Minniti e Salvini, perché quei Ministri si sono sempre negati. “Quel che era successo nei dettagli a Giulio, e cioè che era stato torturato, l’abbiamo scoperto leggendo i quotidiani online. Forse non ci è stato detto” dalle autorità italiane “per una sorta di tutela, per non farci soffrire, ma nell’epoca dell’informazione, fake news a parte, tutto si viene a sapere. Giulio era andato al Cairo come ricercatore, non perché gli piaceva girare al Cairo per bancarelle. Doveva essere un approfondimento sul campo di una ricerca molto più ampia, storico-sindacale. L’Egitto doveva essere un focus come quello sui sindacati, sia quelli indipendenti sia quelli filo governativi. La sua ricerca era più ampia di quella che la stampa ha pensato di evidenziare…“.

Cercare e pretendere la verità sulla morte violenta di Giulio è un dovere irrinunciabile ma oggi diventa difficile capire a chi chiederla: lo Stato italiani si è dimostrato incapace di volerla, esattamente come accaduto a suo tempo per Ilaria Alpi. Incapace di trattare con l’Egitto e spaventosamente timido nei confronti dei presunti alleati europei: un nome su tutti, l’Inghilterra. Non una domanda scomoda, nessuna pretesa di collaborazione nell’inchiesta è stata rivolta con la dovuta decisione al Regno Unito.

Rimane, infine, un’ultima considerazione, dolorosa e amara quanto e forse più di tutte le altre. Fra le cose lette e sentite in questi giorni sulla faraonica commessa di Fincantieri all’Egitto, una ferisce profondamente, ed è una ferita difficile da cicatrizzare: l’applauso del Sindacato, quindi di una parte rilevante del mondo del lavoro, all’accordo con l’Egitto. È un applauso che offende, ma forse offende solo chi è rimasto uno sciocco adolescente sognatore e sceglie di continuare ad esserlo:

https://www.vocetigullio.com/sestri-levante/economia/fincantieri-sindacati-soddisfatti-per-l-intesa-tra-governo-ed-egitto-10133.aspx

Cercare e pretendere la verità sulla morte violenta di Giulio è un compito faticoso, e in nome “dell’interesse nazionale” non conviene: può creare incidenti diplomatici, può disturbare trattative commerciali e politiche, può annullare contratti. E i contratti sono profitto, sono il nostro Klondike.

La storia insegna che trenta denari si accettano sempre.

Un abbraccio Giulio, dovunque tu sia.

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Dedicato A Mohammed Ben Ali, Che Tutti Chiamavano Bayfall http://www.sonda.life/in-evidenza/dedicato-a-mohammed-ben-ali-che-tutti-chiamavano-bayfall/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=dedicato-a-mohammed-ben-ali-che-tutti-chiamavano-bayfall http://www.sonda.life/in-evidenza/dedicato-a-mohammed-ben-ali-che-tutti-chiamavano-bayfall/#respond Mon, 15 Jun 2020 19:00:09 +0000 http://www.sonda.life/?p=8434 di Maurizio Anelli.

Mohammed Ben Ali aveva 37 anni, ma per il fuoco che in una notte sbagliata ha bruciato la sua vita e i suoi sogni era solo uno dei tanti invisibili che di notte dormono nelle baracche. Qualche ora di sonno, il tempo appena necessario per recuperare quelle forze che di giorno servono per lavorare nei campi dove c’è un raccolto da mettere nelle cassette che poi arrivano sulle nostre tavole, sotto lo sguardo duro dei caporali a vigilare che tutto vada secondo le regole.

Mohammed, che tutti chiamavano “Bayfall”, era uno dei tanti braccianti arrivati dall’Africa per inseguire un sogno e poi si ritrovano prigionieri nelle baraccopoli che noi facciamo finta di non vedere. È morto all’alba nel ghetto di Borgo Mezzanone, a Foggia. È morto senza avere il tempo di alzarsi e regalare un altro giorno della sua vita alla fatica dei campi. Mohammed è solo l’ultimo, in ordine di tempo, ad andarsene dalla vita in questo modo. Ma noi siamo troppo impegnati nella nostra quotidiana ricerca della normalità per capire fino in fondo cosa significa morire per colpa del fuoco all’alba, in solitudine, dentro una baracca di un paese straniero, lontano dalle proprie radici e dai propri affetti. Mohammed era originario del Chad e in quel ghetto, in provincia di Foggia, non ha trovato nulla di quello che cercava in questo suo cammino verso la vita. Sfruttamento e schiavitù sono stati i suoi compagni di viaggio, come lo sono per le migliaia di braccianti che in tutta Italia sopravvivono nel Medioevo dei nostri tempi. Una sopravvivenza scandita dagli ordini dei Caporali e dall’indifferenza di gran parte della “società civile”.

Mohamed è l’ennesima vittima dei fuochi che divampano nelle baraccopoli di casa nostra, dove mancano l’acqua e l’energia elettrica e dove le candele sono, quasi sempre, l’unica possibilità per accendere il fuoco di stufe e fornelli di fortuna per scaldarsi d’inverno e su cui cucinare qualcosa.

Nelle baraccopoli la vita è questa, nient’altro. La notte passa e corre via, e all’alba ci si mette in fila per salire sui camion che portano ai campi o ovunque sia concesso qualcosa che non è lavoro, ma schiavitù. Anche il viaggio su quei camion è un’ombra minacciosa su quelle vite: nell’agosto del 2018, in due incidenti stradali a pochi giorni dall’altro, 16 braccianti non ebbero nemmeno il tempo di capire che quello sarebbe stato il loro ultimo viaggio da schiavi.

La mappa delle baraccopoli che confina i braccianti “invisibili” dalla vita è una tela di ragno che coinvolge quasi tutto il centro-sud del Paese ma sarebbe davvero ipocrita sostenere che il ricco “nord” sia immune da questa piaga. I ghetti d’Italia crescono, stracolmi di braccianti senza nessuna tutela e nessuna garanzia ma utili per ogni esigenza: che si tratti di pomodori o arance, uva pregiata o fatica nei capannoni e nelle fabbriche del nord, non fa differenza.

Certo, i nomi di San Ferdinando nella piana di Gioia Tauro, di Rosarno e di Cassibile, di Borgo Mezzanone e altri, sono nomi che hanno conquistato sempre le prime pagine ma sono solo la punta più visibile di un iceberg che ha radici profonde nel nostro Paese. Le stime pubblicate nel febbraio 2019 dall’Osservatorio Placido Rizzotto parlano di almeno 80 “epicentri italiani dello sfruttamento”, di 27 distretti agricoli coinvolti, e di oltre centomila esseri umani soffocati da questa condizione di sfruttamento. Una paga media giornaliera che oscilla fra i 25 e i 30 euro, di cui una parte consistente rientra nelle tasche dei “caporali”, per giornate di lavoro che non si fermano alle 8 ore. Poi il rientro nelle baracche in cui la vita non esiste e la notte, vissuta fra ammassi di cartone e lamiere, in attesa di un giorno dopo che potrà essere ancora peggiore di quello passato e che, a volte, non arriva nemmeno.

C’è una legge, fra le più inascoltate e disattese di questa Repubblica: è la Legge 199 dell’ottobre 2016, ed entrata in vigore il 4 novembre 2016. È la legge che regolamenta il reato del “caporalato” e pone sullo stesso piano il caporale e chi ne sfrutta il servizio: qualche arresto in tutta Italia, qualche processo che ha aperto una porta sullo sfruttamento economico e umano, sull’assenza dei diritti sociali e sulle terribili condizioni di vita nelle baraccopoli … tutto quello che basta per comprendere come nel nostro Paese il lavoro nero e lo sfruttamento siano una regola consolidata. Non solo il caporalato delle campagne, ma anche quello urbano che recluta i nuovi schiavi nelle periferie delle città: l’edilizia e il facchinaggio, le consegne a domicilio… c’è sempre un mercato per gli schiavi.

Eppure, nulla è cambiato. Perché le cose possono cambiare solo se accanto alle leggi cammina il coraggio politico, il funzionamento dello Stato e delle sue Istituzioni. Questo coraggio non c’è, e quando c’è cammina su gambe e coscienze che vengono lasciate sole dallo Stato, se non addirittura contrastate e penalizzate. Sulle condizioni di vita degli “invisibili”, e sul loro sfruttamento, pesa come un macigno il silenzio della politica e della grande informazione: pochi minuti di attenzione e qualche  promessa nel momento della tragedia poi torna il silenzio, rotto solamente dal coraggio e dalla splendida cocciutaggine di chi da sempre si batte per la dignità degli sfruttati: lavoro sul territorio, solidarietà concreta e non elemosina, impegno costante e non passarella d’occasione davanti alle telecamere. Questi “splendidi cocciuti” ci sono sempre e non si arrendono mai, creano un tessuto sociale e umano con i migranti e lottano ogni giorno contro amministrazioni assenti quando non ostili. Entrano in quelle baraccopoli, perché per conoscere e capire davvero cos’è un inferno bisogna entrarci e sentirne l’odore, guardare in faccia la miseria, le lamiere e i cartoni dove si dorme, bisogna sentire la nausea della sporcizia, capire cosa vuol dire non avere acqua e corrente elettrica. Quando si riesce a fare questo passo allora si può guardare negli occhi di queste persone che il sistema tratta come scorie di nessuna importanza, braccia da lavoro che oggi servono e domani non importa…se la scoria viene eliminata la fila fuori dalla baraccopoli è lunga. Eppure, quando si riesce a fare questo passo negli occhi di queste persone si incontra quel profumo di dignità che i cartoni e le lamiere della baraccopoli non riescono a uccidere. Lo feriscono ma non lo uccidono, a quello ci penserà il fuoco di una notte sbagliata e più cattiva delle altre.

Chi ha conosciuto Mohamed Ben Ali, per tutti “Bayfall”, racconta che era un ragazzo sempre sorridente e che nel tempo libero vendeva braccialetti e bigiotteria per la strada. Quanti Bayfall incontriamo quando camminiamo per le strada delle nostre città? qualcuno ci chiede di comprare un libro che racconta qualcosa del loro Paese, qualcuno ci chiede di comprare un braccialetto o un filo di stoffa colorata. Qualcuno si accontenta di qualche moneta per bere o mangiare qualcosa. Rispondono comunque con un sorriso anche di fronte a un nostro rifiuto e tante volte noi non siamo capaci di ricambiare quel sorriso.

Sono persone, essere umani che camminano una strada molto più difficile della nostra e conoscono ogni angolo della solitudine e dell’emarginazione. Sono invisibili, persone di cui troppi di noi si ricordano solo quando mancano le braccia per lavorare nei campi.

Aboubakar Soumahoro si è inginocchiato, insieme ad altri braccianti, davanti a quello che rimaneva della baracca dove Mohamed ha scritto l’ultima pagina del suo libro, della sua storia. L’ultimo saluto a un compagno di strada e la promessa di un impegno che continuerà, e poi l’annuncio di essersi autoinvitato agli Stati Generali che il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha voluto. Un’occasione ancora, l’ennesima, che lo Stato e le Istituzioni hanno per provare a guardare in faccia chi, ogni giorno, chiede rispetto per la vita degli invisibili. So che Aboubakar Soumahoro non abbasserà gli occhi, vedremo se lo Stato saprà fare altrettanto.

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Sostegno Psicologico Post Pandemia, Oltre L’emergenza http://www.sonda.life/citta-in-movimento/sostegno-psicologico-post-pandemia-oltre-lemergenza/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=sostegno-psicologico-post-pandemia-oltre-lemergenza http://www.sonda.life/citta-in-movimento/sostegno-psicologico-post-pandemia-oltre-lemergenza/#respond Mon, 15 Jun 2020 18:57:23 +0000 http://www.sonda.life/?p=8431 Di Filippo Nardozza.

È chiaro a tutti come tra le “vittime” del Covid-19 vadano annoverati anche medici e personale sanitario che hanno fronteggiato nei mesi scorsi situazioni ad alto stress emotivo, oltre ai parenti di chi ha visto nel virus un nemico fatale. La forzata non condivisione del momento del decesso è uno dei traumi di cui è necessario favorire l’accettazione.

Specificatamente per loro e nell’ottica di un accompagnamento protratto nel tempo (rispetto all’intervento “a pioggia” nella fase acuta dell’emergenza) è ora attivo #RIPRENDIAMOCIPERMANO, servizio di ascolto solidale e consulenza legale offerto da Pronto Soccorso per le Famiglie APS. Un’iniziativa che va a completare in modo mirato l’offerta di sportelli di supporto attivati durante la quarantena a livello locale e nazionale, e per la quale è tuttora aperta la selezione di professionisti.

Malessere generalizzato da lockdown da un lato, conseguenze post fase pandemica acuta dall’altro.

Secondo i risultati, da poco diffusi, di un’indagine dell’Istituto Mario Negri Irccs di Milano, più del 50% degli italiani ha riportato un impatto psicologico durante il confinamento a casa dei mesi scorsi: sintomi d’ansia e depressione, con oltre il 5% di chi ha patito la reclusione a riferire disturbi “seri”. Donne, disoccupati e residenti in abitazioni piccole sono alcune delle categorie che hanno sofferto maggiormente. Se il numero verde di supporto psicologico per l’emergenza Covid-19 di Ministero della Salute e Protezione Civile è arrivato solo verso la fine di aprile scorso, è parimenti vero che in un mese e mezzo l’800.833.833 ha fatto registrare oltre 50mila telefonate, a cui vanno aggiunte quelle (non ancona censite) pervenute ai numeri di sostegno e ascolto dei singoli comuni o delle ATS (come lo sportello 02 85782797 dell’Agenzia di Tutela della Salute della Città Metropolitana di Milano).

Ma, superato il lockdown e affacciandoci alla fase 3, è molto probabile che la pandemia sia destinata a continuare a produrre conseguenze negative su due categorie ben distinte di persone, sui quali i disturbi di cui sopra hanno potenzialmente sortito un effetto più incisivo: personale sanitario/ospedaliero e familiari delle vittime, che potrebbero trovarsi a continuare a fare i conti con un vero e proprio Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD) e con la necessità di un sostegno per l’elaborazione del lutto.

Guardando a questi strascichi a più lungo termine nascono iniziative come il neonato #RIPRENDIAMOCIPERMANO, servizio di ascolto disponibile dal 10 giugno scorso e messo a punto dall’Associazione Pronto Soccorso per le Famiglie APS (con il sostegno del Gruppo farmaceutico Chiesi). La finalità è appunto quella di sostenere sotto il profilo psicologico, ma anche legale, le categorie appena individuate, a livello nazionale e con particolare focus su Emilia Romagna, Lombardia e Veneto.

Nella fase acuta di diffusione del Covid – spiegano dalla no-profit romana impegnata nel sostegno e accompagnamento a famiglie in difficoltà, nata nel 2018 da una idea dell’avvocato Viviana Callini e della psicoterapeuta Flaminia Cappellano, da sempre impegnate nel sociale – il personale in corsia ha vissuto sulla propria pelle gli aspetti più critici della pandemia, con turni massacranti e nella totale imprevedibilità dei decorsi e delle prognosi, per la “non conoscenza specifica” del nuovo patogeno e del suo trattamento. A questa impotenza professionale si è accompagnato lo stato di isolamento dei pazienti che, nel quadro peggiore, se ne sono andati lontani dai loro familiari. Anche a questi ultimi è dedicato il progetto #RIPRENDIAMOCIPERMANO, con l’obiettivo di fornire assistenza psicologica e legale visto che, come indotto di questa emergenza, sono emerse difficoltà di carattere lavorativo, economico e di gestione familiare nellaccezione più ampia del termine.

Non un intervento a pioggia, sul momento e legato alla contingenza della fase acuta dell’emergenza, dunque, ma protratto nel tempo: il sevizio nasce infatti per accompagnare la persona gratuitamente per 12 mesi. Benché sia ancora presto per tracciare una tendenza, in questi primissimi giorni – fanno sapere gli organizzatori – sono arrivate sia telefonate sia messaggi sui social soprattutto da persone che hanno perso i loro genitori anziani anche all’interno di RSA. Al momento al progetto è dedicato un team specialistico di 23 professionisti tra psicologi psicoterapeuti e avvocati. Sono però in corso le selezioni per ricercare altre professionalità, con particolare riferimento alle regioni focus dell’iniziativa.

L’ascolto mirato è diretto a favorire l’elaborazione della esperienza traumatica e il recupero di un nuovo funzionamento nella ripresa della quotidianità; contrastare la solitudine legata alla perdita e al lutto, elaborare la perdita stessa e la separazione, così come favorire l‘accettazione di non aver condiviso il momento del decesso; sostenere inoltre legalmente le persone in difficoltà. Gli esperti dell’Associazione accolgono le richieste di sostegno al numero +39 3515644001 nei giorni di lunedì, mercoledì e venerdì dalle 10 alle 13 e nei giorni di martedi e giovedì dalle 16 alle 19. In alternativa, è sempre possibile inviare un messaggio via WhatsApp oppure tramite mail all’indirizzo info@riprendiamocipermano.it

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La Lettura Del Mese http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-53/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-lettura-del-mese-53 http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-53/#respond Mon, 15 Jun 2020 18:52:25 +0000 http://www.sonda.life/?p=8429

A.R. Chewett (1877-1965), Giovane uomo che legge (inizio XX sec.)

UN MESSAGGIO DAL NOSTRO PASSATO

Isaiah Berlin, Un messaggio al Ventunesimo secolo (Adelphi)

Ben Pastor, La notte delle stelle cadenti (Sellerio)

Paula Farias, Dejarse Llover (Suma)

Ebreo nato nel 1909 a Riga, allora Impero russo, e in seguito fuggito in Inghilterra, Isaiah Berlin compie qui i suoi studi per diventare filosofo e storico delle idee, professore di Teoria sociale e politica a Oxford e diplomatico al servizio della Gran Bretagna.

In Un messaggio al Ventunesimo secolo, edito da Adelphi nella collana Biblioteca minima, sono raccolti due discorsi scritti in occasione della consegna di due riconoscimenti.

Nel primo, La ricerca dell’ideale del 1988, Berlin definisce che cosa siano l’etica e la filosofia politica sottolineando l’importanza dei rapporti umani per la comprensione del mondo in cui si vive, del passato e del futuro della nostra storia. Attraverso un excursus autobiografico che tocca gli autori della sua formazione, giunge ad affermare che: “L’intercomunicazione fra culture diverse, oltre i confini di tempo e di spazio, è possibile solo perché ciò che rende gli uomini umani è comune a tutti e funge da ponte fra loro.

Di fronte a valori altri, ma ugualmente assoluti, perché essi siano intellegibili ci vogliono: “immaginazione o solidarietà o comprensione”. Non esiste infatti una sola e unica soluzione: “La possibilità di una soluzione finale – anche a voler scordare il senso terribile che questa espressione assunse al tempo di Hitler – si dimostra un’illusione; e assai pericolosa, per giunta.

Nel 1994, tre anni prima della sua morte, Isaiah Berlin ribadisce questi concetti in Un messaggio al ventunesimo secolo, definito in una lettera il suo “breve credo” dove conclude dicendo di riuscire a vedere le “tracce di un cambiamento” nella diffusione della democrazia liberale con la caduta delle grandi tirannie: “anche in Cina il giorno non è troppo lontano.

Se non possiamo oggi condividere del tutto questa “nota di ottimismo”, dobbiamo però forse recuperare quel “pessimismo” che Isaiah Berlin dice di aver diffuso con le sue parole.

Che non ci sia un unico ed assoluto cui tendere, ma diversi molti da considerare e con-prendere, che ci vogliano “compromessi, accordi, baratti” e “pesare e misurare, contrattare, mediare”, ma soprattutto un lavoro continuo di aggiustamento di questo “delicato equilibrio che è costantemente minacciato e richiede costanti riparazioni”. L’utilità dell’essere pratici, “La situazione concreta è determinante, è quasi tutto.”, e la necessità dello scegliere perché: “non si può avere tutto ciò che si vuole, e non solo in pratica, ma anche in teoria.

Sforzarsi dunque, ed essere umili che: “Possiamo fare solo quel che possiamo; ma questo dobbiamo farlo, nonostante le difficoltà.

È, come scrive Berlin, “una risposta molto piatta, terra terra”, una “soluzione (…) un tantino insipida”, “una bandiera (…) troppo scialba, troppo ragionevole, troppo borghese”, oppure è proprio il messaggio che stavamo aspettando, quel messaggio dell’imperatore di un racconto che Kafka pubblicò nel 1918 e che: “immagini che giunga a te, quando scende la sera.” (F. Kafka, La metamorfosi e altri racconti, Garzanti) [FINE]

Il racconto di Kafka sopracitato si può leggere anche all’interno del più lungo La costruzione della muraglia cinese dove si narra di un popolo che teme un leggendario e invisibile pericolo proveniente da nord e che si affida ad un impèro che sta oltre l’imperatore, sfida le leggi del tempo e dello spazio annullando il presènte e comporta apparentemente: “una vita libera, in un certo modo senza padroni. (…) sola obbedisce agli ammaestramenti e agli ammonimenti che ci derivano dall’antichità.

Si tratta in realtà di un mito, ideale tanto anelato quanto irraggiungibile e terribile perché di fatto accade che: “abbiamo imparato a conoscere e ritrovare noi stessi, soltanto nel compitare le disposizioni degli ingegneri supremi” (F. Kafka, Il messaggio dell’imperatore, Adelphi).

Se c’è una luce oltre ciò, è tremula come le stelle e sembra impossibile metterla a fuoco.

Così, ne La notte delle stelle cadenti Boris Pastor pone il suo personaggio Martin Bora, ufficiale dell’esercito della Wehrmacht e all’occasione investigatore, di fronte a sé stesso.

Ispirato al colonnello Claus Shenk Von Stauffenberg, che ebbe un ruolo di primo piano nel fallito attentato a Hitler del 20 luglio 1944, nell’ultimo romanzo della serie che lo vede protagonista Martin Bora vivrà proprio questi giorni a Berlino e avrà modo di incontrare il suo modello ispiratore in persona: “Non esistono stelle fisse, si disse Bora. È una finzione delle epoche antiche. In realtà, tutto nell’universo viaggia, ruota, e solo il gioco lento delle orbite ci convince illusoriamente del contrario.

Sono passati dieci anni dalla Notte dei lunghi coltelli: “E gli americani, già in Normandia da sei settimane, continuavano ad avanzare attraverso la Francia.

Un uomo “solo con le sue scelte”, che tenta di definirsi: “Dove ricado io? Son un subordinato e un comandante, un figlio e un figliastro, ma non un padre.

Un popolo spezzato e un paese preda della propria stessa barbarie: “Laggiù i tedeschi si dicevano: Questo è il fronte orientale, la nostra frontiera, dove ci massacriamo dalla notte dei secoli. Ma qui! Al di là degli alberi e del fienile fumante si stendevano le dolci colline intorno al Blankensee (…)”.

È il punto di rottura: “Sì. Solo le meteore, frammenti di comete polverizzate, attraversavano lente il cielo verso occidente, come granelli di sabbia che si sollevano e ricadono intorno alla ruota sfuggente.” [FINE]

La lluvia es solo agua que cae, que no sabe de guerras ni de iras, ni de justicias o injusticias, que solo moja y así va dejando su huella.

Passati in sordina l’anno scorso i 20 anni dalla fine della guerra dei Balcani, il libro di Paula Farias (purtroppo non tradotto in italiano, ma se avete un po’ di orecchio dovreste riuscire a leggerlo anche in spagnolo) offre un modo di ricordare quel conflitto che è tanto semplice quanto efficace.

A tratti una filastrocca per bambini nel ritmo, non esiste una vera e propria storia perché nelle guerre le storie sono sempre le stesse.

A chi tocca, a chi tocca la prossima volta.

Da questo libro il film Perfect Day di Fernando Léon Aranoa del 2015.

A cura di Giulia Caravaggi

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Il Diritto Di Respirare http://www.sonda.life/in-evidenza/il-diritto-di-respirare/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=il-diritto-di-respirare http://www.sonda.life/in-evidenza/il-diritto-di-respirare/#respond Tue, 09 Jun 2020 18:51:42 +0000 http://www.sonda.life/?p=8422 di Maurizio Anelli.

Le piazze dell’America si riempiono di un’umanità che non conosce il colore della pelle. Parla mille lingue e cammina sulle strade di quelle stesse città che un Presidente ubriaco di razzismo e di potere non è riuscito a trasformare nel campo di battaglia che aveva studiato. C’è un’America che non piace alla Casa Bianca e quell’America cammina su un sentiero tracciato da anni di lotte: dal coraggio di Rosa Parks alla marcia da Selma a Montgomery, nel marzo 1965, per difendere il diritto di voto dei neri d’America. Dalle radici dell’odio del Ku Klux Klan a oggi, passando da Martin Luther King e Malcolm X.

È una strada piena di sangue, tante sconfitte e qualche passo avanti, una strada ancora lunga ma che nessuno potrà fermare. Conoscerà ancora un passo avanti e due indietro, ma è l’unica strada.

Il presidente Trump aveva promesso cani feroci intorno alla Casa Bianca, pensava che questa minaccia potesse bastare per fermare un’onda. Contava sulla paura ma il cane feroce, spaventato e vigliacco, era lui, e per proteggere sé stesso e la sua paura ha circondato quella casa, simbolo del potere americano, con barriere e soldati.

La dignità cammina e non si ferma davanti a nulla, nemmeno un mare immenso come l’Oceano riesce a fermarla e, allora, le piazze dell’Europa hanno aggiunto la loro voce a quella che arrivava dall’America: Parigi, Berlino, Londra, Roma e Napoli, Torino e Milano… come New York e Los Angeles, Minneapolis, San Francisco, dove il ponte simbolo della città regala al mondo l’immagine di decine di migliaia di donne e uomini che lo attraversano. A Napoli la mano gentile di un artista, Jorit, ha disegnato una magia che resterà nel cuore e nel tempo: il volto di Geoge Floyd accanto a quelli di Lenin, Martin Luther King, Malcom X e Angela Davis.

Il messaggio che arriva ai fratelli afroamericani e a chiunque, in America e nel mondo, non guarda alle persone in base al colore della pelle è un messaggio di cui abbiamo un disperato bisogno.

A Bristol, nel Regno Unito, durante le manifestazioni di protesta è stata abbattuta la statua dedicata a Edward Colston, mercante di schiavi africani nell’Inghilterra coloniale. La Storia racconta che furono quasi 100mila gli schiavi deportati da Colston e fatti arrivare in America, molti dei quali morti durante il viaggio. Eppure, nel Regno Unito questo trafficante di umanità è stato considerato e celebrato come un eroe per oltre due secoli: a lui sono state dedicate statue e intitolate strade. Bristol ha distrutto, finalmente, un simbolo: ci sono voluti oltre due secoli, ma poi sono bastati dieci minuti di dignità.

Dignità, una parola di cui si sente il bisogno. La protesta di un giorno, di una settimana o di un mese, è un punto di partenza ma non basta per guarire l’umanità da un virus che infetta il cuore degli uomini da secoli. Il razzismo non nasce oggi e non nasce in America, anche se l’America stessa è nata e diventata grande con questo veleno nella culla; la storia degli uomini è un tempio dove i mercanti peggiori hanno costruito le proprie fedi e le proprie ricchezze sullo sfruttamento di altri uomini. Le mani dell’Europa non sono più pulite di quelle della ricca e potente America: Spagna e Portogallo furono le prime potenze a colonizzare i nuovi territori oltreoceano e, dai tempi dei “Conquistadores”, le Americhe sono state per Spagna e Portogallo il terreno di eccellenza per la tratta degli schiavi; determinanti in questo senso furono i mercati e la ricerca di un predominio politico. Dalle Americhe alle Indie e all’Africa: ognuno di questi continenti possedeva quelle ricchezze inseguite da imperi e mercanti. Sono seguiti secoli di colonizzazione e sfruttamento della schiavitù imposta per legge, e gli schiavi hanno sempre avuto la pelle nera. L’apartheid è stata la politica di segregazione razziale che ha caratterizzato il dominio dei bianchi europei in Sudafrica. Negli Stati Uniti d’America la condizione di schiavitù dei neri ha accompagnato tutta la storia di quella Nazione.

Ecco perché il mondo ha un bisogno disperato del messaggio che arriva, in questi giorni, dalle strade e dalle piazze. Ne ha bisogno anche l’Italia, quella stessa Italia così lontana da quel popolo di eroi, santi e navigatori che spesso riteniamo di essere. Ne abbiamo bisogno, perché anche nel nostro Paese il cerchio dell’emarginazione sociale e umana si stringe ogni giorno intorno agli ultimi, e il vento che soffia su questa emarginazione ha un insopportabile fetore razzista.

Siamo noi che dopo anni di discussioni abbiamo ancora nel nostro ordinamento una legge come la Bossi-Fini, noi che abbiamo accettato un governo razzista capace di insultare il Diritto e la Costituzione con una legge oscena che qualcuno ha chiamato “Decreto Sicurezza”, noi che da sempre conviviamo  con quella forma di schiavitù legalizzata che è il caporalato lasciando che a lottare contro questi mercanti di schiavi del 2000 siano pochi idealisti, sognatori di una società che può essere diversa e migliore. Siamo ancora noi che non abbiamo il coraggio di schierarci in massa accanto ad Aboubakar Soumahoro nella sua battaglia, impari, in favore dei braccianti e dei migranti che di notte dormono nelle baracche e di giorno vanno a morire nei campi di raccolta quando la stagione del raccolto arriva. Ancora oggi, dopo le minacce che sono state rivolte ad Aboubakar pubblicate sul gruppo Facebook “Matteo Salvini e Giorgia Meloni per una Italia sicura e stabile”, non riusciamo a creare un muro di protezione e solidarietà umana, politica e sindacale, attorno a quell’uomo venuto della Costa d’Avorio quando era solo un ragazzo di 19 anni. Giuseppe Di Vittorio, sindacalista e antifascista, sarebbe orgoglioso di questo “negro” che regala cuore e dignità ai diritti umani e alla lotta di classe. Ma questo Paese ha dimenticato anche Giuseppe Di Vittorio.

È il nostro Parlamento che ha varato una regolarizzazione a tempo per i lavoratori migranti: la scadenza è la fine della stagione dei raccolti, ma sembra che nessuno se ne renda conto. È questo Paese che ha permesso a un misero sciacallo di diventare Ministro degli interni. Lui, ha ripagato questa fiducia vomitando insulti e disprezzo verso tutti coloro che attraversavano il Mediterraneo cercando una vita diversa e verso tutti quelli che correvano in mare per aiutare questo sogno di vita a realizzarsi. È questo Paese che ha umiliato l’Uomo che, da Sindaco di un borgo dimenticato di Calabria, aveva restituito dignità a un intero Paese inventando un modello di accoglienza. Quel Ministro degli Interni ha cancellato quel Sindaco, e ha ucciso un’idea che brillava come una stella. Si potrebbe scrivere un libro sul razzismo che abita in tante delle nostre case: siamo il Paese che ha costruito anche un razzismo su base locale dove il nemico non ha la pelle nera però è un “terrone” e, come tale, non può avere la stessa dignità e gli stessi diritti di altri italiani.

Sì, tutti noi abbiamo un bisogno disperato di quelle piazze che dall’America hanno attraversato l’Oceano e sono arrivate fino a casa nostra. Abbiamo bisogno di quel senso di solidarietà e di quel soffio di umanità che un George Floyd ci ha trasmesso e insegnato quando sussurrava “I can’t breathe”. Le sue ultime parole, il suo addio alla vita e ai suoi sogni, perché anche un afroamericano ha il diritto di sognare. Resta una domanda, una sola: chi decide chi può respirare?

Quelle piazze sono la risposta: nessuno ha il diritto di togliere il respiro a nessuno. Lo hanno gridato milioni di persone, dall’America all’Europa, e quel grido ha attraversato un Oceano per arrivare fino a noi. Era un grido disperato, e se in alcuni momenti c’è stata anche violenza allora la responsabilità di quella violenza è tutta sulle spalle di chi impedisce agli altri di respirare. Perché il mondo non si cambia chiedendo il permesso di respirare, e il diritto di vivere, quando viene negato, si deve conquistare. Punto e a capo.

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USA, Il Fardello Della Storia http://www.sonda.life/in-evidenza/usa-il-fardello-della-storia/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=usa-il-fardello-della-storia http://www.sonda.life/in-evidenza/usa-il-fardello-della-storia/#respond Sun, 07 Jun 2020 19:14:06 +0000 http://www.sonda.life/?p=8419 Di Alfredo Luis Somoza.

La complessità delle società che hanno un passato di schiavismo o segregazionismo può essere letta come una sovrapposizione, e anzi quasi una coincidenza matematica, tra l’appartenenza etnica dei cittadini e la loro appartenenza a una precisa condizione sociale. Praticamente, in quei contesti, il povero non è prigioniero solo della sua condizione sociale, ma anche della sua identità etnica. È così nei Paesi con una storia schiavista, come gli Stati Uniti e il Brasile, nei confronti degli afroamericani, è così nei Paesi segregazionisti nei confronti di neri o aborigeni, come il Sudafrica o l’Australia, ed è così anche là dove ancora vige il razzismo coloniale, come in Bolivia o Guatemala nei confronti degli indios. Società povere e società ricche, tutte sono accomunate dall’esclusione delle “minoranze etniche” (che, in realtà, talvolta sono maggioranze) dall’educazione, dalla sicurezza, dall’abitazione, dal lavoro qualificato. In questi Stati la popolazione carceraria è costituita soprattutto da appartenenti alle etnie emarginate e le politiche repressive si accaniscono contro i più poveri, che vivono ghettizzati nei quartieri degradati, con alti tassi di tossicodipendenze, alcolismo e violenze domestiche.

Gli Stati Uniti sono forse l’esempio più evidente dei guasti profondi generati dalla crescita economica senza un vero progetto di integrazione sociale e culturale. La loro storia vede la conquista dell’indipendenza dall’Inghilterra da parte di un gruppo di coloni anglosassoni e scandinavi che hanno usurpato i territori dei nativi, destinati a essere sistematicamente eliminati, e che hanno dato vita a una società schiavista. Al momento della nascita del Paese, erano cittadini di quella nazione solo i bianchi discendenti dai coloni. I neri erano schiavi, gli “indiani” considerati stranieri da combattere. L’espansione verso ovest aggiunse agli esclusi i chicanos, cioè i messicani, indios o meticci, che vivevano da sempre in California, nel Texas, nel Colorado, nel New Messico, diventati Stati dell’Unione. Gli Stati Uniti divennero quindi una grande democrazia multietnica, ma solo in teoria. Gli amerindi superstiti furono riconosciuti cittadini solo nel 1924, rimanendo comunque oggetto di discriminazione fino al 1964 insieme ai neri, che erano stati ufficialmente schiavi fino al 1865 per divenire poi vittime dell’apartheid negli Stati del Sud.

Tutta la mitologia degli Stati Uniti cozza contro questa storia. La tradizione del pranzo di Ringraziamento dei coloni puritani nacque per ringraziare non solo Dio, ma anche i nativi che li avevano salvati da morte sicura donando loro tacchini e pannocchie di mais: eppure questa origine fu “dimenticata” per evitare di dover riconoscere nulla agli amerindi. È il caso di ricordare che il padre della patria, George Washington, non volle nella Costituzione della nascente Unione riferimenti alla schiavitù perché lui stesso era proprietario di schiavi.

Siccome la storia non si cancella, a distanza di secoli si pagano ancora i danni di quelle ingiustizie e violenze originarie. Le politiche di tolleranza zero degli anni ’80 hanno criminalizzato la povertà, associata al colore della pelle, dando mano libera a una polizia violenta, nella quale lavorano non pochi squilibrati seguaci del suprematismo bianco. Se nelle città degli Stati Uniti è scoppiata l’ennesima rivolta è perché la società è attraversata da una frattura profondissima. Il concetto di comunità, nella realtà statunitense, definisce più un recinto che un insieme di persone. C’è la comunità afroamericana, c’è quella latina e c’è quella bianca. C’è la comunità che vive nei quartieri dei ricchi e quella che vive nei quartieri dei poveri, con giustizia e sanità da ricchi o da poveri. Ogni comunità gode di un pezzo, o degli avanzi, di ciò che il sistema offre.

Pochi diritti sociali sono universali negli Stati Uniti, e sono stati ottenuti solo con la lotta. Lotta che diventa disperata e talvolta violenta quando si innesca il detonatore della questione razziale. Il ciclo si ripete uguale a se stesso: afroamericani arrabbiati che spaventano i bianchi, bianchi che temono di perdere il loro status e che votano solo per autodifesa, ma anche minoranze che votano solo chi parla loro. La storia dice che l’esclusione, il razzismo, la violenza hanno minato dall’interno quella che per molti è la madre di tutte le democrazie. E la cronaca, per chi la vuole interpretare, ce lo ricorda spesso.

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Patto Per La Ripartenza, Il Manifesto A Sostegno Delle Fasce Più A Rischio http://www.sonda.life/in-evidenza/patto-per-la-ripartenza-il-manifesto-a-sostegno-delle-fasce-piu-a-rischio/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=patto-per-la-ripartenza-il-manifesto-a-sostegno-delle-fasce-piu-a-rischio http://www.sonda.life/in-evidenza/patto-per-la-ripartenza-il-manifesto-a-sostegno-delle-fasce-piu-a-rischio/#respond Sun, 07 Jun 2020 19:10:46 +0000 http://www.sonda.life/?p=8416 Di Giovanno Dato.

Qualche settimana fa, l’associazione Libera guidata da Don Ciotti ha pubblicato un manifesto per la ripresa in sicurezza del Paese ponendo in maniera notevole l’attenzione su tutto quel che riguarda i diritti economici, sociali e civili dei cittadini italiani. #Giustaitalia è il nome del manifesto, un vero e proprio “Patto per la ripartenza”, composto da 18 punti, con cui Libera e tantissime altre associazioni hanno voluto dimostrare la propria presenza e la propria vicinanza a tutte quelle categorie in difficoltà, notoriamente più deboli, che spesso vivono in aree o quartieri ad alto tasso criminale.

Il Paese ha bisogno di aiuti sostanziosi di tipo economico grazie ai quali poter ripartire il prima possibile, perché a seguito del lockdown e della pandemia che ha stravolto il mondo intero c’è una parte consistente della popolazione che rischia di ritrovarsi sempre più povera e meno protetta. Non è una novità, infatti, che tutte le associazioni criminali (soprattutto quelle mafiose) trovino giovamento dalle crisi sociali ed economiche; d’altronde, è proprio in questi periodi che i clan stessi possono offrire il proprio sostegno ad una porzione di popolazione decisamente più grande e con ogni probabilità maggiormente disposta a tacere dinnanzi all’illegalità evidente. Non solo: il rischio di usura, legato all’incrementare di casi di racket ed intimidazioni, è più alto che mai e le dichiarazioni di queste settimane da parte di diverse istituzioni lo hanno confermato ulteriormente.

Ecco perché l’associazione di Don Ciotti ha deciso, ancora una volta, di scendere in campo a difesa della legalità e della giustizia. Una presenza costante in questi mesi difficili, quella di Libera, che dona un senso di speranza e fiducia nei confronti del futuro più o meno imminente. Come se non bastasse, in linea con il suddetto Patto per la Ripartenza (i cui 18 punti possono essere visionati cliccando qui), Libera si è mossa in maniera tempestiva anche per una delle città italiane maggiormente colpite dal Covid-19, vale a dire Milano.

I 10 punti della proposta “Una Mano a Milano” ideata dall’associazione (leggi qui) consistono nella difesa di punti cardini: il “diritto alla salute, ad un ambiente sano, alla casa, all’assistenza, al lavoro, all’istruzione”. Nello specifico, si tratta di porre maggiormente l’attenzione su aspetti quali i “beni confiscati, la riconversione ecologica e sostenibile, l’emergenza delle povertà educative” e, infine, “l’attenzione alle categorie più fragili”. Quel che può sembrare un’utopia sia per una città come Milano che per un Paese quale il nostro è, in realtà, la normalità di molti Stati europei, soprattutto di quelli con cui l’Italia ha dovuto dibattere in modo acceso negli ultimi mesi.

Sebbene siamo a conoscenza delle enormi differenze presenti tra un Paese e l’altro dell’Unione Europea, siamo anche convinti che l’impegno (di qualsiasi tipo esso sia) nei confronti delle categorie meno abbienti debba essere il primo, importantissimo punto di ogni governo. L’obiettivo principale di ogni Stato dovrebbe essere garantire quanta più uguaglianza ed equità tra le fasce di popolazione che lo compongono, soprattutto in tempi di crisi come quello che stiamo vivendo. Il fatto che vi siano associazioni come Libera a sostegno di tali diritti imprescindibili fa ben sperare chi in questi tempi rischia di perdere o ha già perso praticamente tutto.

ilmegafono.org

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C’era una volta in America http://www.sonda.life/in-evidenza/cera-una-volta-in-america-di-maurizio-anelli/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=cera-una-volta-in-america-di-maurizio-anelli http://www.sonda.life/in-evidenza/cera-una-volta-in-america-di-maurizio-anelli/#respond Mon, 01 Jun 2020 13:15:04 +0000 http://www.sonda.life/?p=8411 di Maurizio Anelli.

George Floyd aveva 46 anni ed era negro. Nell’America a stelle e strisce il nero è una sfumatura che fa ancora la differenza. Il sogno americano contempla una strada che può essere solo bianca, il tempo passa e quel muro è sempre, o ancora, troppo alto. La trama del film è la stessa di troppe altre volte e cambia solo la modalità della condanna a morte, non c’è un colpo di pistola o la sedia elettrica, non c’è un linciaggio ma qualcosa che sembra perfino più perverso e sadico: è un corpo in divisa che preme, con tutto il suo peso, sul collo di George Floyd. George Floyd fa in tempo a dire “non respiro più…”, ma la bestia in divisa non si muove, ha una mano nella tasca e il suo ginocchio preme, schiaccia…uccide. C’è un’altra bestia vicino a lui… che strano, ha la stessa divisa e lo stesso sguardo cinico e indifferente. Non traspare nessuna emozione, solo una fredda e disumana lucidità: uno uccide, l’altro osserva e non muove un solo muscolo. La gente urla, protesta, ma non succede nulla e George Floyd lascia la sua vita sull’asfalto sotto una montagna disumana, feroce e compiaciuta. Quella ferocia compiaciuta ha la faccia dello Stato e indossa una divisa che abbiamo imparato a conoscere nel corso degli anni non solo in America. È una delle tante maschere che lo Stato indossa, a seconda del momento, e che mostra sempre i denti nei confronti degli ultimi anelli della catena. È la maschera innaturale, ma spaventosamente vera, del potere che concepisce sé stesso come qualcosa al di sopra di ogni parte e che non accetta di essere giudicato e messo in discussione. Certo, è sempre accaduto e continuerà ad accadere. La violenza esibita diventa disprezzo per la vita umana e, se questa vita ha il colore del nero, diventa qualcosa che in America assomiglia ad un trofeo da mettere in vetrina. La macchina umana è qualcosa che a volte ci illudiamo di aver capito ma non è così e, ogni volta, ci sorprendiamo a sorprenderci di quale delirio di onnipotenza essa è capace. È un delirio che troppe volte è garantito da una divisa che rappresenta lo Stato e le Istituzioni e tutto questo diventa autorità, potere. E il potere non tollera chi non si allinea in fila per tre, in ogni angolo del mondo. È successo in America, e in America succede da sempre, ma succede anche nel nostro Paese, succede in Turchia, in Palestina, in America Latina: l’autorità del potere usa da sempre i suoi uomini in divisa, li tutela e li protegge, li difende.

L’Italia non ha nulla da imparare da nessuno su questo terreno: dalla Questura di Milano nel 1969 il segnale era partito forte e chiaro: per nascondere quella notte, per infangare la vittima e per depistare le indagini, lo Stato ha superato ogni limite e ogni immaginazione. Sono passati più di cinquant’anni da quella sera e l’alba deve ancora arrivare. Sono seguiti quelli che in troppi ricordano solo come gli anni di piombo, dimenticando intrecci e legami, connivenze, ignorando le trame e i legami fra il “tintinnar di sciabole” e gli ambienti fascisti. Nel luglio dl 2001 a Genova è stata scritta una pagina che niente potrà cancellare: alle belve in divisa è stato permesso ogni scempio e il seguito della macelleria è stata la copertura, la difesa a oltranza e, in troppi casi, la promozione degli aguzzini. Da Ferrara a Roma, da Federico Aldrovandi a Stefano Cucchi: una macchia di vergogna e di sangue sulle divise della Polizia di Stato dei Carabinieri, coperture, silenzi e depistaggi. Le vittime diventano colpevoli sempre, gli assassini fanno carriera. Ci sono voluti dieci anni per arrivare a far crollare il castello di fango e menzogne, e solo la dignità e il coraggio di una madre e di una sorella hanno aperto una breccia su quel muro. Solo a quel punto lo Stato, con le spalle al muro e solo per questo motivo, ha dovuto ammettere almeno una parte della propria vergogna e di quelle macchie di sangue.

La Turchia di Erdogan è solo l’ultimo anello di una catena lunghissima e ricordare tutti i nomi è un soffio di solidarietà e di rabbia, ma non restituisce nulla. La Palestina muore e il mondo guarda distratto e infastidito.

Nell’immagine di Minneapolis è racchiuso tutto il delirio di un messaggio che si abbatte come un uragano sulla coscienza di ciascuno di noi, Minneapolis come Genova o come Ferrara, come Gaza e come Istanbul.

È l’immagine di una macchina, l’autorità, che si arroga il diritto di eliminare ogni granello di polvere che può disturbare il funzionamento dell’ingranaggio. Allora il granello di polvere prima deve essere schiacciato e poi rimosso dal selciato, ma solo dopo che il messaggio è stato lanciato in faccia a tutti. George Floyd nonriusciva più a respirare, a Gaza non si respira più, e non si respira più in Turchia, in Kurdistan e in Egitto, in Brasile e in ogni angolo del mondo dove il peso dell’autorità schiaccia e deforma ogni pensiero di dignità. Il peso di quell’autorità umilia ogni concetto di razza, di cultura, e il colore della pelle è ancora un’aggravante. Non c’è nessun senso in tutto questo, o forse un senso c’è: è racchiuso nella negazione delle emozioni e dei sentimenti, nel rifiuto di riconoscersi come persone che esistono e che fanno parte della stessa comunità; è contenuto in un modello di società assolutamente insensato che non ammette nessuna diversità e dove queste vengono messe ai margini, imprigionate nelle periferie della vita e, quando ancora non basta, vengono rimosse come si fa con le scorie che possono contaminare l’intero modello.

In questi giorni l’America brucia, nelle strade delle sue città la rivolta è scoppiata ed è una rivolta violenta, carica di rabbia. Non potrebbe essere altrimenti. New York e Dallas, Los Angeles e Detroit, Louisville, la terra di Muhammad Ali. L’America ha già conosciuto queste rivolte e, ogni volta, le ha represse con la forza delle tante divise di cui dispone: dalla Guardia Nazionale all’esercito, passando per una polizia sempre più militarizzata e sempre più violenta. È così che il potere rimette a posto le cose.

Il Presidente Trump getta benzina sul fuoco e afferma che “…alla Casa Bianca i cani feroci accoglieranno i manifestanti”. Violenza e disprezzo, che la Casa Bianca sputa in faccia rabbia e alle disuguaglianze.

No, nessuna pandemia ha reso l’America migliore e il suo Presidente rappresenta quanto di peggio oggi sia possibile per renderla migliore. L’America conosce, oggi, tutta la violenza della sua restaurazione bianca.

È l’America, costruita sulla forza e sulla pelle dei tanti esclusi, marginalizzati. La pelle nera degli afroamericani è un colore che l’America non riesce a sopportare e il sogno americano assomiglia sempre più a un incubo senza senso, ma quell’incubo non toglie il sonno a chi guarda solo il verde del proprio giardino. Ma fuori da quel giardino sempre verde ci sono, e ci saranno sempre, quelle “schegge impazzite” che chiedono e cercano tracce di umanità. Nessun ingranaggio è perfetto, a volte basta un granello di polvere per fermarlo. A volte quel granello di polvere cade dai vestiti di un uomo rimosso dall’asfalto dopo essere stato assassinato da una maschera in divisa, nel compiaciuto silenzio di uno Stato che accoglie chi arriva con lo sguardo rassicurante di una statua chiamata della “Libertà”.

Ma è solo una statua, ed è la prima maschera che si vede quando si arriva in America. Poi, piano piano, la maschera cade e mostra tutte le altre facce nascoste con cura e che si rivelano poi con cinismo e arroganza.

L’America, come il mondo intero, è davanti a un bivio che dimostra di non saper e voler affrontare: la crisi sociale, economica e umana, che la pandemia sta provocando sarà fonte di ulteriore marginalizzazione degli ultimi, dei più umili. Il conflitto sociale che ne seguirà sarà inevitabile, l’America si sta preparando e conosce una strada maestra, la sola che ha sempre seguito. È una strada bianca, gli altri colori non sono ammessi.

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Pandemia, Società E Politica In America Latina http://www.sonda.life/in-evidenza/pandemia-societa-e-politica-in-america-latina/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=pandemia-societa-e-politica-in-america-latina http://www.sonda.life/in-evidenza/pandemia-societa-e-politica-in-america-latina/#respond Mon, 01 Jun 2020 13:11:16 +0000 http://www.sonda.life/?p=8408 di Alfredo Luis Somoza.

Non soltanto in Europa ma anche in America Latina la pandemia sta mettendo a nudo i differenti approcci alla salute dei vari Stati. I Paesi latinoamericani che meglio se la stanno cavando sono Cuba, Costa Rica, Paraguay e Uruguay. I primi due per via dei loro avanzati sistemi di medicina preventiva territoriale: Cuba e Costa Rica hanno una struttura sanitaria che prevede al vertice l’ospedale, come accade ovunque, ma poggia su un’ampia e solida base articolata in ambulatori e, soprattutto, personale medico e paramedico in costante contatto con la popolazione, anche a domicilio. Negli anni, entrambi i Paesi hanno investito soprattutto sulle risorse umane, per intervenire prima che i pazienti si aggravino tanto da dover essere ospedalizzati.

Uruguay e Paraguay, in Sudamerica, sono stati invece i due Paesi che hanno applicato con più tempismo e intelligenza le misure di prevenzione e controllo del contagio. Senza demagogia – e anzi, quasi in silenzio – si sono mossi per tempo, controllando il focolaio entro la fine di aprile. L’Uruguay poi ha incassato il risultato dei massicci investimenti sulla sanità fatti negli ultimi quindici anni dai governi del Frente Amplio di Tabaré Vázquez e Pepe Mujica.

Il panorama cambia radicalmente quando si valutano i grandi Paesi dell’area, soprattutto il Brasile, che in questi giorni ha superato per numero di decessi giornalieri degli Stati Uniti. I quattro grandi errori che hanno fatto precipitare la situazione in Brasile partono dall’azione del presidente Jair Bolsonaro, che non solo ha minimizzato la pandemia, ma ha anche costantemente istigato la popolazione contro ogni misura di prevenzione ordinata dai governatori locali. Non solo: è stata la stessa presidenza a inondare il web e la televisione di fake news che volevano il coronavirus in tutto uguale a un raffreddore, o che proclamavano la clorochina come rimedio universale per Covid-19. Ascoltare ogni giorno il proprio presidente minimizzare il pericolo ha generato una sensazione di falsa sicurezza che ha favorito i comportamenti a rischio. Altro errore è stato la quarantena a macchia di leopardo, con gli Stati governati dalle forze del centrosinistra che hanno imposto il lockdown, mentre quelli governati dagli alleati di Bolsonaro hanno continuato come se niente fosse.  E ancora: si sono susseguiti tre ministri della Sanità in 30 giorni, i primi due cacciati perché avrebbero voluto seguire le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Nel frattempo, contrariamente ai pronostici locali che prevedevano un ritorno della situazione sotto controllo a metà maggio, è appena iniziata la fase peggiore. Questa tempesta perfetta si è abbattuta sulla struttura sanitaria del Brasile, un sistema diviso tra sanità privata d’eccellenza, e sanità di bassa qualità per i poveri, che peraltro non copre nemmeno l’intera popolazione. Sono infatti gli abitanti delle favelas che stanno pagando il prezzo maggiore. Quei quartieri spesso senz’acqua e senza servizi che soltanto durante il governo di Lula ebbero un minimo di attenzione sanitaria, grazie all’intervento di medici cubani. Medici che, a differenza di quelli brasiliani, andavano davvero a lavorare nelle favelas e che Bolsonaro, tra i suoi primi atti di governo, ha rimandato a casa.

Questo schema si ripete in diversi Paesi dell’area, sanità per ricchi e sanità per poveri, e nemmeno per tutti. In Perù, Bolivia, Colombia, Cile, Messico e Argentina, malgrado risposte politiche più adeguate rispetto a quella brasiliana e numeri meno drammatici, i problemi sono gli stessi, e risalgono agli anni ’90, quando l’ondata di privatizzazioni si diffuse in quasi tutto il continente. Centralità dell’ospedale, abbandono del territorio e della prevenzione, sbandamenti politici. Il coronavirus non poteva trovare migliore terreno per mettere a nudo le contraddizioni sociali generate dalla politica dell’odierna America Latina.

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La mascherina Non “Filtra” La Nuova Solidarietà http://www.sonda.life/citta-in-movimento/la-mascherina-non-filtra-la-nuova-solidarieta/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-mascherina-non-filtra-la-nuova-solidarieta http://www.sonda.life/citta-in-movimento/la-mascherina-non-filtra-la-nuova-solidarieta/#respond Mon, 01 Jun 2020 13:04:17 +0000 http://www.sonda.life/?p=8405 di Filippo Nardozza.

La indossiamo per proteggerci, per porre una qualche barriera tra noi e gli altri, potenziale veicolo di contagio. Ma da schermo precauzionale la mascherina è diventata chiaramente anche segno e veicolo di nuova solidarietà e vicinanza, di forme di operosità sociale che sostengono al contempo destinante e destinatario.  

Delle donazioni (encomiabili) di mascherine da parte di grandi aziende del tessile e della moda e di altri privati agli ospedali, alle RSA o ai centri per rifugiati e richiedenti asilo si è parlato tanto nei mesi scorsi. Forse meno si è parlato di iniziative di portata più ristretta che (diversamente dal virus) passano attraverso l’ormai onnipresente DPI, progetti in cui la solidarietà proviene dalla stessa fragilità e fa rima con operosità a riscatto.

Forza, coraggio, be happy: sono parole positive e di incoraggiamento quelle ricamate a mano sulle mascherine confezionate dalle donne vittima di violenza e sfruttamento ospiti di Fondazione Somaschi Onlus e distribuite alle persone senza fissa dimora nel centro diurno Drop-in che la onlus gestisce in centro a Milano.

L’iniziativa solidale “tra fragili”, nata nel Centro Accoglienza Donne (struttura protetta dove Fondazione Somaschi accoglie 16 persone con vissuti di sofferenza alle spalle) colpisce per la sua delicata naturalezza. “Dallinizio dellemergenza le nostre ospiti cuciono mascherine per sé e per le operatrici – racconta Martina Ziglioli, responsabile del Centro -. Per questo, quando hanno riaperto le docce del Centro Drop-in per persone senza dimora, è stato naturale cominciare a confezionarne anche per loro. Così come è venuto spontaneo renderle speciali ricamando su di esse messaggi di speranza. Le nostre donne sanno molto bene cosa significa sentirsi soli e ai margini.”

Restando a Milano, dalla Fondazione Somaschi passiamo nel segno della mascherina alla Comunità Nuova Onlus. A metà maggio sono state consegnate alla Fondazione Don Gino Rigoldi le prime 500 mascherine prodotte grazie ai proventi della vendita di altrettanti esemplari di NoisyMask, dispositivi di protezione prodotti con il marchio NoisyStyle dai giovanissimi designer Luca Ravezzani e Matteo Maria Canciani. Nei mesi di lockdown, chiusi nelle rispettive case con il proprio PC, Luca e Matteo hanno pensato di realizzare qualcosa che potesse dare un contributo fattivo a chi è impegnato nella gestione dell’emergenza, realizzando una mascherina comoda, lavabile e riutilizzabile,prodotta con materiale certificato sanitario, anallergico, idrorepellente, traspirante e filtrante. In collaborazione con l’azienda Gimoto, per ogni esemplare NoisyStyle acquistato hanno deciso di donarne uno a chi ne ha più bisogno. I due progettisti 23enni hanno quindi consegnato a Don Gino Rigoldi, storico cappellano del carcere minorile Cesare Beccaria, la dotazione di presidi protettivi per il viso a favore dell’Associazione che da 40 anni accoglie e sostiene bambini, giovani e adulti, aiutandoli a costruire il proprio futuro.

‘Su la maschera!’. È un imperativo dal suono dolce a portarci da Milano a Roma per raccontare l’iniziativa nata all’interno del laboratorio tessile Coloriage, che da più di un anno impiega e forma artigiani italiani in difficoltà, richiedenti asilo e migranti per produrre abiti e accessori per la casa fatti a mano e con stoffe multicolore.

Con lo scoppio dell’epidemia, le due socie fondatrici dell’atelier sociale (Valeria Kone e Sandrine Flament, presso cui lavorano adesso stabilmente due sarti senegalesi più alcuni collaboratori e allievi) hanno deciso di convertire la produzione e mettersi in gioco assieme al Municipio uno di Roma per creare mascherine solidali e creative. “Quello che voglio sottolineare è questa solidarietà a doppio binario: noi riusciamo a far lavorare richiedenti, migranti o italiani bisognosi che si mettono al servizio del territorio per fare del bene alla comunità”, ha raccontato Kone al quotidiano La Repubblica.

Lavabili, riutilizzabili e dall’appeal fashion, le mascherine double face sono realizzate con variopinti tessuti africani con stampa wax e cotone a tinta unita in tre modelli (donna, uomo, bambino) e dispongono di uno strato impermeabile in polipropilene. “Non siamo un’azienda di moda, non ci siamo potuti unire alla call per riconvertire la produzione, ma abbiamo deciso di dare il nostro contributo come sartoria sociale”, spiega ancora Valeria Kone. I volontari delle associazioni che aderiscono all’iniziativa “Spesa sospesa” nel Municipio uno hanno consegnato i primi esemplari alle famiglie bisognose destinatarie anche di alimenti e generi di prima necessità.

La bella notizia per tutti? È possibile ordinare una mascherina per sé sul sito o sulle pagine social di Coloriage: basta un’offerta libera e con la formula “chi può dona di più” si permette a chi ne ha bisogno di riceverne una a casa gratuitamente.

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Il Maggio Italiano, Rumore Dell’umanità Nel Silenzio Dello Stato http://www.sonda.life/in-evidenza/il-maggio-italiano-rumore-dellumanita-nel-silenzio-dello-stato/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=il-maggio-italiano-rumore-dellumanita-nel-silenzio-dello-stato http://www.sonda.life/in-evidenza/il-maggio-italiano-rumore-dellumanita-nel-silenzio-dello-stato/#respond Mon, 25 May 2020 17:43:54 +0000 http://www.sonda.life/?p=8402 di Maurizio Anelli.

Don Gallo diceva “Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei…”.

Raccontava che era stata la strada a suggerirglielo e lui la strada la conosceva bene, era la sua casa e gli ultimi della fila erano la sua famiglia. La strada divide da sempre la vita degli uomini: alcuni scelgono percorsi comodi e sicuri, più garantiti, scelgono di non guardare e fingono di non sentire. La strada unisce, raccoglie pezzi di umanità e di piccole storie, frammenti di fatica e lacrime sparse. Qualche volta è sporca, polverosa, qualche volta cattiva. Ma dentro ogni vicolo, in ogni caruggio della città, c’è una vita che mescola quelle lacrime e riesce a trasformarle in qualcosa che può assomigliare ad un sorriso, capace di sfidare l’indifferenza e la solitudine. Ho sempre avuto una visione laica della vita e degli uomini, non ho mai abbracciato nessuna religione e, anzi, ho sempre considerato ogni religione come l’inganno imposto dai potenti agli ultimi della Terra: la promessa di una seconda vita felice in cambio di ogni patimento, di ogni sofferenza. La speranza di un futuro contro la condizione del presente. Altra cosa è la fede, ma questa è una scelta che appartiene alle persone e su cui si aprirebbe un libro senza fine. La prima volta che ho sentito Don Gallo, tanto tempo fa, provai una strana sensazione nei suoi confronti. Era pur sempre un uomo di Chiesa: quella Chiesa ricca e opulenta, con tante cosa di cui chiedere scusa agli ultimi e agli sconfitti di questa Terra, e la cosa non mi rassicurava. Al tempo stesso, però, mi interessavano le sue parole. Mi incuriosiva capire e vedere fin dove potevano arrivare la sua diversità e la sua idea di una Chiesa diversa da quella di sempre.

Un giorno alla volta ho imparato a rispettare quel prete di strada, fino a sentirlo come qualcuno, e qualcosa, di bello e di importante. Negli anni si continua a credere, o si impara a credere, che le persone non sono tutte uguali e che qualcuno è meglio di altri. Per me con il Gallo è stato così, e quella diffidenza iniziale verso il Prete ha lasciato, piano piano, il posto alla stima e all’affetto profondo per l’Uomo. Alcuni incontri, in particolare quello con i licenziati dei treni notte al binario 21 della Stazione Centrale di Milano il 9 marzo del 2012, sono stati un abbraccio che non si dimentica. Quel giorno la sua presenza è stata un sorriso speciale dentro quella storia di lavoro e di ingiustizia sociale, vissuta sulle rotaie, speciale come la sua risposta al nostro invito: “… certo che ci sarò, ma dovete venire a prendermi”. Andammo a prenderlo.

Nel febbraio del 2013 l’ultimo incontro al Centro sociale “Leoncavallo” per l’ultima campagna elettorale, la più amara e la più vissuta. È stata l’ultima occasione, l’ultimo abbraccio a un Uomo che non dimenticherò e che quell’ultimo saluto sia avvenuto in quel posto, che per tanti di noi è un pezzo di storia di un tempo sognato, lascia spazio a molti pensieri.

Oggi ripenso a quei momenti e a quegli incontri, e il Gallo manca. Manca quella voce ferma, pronta ad accogliere e capace di unire chi cammina sempre sulla stessa parte della strada, in “direzione ostinata e contraria”. Manca quel sigaro posato con garbo sul colbacco prima di prendere la parola e quella mano alzata a stingere uno straccio rosso mentre canta “Bella Ciao”.

Manca quel prete che sognava “… una Chiesa non separata dagli altri, che non sia sempre pronta a condannare, ma sia solidale, compagna, a fianco dei bisogni delle donne e degli uomini”. Per molti era un eretico, per chi lo ha conosciuto e amato era un Uomo, nel senso più vero della parola. Non credo che il suo sogno di “una Chiesa non separata dagli altri…” possa avverarsi, ma in fondo cosa cambia? La Chiesa continuerà ad essere il più potente mezzo di controllo delle masse, la più forte macchina di potere della storia, ma questo non riuscirà mai a cancellare il senso di ogni atto e di ogni parola che Don Andrea Gallo ha seminato su quella strada che lui ha camminato con amore e dignità.

Oggi mi piace pensare che quel prete di strada, anarchico e partigiano, avrebbe avuto ancora una volta tante cose da dire e da fare, da insegnare. Sempre sulla sua strada accanto agli ultimi che il nostro tempo ignora, quegli ultimi di ogni terra e di ogni razza, vicino a chi scende da un barcone e resta sempre ai margini della vita. Avrebbe abbracciato forte Mimmo Lucano, camminando per i vicoli di Riace cantando “Bella Ciao” e sfidando fino alla fine Matteo Salvini e i suoi sgherri. Camminerebbe a fianco dei migranti, schiavi del lavoro nero e precario che un decreto vergognoso regolarizza, ma solo per il tempo che serve al raccolto di una stagione. Sarebbe, ancora e sempre, con i ribelli della Val di Susa per difendere quella valle dalla stupida violenza che tanti si ostinano a chiamare “progresso”. Brucerebbe con il suo sguardo i mercanti della politica che hanno sulla coscienza i morti di Bergamo e della Lombardia, delle case di riposo dove la vita è stata cancellata. Oggi il Gallo aprirebbe le sue braccia ai ragazzi dei centri sociali che, sulle loro biciclette, hanno consegnato e consegnano agli ultimi quello che serve nelle città in quarantena, sfidando virus e contagio. Soffrirebbe per quell’America Latina devastata dagli incendi, dal Covid-19 e dai Bolsonaro di turno che la violentano ogni giorno.

Oggi il Gallo racconterebbe Fabrizio De André e prenderebbe per mano la sua Genova, ferita ma sempre in piedi, oggi come in quel luglio maledetto del 2001 quando uno Stato vigliacco e fascista decise di uccidere l’idea di un’intera generazione. Quei giorni del G8 il Gallo li ha vissuti, con il suo cappello e il suo sigaro: il concerto di Manu Chao e lo straordinario corteo con i migranti, e poi la macelleria dei giorni che portarono alla morte di Carlo e alle vergogne della Diaz e di Bolzaneto. Il tempo in quei giorni passò veloce e bruciò tutto, come un sigaro acceso e fumato con rabbia.

Se è vero che ogni seme genera un albero, allora il Gallo è in tutti questi posti e non è mai andato via.

Che strano il maggio italiano, quanta amarezza nel mese che apre le porte all’estate. Il maggio italiano ricorda Don Gallo, Peppino Impastato, Giovanni Falcone. Non si dimentica quel dolce rumore di umanità che è sempre stato capace di non perdersi nel silenzio di uno Stato che non c’è e forse non c’è mai stato veramente, assente ingiustificato e latitante, colpevole. È un rumore che, ancora oggi, ci insegna ad asciugare sempre gli occhi di fronte a tutto, ogni volta che serve, perché quegli occhi possano restare aperti e vedere quello che succede intorno a noi, senza girare lo sguardo e le spalle.

La strada unisce, raccoglie tutti i frammenti di fatica e lacrime sparse, pezzi di umanità e di piccole storie, perché la strada è viva anche quando i potenti la vogliono brutta, sporca e cattiva.

Fabrizio De André cantava “… Non vi conviene venir con me dovunque vada, ma c’è amore un po’ per tutti e tutti quanti hanno un amore sulla cattiva strada”.

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Covid&Roll- La musica è finita? http://www.sonda.life/in-evidenza/covidroll-la-musica-e-finita/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=covidroll-la-musica-e-finita http://www.sonda.life/in-evidenza/covidroll-la-musica-e-finita/#respond Mon, 25 May 2020 17:41:36 +0000 http://www.sonda.life/?p=8398 Di Enzo Gentile.

Le priorità, le esigenze, le urgenze sono ben altre, ci mancherebbe.

La vita sociale, economica, la convivenza civile e la quotidianità di tutti hanno subito ricadute gravi, a seguito del Covid 19, per ognuno di noi: e il mondo dello spettacolo, probabilmente, è giusto non sia proprio in cima ai pensieri della politica e della pubblica amministrazione.

Oltretutto, anche nel campo della cultura e delle arti, ci sono classifiche di preminenza ben precise: i musei, l’editoria, i teatri lirici e quelli di prosa, il cinema, le orchestre e varie altre caselle su cui possiamo sicuramente convenire. Verso la fine della lista, nel dibattito sviluppatosi in questi mesi, troviamo il mondo della musica (pop, rock leggera: che pure qui, viene ben dopo lirica, jazz, ecc.).

Difficile che un ministro, un sottosegretario, un leader di partito si stracci le vesti per un tour saltato o per un festival rinviato-cancellato-sospeso, rimasto nel limbo futuro della sanità nazionale e internazionale. Però, se i numeri hanno ancora un senso, qualche attenzione in più andrebbe riservata, anche perché la platea coinvolta su quel terreno è potenzialmente assai significativa.

Qualche dato: si calcolino soltanto le tournèe estive maggiori, che avrebbero visto protagonisti alcuni dei massimi artisti italiani (tra giugno e settembre erano in calendario, tra gli altri, Vasco, Ultimo, Tiziano Ferro, Ligabue, il team femminile di Pausini, Emma, Mannoia, e via, De Gregori-Venditti, giusto per citare la punta dell’iceberg), oltre agli stranieri, dal tour d’addio di Eric Clapton ai Pearl Jam, dai Guns’ n Roses ai Red Hot Chili Peppers…

Per questi e altri appuntamenti di simile portata erano stati registrati già numerosi sold out, per un totale di circa tre milioni e mezzo di biglietti venduti. Se a questo panorama aggiungiamo le date soppresse da fine marzo nei palasport e nei teatri di tutta Italia – compresi tutti i partecipanti al festival di Sanremo, che in fatto di popolarità stavano in cima alle attese del grande pubblico – la cifra sale sensibilmente: e non parliamo ancora dei festival come Umbria Jazz, per il cui headliner di metà luglio, Lenny Kravitz, già quasi novemila appassionati si erano premurati all’acquisto.

Ora, per molti di questi show se ne riparlerà esattamente fra un anno, alcune date sono già state fissate, con un trasloco di dodici mesi. E i biglietti? Naturalmente resteranno validi, vorrei ben vedere. Ma, anche per motivi di ordine superiore – e la pandemia ovviamente rientra nei parametri – dovrebbe essere possibile ottenere, in alternativa, il rimborso: come gli artisti, infatti, lo spettatore davvero non ha responsabilità o colpe, in questi casi.

Tutti gli annunci ufficiali parlano di un utilizzo del biglietto per il recupero, quando sarà, oppure della emissione di un voucher, magari per un altro concerto, si vedrà: del doman non v’è certezza..

Ma di rientrare di quei soldi non se ne parla proprio: se moltiplichiamo quattro-cinque milioni di biglietti per un costo medio di 50-60€ (appesantiti dai diritti di prevendita, che tutti hanno sborsato e nessuno rivedrà mai) si tratta di un bel gruzzolo. Che da qualche parte riposa, visto che gran delle spese vive di un tour (dalle maestranze agli affitti degli spazi, dalla pubblicità alle trasferte di tonnellate di attrezzature) non sono ancora state sostenute. E quindi?

Dice la saggezza popolare che quando i soldi sono fermi, in realtà non sono fermi per nulla: generano interessi, sostengono i privati. Dunque la cosa conviene a qualcuno: pochi ma buoni.

Orbene: in tanti casi le organizzazioni dei consumatori hanno intentato class action per difendere o rivendicare diritti collettivi. In questa occasione occhio e croce la materia non manca: così come si può individuare una possibile controparte, le agenzie che organizzano e producono i tour, le società che vendono i biglietti e hanno visto transitare (fermarsi?) decine di milioni di euro.

Ci fosse un paladino alla testa degli spettatori delusi e gabbati, troverebbe molti consensi.

Perché, per dirla con il titolo di un famoso best seller di qualche anno fa, “Anche le formiche, nel loro piccolo, si incazzano”.

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