Sonda.Life http://www.sonda.life Portale di informazione sociale Fri, 21 Sep 2018 13:15:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.8 Villa Arconati-FAR: 23/9 “Passeggiata” Con I Curatori http://www.sonda.life/arte-cultura/villa-arconati-far-23-9-passeggiata-con-i-curatori/ http://www.sonda.life/arte-cultura/villa-arconati-far-23-9-passeggiata-con-i-curatori/#respond Fri, 21 Sep 2018 13:15:08 +0000 http://www.sonda.life/?p=7353 In occasione delle splendide mostre allestite nella storica Villa, da non perdere!

 

Ecco un’esclusiva proposta per domenica 23 settembre promossa da Fondazione Augusto Rancilio: negli spazi nobili ed eleganti di Villa Arconati-FAR è possibile partecipare alla “Passeggiata” con i curatori Luca Pietro Nicoletti e Francesca Pensa. La visita alle mostre Sguardi nuovi per antiche stanze. La collezione Kiron a Villa Arconati-FAR e Doppio interno. Giancarlo Ossola a Villa Arconati si svolgerà alle 15.00 e alle 18.15 ed è previsto, per chi ne avesse voglia, un pic nic con una merenda preparata dal Caffè della Villa, godendosi le atmosfere del parco fino alle 18.30.

Sguardi nuovi per antiche stanze. La collezione Kiron a Villa Arconati-FAR

Per la stagione espositiva 2018 Fondazione Augusto Rancilio propone una selezione di opere degli artisti più rappresentativi della cospicua collezione radunata a Parigi da Espace Kiron a partire dagli anni Ottanta. Ad alcuni degli artisti che hanno intessuto un rapporto continuativo con la galleria è stata riservata una sala del piano nobile dell’edificio, in modo da costituire sei sezioni monografiche.

Gli artisti in mostra: Antoni Taulé, Pierluigi Bellacci, Peter Deckers in arte Varozza, Jean-Luc Guérin e André Queffurus, a cui si aggiunge Emanuele Gregolin, la cui presenza in collezione testimonia la continuità degli intenti di incentivo per i giovani artisti promossi prima da Kiron e ora da FAR.

A cura di Luca Pietro Nicoletti; con la collaborazione di Martina Bortoluzzi

Piano Nobile di Villa Arconati-FAR

(Ogni Domenica fino al 21 Ottobre 2018)

Doppio interno. Giancarlo Ossola a Villa Arconati

Alla fine degli anni Ottanta il pittore milanese Giancarlo Ossola (1935-2015), fra i più significativi testimoni della pittura italiana del secondo Novecento, realizzò un’ampia e inedita documentazione fotografica di Villa Arconati appena prima che i suoi arredi interni venissero interamente messi in vendita. Quella campagna fotografica, svolta con l’occhio del pittore e finalizzata a un ricco e importante ciclo pittorico coevo, costituisce oggi una inedita fonte per ricostruire un tassello ancora da scoprire della storia recente di questa villa di delizie lombarda.

La mostra rende, quindi, omaggio alla ricerca del pittore milanese radunando una selezione dei dipinti realizzati a cavallo fra anni Ottanta e Novanta con soggetto la Villa e offrendo una sintetica panoramica sulla ricerca pittorica di Giancarlo Ossola nel corso degli anni Ottanta, in modo da offrire un contesto agli inediti “ritratti d’interni” di quel particolare ciclo di opere.

A cura di Luca Pietro Nicoletti e Francesca Pensa

Ala Espositiva di Villa Arconati-FAR

(ogni domenica fino al 14 Ottobre 2018)

 

Per info segreteria@villaarconati.it

La Redazione

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Dedicato A Stefano Cucchi http://www.sonda.life/in-evidenza/dedicato-a-stefano-cucchi/ http://www.sonda.life/in-evidenza/dedicato-a-stefano-cucchi/#comments Mon, 17 Sep 2018 10:15:57 +0000 http://www.sonda.life/?p=7347 Di Maurizio Anelli

 

Un applauso lunghissimo, sette minuti. E poi l’abbraccio intenso e struggente fra Ilaria Cucchi e Alessandro Borghi, l’attore che ha dato il volto e la voce a Stefano Cucchi. Tutto questo succedeva al Festival di Venezia alla fine di Agosto. Stefano non aveva avuto nessuna possibilità di farla sentire la sua voce in quei sette giorni che vanno dal 15 ottobre, quando viene fermato dai carabinieri, al 22 ottobre 2009 quando muore avvolto nei suoi trentasette chili di umanità stracciati da bestie vestite da uomini. Lo Stato non gli aveva mai dato questa possibilità. La sua era una voce nel deserto, Roma e l’Italia non avevano orecchie e cuore per lui e per la sua famiglia. Solo silenzio, indifferenza e menzogne, fastidio. Stefano è stato ucciso più volte, la sua discesa all’inferno comincia nella notte del suo arresto e poi continua, attraversando tutti i gironi di quell’inferno: violenza prima e indifferenza poi, fino all’ultimo respiro.  In seguito Stefano viene ucciso ancora, dalle menzogne raccontate in ordine sparso da tutti coloro che nelle aule di tribunale hanno negato le botte e le violenze e da chi queste menzogne le ha coperte e protette, dalle parole sprezzanti e volgari rivolte alla sorella Ilaria che da sempre si batte con coraggio per una verità che prima o poi dovrà arrivare.

http://www.affaritaliani.it/roma/caso-cucchi-salvini-choc-la-sorella-mi-fa-schifo-si-dovrebbe-vergognare-540715.html

Poi arriva, nelle notti di un’estate che sta chiudendo la sua porta, il film di Alessio Cremonini : “Sulla mia Pelle”. Saluta Venezia con quei sette minuti di applausi commossi ed entra nelle sale e nelle piazze d’Italia.  Tantissime le iniziative di proiezione del film e una risposta semplicemente straordinaria. “Sulla mia pelle” finalmente restituisce la voce a Stefano Cucchi e quella voce entra nella pelle e nel cuore dei tanti che hanno deciso che quel film bisognava vederlo davvero, ma non da soli. Quel film andava visto insieme a chi sapeva e voleva condividerne l’emozione, l’intensità. Condividerlo in silenzio ascoltando la voce di Alessandro Borghi che parlava per conto di Stefano, sentire quel brivido sulla propria pelle e capire che la storia di Stefano in fondo appartiene a tutti. In una bella e intensa intervista a “Il Manifesto”,  Ilaria Cucchi usa parole che toccano e lasciano un segno, e che è giusto ricordare: ” … Che se ne parli, e faccia discutere di una storia che si voleva negata fin dall’inizio ma che era chiara ed evidente agli occhi nostri e di coloro che si sono approcciati con onestà a questa nostra vicenda. Mi vengono in mente tutti coloro che in questi anni si sono augurati che di Stefano Cucchi non se ne parlasse più. E mi viene in mente che questo film sarà visto in 190 paesi del mondo, su Netflix. Non posso non pensare da dove siamo partiti: a Stefano che muore da solo come un cane nell’indifferenza generale di tutti coloro che gli ruotano attorno in quei sei giorni del suo calvario; a me e ai miei genitori che ci troviamo di fronte ad un agente che ci dice che il ragazzo si è spento, che possiamo solo farcene una ragione perché tutto si è svolto nell’ambito delle regole; ai nove anni di lotta per aprire una breccia nell’oscurità. E adesso mi guardo attorno e mi rendo conto che il lavoro che abbiamo fatto Fabio (l’avvocato Anselmo, ndr) ed io ha raggiunto il risultato di risvegliare le coscienze di tutti, anche di coloro che mai avranno a che fare con vicende simili a quella che è toccata a me e alla mia famiglia. Ma che ora percepiscono che se vinciamo la nostra battaglia sarà una vittoria anche per affermare i loro diritti … ho notato anche che gli spettatori fanno fatica ad alzarsi dalle poltrone, come se non volessero andare via…”.

https://ilmanifesto.it/ilaria-nel-film-ho-rivisto-mio-fratello-e-ora-so-che-non-siamo-piu-soli/

Ripensi a queste parole e sai che è andata davvero così, a volte succede che il cinema faccia questi miracoli: risvegliare coscienze, costringere a riflettere e pensare, costringere noi stessi all’indignazione. Davvero quel film è stato visto in un silenzio assordante e c’è stato bisogno di qualche minuto prima di rialzarsi dalla poltrona. Come un ultimo segno di rispetto per quel ragazzo che abbiamo sentito indifeso e umiliato e che nessuno ha voluto ascoltare. Ora quel film non resterà confinato nelle sale e nelle piazze ma farà il giro del mondo. La storia di Stefano non è ancora chiusa, ci saranno altre discussioni, altre udienze di tribunale e forse il muro di gomma riuscirà a vincere anche questa partita. La storia di questo Paese è circondata dai muri di gomma, ma forse qualche crepa si aprirà in quei muri. E poi, come dice Ilaria “È vero che all’inizio eravamo soli, ma oggi sento la vicinanza di persone diversissime tra loro che hanno visto come propria ogni nostra anche piccola vittoria. Come un senso di rivalsa davanti ai piccoli o ai grandi soprusi che ciascuno di noi può essere costretto a subire nel proprio vivere quotidiano, in ogni ambito.” 

C’è uno Stato che ha il compito e il dovere di recuperare dignità e credibilità, ammesso che lo voglia. Non so se questo accadrà, ma questo compito è fuori discussione. Esiste una forma di prevaricazione, di violenza fisica e psicologica che nasce dalla sensazione d’impunità che s’instilla in molti uomini che indossano una divisa e li trasformano in qualcosa e qualcuno di cui avere paura.  E allora non possono che indignare le reazioni e le critiche rivolte al film da molti sindacati delle forze dell’ordine. Per il Cocer, organo di rappresentanza dei carabinieri, che afferma : “ci sarebbe da indignarsi se si accertasse che lo stesso è stato prodotto con il contributo dello Stato”.  Indignano le parole di Gianni Tonelli, ex segretario del Sap (Sindacato Autonomo di Polizia) e oggi onorevole  leghista : “… Mi chiedo: si può mandare in mezzo mondo un film che dà allo spettatore un’idea non suffragata da sentenze? Ed è vero che lo Stato ha finanziato il film con 600mila euro? È questa la cultura italiana da esibire in una mostra internazionale? Io non mi farò intimidire, e da parlamentare andrò in fondo a questa storia”.

https://www.huffingtonpost.it/2018/08/30/il-film-su-cucchi-a-venezia-fa-infuriare-le-divise_a_23512351/

Parole vuote, prive di senso e di umanità: per quanto riguarda il film gran parte dei dialoghi è presa dalle testimonianze e dagli atti processuali e in quanto alla cultura da esibire in una mostra internazionale la domanda andrebbe rivolta non a chi ha fatto quel film ma a chi, con i suoi comportamenti, calpesta il diritto e la vita. Per tutto il resto il corpo spezzato di Stefano Cucchi e le fotografie che hanno fatto il giro del mondo non hanno bisogno di parole, raccontano tutto e molto chiaramente. In quanto alle sentenze … un giorno, forse, arriveranno. Questo Paese aspetta da tempo molte sentenze e sa che non arriveranno mai più, ma ci sono storie che per essere capite non hanno bisogno delle sentenze di un tribunale. Ma stiano tranquilli, continueremo a chiedere che i tribunali indaghino e lavorino per arrivare alle sentenze, non sono certo i cittadini ad avere paura della verità. C’è una scena del film che merita una citazione particolare e che spiega benissimo cosa significano paura e sfiducia: all’ennesima domanda sul perché dei tanti lividi presenti sul suo corpo e sul suo volto, Stefano Cucchi risponde che è caduto dalle scale. Chi gli ha rivolto la domanda ribatte “Quand’è che la smetteremo de racconterà sempre ‘sta stronzata delle scale?” la risposta di Stefano è toccante: “Quando le scale smetteranno de menacce”.

Ecco, quando le scale smetteranno di “menare” sarà un buon inizio e forse quei rappresentanti sindacali che oggi s’indignano dovranno chiedere scusa ai tanti che come Stefano hanno incontrato le divise sbagliate e hanno attraversato tutte le scale dell’inferno.

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Populismo, L’Abito Dei Mediocri http://www.sonda.life/in-evidenza/populismo-labito-dei-mediocri/ http://www.sonda.life/in-evidenza/populismo-labito-dei-mediocri/#respond Mon, 17 Sep 2018 10:13:48 +0000 http://www.sonda.life/?p=7344 Di Sebastiano Ambra

 

C’è questa sorta di entità che si aggira per l’Europa, che pare abbia investito gli Stati Uniti e dio solo sa dove possa arrivare. Se colonizzare pianeti o formicai. Eppure c’è, si percepisce. In Italia se ne parla da un po’ di anni, dopo che a lungo se n’è parlato nel tempo che fu. Anzi: in Italia è stata rivendicata. Nel 2013 Beppe Grillo, nel suo blog, parlò di uno “spettro” che i “poteri forti” in Europa dovevano combattere, spettro la cui “versione italiana è il M5S”. Insomma: che diavolo è il populismo? È il Movimento 5 Stelle? Veramente?

Giorni fa in Svezia si sono tenute delicate elezioni e, fra le righe della stampa italiana, ci si chiedeva se fosse o meno il caso di considerare un’alleanza o di alzare un muro in merito all’avanzata dei populisti… L’avanzata dei populisti. Che uno immagina il quadro di Pellizza Da Volpedo spammato su tutti i social che viene fuori dalla cornice, coi suoi milioni di volti barbuti e le mamme coi bimbi in braccio. Magari non vaccinati. Tutti ad avanzare verso i palazzi grigi e zeppi di denaro nascosto nelle fodere dei divani. Ma che diavolo è il populismo? È di destra? È di sinistra? Se fosse il Movimento 5 Stelle, allora effettivamente non sapremmo dove collocarlo. Ma è così?

Storicamente è stato un po’ dappertutto: pare sia partito a tutti gli effetti nella Russia di fine Ottocento sulle spalle dei contadini e contro la società industriale di stampo occidentale, e da lì sembra si sia spostato proprio nella società occidentale, negli Stati Uniti, con idee simili, ma secondo qualcuno troverebbe le radici ben prima, e cioè nel bonapartismo e nella rivoluzione francese. In pratica: non si sa bene. Sì, ci sono libri sul populismo, persino un romanzo al quale lo si lega a doppio filo, ma alla fine della fiera non si capisce bene. E che diavolo è il populismo? Non si sa. C’è chi lo esalta, chi lo usa per accusare. Un bel po’ di accusati lo fuggono come la peste. E badate bene: accusarono di populismo Hillary Clinton e accusarono di populismo Sarah Palin. Beh, se non è confusione questa…

Il populismo è uno spettro davvero, ma uno di quelli che non si capisce bene. Quando appare può farti del male o del bene. Non si sa, vallo a capire. Quello che si sa è che non lo distinguiamo, non lo mettiamo a fuoco. È passato di qui, magari è ancora dietro l’angolo, se fai una corsa forse lo raggiungi. Come? È già andato via? Ti giuro che l’ho visto! Il populismo è a tutti gli effetti l’emblema dei momenti storici confusi, dove si urla, dove si cercano i colpevoli, e quando si urla in massa i colpevoli sono sempre quelli che hanno qualcosa in più. Più soldi, e questo è normale, ma anche maggiori informazioni, una cultura più ricca. Perché quel qualcosa in più, qualsiasi cosa sia, genera sempre il sospetto, e il sospetto genera rabbia in mezzo a sguardi corrucciati e urla soffocate.

Secondo Domenico Fruncillo, docente di Scienze Politiche, i politici populisti “tendono a promettere politiche e provvedimenti di ogni genere con il chiaro intento di rassicurare i soggetti che si sentono esposti ai rischi derivanti dai cambiamenti socio-economici che potrebbero provocare una ‘deprivazione’ rispetto alla condizione attuale o una frustrazione delle aspettative future”. Ecco: rassicurazioni contro la confusione. Gli studi di Comunicazione insegnano che i movimenti che vanno sempre e comunque ‘contro’ utilizzano argomentazioni semplici ed immediate, in modo da ottenere la giusta efficacia sulle masse intimorite da qualcosa che sta al di là.

La società moderna è estremamente veloce, tutti citano Bauman e la sua liquidità, trovando lì dentro la spiegazione in merito alla facilità con la quale gli aspetti negativi dell’era moderna dominano facilmente le masse. E magari non hanno torto: è questa velocità, questo scivolare via degli argomenti a mo’ di anguille che genera il panico e fa venire fuori nuove divinità dal lessico facile facile e dalle soluzioni a portata di mano. E adesso cosa vi state chiedendo? Vi state chiedendo se per caso voglio dire che i politici che puntano il dito si rivolgono a masse di imbecilli e da loro ottengono i voti? Se intendo dire che il motore di questi movimenti sono i cosiddetti analfabeti funzionali, boccaloni col cellulare in mano e i soldi sotto al cuscino? No. Cioè: non proprio.

Credo, sì, che ci siano masse di idioti, che ci siano sacche di umanità che esaltano il libero sfogo, verbale e fisico, nutrito dalle parole facili, ma non penso soltanto questo. Credo che peggio di questo ci sia la mediocrità. Credo che il populismo, qualunque cosa sia, non abbia alcun colore. Che sia inodore come l’acqua distillata, e come questa pericoloso se assunto in dosi elevate. Decalcifica, ci toglie la spina dorsale. Ed esiste un elevato numero di persone che questo lo capisce, ma che a questo non dà importanza. Anzi: gente che sa che può esserci un’altra via, ma che sa anche che intraprenderla potrebbe comportare uno sforzo, e allora si sta meglio dove non c’è fatica reale. Almeno per ora. Eccoli qua i mediocri.

Il filosofo canadese Alain Deneault ha pubblicato un libro, da poco uscito in Italia, che parla di questo fenomeno: “La mediocrazia”, nel quale spiega che “non c’è stata nessuna presa della Bastiglia, niente di comparabile all’incendio del Reichstag, e l’incrociatore Aurora non ha ancora sparato nessun colpo di cannone. Tuttavia l’assalto è stato già lanciato ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere”. Perché il populismo non ha la stessa anima in ogni epoca, e se animato da fini simili non ha tuttavia attori simili e masse ugualmente consapevoli: oggi, in questi giorni così confusi, i mediamente competenti vengono elevati a discapito dei maggiormente competenti, e di questo fa le spese lo spirito critico.

Insomma: stiamo assistendo al rincoglionimento della società, e restare senza far nulla potrebbe farci ritrovare come i tizi chiusi nelle capsule di ‘Matrix’, immersi nel liquido amniotico. Però dai, abbiamo ancora la possibilità di scegliere la pillola giusta. Che poi – chissà perché – era quella rossa.

ilmegafono.org

 

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Ponte Morandi: Legambiente propone Soluzioni Per Corretto Smaltimento http://www.sonda.life/in-evidenza/ponte-morandi-legambiente-propone-soluzioni-per-corretto-smaltimento/ http://www.sonda.life/in-evidenza/ponte-morandi-legambiente-propone-soluzioni-per-corretto-smaltimento/#respond Mon, 17 Sep 2018 10:11:40 +0000 http://www.sonda.life/?p=7341 Di Manuele Foti.

È trascorso poco più di un mese  dalla tragedia che ha colpito la città di Genova. Il crollo del ponte Morandi è ancora al centro della cronaca del nostro Paese e agli aspri dibattiti che coinvolgono un disastro che poteva sicuramente essere evitato si affiancano i piani per salvare il salvabile, nel miglior modo possibile. A tal proposito, degna di nota è la questione sollevata recentemente da Legambiente, ovvero quella riguardante lo smaltimento della grande quantità di materiale tragicamente crollato e di quello che verrà ottenuto dall’opera di smantellamento dello stesso viadotto e degli edifici circostanti.

Una questione quantomai delicata ma che, secondo Legambiente, non sta ottenendo quelle attenzioni che invece meriterebbe; l’associazione ambientalista, infatti, sostiene che le figure preposte starebbero strutturando le procedure di smantellamento senza considerare opportunamente come gestire le numerose tonnellate di materiali ricavati da tale demolizione.

Per questo motivo, il monito che lancia Legambiente per il corretto smaltimento è quello di operare in maniera selettiva, distinguendo materiali pericolosi da altre macerie che potrebbero invece essere riutilizzate (nel caso della demolizione degli edifici questa quantità è pari a circa il 98%); inoltre, sempre secondo l’associazione, sarebbe necessario stabilire minuziosamente tutti i dettagli di movimentazione e spostamento materiale, per non influire ulteriormente sulla già difficile situazione della viabilità ligure, oltre alle destinazioni finali di ogni blocco di macerie.

La relazione ufficiale e completa è accessibile cliccando qui.

ilmegafono.org

 

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“La Storia Di Affori Sulle Serrande”, Un Progetto Di Maria Anna Caracciolo http://www.sonda.life/citta-in-movimento/la-storia-di-affori-sulle-serrande-un-progetto-di-maria-anna-caracciolo/ http://www.sonda.life/citta-in-movimento/la-storia-di-affori-sulle-serrande-un-progetto-di-maria-anna-caracciolo/#respond Mon, 17 Sep 2018 10:08:13 +0000 http://www.sonda.life/?p=7337 Intervista a cura di Claudia Notargiacomo.

 

Il progetto di Maria Anna Caracciolo è un’altra splendida storia di arte e impegno sociale che ha come obiettivo quello di portare l’attenzione sulle bellezze che caratterizzano le periferie, come i luoghi storici, le vecchie corti, gli angoli suggestivi e incantati che si nascondono tra le vie di questi quartieri. Periferie troppo spesso ricordate solo per la complessità che le caratterizza e non abbastanza per quelle che sono le splendide e preziose iniziative che ne mettono in luce le mille possibilità di trasformazione e riqualificazione.

La storia di Affori sulle serrande: chiediamo a Maria Anna Caracciolo di raccontarci di questo interessante progetto al quale si dedica da circa un anno.

Esatto, circa da un anno, mese più mese meno, porto avanti questo progetto, che avevo in cantiere già da tempo. Si è trattato di un vero e proprio parto “creativo” che mi ha vista lavorare insieme a otto ragazzi dell’Accademia di Brera e del Liceo artistico Boccioni, sul territorio di Affori a Milano. Ben 40 sono state le opere realizzate sulle saracinesche del quartiere, che conosco molto bene in quanto è il posto dove ho scelto di vivere.

In quale modo hai impostato il lavoro, come lo avete sviluppato e secondo quale ispirazione?

Ho lavorato a partire da archivi preziosi, in particolare ho potuto selezionare foto storiche, che andavano dagli anni Sessanta a retrocedere fino all’Ottocento, reperite in archivio appunto o prestatemi da alcuni afforesi. I ragazzi del mio team hanno riportato il più fedelmente possibile le immagini dipingendo con pennelli e creando dei veri quadri su tele di ferro. Una rievocazione pittorica in bianco e nero, talvolta seppiato. Vecchie corti, antichi mestieri, simboli e personaggi di questo che una volta era un antico borgo. Un borgo pieno di storia.

I soggetti e i luoghi che più vi hanno coinvolto in questo percorso?

Certamente la splendida Villa Litta abitata da importanti personaggi della nobiltà e aristocrazia dell’Italia del nord. Ma anche i salotti letterari che ivi si ripetevano e dove tra i letterati si affacciava spesso Alessandro Manzoni oppure artisti come Canova, Hayez e Molteni, per non dimenticare la Chiesa parrocchiale Santa Giustina ricca di opere d’arte.

In quale modo ha reagito il territorio? Le persone che abitano queste vie e gli studenti stessi quanto si sono appassionati alla storia di questi luoghi?

L’interazione è stata costruttiva e caratterizzata da entusiasmo! Consideriamo che i dipinti eseguiti dai ragazzi sono tutti contestualizzati sullo sfondo della strada dove l’esercente apre ogni giorno la sua attività. Questo era per me un elemento molto importante e base non trascurabile del disegno progettuale. Un desiderio, il mio, di offrire un amarcord che ha visto interpreti molti afforesi ancora in vita. Ognuno di loro ha avuto la possibilità di tuffarsi nei propri ricordi rivivendo e rivedendo usi e costumi di un tempo passato. Devo dire che è stato straordinario vedere che questo progetto ha appassionato anche i giovanissimi cittadini di Affori e dintorni, incantati davanti agli artisti all’opera.  Gli artisti, giovani e tutti sconosciuti (tra questi era presente anche una ragazza di 13 anni) hanno avuto un’occasione di visibilità e di partecipazione ad un progetto sociale di valore, interpretando e rivivendo un pezzo di storia, tra l’altro la maggior parte di loro sono nativi del quartiere! I negozianti poi hanno avuto ed hanno un ruolo importantissimo, fondamentale la grande disponibilità dimostrata e l’entusiasmo nell’aderire al progetto.

Prossimi passi? Cosa prevedi per il futuro?

Il successo che va decretandosi sempre di più per questo progetto ha fatto in modo che potessimo valutare di lavorare su altri quartieri quali Bovisa e Dergano, per esempio. Ma sarà splendido ipotizzare di allargare sempre più il territorio sul quale spostarci, in fondo vale per tutti il concetto: rappresentare la storia della città sulle serrande non è un nostalgico voltarsi indietro, ma un modo per dare un senso alle cose. E’ un modo di vivere il presente nel rispetto di ciò che eravamo, acquisendo la consapevolezza del cambiamento. Ma molto altro ho in mente!

Grazie e allora al prossimo incontro per raccontare delle altre preziose iniziative sulle quali immagino tu stia già lavorando…

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L’Ultimo Anello Della Catena http://www.sonda.life/in-evidenza/lultimo-anello-della-catena/ http://www.sonda.life/in-evidenza/lultimo-anello-della-catena/#respond Mon, 10 Sep 2018 07:26:17 +0000 http://www.sonda.life/?p=7330 Di Maurizio Anelli.

 

Ogni catena, anche la più forte e la più resistente, ha un anello debole. È l’ultimo anello, quello che deve sopportare l’ultimo impulso, l’ultimo sforzo. Deve essere capace di sopportare qualunque sollecitazione e resistere fino alla fine perché quella è la sua unica possibilità. Non l’ha scelto lui, altri hanno scelto in nome suo e poi gli hanno detto: “ecco, sei l’ultimo anello e non avrai nessun’altra possibilità che questa”. Nel corso della storia, in ogni epoca, la classe dominante ha sempre scelto con cura l’ultimo anello. La schiavitù è stata abolita dalle leggi internazionali ma non dalla logica del potere e del profitto e quella logica è radicata nella mente di molti, troppi uomini. Spesso sono gli stessi che scrivono le stesse leggi che poi ignorano e calpestano in prima persona.  Il secolo dei lumi ha lasciato idee e speranze, ma sembra che tutto questo interessi solo a una piccola parte dell’umanità. Sembra, ma forse resta ancora un po’ di tempo per provare a cambiare quello che sembra già scritto.

Noi, figli del ‘900, ci siamo illusi che il peggio della storia umana fosse alle spalle, un libro di storia da leggere e capire. Non è andata così: quel libro è ancora aperto e molte pagine sono ancora bianche, qualcuno sta provando a scriverle con lo stesso inchiostro della notte del Novecento, qualcun altro prova invece ad impedirlo gettando per sempre quell’inchiostro nelle fogne da cui proviene. È una lotta difficile ma necessaria, si tratta solo di scegliere da che parte stare. In Europa c’è un vento gelido che soffia su tanti Paesi, l’Italia è uno di questi. Ma quel vento soffia anche su quei Paesi che un tempo erano la culla della Socialdemocrazia. Quando uscirà questo scritto sapremo chi governerà un Paese da sempre uno dei più accoglienti e socialmente avanzati d’Europa: la Svezia. Il partito di estrema destra degli Svedesi Democratici, nato dalle ceneri dei movimenti neo nazisti svedesi e guidato da Jimmie Akesson, vola in tutti i sondaggi. La sua campagna elettorale è tutta impostata contro i migranti e raccoglie l’applauso della destra xenofoba di tutta Europa, compreso quello ufficiale di Matteo Salvini.

https://www.corriere.it/esteri/18_settembre_08/chi-jimmie-akesson-sovranista-che-scuote-svezia-tiene-l-europa-il-fiato-sospeso-d1fe9072-b34d-11e8-98e5-ba3a2d9c12e4.shtml?refresh_ce-cp

Ma prima di arrivare fino alla Svezia quel vento è passato su tutta l’Europa e ha sradicato intelligenze e umanità. Nel 2017, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, un partito nazionalista e xenofobo che non ha mai nascosto la propria vicinanza al pensiero nazista, entra in Parlamento. Quel partito si chiama Alternative für Deutschland. Una settimana prima di quelle elezioni il suo leader, Alexander Gauland, dichiarava in un comizio: “… noi abbiamo il diritto di essere fieri di ciò che hanno fatto i soldati tedeschi nelle due Guerre mondiali“. Alternative für Deutschland è la destra estrema che rimette piede nel Bundestag, legittimato dal voto di una nazione che lo elegge a terzo partito della Germania.  Nel frattempo paesi come l’Ungheria, l’Austria e infine l’Italia seguono la stessa strada. Un programma con molti punti in comune, uno su tutti: punire l’anello debole della catena.

Nell’Europa di oggi quell’anello ha un nome e un volto chiaro: il migrante. Lo sforzo che la classe dominante sta compiendo è uguale a quello degli anni ’30: manipolare la sofferenza degli ultimi, costruire dati e informazioni, creare un allarme biblico e scagliarlo con violenza sulle popolazioni locali, convincerle che tutte le colpe sono dell’ultimo anello. Ieri gli ebrei e oggi i migranti. Loro minacciano la sicurezza, loro invadono le nostre città, loro ci rubano il lavoro e minacciano la conservazione della “razza bianca”. Non importa perché esiste questo flusso migratorio, nessun potere spiegherà mai perché milioni di persone scappano dai loro paesi. Nessun potere spiegherà mai chi ha fomentato guerre e colpi di stato, nessun potere spiegherà mai il peso specifico del business delle armi sulle economie e sui bilanci degli Stati europei. Per il loro disegno tutto questo non conta: guerre, dittature, carestie e persecuzioni non contano nulla, conta solo l’invasione che minaccia l’equilibrio europeo.  Il mantra di questi anni, in Italia come nell’Europa più nera, è il solito: aiutiamoli a casa loro. Una parola d’ordine, quasi un ultimatum, come a dimenticare tutto in un solo momento, cancellare le responsabilità storiche di tutto il mondo occidentale.

Eppure, anche in questa parola d’ordine, qualcosa non torna. C’è un’intera comunità, un popolo, di cui nessuno vuole occuparsi e preoccuparsi. È il popolo Palestinese. Eppure è a casa loro che li stanno cancellando, è a casa loro che sono violati i diritti umani più elementari. Sono sulla loro terra, una terra dove i muri sono ad ogni angolo di vita e di strada, sotto il tallone dei soldati di un esercito fra i più potenti e moderni del pianeta.  La loro vita è confinata in una striscia che si chiama Gaza, ma loro non strisciano. Vivono, lottano e cercano vita e dignità. Riescono ancora ad avere la forza per fare tutto questo, riescono ancora a credere che la vita possa anche voler dire sorridere, amare, sognare un futuro. Ma il mondo non li vede, non li sente e non ne parla. Aiutiamoli a casa loro non vale per i Palestinesi, come non vale per nessun popolo che cerca una dignità stuprata. È solo uno slogan, vile e volgare, di cui si riempiono la bocca i padroni e i padroncini del mondo. Fra i “padroncini”, o presunti tali, di questo mondo malato ci sono moli piccoli uomini di un Paese chiamato Italia. Piccoli uomini che da anni cavalcano l’onda xenofoba, dell’invasione, dei clandestini e della parola d’ordine “ aiutiamoli a casa loro”. Eppure, anche oggi che sono al Governo del Paese, sulla Palestina il loro silenzio è totale, come se la cosa non li riguardasse. https://ilmanifesto.it/palestina-il-governo-italiano-tace/

Eppure voglio credere ancora che questo Paese abbia la forza per camminare controvento, in direzione ostinata e contraria. Credo che ci sia ancora una larga fetta di umanità, da Bolzano a Palermo, capace di restare umana. Quella fetta di umanità avrà la forza di opporsi, di capire, di fermare quell’onda fredda e cattiva, di scendere nelle piazze, e che forse sarà capace di unirsi finalmente intorno a un bene comune che oggi è in pericolo. C’è un Paese che annaspa e rischia di affondare a 360 gradi: scelte economiche e piani industriali inesistenti, un territorio che scricchiola e frana a ogni pioggia, ponti che crollano, mafie che dettano ancora le regole, corruzione a ogni livello e oltre quattrocento morti sul lavoro dal 1 gennaio al 31 luglio 2018. C’è una classe dirigente, politica e industriale, che cerca di nascondere sotto il tappeto decenni di bestemmie sociali e di silenzi che umiliano la democrazia, di fantasmi che ancora oggi non escono dagli armadi. C’è uno scontro violento fra un Ministro degli Interni e la Magistratura, dove le parole gravi e violente del Ministro Salvini suonano come una minaccia inaccettabile in una democrazia. C’è un vuoto culturale che diventa il giardino dove crescono le erbacce razziste e violente della parte peggiore del Paese, eppure tutto questo ancora non riesce a sollevare l’indignazione di un popolo. Che cosa deve succedere ancora perché questo avvenga? Difficile dirlo, eppure quella fetta di umanità, da Bolzano a Palermo, esiste ed è viva, presente. A volte con confusione e divisioni ma esiste. Serve allora uno sforzo, necessario per cercare quello che unisce. Occorre farlo, è un atto dovuto alle generazioni che verranno.

Infine c’è un anello della catena, l’ultimo, che viene dato in pasto ad un popolo intero per una volgare e fascista bramosia di potere. Quell’anello non ha nessuna colpa, non ha scelto lui di essere l’ultimo, e per questo resiste. Non ha un’altra scelta, non esiste nessuna opzione diversa. Deve resistere e lo fa con dignità e tenacia, con la forza della vita. Seppellisce i suoi morti nel Mediterraneo e nei campi  di concentramento della Libia, vive da schiavo del nuovo millennio e raccoglie pomodori per un Paese che non merita il loro sacrificio, resiste e raccoglie quello che resta di se stesso nella striscia di Gaza. Qualcuno riesce a scappare, qualcuno riesce a salvarsi e prova un’altra volta a cambiare il corso della propria vita e del proprio destino. Qualche volta riesce anche a sorridere e danzare, fare l’amore e crescere nuove generazioni che dovranno lottare con le unghie e con i denti per ottenere quello che madri e padri coraggiosi hanno provato a conquistare anche per loro, sfidando tutto e tutti. È difficile restare umani, costa fatica e umiliazione, ma quell’ultimo anello della catena ci prova ogni giorno. Proviamoci anche noi, si può e si deve.

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Intolleranza Zero, Intervista Ai Sentinelli A Guardia Dei Diritti http://www.sonda.life/citta-in-movimento/intolleranza-zero-intervista-ai-sentinelli-a-guardia-dei-diritti/ http://www.sonda.life/citta-in-movimento/intolleranza-zero-intervista-ai-sentinelli-a-guardia-dei-diritti/#respond Mon, 10 Sep 2018 07:24:10 +0000 http://www.sonda.life/?p=7327 Di Filippo Nardozza.

 

Dalle manifestazioni per i diritti gay alla difesa dei diritti in generale, qualsiasi essi siano. Con focus particolare – in questo momento storico – sull’accoglienza, sui diritti umani.

Parliamo dei Sentinelli di Milano, movimento nato nel 2014 in piazza, in contrapposizione a Le Sentinelle in Piedi, gruppo decisamente più conservatore impegnato in difesa della famiglia tradizionale, anche manifestando contro la proposta di legge anti omofobia e contro l’estensione dei diritti alle coppie omosessuali.

I Sentinelli sono stati tra i principali promotori del presidio milanese contro il vertice Salvini-Orbán dello scorso 28 agosto e scenderanno ancora in piazza  sempre nel capoluogo lombardo  il 30 settembre con IntolleranzaZero, manifestazione promossa “orgogliosamente” con ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) e ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati nei Campi Nazisti), sottolinea Elena Castellani, attivista interna al movimento.

Riteniamo sia necessario raccontare quanto l’intolleranza possa nuocere al nostro paese. Abbiamo scelto settembre, a ottant’anni  dall’emanazione delle leggi razziali, perché nessuno possa dimenticare l’orrore di quei momenti. Parleremo di diritti conquistati e di diritti negati, di nuovi cittadini, di nuove famiglie, di donne, di persone di tutti gli orientamenti sessuali, politici o religiosi. Racconteremo storie di integrazione e di diversità. Lo faremo per tutti noi, antifascisti, donne, migranti, omosessuali. E per tutti coloro che sono stati presi di mira in questo ultimo periodo in cui l’intolleranza sembra non avere più argini. 

Ma non vogliamo diventi una manifestazione che trasmetta rabbia, vogliamo possa essere un seme di speranza per tutti coloro che non si riconoscono in questo clima di odio sempre più crescente.

Chiederemo a tutte le persone di venire in piazza vestite di rosso, per quello che questo colore ha rappresentato ieri e per ciò che rappresenta ancora oggi.”

Vi battete con passione per una Milano accogliente e che non discrimini: quale rischio reale vedete nell’attuale linea di politica interna italiana e nelle alleanze che si stanno creando?

Purtroppo più che un rischio, vediamo una reale deriva razzista, sessista e xenofoba. Non è una situazione creatasi come un fulmine a ciel sereno, è da parecchio tempo che i governi di destra stanno preparando il terreno, purtroppo non solo in Italia ma un po’ in tutta Europa, con punte di intolleranza in alcuni paesi e con l’Ungheria come esempio su tutti. In quest’ultimo periodo abbiamo dovuto però registrare un particolare inasprimento di intolleranza fisica e verbale che sembra non avere più limiti ed aumentare sempre di più.

Cosa rispondete a chi si accanisce contro limmigrazione, adducendo magari problemi di sicurezza?  

Noi pensiamo che non esista un problema ‘sicurezza’, è una situazione costruita ad arte per creare un clima di paura, laddove si potrebbe invece costruire accoglienza e integrazione. Come diciamo sempre… ponti e non muri.

E a chi accusa i migranti di “sfruttare” la situazione trovando qui – in attesa di pronuncia delle commissioni territoriali – vitto e alloggio gratuito, senza dover fare niente?

Sono parole gravissime, spese sulla pelle di persone che scappano da guerre, fame, miseria, violenze di vario tipo. Basterebbe guardare gli occhi di queste persone, quando sbarcano da quelle navi piene di dolore, per capire quanto tutto questo possa risultare assurdo.

Come si può coniugare volontà e senso di accoglienza (dimostrati da tanti italiani, anche nell’ultimo recente caso della nave Diciotti) con la “paura”, forse insita nellessere umano? Qual è secondo voi la maggiore paura?

Non credo che la paura sia insita nell’essere umano, penso invece che il seme della paura sia stato insinuato in modo prima subdolo e poi sempre più manifesto a scopi elettorali e di potere da parte di governi o di partiti che, per manciate di voti in più, giocano sulla pelle delle persone.

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1 Settembre 2009: Ciao Teresa http://www.sonda.life/in-evidenza/1-settembre-2009-ciao-teresa/ http://www.sonda.life/in-evidenza/1-settembre-2009-ciao-teresa/#respond Mon, 03 Sep 2018 09:48:34 +0000 http://www.sonda.life/?p=7323 Di Maurizio Anelli

 

C’era una volta un fiore rosso, forte e bello come la pace. A volte succede che i fiori più belli nascano in mezzo al cemento e non in un prato verde. È l’anno 1946, l’Italia è appena uscita a pezzi da una guerra cercata e voluta da un fantoccio in camicia nera. Sesto San Giovanni, a un passo da Milano, è l’anima operaia della ricostruzione del Paese. Quello che fino agli inizi dell’Ottocento era un piccolo borgo agricolo cambia volto con il tempo: dalle prime filande sorte nella prima metà del 1800 alle grandi fabbriche del ‘900. Quello che era un elegante salotto culturale dove passavano uomini come Carlo Cattaneo, Massimo D’Azeglio e Alessandro Manzoni diventa la “Stalingrado d’Italia”, città simbolo dell’antifascismo milanese durante il ventennio e negli anni successivi alla fine della guerra. Le sue fabbriche, le donne e gli uomini che le abitano, diventano il simbolo di questa capacità di resistere e di lottare. Campari, Pompe Gabbioneta, Breda, Acciaierie e Ferriere Lombarde Falck, Ercole Marelli, Magneti Marelli diventano il simbolo di Sesto San Giovanni, della sua capacità e della sua lotta per una società diversa. Non è più un piccolo borgo Sesto San Giovanni, la sua popolazione aumenta di anno in anno. Sesto San Giovanni  non ha la bellezza e la storia artistica di Firenze o di Venezia, di Roma, ma è viva e pulsa come un cuore capace di dare forza alla ricostruzione di un Paese che deve ritrovarsi. Serve un fiore,  capace di rendere più dolce quella fucina di lavoro e di lotta. E quel fiore arriva: rosso, forte e bello come la pace. Nasce il 28 marzo, la primavera è appena cominciata e  quel fiore ha il nome e il sorriso di Teresa Sarti.

La sua è una famiglia semplice, operaia, ma siamo a Sesto San Giovanni e quindi è tutto giusto, tutto in regola. Il fiore cresce, è un fiore curioso e coraggioso e sa che il mondo là fuori è un mondo che non va bene e bisogna fare qualcosa per cambiarlo, renderlo migliore. In due si può fare di più, si è più forti e si affrontano meglio tutte le salite, tutte le tempeste, tutte le durezze della vita. In due si sogna meglio. Sulla sua strada Teresa incontra Gino e, insieme, decidono di attraversarla quella strada e di camminare fino in fondo uno accanto all’altro. Quanto può essere grande un sogno, e quante possibilità esistono che quel sogno prenda forma e vita fino a diventare una realtà ? C’è una sola strada per saperlo: provare a viverlo, costruirlo un giorno alla volta. In una lontana intervista Teresa dichiarava : “ … alla fine del 1993, intorno al tavolo di cucina con 4 o 5 amici, Gino ci ha proposto di creare un’organizzazione umanitaria, piccola, agile e indipendente, per curare le vittime civili delle guerre. Io non l’ho inizialmente preso sul serio, mi sembrava una follia, non sapevamo bene da che parte cominciare. Ma lui è molto cocciuto e dopo tante insistenze, agli inizi del ’94, abbiamo coinvolto gli amici, e il 15 maggio del ’94, dopo aver raccolto 15 milioni e mezzo di lire, il capitale iniziale, abbiamo costituito Emergency… “   https://www.girodivite.it/Ciao-Teresa.html

È il 15 maggio 1994 e a Milano, due passi da Sesto San Giovanni, il sogno prende forma e si presenta al mondo. Ha un nome preciso, forte e chiaro: Emergency, Teresa e Gino lo prendono per mano come si fa con un bambino che imparerà a camminare e andare lontano. L’obiettivo dichiarato, da subito, è quello di offrire cure mediche e chirurgiche gratuite alle vittime di tutte le guerre, a chi ha subito gli sfregi delle mine antiuomo.  Ci vuole coraggio, determinazione e competenza. Il sogno comincia a camminare. Subito, nel 1994, Emergency intraprende la prima battaglia: lancia la campagna che porterà l’Italia a mettere al bando le mine antiuomo. Nel giro di due anni, dal 1998 al 1999 Emergency ottiene due riconoscimenti essenziali per continuare a camminare: il riconoscimento giuridico di ONLUS (organizzazione non lucrativa di utilità sociale)e di ONG: ora è un’organizzazione non governativa. Gli anni passano e il sogno è diventato grande, ha preso forma e colore, ed è conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Teresa e Gino non sono soli, forse non lo sono mai stati. Accanto a loro una marea di volontari e una figlia, Cecilia, che cresce insieme con loro e a quel sogno bellissimo e che un giorno prenderà Emergency nelle sue mani.  Emergency opera e agisce in Afghanistan  e in Iraq, nella Repubblica Centroafricana, in Sierra Leone e in Sudan, e poi ancora in tante altre parti del mondo: ospedali, centri chirurgici e di riabilitazione, centri pediatrici e di maternità. Spesso sono le stesse autorità locali a chiedere l’aiuto di Emergency per la ristrutturazione di strutture sanitarie già esistenti. Negli ospedali di Emergency si salvano vite, si restituiscono gambe nuove a chi le ha viste amputate dalle mine antiuomo o dalle bombe. Negli ospedali di Emergency nascono bambini anche quando in cielo non volano le cicogne ma aerei che sganciano bombe. Teresa ce l’ha fatta: il suo sogno è una splendida realtà, un’eccellenza di un Paese, l’Italia, che tante volte si lascia ingannare dalle eccellenze e non riesce a distinguerle. Ma l’eccellenza di chi regala vita invece di morte è davanti agli occhi di tutti. È una realtà di cui tutti, in questo Paese, dovremmo essere orgogliosi e riconoscenti. Così non è sempre, spesso le favole più belle fanno paura a chi non vuole credere ai sogni.

Poi arriva quel giorno di fine estate, l’1 settembre 2009, che decide di riprendersi quel fiore rosso, forte e bello come la pace. Decide di riprenderselo e basta. Non c’è mai un perché capace di spiegare la morte e di renderla accettabile agli occhi di chi rimane e si sente derubato, succede e basta. Chi rimane può fare solo poche cose, e di solito riesce a farle: salutare in punta di piedi, con gentilezza. Ricordare e ringraziare quella chioma di capelli rossi che ci ha regalato l’idea che un sogno qualche volta si avvera, continuare a inseguire quel sogno e proteggerlo, aiutarlo ad andare avanti, lottare a cuore aperto contro tutti gli ostacoli che troverà sulla sua strada. E così è stato, in quel caldo pomeriggio d’inizio settembre all’Arena di Milano. Gli occhi rossi, le magliette di Emergency sudate e strette intorno al proprio corpo come a raccontare di un distacco che non sarà mai definitivo. Migliaia di persone, volti famosi e nessuno sconosciuto perché il popolo di Emergency si riconosce nello sguardo e per questo nessuno è sconosciuto.  Il saluto e le parole degli amici più cari di Teresa restano scritti nella mente di chi era lì quel giorno, custoditi in un angolo della propria storia, al sicuro. Come quelle, bellissime nella loro unicità, di Cecilia “…”Non ho un solo ricordo di mamma, ne ho troppi. Lei mi ha insegnato a fare la zuppa di cipolle, che “qual è” si scrive senza apostrofo e ad ascoltare gli altri. E mi ha spiegato cos’è la guerra leggendomi le poesie di Brecht”. Così come quelle di Gino, il Compagno di una vita: “…sono arrabbiato con te, molto, troppo perché mi hai tolto la possibilità di restituirti almeno un po’ di quell’amore che mi hai dato in 40 anni…”. E infine il saluto dei Modena City Ramblers che cantano la sua canzone preferita: Ninnananna. http://it.peacereporter.net/articolo/17642/Ciao+Tere

Quel giorno ero all’Arena di Milano. Era il minimo che potevo fare per  salutare Teresa Sarti. Anche a me ha insegnato e regalato qualcosa: mi ha insegnato che i sogni esistono, vanno inseguiti e amati. Qualche volta si avverano, tante altre non sono possibili, ma c’è sempre almeno una cosa per cui vale la pena battersi ed esserne orgogliosi, lottare, metterci la faccia, la fatica, l’impegno. Oggi Emergency è cresciuta ancora di più, fra molte difficoltà e forse qualche incomprensione di troppo. Ma resta un punto di riferimento per tutti coloro che conservano la capacità di restare umani, di credere che l’articolo 11 della nostra Costituzione “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…” non può essere solo scritto sulla carta ma deve essere scritto nel cuore delle persone.  Oggi Emergency è ancora un’eccellenza, nello stesso Paese dove si considerano eccellenze imprese e aziende che vendono armi ed esportano morte.  Ma il sogno diventato realtà di Teresa Sarti è la vera “Eccellenza”, perché salva vite, riattacca gambe e braccia stracciate dalle bombe, perché nei suoi ospedali riesce a far nascere i bambini anche se nel cielo non volano le cicogne ma i cacciabombardieri.

Ciao Tere, un bacio.

 

 

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Un No-Global Alla Casa Bianca? http://www.sonda.life/in-evidenza/un-no-global-alla-casa-bianca/ http://www.sonda.life/in-evidenza/un-no-global-alla-casa-bianca/#respond Mon, 03 Sep 2018 09:46:33 +0000 http://www.sonda.life/?p=7320 Di Alfredo Luis Somoza.

 

L’accordo preliminare della nuova intesa commerciale con il Messico è il primo atto concreto in materia di politica commerciale dell’amministrazione Trump. Ovviamente al netto dei dazi, che però da soli non costituiscono una politica. Finora l’inquilino della Casa Bianca si era prodigato in una serie di no, buttando via anni e anni di negoziati promossi dai suoi predecessori. Il primo no è stato quello al TPP, l’accordo di libero scambio del Pacifico fortemente voluto da Barak Obama. Più importante ancora il TTIP, l’accordo di libero scambio Usa-UE, che molto probabilmente non sarebbe passato per le divisioni tra i partner europei e per la pressione della società civile, ma che alla fine è stato congelato da Donald Trump in persona.

Con l’annuncio del pre-accordo con il Messico, al quale potrebbe aggiungersi il Canada, viene archiviato il Nafta, l’accordo di libero scambio del Nord America firmato da George Bush e inaugurato da Bill Clinton il primo gennaio del 1994. Il Nafta fu il primo di una nuova tipologia di accordo commerciale. Delineate alcune protezioni su pochi settori scelti dai firmatari, per il resto venivano abolite le frontiere commerciali e produttive tra i paesi creando un nuovo grande mercato praticamente unificato. Diverso dall’UE però, senza compensazioni, senza una politica estera commerciale comune, senza fondi strutturali, senza un governo né un controllo democratico come quello esercitato dal parlamento europeo. Per i paesi minori, Messico e Canada, l’accordo ha portato all’aumento dei loro scambi con gli USA, ma fino al punto di dipendere quasi interamente da quel mercato. Conseguenze non calcolate al momento della firma sono state ad esempio la delocalizzazione del lavoro statunitense in Messico per via del costo della manodopera, oppure il riversamento in Messico delle eccedenze agricole sovvenzionate statunitensi che hanno distrutto il mercato agricolo messicano dei piccoli e medi produttori. Quel mondo agricolo che velocemente si è riconvertito alla coltivazione di sostanze stupefacenti e passato sotto il controllo dei cartelli del crimine.   Dopo 24 anni, il Nafta è stato un affare per i grandi soggetti dell’economia dei tre paesi, dalle multinazionali ai signori della droga, ma molto di meno per i lavoratori, dagli operai di Detroit ai braccianti messicani. Il nuovo accordo che Usa e Messico firmeranno è un passo indietro rispetto al Nafta, visto che si tratta di un semplice accordo bilaterale (trilaterale se aderirà il Canada) di scambio commerciale. Non più un’area comune, un diritto specifico per risolvere le controversie, l’obbligo di dovere spalancare il proprio mercato. Uno dei punti cardini dell’intesa è alla voce automobili, di cui il Messico è un grande esportatore negli USA. L’accordo prevede che le auto esportate negli USA siano prodotte da operai che non guadagnano meno di 16 dollari l’ora, e che le parti utilizzate siano almeno al 90% prodotte nella regione (contro il 62% attuale). Con questa clausola, nessuno potrà più utilizzare il Messico per produrre macchine competitive in base al costo della manodopera o all’uso di parti provenienti dall’Oriente da esportare negli USA. Si suppone che clausole come questa riportino lavoro negli USA, cosa tuta da verificare. Il Messico torna invece libero di firmare accordi commerciali con altri paesi, cosa che il Nafta ostacolava anche se non impediva. La Cina, da quando ha vinto le elezioni Trump, fa la corte al Messico per firmare un importante accordo, ma anche l’area del Pacifico e il rapporto con il Sudamerica interessa molto a Città del Messico. Il paese che rischia di più è il Canada, in quanto parte integrante dell’economia statunitense che ora però rimette di nuovo le frontiere economiche. Per questo motivo Trudeau da tanta importanza alla firma del trattato CETA con l’Europa, anche il Canada ha bisogno di diversificare i clienti e i fornitori.

La risposta delle Borse all’annuncio del nuovo trattato è stata spumeggiante, non tanto perché l’accordo in sé sia positivo, ma perché dimostra la volontà della Casa Bianca di non portare fino in fondo sole politiche isolazionistiche. Trump ha applicato con successo la sua politica del dividere per fare pesare la potenza del suo paese. Non ha ridiscusso il Nafta insieme agli altri due partner, ma li ha affrontati uno ad uno.  Il presidente degli Stati Uniti sarà sì no-global, a modo suo ovviamente, ma capisce benissimo che il suo paese dipende dai rapporti con il mondo e l’economia le sta dando ragione. I numeri della crescita e dei nuovi posti di lavoro che si continuano a creare negli Stati Uniti varranno al momento del voto molto di più delle vecchie storie a sfondo sessuale.

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Batterie Di Carta, Nuove Strade Sostenibili Per Gli Imballaggi http://www.sonda.life/in-evidenza/batterie-di-carta-nuove-strade-sostenibili-per-gli-imballaggi/ http://www.sonda.life/in-evidenza/batterie-di-carta-nuove-strade-sostenibili-per-gli-imballaggi/#respond Mon, 03 Sep 2018 09:41:13 +0000 http://www.sonda.life/?p=7316 Un team di ricercatori dell’Università di Uppsala, in Svezia, insieme all’azienda BillerudKorsnas, che produce materiali per imballaggi sostenibili, hanno dato inizio a una specie di rivoluzione nell’ambito della realizzazione di batterie di carta. La sinergia tra le due realtà risale allo scorso anno, e la meta di questo percorso è l’applicazione di prestazioni aggiuntive alla cellulosa algale. Questa sostanza è utile alla produzione di materiale per il packaging, che la ricerca in atto sta potenziando per riuscire ad arrivare alla soluzione ottimale dei cosiddetti “imballaggi smart”.

Le batterie di carta, oggetto di studio già noto, prevedono l’utilizzo di distanziatori di cellulosa che, in una struttura su scala nanometrica, riescano ad agire come elettrodi. Nella loro massima duttilità, le batterie di carta (o “paper battery”), possono essere inserite in una vasta gamma di prodotti, rientrando così in un’ottica green anche sul piano degli imballaggi.

Come si legge sul portale Rinnovabili.it, il project manager per l’innovazione presso BillerudKorsnas, Lars Sandberg, afferma che “la collaborazione tra università e azienda porta la tecnologia ad adattarsi a processi di produzione commerciale”, puntando verso tecniche che guardino al futuro, in un’ottica di efficienza e sostenibilità.

Nello specifico, implementare le batterie di carta agli imballaggi, consentirà di tracciare gli spostamenti della merce, monitorando così ogni fase di produzione, potenziando gli interventi necessari a una visione più ecosostenibile. Temperatura, impatto, percorso e tutta la serie di fattori da valutare si inseriranno in un quadro proiettato alla sostenibilità. “La paper battery è un elemento chiave del puzzle di produzione di imballaggi intelligenti che richiedono fonti di energia piccole e sostenibili” spiega Sandberg, confermando i buoni propositi dell’ambizioso progetto.

Redazione -ilmegafono.org

 

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I Giorni Della Vergogna http://www.sonda.life/in-evidenza/i-giorni-della-vergogna/ http://www.sonda.life/in-evidenza/i-giorni-della-vergogna/#respond Mon, 27 Aug 2018 08:32:20 +0000 http://www.sonda.life/?p=7312 Di Maurizio Anelli

 

Catania, agosto 2018. Quello che nel lontano periodo greco e romano era un piccolo centro agricolo e marinaro oggi è una città fra le più abitate dell’Italia meridionale. Qui, sotto i fumi dell’Etna nasce la prima Università della Sicilia nel 1434. Di Catania Torquato Tasso parlò come della città “… ove il sapere ha albergo”. Oggi, anno 2018, Catania è sulle prime pagine dei giornali di tutta l’Europa, al centro di una battaglia di civiltà la cui trama era scritta da tanto tempo. Una storia vera che assomiglia a un film dell’orrore. È una storia di violenza disumana e di giochi di potere, che si incontrano e si sposano in un matrimonio che rischia di spaccare un Paese più di quanto non lo sia già, facendo esplodere rabbia e sentimenti , dignità e diritti calpestati, umiliati, ignorati. Chi è il regista del film ? Sembrerebbe facile individuare nome e cognome, ma sarebbe riduttivo perché un film ha bisogno di un regista ma anche di attori e comparse e in questo Paese le comparse non mancano. Facciamoli allora questi nomi, senza paura ma mettendoci la faccia e la firma: Matteo Salvini – Ministro degli Interni e Vice-Presidente del Consiglio di un Governo che sfida ogni giorno la Costituzione, le Leggi e il Diritto nazionali e internazionali, la Magistratura italiana e i suoi cittadini. È una sfida dichiarata, aperta e mai nascosta. Una sfida che da anni parla alla pancia degli italiani per catturarne voti e autorità, per acquisire potere. Questo gli ha permesso di andare al Governo: lui, leader di un Partito che non ha mai nascosto la sua natura razzista e xenofoba, un Partito che non ha mai nascosto le simpatie fasciste e i legami con l’estrema destra italiana e i suoi gruppi organizzati, un Partito che non vuole rispondere della truffa dei 49 milioni di Euro scomparsi nel nulla. http://espresso.repubblica.it/inchieste/2018/07/04/news/soldi-lega-la-lettera-che-incastra-salvini-1.324561

Il fiore all’occhiello di questo partito e del suo leader, resta la lotta ai migranti, mascherata da difesa dei confini in nome della sicurezza. E in nome di tutto questo decide, comanda, ordina. Martedì prossimo, 28 agosto, Salvini incontrerà a Milano Viktor Orban, l’uomo dei muri in Ungheria. A che titolo ? Come Ministro degli Interni, come Vice-Presidente del Consiglio o come leader della Lega ? Non è dato saperlo, però lo fa. Sa di poter fare anche questo, perché le comparse intorno alla sedia del regista vogliono che questo sia anche il loro film. È un film che non vincerà nessun Oscar, ma questo è un momento che loro non possono lasciarsi sfuggire, non possono perdere questa occasione. E per questo stringono la mano al regista, stanno al suo fianco, sorridono davanti ad un selfie e accettano qualunque decisione: la chiusura dei porti, la guerra all’Europa e soprattutto il girare lo sguardo da un’altra parte anche davanti al sequestro di 150 migranti nel porto di Catania. Il Ministro degli Interni li ha descritti come clandestini, illegali, palestrati. Come se li conoscesse uno per uno, tutti quanti. Nessun dubbio, solo certezze prive di ogni riscontro credibile e oggettivo. A Catania però viene toccato il fondo, un fondo che nella storia della Repubblica forse non ha precedenti, un fondo dove il disprezzo e il razzismo si mescolano in un cocktail velenoso. L’acqua avvelenata viene portata al pozzo un giorno dopo l’altro, il fine giustifica ogni mezzo per il Ministro degli Interni: il sequestro di una nave della Guardia Costiera e del suo carico umano di sofferenza e di umanità, il disprezzo di qualunque legge, anche quella del mare scritta nel DNA di chiunque sia al timone di una barca e sancita ufficialmente dalla Convenzione internazionale per la sicurezza della vita in mare del 1974.

https://www.unhcr.it/wp-content/uploads/2015/12/Soccorso_in_Mare.pdf

Il Ministro degli Interni, Matteo Salvini, adesso è indagato dalla Procura di Agrigento per sequestro di persona, abuso d’ufficio e arresto illegale. Insieme con lui è Indagato anche il capo di Gabinetto del Viminale. La prima reazione del Ministro è perfettamente in linea con la sua persona: stizzita e minacciosa. Lui, Ministro degli Interni della Repubblica, indagato da una Procura della Repubblica. Lui che aveva sfidato i Magistrati, pensando di intimidirli. “… indagano un ministro che difende i confini del Paese. E’ una vergogna ma non ci fermeranno. … Aspetto con il sorriso il procuratore di Agrigento, voglio spiegargli le mie ragioni. Aspetto un procuratore che indaghi i trafficanti e chi favoreggia l’immigrazione clandestina.” Queste le sue prime dichiarazioni, rilasciate a Pinzolo davanti al popolo leghista: http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2018/08/25/migranti-la-linea-del-viminale-non-cambia.-pm-sente-funzionari_b802314b-890d-436d-b168-d4a8d70d852d.html. Reazione nervosa e intimidatoria, da parte di un Ministro padrone di un Governo ostaggio di colui che vuole essere Ministro degli Interni, degli Esteri, delle scelte economiche. Nessuna parola diversa dalla sua è stata pronunciata in questi giorni dagli alleati di Governo, né dal Presidente del Consiglio Conte, nemmeno una parola in difesa  del Presidente della Camera Roberto Fico a cui Salvini aveva ricordato in tono quasi minaccioso: “… Tu fai il presidente della Camera, io il ministro dell’Interno…”  http://www.adnkronos.com/fatti/politica/2018/08/22/salvini-contro-fico-ministro-sono_OUaA24KrOYhlfQkiPfTotJ.html.

Questa è la realtà dei fatti, che sicuramente non piace a Luigi Di Maio. È lo stesso Di Maio, oggi Vice-Presidente del Consiglio e anche lui Ministro, che nel 2016 chiedeva a gran voce le dimissioni del Ministro Alfano indagato per abuso d’ufficio:  https://www.huffingtonpost.it/2016/05/12/di-maio-dimissioni-alfano_n_9930504.html. Oggi quel rigore evidentemente  non vale più, né per Di Maio né per il Movimento 5 Stelle. Ma questa è solamente la pagina più squallida e misera di quello che si era presentato agli italiani come il Governo del Cambiamento. Ma c’è un’altra pagina, infinitamente migliore e che getta un raggio di luce su questa notte della Repubblica: è la gente di Catania, la gente di Sicilia. Quella Sicilia così spesso umiliata e offesa, ignorata da uno Stato colpevolmente assente come accade da secoli a tutta l’Italia Meridionale. In questi giorni Catania ha insegnato tanto, a tutti noi: è andata su quel molo, ha scelto di accogliere e di esserci, ha raccontato all’Europa e a molti di noi che esiste un’Italia migliore, diversa da quella che piace a Matteo Salvini. E quel molo si è riempito della gente di Catania, a ogni ora qualche decina in più. Catania come Lampedusa, come Riace.  Catania ha gridato a voce alta che non esistono confini da difendere, perché i primi confini sono nella testa degli uomini che li vogliono. Non esistono barbari  invasori perché i veri barbari sono altri, hanno un nome e un cognome. Per tutto questo ringrazio Catania, come Lampedusa e come Riace.

Da domani comincerà un’altra partita e non sarà facile: il leone da cortile è ferito, ringhierà e azzannerà tutto e tutti. Vedremo fino a che punto i servi e gli scudieri resteranno al suo fianco. Forse ci resteranno per poco tempo, non per un’improvvisa folgorazione di umanità ma per calcolo politico. Magari proveranno a prendere lentamente le distanze e diranno che loro pensavano di agire diversamente. Non credo che questo avverrà, mi aspetto invece che restino accanto al “capo” fino alla fine, costruendo una diga di sbarramento in Parlamento per negare qualsiasi autorizzazione a procedere. Probabilmente Di Maio farà un sottile distinguo sul tempo in cui chiedeva le dimissioni di Alfano e continuerà la caccia all’Europa come unica colpevole dei mali che affliggono l’Italia. Perché si sa che, secondo i tempi, i mali dell’Italia sono stati di volta in volta i comunisti, gli operai, i “terroni”, i magistrati, i migranti, l’Europa. È il gioco perverso e malato dove i governi degli ultimi settant’anni hanno sempre puntato le loro carte.

Che cosa resta di tutta questa storia ? Restano molte cose: prima di tutto un’amarezza profonda e la consapevolezza che questo Paese ha davanti a sé una strada lunga e difficile e tutta in salita, ricca di trappole e di avvoltoi pronti a tutto per guadagnare un pugno di voti che garantisca sempre più potere. Avvoltoi che non hanno nessun bene comune da difendere, ma solo confini fondati su un integralismo pericoloso e infame. Ma resta anche un’altra immagine, dolce e incoraggiante: quella di una parte di popolo capace di stringersi intorno a una nave sul porto di una città  “… ove il sapere ha albergo”, senza paura di un Ministro e dei suoi servi fedeli. Resta il senso dello Stato di un Procuratore della Repubblica che accetta la sfida e indaga un Ministro degli Interni. resta la voglia di credere che un Paese migliore sia possibile, la voglia di credere e lottare in tutto quello per cui vale la pensa spendersi. Domani è un altro giorno e comincia con una luce più forte.

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Milano: Solidarietà Nel Caldo Agosto Di Chi Resta In Città http://www.sonda.life/citta-in-movimento/milano-solidarieta-nel-caldo-agosto-di-chi-resta-in-citta/ http://www.sonda.life/citta-in-movimento/milano-solidarieta-nel-caldo-agosto-di-chi-resta-in-citta/#respond Mon, 27 Aug 2018 08:30:22 +0000 http://www.sonda.life/?p=7309 Di Filippo Nardozza

Potenziato il piano anticaldo e anti-solitudine del Comune di Milano per il mese clou delle vacanze, in rete con il privato sociale. Ingressi in piscina gratuiti e attività ricreative per anziani, persone sole e per chi non può permettersi di lasciare la città. Tante le iniziative di condivisione che hanno animato anche il giorno di Ferragosto. Per segnalare un anziano o una persona sola in condizioni di fragilità, fino al 2 settembre è attivo il numero verde gratuito 800.777.888.

 

E’ stata una tavola particolarmente allargata quella apparecchiata come da tradizione in Casa della Carità a Milano (quartiere Adriano) per un pranzo di Ferragosto che è proseguito con un festoso pomeriggio di intrattenimento, a cui hanno aderito circa 200 persone “sole”. Parallelamente, in via Lombroso (zona Porta Vittoria), quel giorno i City Angels tenevano un banchetto condiviso rivolto specificatamente ai clochard. Festa ferragostana anche al Trivulzio (storica casa di riposo per i meno abbienti, oggi Azienda di Servizi per la Persona quali anziani e giovani con difficoltà sociali), organizzata con gli ospiti della struttura e i loro parenti.

Le feste di Ferragosto che hanno animato una Milano afosa e semivuota rappresentano solo la punta dell’iceberg di un piano di iniziative attivate dal Comune e dal privato sociale per stare al fianco degli anziani e dei più deboli, che d’estate restano soli in città o che non hanno la possibilità di lasciarla per un breve periodo di vacanza. Iniziative che confermano Milano quale città attenta, sensibile.

A rispondere, nello specifico, all’invito del presidente di Casa della Carità Don Colmegna alla giornata di festa e amicizia del 15 agosto– “rivolto a tutti coloro che sono soli a Milano” – sono stati ospiti ed ex ospiti della Casa, ma anche 35 anziani del quartiere e altre persone over 65 (20 nello specifico) segnalate dal Comune di Milano nell’ambito del Piano anticaldo 2018 e seguiti da custodi sociali.

Il progetto del Comune per fronteggiare l’emergenza caldo e la solitudine estiva è attivo dal 4 giugno e si protrarrà fino al 2 settembre, svolto in stretta collaborazione con le realtà del privato sociale milanese che quotidianamente operano al fianco dei più fragili.

Per anziani soli o persone non autosufficienti è garantita assistenza domiciliare, con consegna pasti a casa (nel servizio è in prima linea, anche quest’anno, Opera San Francesco per i Poveri), visite mediche e accompagnamento per la spesa, ma anche attività ricreative e la possibilità di ottenere ticket di ingresso gratuiti per le piscine comunali e i cinema di Milano. Destinatari della misura le persone autosufficienti e in grado di recarsi da sole in questi luoghi (o comunque accompagnate da familiari o amici), ma anche – ad esempio – i familiari o i nipoti minorenni o comunque giovani delle persone anziane seguite nel piano anticaldo, che non possono andare in vacanza per problemi economici.

Nello specifico, da inizio estate a Ferragosto sono stati consegnati 5.615 pasti a domicilio e assegnati 2.024 ingressi gratuiti in piscina. Lo sportello messo a disposizione n largo Treves per i colloqui e la registrazione delle richieste nell’ambito delle iniziative ricreative ha fatto segnare un aumento di oltre il 65 per cento dei contatti rispetto al 2017, come rivelano i dati del Comune. Le richieste (anche di aiuto immediato nel caso di picchi di calore) giunte al call center istituito dall’assessorato alle Politiche Sociali sono state 1.948.

Per le richieste di interventi socio – assistenziali e domiciliari a favore di anziani e persone in stato di fragilità o non autosufficienza è infatti attivo il numero verde gratuito 800.777.888, che per il mese di agosto potenzia la sua operatività con orario 8-19 tutti i giorni, weekend e festivi inclusi.

Non si sono fermate nemmeno ad agosto, inoltre, le unità di strada di Progetto Arca, grazie alla disponibilità di tanti volontari rimasti in città, che dal lunedì al giovedì girano in orario serale/notturno tra i senza dimora: un primo aiuto, un pasto, una parola amica, nei mesi caldi in cui solitudine e indifferenza possono portare ancora più freddo al cuore di chi vive per strada.

Ma come funziona in linea generale l’assistenza agli anziani soli d’estate? Lo racconta a Sonda.life la Fondazione Casa della Carità appunto, che nell’ambito del programma emergenza caldo sta seguendo 25 persone over 65 attraverso “custodi sociali”, che si aggiungono ai 45 anziani che frequentano con regolarità la Casa durante l’anno.

Il gruppo si reca in casa tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 17.30, dove trascorre la giornata svolgendo attività simili a quelle previste per il gruppo tradizionale di utenti: momenti informativi e formativi sulla condizione della persona anziana, lettura di quotidiani, incontri con esperti, momenti di svago e intrattenimento – dalla tombola alla musica – il pranzo insieme e comunque il farsi compagnia favorendo relazioni, facilitate anche dalla presenza di operatori. In più, la Casa organizza periodicamente delle gite fuori Milano (l’ultima a Fara Gera d’Adda), pranzi nei cortili delle case popolari dove abitano le persone seguite, merende a base di anguria e gelato.

Va precisato che, anche se non tutti frequentano tutti i giorni, con tutti è assicurato tassativamente un contatto quotidiano fatto di telefonate (anche 2-3 al giorno) per monitorare la situazione, raccogliere bisogni e possibilmente esaudirli. In particolare, nei giorni di massima allerta caldo, le telefonate si intensificano ricordando di bere spesso, si stare all’ombra, cercare il fresco e non uscire di casa nelle ore centrali e più calde della giornata. E se qualcuno non risponde al telefono, gli operatori si recano immediatamente a casa e cercano la persona anche presso vicini, familiari, parenti e conoscenti.

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Inquinamento Atmosferico: Insufficiente l’Impegno Delle Compagnie Marittime In Europa http://www.sonda.life/in-evidenza/inquinamento-atmosferico-insufficiente-limpegno-delle-compagnie-marittime-in-europa/ http://www.sonda.life/in-evidenza/inquinamento-atmosferico-insufficiente-limpegno-delle-compagnie-marittime-in-europa/#respond Mon, 27 Aug 2018 08:27:09 +0000 http://www.sonda.life/?p=7306 L’industria delle navi da crociera non sembra preoccupata di ridurre in Europa le emissioni nocive che continuano a inquinare l’aria e affumicare le città di porto. Un quadro impietoso che riguarda l’Italia da vicino, quello emerso dalla classifica annuale di NABU (Nature And Biodiversity Conservation Union).

L’organizzazione tedesca ha valutato le soluzioni introdotte dalle compagnie di crociera per ridurre l’impatto negativo delle loro navi sulla qualità dell’aria delle città di porto dove attraccano. A quanto si vede dalla classifica, colossi come MSC Cruises, Carnival Cruise e Royal Caribbean non fanno che il minimo richiesto dalla legge per abbattere la quantità di sostanze nocive nei fumi delle navi. Hapag Lloyd Cruises e TUI Cruises hanno scelto almeno di usare catalizzatori SCR o di predisporre le proprie navi all’ormeggio in banchine elettrificate per non dover lasciare i motori accesi.

Tra le imbarcazioni analizzate da NABU, solo una – la AIDAnova, che sarà varata il 31 agosto – userà un carburante alternativo all’olio pesante (HFO, Heavy Fuel Oil), ossia il gas naturale liquefatto (GNL). Tutte le altre 76 prese in esame, comprese otto su nove navi da crociera varate nel 2018, utilizzano lo HFO, l’olio pesante: un carburante residuato dalla raffinazione del petrolio, dal tenore di zolfo elevatissimo, fino a 3500 volte superiore a quello dei motori diesel da strada, che sprigiona inoltre black carbon – un inquinante che danneggia gravemente la salute umana – e causa la formazione di ingenti quantità di ossidi di azoto.
Una ricerca scientifica condotta nel porto di Napoli da studiosi dell’Università “Federico II” e pubblicata pochi giorni fa analizza proprio l’impatto delle emissioni da navi da crociera sulla qualità dell’aria. Dalla ricerca emerge che il 98% delle emissioni da navi da crociera a Napoli dipendono dallo stazionamento in banchina di queste città galleggianti con i motori accesi: Diverse associazioni, tra queste anche Cittadini per l’aria Onlus, chiede da tempo che le banchine siano elettrificate, e che le navi installino filtri anti-particolato.

Napoli ha un traffico crocieristico molto più ridotto rispetto a porti come Venezia o Genova, e conta rilevanti fonti di inquinamento diverse dal trasporto marittimo; tuttavia, il contributo delle navi da crociera resta significativo: nella stagione estiva, le emissioni di biossido di azoto derivano da tali imbarcazioni fino all’86% del totale su base oraria, e ammontano in media d’estate a oltre il 5%.

Un altro studio recente ha evidenziato come le navi da crociera emettano, fra tutte le imbarcazioni, le maggiori quantità di black carbon che, oltre a nuocere gravemente alla salute umana, è un potente climalterante.

A giugno, Cittadini per l’aria e altri 12 comitati e associazioni di tutela dell’ambiente (tra cui la federazione europea Transport & Environment) hanno scritto al ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, una lettera per richiedere il sostegno aperto dell’Italia all’istituzione di una zona ECA (Emissions Control Area) nel Mediterraneo e avviare un dialogo sulle possibili soluzioni al problema dell’inquinamento navale.

La lettera, disponibile sul sito di Cittadini per l’aria, comprende numerose proposte: la già citata introduzione di una zona a basse emissioni nel Mediterraneo, come tra Mar Baltico e Mare del Nord; l’adozione di una fascia di rispetto delle aree costiere che – nell’attesa dell’istituzione della auspicata area ECA – imponga l’utilizzo di carburanti più puliti almeno entro le 12 miglia dalla costa; un sistema di accesso civico (open access) ai controlli eseguiti sulle navi della Guardia Costiera, e l’aumento della frequenza dei controlli stessi; la riconversione ecologica delle flotte e dei porti.
Secondo Anna Gerometta, presidente di Cittadini per l’aria “I cittadini dovrebbero scegliere  vacanze davvero sostenibili e il governo deve al più presto mettersi  al lavoro per rendere la navigazione nel Mediterraneo un’opportunità di sviluppo di un’industria del mare davvero innovativa e pulita, per proteggere la salute dei cittadini, i monumenti delle città di porto oltre all’ambiente marino che viene irrimediabilmente alterato dagli inquinanti che si depongono sulla superficie del mare”.

Fonte (Cittadini per l’Aria Onlus)

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Genova Per Noi http://www.sonda.life/in-evidenza/genova-per-noi/ http://www.sonda.life/in-evidenza/genova-per-noi/#respond Wed, 22 Aug 2018 08:39:28 +0000 http://www.sonda.life/?p=7303 Di Maurizio Anelli

 

Notte d’agosto, calda e sudata. Notte che schiuma rabbia per le vite rubate. Qualcuna ancora giovane e piena di speranze e di sogni, qualcun’altra magari avanti con gli anni, gli anni di chi ha già dato e aspetta qualcosa da quello che rimane. Erano vite, precipitate nel vuoto di una strada che si cancella, sparisce nella polvere insieme a un ponte che tutto a un tratto non c’è più. Rabbia per una storia che non doveva essere, figlia dell’incuria e dell’arroganza, del profitto e della colpevole incapacità di una classe dirigente di prendersi cura della sua gente, di averne rispetto. Ma nessun re ha mai avuto cura e rispetto del suo popolo, un re chiede solo obbedienza e balzelli. Il popolo è sempre e solo una pecora da tosare.

Notte che regala amarezza, malinconia e ricordi. Non sono un ingegnere che costruisce ponti, non sono un architetto che costruisce bellezze che restano nella storia e nella memoria degli uomini. Sono solo un uomo, con qualche capello bianco e mille sogni in un cassetto che ancora non voglio chiudere.  Amo i ponti, perché uniscono invece di dividere. Qualche volta sono costruiti sulla carta o sulla sabbia, al primo colpo di vento crollano e lasciano una strada tagliata a metà. Qualcuno resta da una parte di quella strada e qualcuno dall’altra, come se il destino volesse punire la bellezza dell’incontro. Qualche volta è il destino, qualche volta invece è la stupidità dell’uomo a far crollare un ponte ma forse è ingiusto chiamarla stupidità, le cose della vita hanno sempre un nome  anche quando si presentano con il vestito più bello. Qualche volta serve tempo per capire l’inganno di quel vestito, ma il tempo dell’inganno finisce sempre. Genova è sincera con tutti, lo è sempre stata. Fiera, testarda e tenace, orgogliosa e un po’ selvatica, ma solamente in apparenza. Poi piano piano impari a conoscerla e te ne innamori un giorno alla volta, perché gli amori più veri sono quelli che nascono così, imparando a scoprirsi lentamente, senza fretta. E allora ti accorgi che sì, è orgogliosa e tenace ma non è vero che è selvatica. Impari ad amare quella dignità che si nasconde nei suoi caruggi ma che si lascia scoprire lentamente. Capita spesso che le persone più vere abbiano il pudore antico di mostrare la propria dolcezza. Un amico di Genova un giorno mi raccontò la leggenda del “mugugno” di cui sembra che un vero genovese non possa farne a meno. Nasce nel ‘300 quando la Magistratura dei Conservatori del mare regolamentò il diritto al mugugno stabilendo due tipi di ingaggio: il primo garantiva una paga migliore ma pretendeva la rinuncia al mugugno, il secondo una paga peggiore ma permetteva il diritto di lamentarsi . Nessun dubbio, la scelta cadeva sempre sulla seconda scelta: meno palanche, ma nessuna rinuncia al sacrosanto diritto al mugugno.

http://www.amezena.net/storia-di/storia-di-marinai-di-magistrati/

Il ponte che faceva incontrare la città, il ponte che la univa e le permetteva di incontrare il resto del mondo non c’è più. Gli uomini l’hanno cancellato come si fa con un compito sbagliato, ma non era il compito ad essere sbagliato. Quel ponte serviva, il compito era giusto. Di sbagliato c’è l’uomo quando si dimentica di esserlo e vende l’anima al profitto, alla finanza selvaggia, al potere. Non è più stupidità ma avidità e sete di potere. Ci sono due momenti spaventosi nella storia di quel ponte, e tutti noi abbiamo imparato una parola di cui solo gli studiosi conoscevano l’esistenza: Strallo. Il primo momento spaventoso succede quando il ponte viene progettato e costruito: il tempo dimostra che quell’opera era azzardata, probabilmente folle, ma all’epoca venne salutata come un grande passo in avanti nell’ingegneria applicata alla costruzione di un ponte. Entrava nelle case come un’edera, ma si pensava che Genova potesse e dovesse accettare questa violenza del progresso. E Genova imparò ad accettare e a convivere con quell’azzardo, come qualcosa di cui non si poteva fare a meno perché univa. Quello fu il primo momento spaventoso. Poi venne il secondo e via via tutti gli altri e qui la storia diventa una brutta storia, dove si incontrano arroganza e potere, incuria, incapacità e cattiva politica. Sarà la Magistratura a stabilire colpe e responsabilità e forse questa volta si scriverà una pagina diversa dalle mille stragi e tragedie di Stato che hanno raccontato la storia d’Italia. O forse tornerà il tempo delle commissioni d’inchiesta, delle discussioni in Parlamento, delle accuse e del rimpallo delle responsabilità, dell’insabbiamento, del silenzio e dell’oblio. Forse anche questa volta si dimenticherà, come sempre è avvenuto in questo Paese dove non ci sono mai colpevoli e tutto si confonde, si perde nel tempo. Una volta di più, in ogni caso, emergono dalla palude i fantasmi che nessuno è mai riuscito a rinchiudere per sempre nell’armadio: storie di appalti e contratti, gestione del patrimonio pubblico e del bene comune, controlli e controllori. Storie di alta finanza e giochi di Borsa e di potere dove sul tavolo verde si gioca con la vita della gente in cambio di concessioni, di contratti e appalti. I Nomi sono importanti, fanno rumore: Società Autostrade, la Famiglia Benetton. E poi i governi di questi decenni, tutti e nessuno escluso. Perché di fronte a ferite profonde e terribili come quella di Genova nessuno può chiamarsi fuori. Neppure il Partito del Ministro degli Interni e Vice Presidente del Consiglio Matteo Salvini, sempre pronto a un “selfie” senza vergogna con i suoi ammiratori anche nel giorno in cui si seppelliscono i morti, perché il suo Partito non è al governo solo oggi, da pochi mesi. No, il suo partito è stato al Governo di questo Paese in tutti e quattro i Governi guidati da Silvio Berlusconi. Perché la Lega ha governato per anni la Regione Liguria e la governa ancora oggi. Se è vero che ognuno deve assumersi le proprie responsabilità, allora è anche vero che non ci sono vergini nella classe dirigente di questo Paese, né a livello politico e di Governo né a livello imprenditoriale. Anche per questo la classe dirigente di questo Paese ha il dovere di rispondere e noi Cittadini il diritto di chiedere conto. C’è un tempo per ogni cosa, oggi è il tempo del dolore di una città e di famiglie distrutte. È un dolore condiviso e che riguarda tutti noi, ci coinvolge. Ognuno di noi poteva essere su quel ponte, molti di noi l’hanno attraversato almeno una volta. Merita rispetto il dolore, merita un momento di silenzio che troppi hanno ignorato. Ma il silenzio che oggi è un doveroso atto di rispetto umano domani deve trasformarsi nella volontà di capire, denunciare e prendere decisioni e provvedimenti, ricostruire su presupposti diversi.

Sopra e intorno a quel ponte volteggiano molti avvoltoi in cerca di consensi, e gli avvoltoi da sempre si nutrono della carne morta di chi non può più difendersi. Volano scambi di accuse, carte tenute nel cassetto per anni e numeri che raccontano la storia di questi decenni di affari e malaffari. Ma è sotto quel ponte che la parte migliore e straordinaria di questo Paese dimostra quale e quanto valore abbia la dignità umana:  ha la faccia, sudata e stravolta dalla fatica e dal dolore, dei Vigili del Fuoco, dei volontari, dei soccorritori che lavorano e scavano senza sosta, estraggono corpi fra macerie e distruzione.  Hanno il viso bagnato, lacrime e sudore si confondono e si mischiano come se volessero lavare quelle facce dalla polvere. Restituiscono alle famiglie corpi cui è stata rubata a vita, sono loro a restituire dignità a un Paese che l’ha persa da tempo. E lo fanno in silenzio, da sempre. Che sia un ponte crollato, un incendio, un terremoto o un’alluvione … loro ci sono sempre e insegnano a tutti noi cosa significa la solidarietà umana. Su ogni strada dove la vita si strappa, loro lavorano in silenzio per ricucirla. Don Andrea Gallo diceva che “… La strada mi arricchisce, continuamente. Lì avvengono gli incontri più significativi, l’incontro della vera sofferenza, l’incontro di chi però ha ancora tanta speranza e allora guarda, attende. Per la strada nascono le alternative, nasce il voler conquistare dei diritti…” e aveva ragione.

C’è un Paese che cade a pezzi un giorno dopo l’altro, c’è una città che non può morire: è Genova, la Superba. Francesco Petrarca, nel 1358, descrisse Geneva in questo modo:  “ vedrai una città regale, addossata ad una collina alpestre, superba per uomini e per mura, il cui solo aspetto la indica signora del mare”. Quella città c’è ancora, e non morirà. Con quella faccia un po’così , quell’espressione un po’ così … anche questa volta riuscirà a ritrovare la sua strada. Abbasserà la testa solo il tempo necessario per togliersi il cappello e salutare i suoi morti, poi la rialzerà per ricostruire se stessa. Fiera, testarda e tenace, orgogliosa e un po’ selvatica ma solo in apparenza, racconterà che quelle gocce che bagnano il viso non sono lacrime ma sono solo le gocce del sudore  di chi è si già rimesso al lavoro. C’è un’umana e immensa dignità sotto quel ponte ed è illuminata da una lanterna che non si spegnerà mai. https://www.youtube.com/watch?v=cPKXFc_AO7U

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L’Isola Che Non C’è http://www.sonda.life/in-evidenza/lisola-che-non-ce/ http://www.sonda.life/in-evidenza/lisola-che-non-ce/#respond Sun, 12 Aug 2018 22:03:09 +0000 http://www.sonda.life/?p=7299 Di Maurizio Anelli

 

Se avessi vent’anni andrei via. In quale direzione non lo so nemmeno io con certezza, ma andrei via. Porterei con me il mio zaino e la mia macchina fotografica, qualche libro che ha lasciato un segno insieme alla voglia di rileggerlo una volta ancora, un po’ di musica. Camminerei tutte le strade in cerca dell’isola che non c’è ma che, da qualche parte, deve pur esistere. Nessun mulino a vento mi fermerebbe perché non esiste mulino a vento capace di resistere alla sfrontatezza e alla passione dei vent’anni, e forse ogni pala di quel mulino si fermerebbe al passaggio di quel ventenne per salutarlo e augurargli buon viaggio. Se avessi vent’anni amerei ogni vento disposto ad accompagnare la mia strada e guarderei il sole negli occhi. Cercherei in ogni angolo dell’Africa e del sud dell’America, prima che in ogni altro angolo, le risposte più attese dalle mille domande che mi porto dentro. E poi ancora l’Europa, mi fermerei a lungo in Irlanda per ubriacarmi di tutto il suo cielo e delle sue nuvole. Studierei tutto quello che non sono riuscito a studiare e a capire, cercando in ogni alfabeto le parole che non ho mai saputo dire. Metterei in fila tutti i libri di Gabriel Garcia Marquez e Jorge Amado per leggerli uno dopo l’altro, assaporandone ogni capitolo con la musica e le canzoni di Bob Dylan e Fabrizio De André. Studierei Gramsci ed Ernesto Che Guevara, per capire una volta di più che “… essere duri senza mai perdere la tenerezza” è davvero una delle cose più belle e più difficili che un uomo possa riuscire a costruire. Se avessi vent’anni firmerei  qualunque patto con chiunque sapesse promettermi che mia madre sarebbe rimasta ancora con noi invece di volare via troppo presto.

Se avessi trent’anni vorrei essere capace di mettere a fuoco e capire il mondo con occhi più attenti, più adulti. Cercherei una lampada per metterla sopra un tavolo e forse aspetterei che il Genio uscisse per chiedermi di esprimere tre desideri. Aggiungerei altri libri e altra musica alla fila, perché libri e musica aiutano a cercare e trovare. Imparerei a suonare prima la chitarra e poi la fisarmonica, amerei una donna per il piacere di amarla e vorrei una figlia dolce e forte, allegra e piena di vita. Con la chitarra e la fisarmonica non è andata bene, ma il resto è successo e quella volta avevo davvero trent’anni. Non avevo messo nessuna lampada sul tavolo ma un Genio gentile e invisibile mi ha concesso questo desiderio. È stato un regalo bellissimo, ne restavano ancora due.

Se avessi quarant’anni avrei chiesto al Genio gentile di fermare l’incendio che stava bruciando la Jugoslavia fino a ridurla in cenere, di salvare Sarajevo e Mostar e di lasciare che quel sogno di convivenza civile continuasse a vivere. Avrei chiesto al Genio gentile di scendere a Srebrenica e di sconfiggere il drago. Ma il Genio era già rientrato nella sua lampada e non ha più voluto saperne di uscire, schifato e spaventato dalla stupidità degli uomini. Fra gli uomini ci sono anch’io che non ho più vent’anni e nemmeno trenta o quaranta. Non c’è nessuna lampada magica sul tavolo. Allora appoggio lo zaino in un angolo, e mi ostino a cercare quell’isola che non c’è in questo Paese che non c’è più e che forse non c’è mai stato. Oppure sì, in un tempo che sembra lontano questo Paese si è ricordato di esistere e di essere degno. Ma il tempo passa, cancella, rimuove… e questo Paese ha dimenticato quasi tutta la sua storia e la sua vita, le sue tragedie e le sue bellezze. Questo Paese che non c’è più non ricorda tutta la strada camminata, la polvere mangiata. Questo Paese ha dimenticato dittature e guerre, re e tiranni. Anzi, sembra quasi averli perdonati, in quel rigurgito d’ipocrisia e di vigliaccheria che concede sempre una seconda possibilità a chi non la merita assolutamente. Questo Paese ha lasciato la finestra aperta perché chi aveva cancellato dignità e libertà ed era stato cacciato dalla porta principale potesse rientrare da quella finestra lasciata aperta. E un giorno alla volta è rientrato. Questo Paese ha dimenticato il suo viaggio per il mondo con le valigie di cartone, non si ricorda più quando riempiva treni di seconda e terza classe o viaggiava sui ponti delle navi per andare a cercare vita e fortuna lontano da casa. Il coraggio di lottare per un’idea e per un bene comune sembra una fotografia in bianco e nero, lontana e sempre più sfuocata. L’isola che non c’è sì è nascosta da qualche parte, avvolta in quella nebbia dove abitano e si alleano razzismo e xenofobia, fascismo, mafie e pensieri malati di razza e denaro. Dissolvere quella nebbia è difficile, presuppone di avere un cuore e una coscienza ma cuore e coscienza vanno nutriti un giorno alla volta, vanno tenuti in vita. Come si possono tenere in vita cuore e coscienza quando anche la memoria di ciò che è stato disturba e per questo viene rimossa ? Perché questo sta succedendo, questo Paese ha dimenticato lo sfregio del ventennio fascista, ha dimenticato le leggi razziali, le persecuzioni. Ha dimenticato Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema, ma ancora non si accontenta. Rimuove le stragi di stato, le bombe e le mafie. Anzi, con le mafie si fanno accordi e trattative. Oggi uomini di governo citano il Duce, e non succede nulla. Si muore di lavoro e per il lavoro, si muore nei campi dove i nuovi schiavi raccolgono pomodori agli ordini dei caporali di oggi così simili ai caporali di ieri, quelli dei campi di concentramento nazisti. Chi si oppone, chi denuncia, chi protesta, chi occupa spazi abbandonati alle speculazioni dei potenti, è accusato di antagonismo sociale. C’è un Paese ossequioso e complice, assente e in fila per tre, che gioca una partita sporca e con le carte truccate.

Se avessi vent’anni andrei via non per scappare, ma per cercare e provare a costruire quello che in questo Paese sembra che quasi nessuno voglia più cercare. Ma non ho vent’anni, e allora appoggio lo zaino sullo stesso tavolo dove un tempo vedevo una lampada e lo svuoto di tutto quello che conteneva. C’è tutto quello che mi ha accompagnato fino ad oggi, metto in fila tutto e scelgo, seleziono. Affetti, amicizie… qualcosa si è perso per strada, qualcuno se n’è andato, qualcosa si è rotto forse per sempre, ma qualcosa ancora resta nell’angolo più intimo e vero di quella che è la mia storia. Incontri, emozioni, sguardi. Qualcosa servirà ancora, aggiungo quello che prima mancava e di cui non mi ero accorto finora. Chiudo lo zaino e lo rimetto sulle spalle. Non vedo più la lampada sul mio tavolo, non aspetto più il Genio gentile e comunque tre desideri sono pochi. La notte di San Lorenzo regala tante volte un bellissimo cielo stellato, quando cade una stella non si realizza nessun desiderio ma solo l’emozione di un cielo visto con il naso all’insù. Il nostro destino ce lo costruiamo da soli, nel bene e nel male. Regala sorrisi e amarezze, qualche vittoria e molte sconfitte. L’ultima sconfitta è sempre quella che fa più male, ma può anche diventare un punto di partenza per riprendere a camminare a testa alta, con il naso all’insù ad aspettare quella stella che non cade mai nel posto giusto e nel momento giusto. L’isola che non c’è esiste solo nelle favole, lo so. So anche che è un’utopia. Ma le utopie sono importanti quando si cammina. Fanno compagnia, raccontano e sanno sempre regalare un sorriso. Come le favole.

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Il Calcio, Terapia Contro Solitudine E Disagio Psichico http://www.sonda.life/citta-in-movimento/il-calcio-terapia-contro-solitudine-e-disagio-psichico/ http://www.sonda.life/citta-in-movimento/il-calcio-terapia-contro-solitudine-e-disagio-psichico/#respond Sun, 12 Aug 2018 21:59:20 +0000 http://www.sonda.life/?p=7296 Di Filippo Nardozza

 

Arriva a Milano a settembre il “Campionato delle Regioni”, torneo di calcio a 8 fra squadre del nord ovest milanese. In campo, insieme, adolescenti, rifugiati politici e utenti del Dipartimento di Salute Mentale del Fatebenefratelli-Sacco.

 

Che lo sport, soprattutto il calcio, sia uno strumento particolarmente efficace di svago terapeutico e via di integrazione per persone con disagio psichico, oltre che di promozione della lotta allo “stigma” che li colpisce, non è una novità. Tanto che da qualche anno si tiene un vero e proprio campionato mondiale di calcio a 5 dedicato a giovani con problemi di salute mentale (lo scorso maggio la Dream World Cup si è svolta a Roma, dopo l’edizione pilota in Giappone).

E’ in questa direzione, e con una certa attenzione rivolta anche ai giovani rifugiati politici particolarmente esposti al rischio di solitudine, che a Milano a settembre arriva (dal 27 al 30) il Campionato delle Regioni, torneo di calcio a 8 fra delegazioni sportive provenienti da 12 regioni d’Italia. A partecipare una squadra di rifugiati politici, una di adolescenti milanesi e una formata da utenti del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze dell’azienda socio-sanitaria Fatebenefratelli-Sacco di Milano. Un progetto giunto alla sua terza edizione, dopo le manifestazioni svoltesi in Puglia e a Urbino negli scorsi anni, e che per la prima volta arriva in Lombardia, dove ci sono 14 dipartimenti di salute mentale che usano lo sport come strumento terapeutico, come rivela Redattore Sociale.

Gli incontri sportivi del Campionato delle Regioni a Milano saranno realizzati a cura dell’associazione “Bonola Boys”, coordinata da Daniela Molinari, infermiera del Dipartimento di cui sopra diretto dal professor Claudio Mencacci, nonché a sua volta calciatrice. La polisportiva della periferia nord ovest milanese è nata dalla volontà di alcuni utenti del Centro Psico Sociale di zona Bonola (che afferisce proprio all’azienda socio sanitaria Fatebenefratelli-Sacco) di occuparsi di riabilitazione attraverso lo sport e di utilizzare il calcio per agevolare le relazioni fra ragazzi con malattie psichiatricheracconta Molinari all’Agenzia . Tanto che ogni anno da ottobre a giugno viene organizzato un campionato regionale in collaborazione con Unione Italiana Sport per Tutti (Uisp) e Anpif, Associazione Nazionale Psicologi in Farmacia, altra realtà che si occupa di integrazione sociale.

E non ci si limita al calcio. Fra gli sport che in regione vengono praticati dai pazienti c’è anche la pallavolo e la ginnastica dolce per pazienti gravi con problemi di mobilità. “Serve soprattutto per i cronici che hanno una certa età e che non si possono avvicinare agli sport di squadra, perché prendono farmaci neurolettici da molto tempo, non possono compiere grandi sforzi e attività fisiche” spiega ancora l’infermiera.

Oltre allo sport, la tre giorni milanese in programma dal 27 al 30 settembre sarà ricca di eventi “per combattere la solitudine”: bancherelle con prodotti gastronomici, una grigliata e due visite per i luoghi più caratteristici di Milano dove le guide saranno proprio utenti del Dipartimento salute mentale del Fatebenefratelli-Sacco. Sabato 29 settembre è prevista inoltre una manifestazione serale con il municipio di zona 8, oltre al coinvolgimento per tutta la durata del weekend delle associazioni di anziani nel quartiere e quelle dei rifugiati politici come la “Don Orione”.

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Mediterraneo: Un Cimitero Di Oltre 1.500 Morti http://www.sonda.life/in-evidenza/mediterraneo-un-cimitero-di-oltre-1-500-morti/ http://www.sonda.life/in-evidenza/mediterraneo-un-cimitero-di-oltre-1-500-morti/#respond Sun, 12 Aug 2018 21:57:14 +0000 http://www.sonda.life/?p=7293 Di Lucio Salciarini

Secondo alcuni recenti dati dell’Unhcr, nei primi sette mesi del 2018, sono stati oltre 1500 i migranti morti nel tentativo di attraversare  il Mediterraneo. Numeri drammatici che fanno di questo piccolo tratto di mare “la rotta bagnata più’ letale del mondo”.

 

Malgrado la riduzione degli sbarchi sulle coste europee resta preoccupante il numero dei morti annegati. Un cimitero marittimo, dove si fa finta di non vedere, dove chi dovrebbe intervenire tace, blocca le barche delle ONG e respinge violando i trattati  sull’accoglienza e sul soccorso marittimo. Secondo l’inviato speciale dell’Unhcr per il Mediterraneo Vincent Cochetel “I paesi che si trovano lungo le rotte di transito devono affrettarsi nel trovare soluzioni che possano fermare e smantellare le reti dei trafficanti di uomini”.

La politica della chiusura dei porti non può che peggiorare quindi la situazione perché i trafficanti, fanno sapere dall’agenzia delle Nazioni Unite, “starebbero organizzando traversate sempre più pericolose su imbarcazioni sempre meno adatte alla navigazione”. Sono parole che pesano, soprattutto per la politica, che non vuole agire nel merito ma preferisce la linea del sangue.

Un ulteriore e significativo dato dell’Unhcr sottolinea che ad accogliere la maggior parte dei nuovi arrivi è la Spagna, con oltre 23.500 immigrati  sbarcati negli ultimi mesi. La politica italiana però sembra essere miope rispetto ai numeri e continua a dettare la linea del terrorismo psicologico, imponendo la paura nei confronti di una fantomatica invasione, di cui – come ci dicono i dati – non vi è traccia alcuna.

l’Unhcr ha lanciato un appello affinché venissero rafforzate le capacità di ricerca e soccorso nel mare Mediterraneo dopo che diverse restrizioni di tipo legale erano state imposte alle navi delle Ong impegnate nei soccorsi.  “Capacità di ricerca e un meccanismo sicuro per lo sbarco sono la base da cui richiedere con forza un approccio politico comune e solidale  dell’Europa nel salvare vite umane”.

 

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La Lettura Del Mese http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-32/ http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-32/#respond Sun, 12 Aug 2018 21:53:41 +0000 http://www.sonda.life/?p=7291

T.B. Kennington (1856-1916), Lady Reading by a Window (ca.1911)

SCRITTI DI SILENZIO

 

Francesco Biamonti, Il silenzio (EINAUDI)

 

Giovanni Pozzi, Tacet (ADELPHI)

 

 

– Dev’essere una donna fine, – egli disse.

– Anche troppo. Fine e isolata, – lei rispose. – Cerca pace.

 

Non serve essere esploratori o avere una guida per trovare il silenzio.

Non serve necessariamente raccontarsi o, forse peggio, dare lezioni per scriverne.

Due figure di un altro tempo, lo scrittore Francesco Biamonti e il religioso Giovanni Pozzi, quasi coetanei e purtroppo scomparsi, a distanza di un anno l’uno dall’altro, ormai già da diverso tempo.

Due ultimi testi che quasi non sono neanche libri, ma letture appunto: un inizio di romanzo il primo, un’edizione a tiratura limitata il secondo…

In cui il silenzio, al contrario di quanto si cerchi di far credere oggi, è compagno stretto della SOLITUDINE. Una solitudine sofferta e comunque ricercata, consola e ferisce, come il paesaggio di Biamonti, rifugio segnato da «cose distrutte, altre in via d’estinzione».

In un’intervista, lo scrittore di San Biagio della Cima, Imperia, spiegava: «Nel mio romanzo Dio si allontana, si allontana dal mondo fino alla riva del silenzio […] Lo sfondo del romanzo è che le fedi morenti spargono più veleno che le fedi viventi».

E ancora, in altra occasione: «Lavoro sui personaggi, varie generazioni di personaggi. Anche più giovani, che sono obbligati ad agire in un mondo dove sono stati gettati a vivere senza loro colpa. (…)  perché queste stolte generazioni sessantottine e post-sessantottine hanno basato la loro vita su un atto di fede, una fede stolta appunto. Ora sono rimasti lì, tra cinismo e spettacolo».

Una volta aperto, in realtà Il silenzio non è che una storia d’amore.

Perché Biamonti, pur alla fine della sua vita, di SPERANZA ne ha, più di tanti giovani e meno giovani di oggi: «C’è una polverizzazione dell’uomo, è vero, ma c’è anche una polverizzazione di ciò che lo distrugge. In qualche modo, ci si difende dalla necessità del consumo. M’illuderò, ma penso che gli spazi della libertà  cresceranno…».

 

 

 

Non incontrò nessuno sulla strada che saliva al paese e che, dal paese muto, portava a casa. Lisa si spogliò davanti a vetri carichi di silenzio: immersa in riflessi di madreperla. Dietro la sua testa, la collina si profilava nell’alba. – Perché non mi hai fermata? – chiese.

  1. Biamonti, Il silenzio

 

L’ascesa e la passione, il patimento, movimenti che si ritrovano nel Tacet di Giovanni Pozzi.

Così come la solitudine, la cui radice indica separazione, che è infatti una continua tensione: “Ogni proposito di vita solitaria si scontra col paradosso che, se cercata, la solitudine è inafferrabile; se ti afferra, è insopportabile.

E se è vero che: “Solo capace di solitudine è l’individuo che sa sottrarsi alla banalità quotidiana, il che comporta fuga dal consorzio umano. […] l’uomo non si ritrova solo, perché l’anima porta con sé l’inquietudine e la curiosità che le bollono dentro e sprigionano i suoni delle parole.

PAROLA  e SILENZIO allora: silenzio nella parola, silenzio di chi ascolta, silenzio per la memoria. E: “Dal bulbo della lectio nasce lo stelo della meditatio, sulla cui cima si apre il giglio dell’oratio in forma di parole ricordate, ricombinate, rielaborate, reinventate, ricopiate (…).

PAROLA e LETTURA, PAROLA e SCRITTURA: “l’una attinge dall’alfabeto il senso e lo affonda nello spirito; l’altra ve lo estrae e lo effonde sulla pagina tracciandone il sentiero. È un cammino silenzioso.

È un cammino in salita che se intrapreso può portare alla contemplatio, la quale: “è sguardo e pensiero fisso sull’uno (…). Comporta la riduzione all’uno sia dell’emittente che del mezzo di comunicazione: propria del solitario, cancella il discorso perché abolisce il trascorrere del tempo.

Ma: “Scalatore che raggiunta la vetta non può dimorarvi, il contemplativo è condannato al perpetuo ritorno. (…) è un eterno pellegrino, teso a una meta di solitudine instabile e di silenzio provvisorio.

Non restano che, conclude Giovanni Pozzi: Le stanze della solitudine e del silenzio.

La cella del cuore, “(…) al centro dell’uomo: il cuore che mai non dorme, vigile nell’ascolto (…) cella segreta (…)”, e il libro in quanto: “deposito della memoria, antidoto al caos dell’oblio, dove la parola giace, ma insonne, pronta a farsi incontro con passo silenzioso a chi la sollecita.

Il libro che come il paesaggio di Biamonti: “Colmo di parole, tace.

E come diceva quest’ultimo, compito dell’ARTISTA è proprio: «restituire l’emozione che dà il mondo, la vita, la contemplazione della rovina, la contemplazione del sorgere della vita (…) parte da un’emozione, poi, se non diventa forma, certo rimane un grido, un gemito».

TACERE, leggere ed eventualmente anche scrivere: esercizi per le vacanze?

 

A cura di Giulia Caravaggi

 

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Il Ministro, La Famiglia E La Legge Mancino http://www.sonda.life/in-evidenza/il-ministro-la-famiglia-e-la-legge-mancino/ http://www.sonda.life/in-evidenza/il-ministro-la-famiglia-e-la-legge-mancino/#respond Mon, 06 Aug 2018 10:29:45 +0000 http://www.sonda.life/?p=7286 Di Maurizio Anelli.

 

C’è (una volta) un giovane signore di nemmeno quarant’anni che di mestiere fa il Ministro della Repubblica. Più in dettaglio è il Ministro per la famiglia e le disabilità. Decido di analizzare meglio queste due parole perché ho, al momento, alcuni dubbi sulla mia lucidità.

Famiglia (antropologia) – Istituzione fondamentale in ogni società umana, attraverso la quale la società stessa si riproduce e perpetua, sia sul piano biologico, sia su quello culturale. Le funzioni proprie della famiglia comprendono il soddisfacimento degli istinti sessuali e dell’affettività, la procreazione, l’allevamento, l’educazione e la socializzazione dei figli, la produzione e il consumo dei beni. Tuttavia, malgrado la sua universalità, la famiglia assume nei diversi contesti sociali e culturali una straordinaria varietà di forme, sì da rendere problematico individuare un tratto distintivo che la caratterizzi in ogni circostanza. http://www.treccani.it/enciclopedia/famiglia/

diṡàbile – Termine in uso nel linguaggio burocratico, sociologico e anche medico, riferito a soggetti che abbiano qualche minorazione fisica o anche psichica di grado relativamente non grave; sinonimo talora di handicappato. http://www.treccani.it/vocabolario/disabile/

Era quello che pensavo, quindi sono ancora abbastanza lucido.  E forte di quest’autostima riacquistata, mi dico … bene, quindi ora c’è un ministro che si occuperà a tempo pieno dei problemi delle famiglie e dei disabili, si batterà per i loro diritti e le loro esigenze. Ma, fin dal primo giorno, nella mia testa qualche dubbio serpeggiava sulle capacità di questo giovanotto. La sua storia, le sue dichiarazioni così dure su qualunque famiglia diversa dalla sua non mi sembravano un buon inizio. https://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2018/07/26/lorenzo-fontana-famiglie-arcobaleno-gay/222230/

La dignità delle persone, la loro libertà individuale: linfa per ogni albero e per ogni foresta, non rientra nei piani del Ministro. Ma andiamo avanti, proviamo per un attimo a interrogarci su quale possa essere il pericoloso legame tra la famiglia, la disabilità e la legge Mancino. Legge n. 205 del 25 giugno 1993, questa legge condanna  l’incitazione alla violenza e alla discriminazione razziale, etnica e religiosa. La legge punisce anche l’uso di simboli legati a movimenti e ideologie riconducibili al nazifascismo. Ora, dando per scontato che chiunque, dotato di un livello minimo di conoscenza della storia del Novecento,  in Italia, in Europa e nel mondo, sappia cosa il nazismo e il fascismo abbiano rappresentato per l’umanità, ci chiediamo perché un Ministro della Repubblica il cui compito sarebbe di occuparsi al meglio delle famiglia e delle disabilità abbia interesse e desiderio di cancellare una legge di questo genere. Credo che tutti i cittadini dovrebbero porsi questa domanda e darsi delle risposte.

C’è una voglia, nascosta da qualche tempo e che adesso emerge sempre più chiaramente, di prove di forza. I muscoli devono essere esibiti. C’è un seme fascista che vuole riprendere il suo spazio e per farlo batte tutte le strade, compresa quella di cancellare una legge. Ma questo è un Paese dove molte leggi faticano a trovare rispetto e applicazione e sarebbe interessante che i vari Ministri degli Interni che si sono succeduti in tutti questi decenni dessero una risposta sul perché le leggi Scelba e Mancino vengono spesso ignorate e disattese. Si potrebbe andare indietro nel tempo e ricordare che già il Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante era una violazione della Legge Scelba e un insulto alla costituzione ma oggi la realtà sembra ancora più pesante.  Nel Gennaio del 2018, a Roma, Casapound organizza una manifestazione dove migliaia di braccia tese gridano “presente!” e a Macerata, poche settimane dopo, il militante di estrema destra Luca Traini spara contro un gruppo di persone di origini africane. Al momento dell’arresto alza il braccio nel saluto romano. Nei giorni successivi la formazione politica di Forza Nuova detta su tutti i giornali e a tutte le agenzie la nota “… noi oggi ci schieriamo con Luca Traini”, offrendo pubblico sostegno all’autore del fatto. È del tutto evidente il legame fra le organizzazioni di estrema destra e le idee xenofobe e razziste che sono presenti nel Paese. Eppure il Ministro della Famiglia e delle Disabilità non si batte contro tutto questo ma concentra la sua attenzione e le sue forze sulla cancellazione della legge Mancino. E allora provo a mettere insieme i fili di questa storia: il concetto di famiglia, per esempio. Sembra che oggi tutti siano esperti su cosa significhi la parola in questione e ognuno si arroga il diritto di pensare che la sola definizione giusta di famiglia sia quella propria. Strano, sembra che i più illuminati su quale sia la famiglia perfetta abbiano dimenticato cosa ha rappresentato il fascismo per le famiglie. I più vecchi probabilmente ricordano con nostalgia le conquiste coloniali e la potenza dell’impero fascista, ma forse in quegli anni le famiglie in Italia non se la passavano molto bene.  Non aiutò le famiglie il regio decreto del 3 giugno del 1937 con cui venne istituito “l’Ente nazionale fascista fra le famiglie numerose”.  La motivazione non era da ricercare nella solidarietà verso le famiglie numerose ma aveva altre origini, decisamente meno nobili “… solamente la vittoria della battaglia demografica può garantire la vita e quindi la giovinezza, la potenza militare, l’espansione economica e la conseguente gloria dell’Impero fascista”.  http://www.lombardiabeniculturali.it/archivi/profili-istituzionali/MIDL000234/

Più tardi, nel 1939, un’altra legge promulgata da Vittorio Emanuele III istituì anche un premio: la medaglia d’onore per le madri di famiglie numerose. Ma forse era solo un atto di sudditanza, uno in più, verso la Germania nazista di Hitler che un anno prima aveva istituito la “Croce d’onore per le madri tedesche”. Provo a mettere insieme i fili di questa storia dicevo, e mi tornano alla mente i racconti dei miei nonni e della fatica che facevano per mettere insieme una cena decente durante il fascismo, e i racconti di quella notte infinita di miseria e di fame. Quella notte durò vent’anni. Ma come posso pretendere che un giovanotto come il Ministro Fontana possa capire queste piccole storie di vita durante quell’epoca così tragica per milioni di Italiani? Infatti, non lo capisco e non elemosino certo la sua comprensione. Fatica inutile, non vale la pena. Però sono consapevole che i problemi della famiglie italiane e dei disabili, oggi non sono certo determinati dalla legge Mancino, una legge in linea con la Costituzione nata dalla Resistenza. I problemi delle famiglie italiane e dei disabili hanno altri nomi e altre origini. Soprattutto hanno altri colpevoli. Ma questo è un momento in cui la linea scelta è molto chiara, restituire voce alla destra, indicare con un dito i colpevoli: migranti, zingari, famiglie arcobaleno, gay, lesbiche e perché no… gli antifascisti. In una parola, molto cara a tutti i poteri di sempre, l’antagonismo sociale. Nulla deve rompere gli equilibri su cui si fonda il castello di carta e nulla deve disturbare il conducente. Qualcuno sogna davvero la “ruspa”, e a turno tutti vogliono guidarla per un tratto di strada. Altri osservano, silenziosi e complici.

Ma c’è un problema, ci sarà sempre un problema. I castelli di carta cadono, prima o poi. A volte restano in piedi anche vent’anni e fanno danni enormi, dividono e lacerano, spesso portano lacrime e rabbia, ma poi c’è sempre un colpo di vento che li fa cadere. Il vento arriva sempre, è solo questione di tempo. Arriverà anche questa volta, perché solo il vento può spazzare via l’odore del letame.

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Salute Mentale: Peggiora La Situazione Tra I Detenuti http://www.sonda.life/in-evidenza/salute-mentale-peggiora-la-situazione-tra-i-detenuti/ http://www.sonda.life/in-evidenza/salute-mentale-peggiora-la-situazione-tra-i-detenuti/#respond Mon, 06 Aug 2018 10:26:09 +0000 http://www.sonda.life/?p=7283 Di Lucio Salciarini.

Sono diverse le tipologie che caratterizzano il malato di salute mentale, più o meno gravi, tutte hanno bisogno di cure immediate.

Secondo un recente rapporto dell’Associazione Antigone la malattia mentale o il disagio psichico sono le patologie più diffuse tra i detenuti nelle carceri italiane. I ricercatori dell’associazione hanno evidenziato come “l’assenza di una riforma che contrasti il sistema di disagio sociale dovuto spesso alla mancanza di diritti, che vivono quotidianamente i detenuti nelle nostre carceri, aumenti considerevolmente i casi di malattia psichiatrica o disagio mentale”. La riforma dell’ordinamento penitenziario che l’attuale governo ha bloccato, secondo gli esperti di Antigone, “avrebbe consentito di migliorare la situazione del malato, trattando la malattia mentale al pari di quella fisica. Mancando la riforma, il problema è andato a peggiorare, infatti, negli ultimi periodi, persone detenute che vivono una situazione di disagio mentale sono in forte aumento”. Un problema enorme che stenta a risolversi senza un intervento massiccio delle istituzioni. Gli esperti hanno inoltre segnalato  alcuni dati allarmanti in merito all’assistenza psicologica dei detenuti con problemi di disagio psichico, sembrerebbe infatti, che sebbene questa sia la malattia più diffusa tra i detenuti, il supporto medico e psicologico sia notevolmente basso. Secondo i dati del rapporto  Antigone infatti, su 100 detenuti,  il numero medio di ore di presenza dei medici è pari a 84, 2, mentre il dato sulla presenza degli psichiatri nei penitenziari scende rovinosamente a circa 9 ore per 100 detenuti, una differenza questa che trascina inevitabilmente il malato in un peggioramento della propria diagnosi.

“Il sistema penitenziario” dichiarano i ricercatori “è governato da una legge del 1975, epoca in cui tutto era molto diverso da oggi, per questo è necessaria una trasformazione della vita penitenziaria al fine di rendere il carcere un periodo di transito utile per il detenuto”.

Un altro tema che Antigone approfondisce nel rapporto è la situazione  delle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (REMS), strutture nate successivamente alla chiusura degli ospedali psichiatrici.  Ad oggi sul territorio italiano si contano 30 residenze attive, con 625 persone ospitate. La struttura più grande è quella di Castiglione delle Stiviere, in Lombardia: questa ospita 155 persone, nonostante la capienza massima sia di 20 pazienti (come regolato dalla legge 81/2014). Sono anche altre le criticità del sistema carcere denunciate dai ricercatori di Antigone, come per esempio il tema delle cartelle cliniche. Ad oggi, secondo l’associazione, oltre il 75 per cento delle carceri la cartella clinica è scritta a mano e non digitalizzata. Ciò non permette il passaggio dei dati dopo la fine della carcerazione, in caso di trasferimento in altro carcere o di rientro in un paese estero, con la conseguente perdita di opportunità di cura e occasioni di prevenzione importanti.

C’è ancora molto da fare quindi per migliorare la vita dei detenuti e un appello alle istituzioni nel cercare soluzioni utili per salvaguardare la salute dei carcerati è quanto più doveroso se non obbligatorio. Anche chi ha sbagliato ha diritto ad una vita normale, a curarsi e a cercare un nuovo percorso di reintegrazione nel tessuto sociale. Il diritto alla cura non può essere negato.

 

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Calano Gli Incidenti, Aumentano I Morti. I Numeri Confermano La Ricetta Fiab Di Safety In Numbers http://www.sonda.life/in-evidenza/calano-gli-incidenti-aumentano-i-morti-i-numeri-confermano-la-ricetta-fiab-di-safety-in-numbers/ http://www.sonda.life/in-evidenza/calano-gli-incidenti-aumentano-i-morti-i-numeri-confermano-la-ricetta-fiab-di-safety-in-numbers/#respond Mon, 06 Aug 2018 10:23:39 +0000 http://www.sonda.life/?p=7280 di Alessandro Di Stefano.

 

Nel 2017 sono aumentati i morti a seguito di incidenti stradali, mentre il numero dei sinistri è leggermente calato. Secondo il recente rapporto ACI-Istat lo scorso anno sulle strade italiane si sono verificati 174.933 incidenti che hanno provocato lesioni a persone (-0,5% rispetto all’anno precedente). Stando sempre allo studio è tuttavia cresciuto il numero delle vittime, 3378 in tutto, 95 in più del 2016 e tra gli utenti della strada più coinvolti in questo aumento compaiono automobilisti (+1,9%), pedoni (+5,3%) e motociclisti (+7%).

È diminuito invece del 7,6% il numero dei morti tra i ciclisti a seguito di incidenti stradali nel 2017. I dati ACI-Istat tuttavia confermano la preoccupazione che ispira da anni l’impegno di Fiab sulla questione della sicurezza stradale. Oltre alle campagne sul territorio, all’attività di pressione sui decisori politici perché si metta mano alla riforma del Codice della Strada, la Federazione ha prodotto diversi documenti a commento di una vera e propria emergenza sicurezza sulle nostre strada. L’ultimo di questi è a firma del Responsabile sicurezza Fiab Edoardo Galatola, il quale commenta le statistiche ACI-Istat 2017 sugli incidenti suggerendo di non farsi troppe illusioni su quel -7,6% dei morti tra i ciclisti.

Sul dato generale del calo degli incidenti stradali in Italia, Galatola precisa che «nel periodo 2011-2017 la riduzione della mortalità complessiva in Italia è stata del 12%, ben lontana dall’obiettivo di dimezzamento in dieci anni richiesto dal quarto programma quadro comunitario». Nel decennio 2001-2010, ricorda sempre il Responsabile sicurezza Fiab, «la riduzione dei sinistri raggiunta era stata del 42%, con l’obiettivo quasi raggiunto».

I numeri che Edoardo Galatola inserisce nel documento pongono l’Italia agli ultimi posti per quanto riguarda la sicurezza stradale all’interno delle città, dove statisticamente, per quel che riguarda l’Italia, più di una vittima su due (52%) è un utente non motorizzato. Cosa fare dunque per ridurre il numero dei sinistri nelle città che valgono una fetta del 43% sul numero complessivo di incidenti? «Zone 30, incentivi alla mobilità sostenibile», sono i primi strumenti che Fiab da sempre suggerisce agli amministratori per restituire lo spazio alle persone, togliendolo così alle auto.

Uno dei provvedimenti più significativi che avrebbe potuto andare in questa direzione è stata «la legge quadro per la riforma del Codice della strada», ricorda Galatola nel documento Fiab citando una della battaglia portate avanti dalla Federazione negli ultimi anni della scorsa legislatura e che attende ora scelte concrete da parte del nuovo Parlamento.

Secondo le statistiche Aci-Istat i ciclisti morti a causa di incidenti stradali sono stati 254 nel 2017. Le cifre secondo Fiab sono «tra i valori più bassi di sempre», nonostante ancora molto si debba fare per sensibilizzare l’opinione pubblica e la politica. Eppure questa diminuzione dei decessi a fronte di una «costante crescita della mobilità ciclistica in Italia dimostra la validità del concetto di Safety in numbers, ovvero più ciclisti uguale più sicurezza per tutti».

Continuando dunque a parlare di mobilità attiva, di spazio pubblico e di intermodalità, Fiab ha le idee chiare sul dove devono indirizzarsi le attenzioni degli amministratori e dei politici. Ne abbiamo discusso con i candidati in Parlamento qualche mese fa, proponendo loro la nostra “dieta del traffico”. Prendendo spunto dal documento di Galatola, è il 20-20-20 l’obiettivo della percentuale degli spostamenti in bici, a piedi e con i mezzi pubblici a cui le città dovrebbero puntare per dare il proprio contributo sulla sicurezza del nostro spazio pubblico.

http://www.fiab-onlus.it/bici/attivita/campagne-ed-interventi/codice-di-sicurezza/item/2038-incidenti-stradali-istat-mobilita-fiab.html

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La Paura Della Cultura http://www.sonda.life/in-evidenza/la-paura-della-cultura/ http://www.sonda.life/in-evidenza/la-paura-della-cultura/#respond Mon, 30 Jul 2018 09:14:29 +0000 http://www.sonda.life/?p=7277 Di Maurizio Anelli.

L’arte che fa paura. Fanno paura le immagini, come quelle di un murale che diventa un grido di denuncia che fa tremare anche uno Stato potente come quello di Israele. Jorit Agoch è un artista nato a Napoli, da padre italiano e madre olandese. La sua storia di artista comincia da ragazzino, dipingendo i muri della sua città, Quarto, periferia di Napoli. Il ragazzo ci sa fare, frequenta l’Accademia Di Belle Arti a Napoli e si laurea con il massimo dei voti. Compie molti viaggi in Africa e l’Africa lascia sempre il segno in una persona sensibile. Torna in Italia e da quel momento dipinge solo volti, questi riportano sempre due strisce rosse sulle guance, ricordo di lontani rituali africani. È bravo Jorit, le sue immagini fanno il giro del mondo. Lo stato di Israele, però, non è fra i suoi ammiratori e un bel giorno l’esercito israeliano toglie i colori dalle sue mani e li sostituisce con le manette. Viene arrestato a Betlemme. La sua colpa? Aver disegnato un’opera d’arte sul muro della vergogna: il volto di Ahed Tamimi. Nella serata di domenica 29 luglio viene rilasciato ma espulso dal Paese, con l’accusa di aver “danneggiato e imbrattato la barriera di difesa nella zona di Betlemme”

Ahed Tamimi, diciassette anni. Liberata nella mattinata dello stesso giorno dalle prigioni israeliane dopo otto mesi di carcere. La sua colpa? Uno schiaffo dato a un soldato dell’esercito israeliano che voleva impedirle di partecipare a una manifestazione contro l’occupazione. Quello schiaffo è stato un atto di ribellione non solo contro il soldato e l’esercito: è stato lo schiaffo che i giovani palestinesi dell’ultima generazione hanno dato a una serie infinita di promesse non mantenute e di accordi violati. È stato lo schiaffo, consapevole, di chi non si arrende e decide di battersi in prima persona per difendere la propria dignità, il proprio diritto ad esistere. Quello schiaffo ha fatto di Ahed Tamimi un’icona dentro e fuori dai territori palestinesi, il simbolo di chi non si piega di fronte a nulla. Le sue prime parole, dopo otto mesi nelle carceri di Israele sono un inno alla dignità: “La resistenza continuerà finché l’occupazione non sarà stata rimossa”.

http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2018/07/29/medio-oriente-gaza-israele-tamini-strett-artist-murale_ce4f2978-733e-4921-8e60-a3c7d3c337ae.html

L’arte fa paura, da sempre. Come la poesia, la musica, la scrittura… perché è la cultura nel suo insieme che mette paura. Lo pensava anche il Generale Augusto Pinochet quando ordinò ai suoi servi di spezzare la vita e le mani di Victor Jara, poeta e musicista del sogno cileno. La sua storia si fermò nelle fetide camere di tortura cilene passando per uno stadio, il suo corpo fu ritrovato crivellato di colpi ma il popolo cileno continuò a cantare le sue canzoni e ancora oggi le canta. Victor Jara vive ancora nella mente e nel cuore di quanti lo hanno amato e hanno saputo danzare e sognare sulle note delle sue canzoni. Dopo oltre quarantacinque anni i suoi assassini sono stati individuati, troppo tardi e troppo piccola la loro condanna. Ma un giorno, prima o poi, anche il loro libro si chiuderà veramente, e quel giorno sarà un bel giorno per l’umanità intera.

Nell’ agosto 1912  a Bahia, in Brasile, nasceva Jorge Amado. Scrittore sovversivo e comunista militante, conobbe l’esilio e il carcere dove, in cella, seppe del rogo dei suoi libri nella pubblica piazza. Che cosa aveva da temere il Brasile degli anni ’30 dai suoi libri? Era il Brasile di Getulio Vargas, che aveva instaurato una dittatura fascista chiamandola “Estado Novo”. Non erano tanto i libri di Jorge Amado a fare paura, quanto i lettori che attraverso quei testi avevano la possibilità di meglio comprendere la propria condizione, “rischiando” una presa di coscienza pericolosa e potente. Negli anni ’30 i libri si bruciavano, in Europa come in Sud America.  Qualcuno vorrebbe bruciarli ancora oggi. La parola, detta scritta e persino disegnata in un murale, può cambiare il mondo in ogni momento più di un fucile. Noi, in questo Paese, lo sappiamo bene da tanto tempo. Lo abbiamo imparato e studiato, dai tempi del ventennio fascista ai giorni nostri. Penso a Giuseppe Fava o Peppino Impastato, penso a Ilaria Alpi. Penso anche ad Anna Politkovskaja, che ha sfidato il potere di Vladimir Putin e che per questo ha pagato due volte: prima con la sua vita e poi con le volgari risate di Silvio Berlusconi, premier d’annata che voleva compiacere l’amico Putin. Il Potere da sempre prova a mettere il bavaglio al pensiero e al coraggio della parola. Prima in modo subdolo, provando ad ammorbidirlo e sedurlo, quando poi tutto questo non basta con l’intimidazione e la repressione. Sempre, comunque, il potere cerca una giustificazione etica e morale di fronte alla paura della cultura, cerca consenso, e lo fa con ogni mezzo a partire dai più subdoli.

La cultura fa paura, quella sì. E non la si tollera, anzi la si disprezza. E allora ci si rifugia dietro ad un paravento, come fa il Governo di Israele che accusa un ragazzo di aver “danneggiato e imbrattato la Barriera di difesa nella zona di Betlemme”: quell’immagine sul muro della vergogna, a Betlemme, ha già fatto il giro del mondo, è la storia di Ahed Tamimi che ha solo diciassette anni, ha già conosciuto la rabbia, l’umiliazione e il carcere, ma non si è piegata. Potranno cancellarlo con una mano di calce o di vernice ma i reporter di tutto il mondo l’hanno già fotografato e resterà nella memoria, come un Guernica dei nostri tempi. Così come hanno fatto il giro del mondo le canzoni di Vicor Jara e i libri di Jorge Amado. Perché si possono spezzare mani e chitarre ma quelle canzoni qualcuno le canterà, sempre e ancora.

“… con gli ideali e con i sentimenti si costruiscono delle realtà sognate. La realtà, quella vera, è quella che ci aspetta fuori dalle porte del teatro. E per modificarla, se vogliamo modificarla, c’è bisogno di gesti concreti, reali. Però penso che un uomo senza utopia, senza sogno, senza ideali, vale a dire senza passioni e senza slanci sarebbe un mostruoso animale fatto semplicemente di istinto e di raziocinio, una specie di cinghiale laureato in matematica pura.” (Fabrizio De André)

 

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Il Tiro Al Bersaglio Sugli Stranieri E L’Odio Razziale Negato http://www.sonda.life/in-evidenza/il-tiro-al-bersaglio-sugli-stranieri-e-lodio-razziale-negato/ http://www.sonda.life/in-evidenza/il-tiro-al-bersaglio-sugli-stranieri-e-lodio-razziale-negato/#respond Mon, 30 Jul 2018 08:58:40 +0000 http://www.sonda.life/?p=7273 Di Penna Bianca.

Il richiamo del presidente Mattarella è stato chiaro: “L’Italia non può essere il far west dove uno spara a una bimba dal balcone”. L’episodio in cui un cittadino romano ha sparato con una pistola ad aria compressa per “provarla” contro una bimba rom non è però l’unico. In settimana, si è verificata un’aggressione ai danni di un cittadino cingalese a Milano. Anche in questo caso, circostanze quanto mai futili e violenza da saloon. Quello che più preoccupa dei due episodi è il potenziale sfondo razziale inquietante in cui si muovono. Per accertarlo servono approfondite indagini da parte delle forze dell’ordine, che rischiano però di essere la ricerca della prova diabolica.

Sull’episodio tragico di Roma, per esempio, gli inquirenti sono dubbiosi nell’attribuire un movente razziale. La dinamica non è chiara, dicono, l’accusato dichiara di non aver preso la mira. Evento, nel caso, davvero fortuito visto che il colpo pare essere partito dal settimo piano diretto verso la strada e con la pistola che sarebbe stata potenziata. Nel caso dell’aggressione di Milano lo sfondo razziale sembra invece più chiaro, ancorché non ci siano dichiarazioni degli inquirenti. Il cittadino cingalese è stato aggredito da un personaggio che gli intimava di parlare italiano al telefono e lo minacciava con un taglierino. Ne è nata una colluttazione nella quale l’aggressore, un cittadino italiano, è stato disarmato ma è ugualmente riuscito a provocare due fratture allo straniero. La notizia comunque non rimbalza sui grandi media e rimane ferma sulla cronaca di Milano.

Per ultimo, Vicenza, dove un uomo ha sparato con una carabina a piombini verso un operaio di pelle nera, capoverdiano, che stava lavorando su un ponteggio. Un altro episodio in cui il feritore si giustifica dicendo che voleva colpire un piccione. Anche qui l’aggravante dell’odio razziale non è automaticamente inclusa. Intanto, però, di casi di aggressione contro cittadini di origine straniera se ne contano numerosi ogni giorno. Eppure tutto ciò ancora non viene ritenuto sufficiente dagli inquirenti per parlare chiaramente di razzismo.

Quello che dovrebbe far riflettere, sia chi è chiamato a giudicare questi ed altri episodi sia chi li osserva come cittadini, è la discriminazione nei confronti delle vittime.

Immaginate, a parti invertite, un uomo di non comprovata italica etnia che spara proiettili di piombo, per provarli (così sostiene), contro una bambina neonata italiana. Sarebbe la polemica dell’estate. Sarebbe scoppiata la rivolta razzista. Invece tutto tace. Immaginate l’aggressione di un cingalese a un signore italiano che parla al cellulare. Ne sentiremmo parlare per mesi, con servizi dallo Sri Lanka e inchieste su quel Paese così violento. Provate a pensare se un signore capoverdiano avesse sparato addosso a un operaio italiano. Avremmo ascoltato tutto l’odio razzista contro i capoverdiani, contro i neri, le elucubrazioni da Ku Klux Klan  sulle caratteristiche etniche della violenza.

La discriminazione, non solo per quel che riguarda le aggressioni ma anche l’opinione pubblica, è evidente. Il monito di Mattarella contro la barbarie, ne siamo certi, cadrà inascoltato. L’aria si fa pesante, grazie a una politica rozza e irresponsabile, e ci stiamo trasformando in un luogo molto barbaro, che pretende di non avere le cartacce in terra come in Svizzera o di avere i prati ordinati come in Inghilterra, ma che poi somiglia sempre di più agli Usa dei tempi di Selma o al Sudafrica dell’apartheid. Con buona pace della falsa e stupida favoletta degli “italiani brava gente”.

ilmegafono.org

 

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Dissesto Idrogeologico In Italia: Aumenta Il Rischio Di Frane E Alluvioni http://www.sonda.life/in-evidenza/dissesto-idrogeologico-in-italia-aumenta-il-rischio-di-frane-e-alluvioni/ http://www.sonda.life/in-evidenza/dissesto-idrogeologico-in-italia-aumenta-il-rischio-di-frane-e-alluvioni/#respond Mon, 30 Jul 2018 08:55:22 +0000 http://www.sonda.life/?p=7270 Di Veronica Nicotra.

Uno scenario sempre più preoccupante quello che emerge dal rapporto “Dissesto idrogeologico in Italia” redatto dall’Ispra. I dati parlano chiaro: nel 2017, il 91 per cento dei comuni italiani sono stati a rischio e, ancora oggi, oltre 3 milioni di nuclei familiari risiedono in queste aree ad alta vulnerabilità. Inoltre, la superficie potenzialmente soggetta a frane (+2,9 per cento rispetto al 2015), così come quella potenzialmente allagabile, sono aumentate. Insomma, quasi il 4 per cento degli edifici italiani (oltre 550 mila) si trova in aree a pericolosità da frana elevata o molto elevata e più del 9 per cento (oltre 1 milione) in zone alluvionabili nello scenario medio.

“Tali incrementi sono legati a un miglioramento del quadro conoscitivo effettuato dalle Autorità di Bacino Distrettuali, con studi di maggior dettaglio e mappatura di nuovi fenomeni franosi o di eventi alluvionali recenti“: a dichiararlo l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. I valori più elevati di popolazione a rischio si trovano in Emilia-Romagna, Toscana, Campania, Lombardia, Veneto e Liguria.

Per quanto riguarda le industrie e i servizi, sono quasi 83 mila quelli posizionati in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata, con oltre 217 mila addetti esposti a rischio. Il numero maggiore di edifici a rischio si trova in Campania, Toscana, Emilia-Romagna e Lazio. Stando allo scenario medio, sono ben 600 mila le unità locali di impresa esposte al pericolo inondazione, con oltre 2 milioni di addetti ai lavori. In questo caso, le regioni nella situazione peggiore sono: Emilia-Romagna, Toscana, Veneto, Lombardia e Liguria.

A rischio, inoltre, è anche il patrimonio culturale italiano. Quasi 38 mila beni culturali si trovano infatti nelle aree franabili, tra cui oltre 11 mila ubicati in zone a pericolosità da frana elevata e molto elevata. Nello scenario a scarsa probabilità di accadimento o relativo a eventi estremi, si collocano 40 mila monumenti a rischio inondazione, di questi più di 31 mila sono in zone potenzialmente allagabili anche nello scenario a media probabilità. In ogni caso, i danni prodotti al patrimonio culturale sarebbero inestimabili, ma soprattutto irreversibili.

In Italia, il 91 per cento dei comuni, dunque, si trova a rischio idrogeologico, ma la situazione varia da regione a regione. In nove regioni (Valle D’Aosta, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Molise, Basilicata e Calabria) addirittura la percentuale sale al 100 per cento. Si mantiene tra il 90 e il 100 per cento in Abruzzo, Lazio, Piemonte, Campania, Sicilia e nella Provincia di Trento.

ilmegafono.org

 

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La Cassetta Degli Attrezzi E La Foto Giusta http://www.sonda.life/in-evidenza/la-cassetta-degli-attrezzi-e-la-foto-giusta/ http://www.sonda.life/in-evidenza/la-cassetta-degli-attrezzi-e-la-foto-giusta/#respond Mon, 23 Jul 2018 08:16:05 +0000 http://www.sonda.life/?p=7266 Di Maurizio Anelli

 

“… Quando scatti una foto ti vengono in aiuto tante cose: l’esperienza, la cultura, l’attenzione, l’amore, la passione, la pietà che si prova o l’innamoramento di cui si è già stati preda in quel momento per quella cosa che si sta fotografando. Poi segue un secondo momento, che è il momento della scelta, quando si decide di scegliere tra le varie foto già scattate in un’occasione o in un anno o in un giorno. Il fotografo ne sceglie una. Dice a se stesso: questa è quella giusta. Mi rappresenta, e rappresenta quello che ho visto. Dopodiché quella foto può diventare qualcosa in grado di testimoniare, di documentare… ciò che sarà utile per raccontare un tempo quello che fu.”

(Letizia Battaglia) – http://www.emsf.rai.it/grillo/trasmissioni.asp?d=781#stria

Ho letto questa intervista tanto tempo fa e in questi giorni l’ho recuperata, riletta e sezionata in ogni parola. In quel “ … questa è quella giusta. Mi rappresenta, e rappresenta quello che ho visto…” sono racchiusi tutti i perché della bellezza che una macchina fotografica sa regalare. È come un lungo viaggio, silenzioso e affascinante, in compagnia di se stessi. Guardi, osservi, e due sentimenti contrapposti solo in apparenza t’invitano a fare quella fotografia: da una parte vivere quel momento che può avere mille ragioni e dall’altra volerlo raccontare e condividere. C’è un viaggio che ognuno di noi fa, prima o poi: è quello dentro le proprie convinzioni e contraddizioni, dentro la propria storia che racconta sempre qualcosa. La storia di ognuno di noi è sempre figlia dei tempi che si attraversano e la nostra, oggi, è figlia di tempi cattivi, dove l’indifferenza è la grande padrona di casa. Ma in fondo non sono tempi così diversi e così lontani da quelli che hanno vissuto i nostri padri, i nostri nonni. Il vero “peccato originale” dell’uomo non è stato la mela mangiata come ci raccontano e ci vogliono far credere da sempre, no davvero. È l’indifferenza. Quell’indifferenza che fa girare lo sguardo dall’altra parte ogni volta che guardare costringe a pensare, a reagire, a prendere decisioni. Qualcuno, molti in verità, ha girato lo sguardo da un’altra parte nel novecento, non guardando in faccia l’inferno che si stava annunciando in tutta chiarezza. Molti non hanno voluto vedere il fumo che usciva dai camini di Auschwitz. In seguito molti hanno fatto finta di non vedere quello che succedeva in quell’Africa che tutti, a turno, hanno violentato e fatto a pezzi. Molti hanno fatto finta di non sentire l’odore del napalm in Vietnam, le cannonate al Palacio de La Moneda a Santiago del Cile. Molti hanno finto di non vedere le migliaia di “Desaparecidos” nell’Argentina dei Generali. Infine il novecento si è chiuso con l’ultimo sguardo distratto e complice sulla Jugoslavia, da Sarajevo a Srebrenica. Sembra quasi che agli uomini gli occhi non servano più a nulla. Cosa c’è di diverso quindi dallo sguardo di oggi che non vede il dramma dei migranti e i morti del Mediterraneo ? Nulla, è lo stesso sguardo freddo e volgare di un tempo che fu e che è ancora. Eppure quel dramma in gran parte lo abbiamo costruito noi, con le nostre stesse mani sempre pronte a contare i soldi e a firmare le peggiori pagine della storia.

“Quella foto è quella giusta. Mi rappresenta, e rappresenta quello che ho visto… può diventare qualcosa in grado di testimoniare, di documentare… ciò che sarà utile per raccontare un tempo quello che fu.” racconta Letizia Battaglia. È così. Racconta quello che fu. E nel tempo di oggi le foto di un tempo raccontano quello che fu, da Auschwitz a Srebrenica, passando per Saigon, Santiago, Buenos Aires, Soweto, Kabul e Kobane, Gaza. Oggi le foto dei migranti morti nel Mediterraneo stanno facendo il giro del mondo, e un giorno racconteranno quello che troppi occhi fanno finta di non vedere adesso. Dovremo spiegarlo ai nostri figli e a figli dei nostri figli, e dovremo saperlo fare, perché le generazioni che verranno faranno tante domande, precise e dure. Saranno un pesante atto d’accusa verso la nostra generazione, com’è giusto che sia. Dovremo spiegare perché abbiamo accettato questo e perché non abbiamo saputo reagire con forza.

Credo nell’importanza della fotografia come documento, come un libro di storia da sfogliare. Per anni ho letto tutto quello che potevo leggere sui grandi fotoreporter di guerra: libri, mostre, la loro vita e la loro storia personale, Da Robert Capa a Donald McCullin e Nick Ut, Eddie Adams e Bernie Boston. La Guerra di Spagna e il Vietnam, la ribellione degli anni sessanta in America: nessuno meglio di loro è riuscito a spiegarle quei giorni con tanta forza. E poi Tina Modotti, la fotografa della rivoluzione messicana  la cui storia si intreccia con quella di Frida Kahlo, femminista e comunista come Tina. Fotografia e Pittura, un binomio bellissimo in un’epoca dura per l’arte, la Rivoluzione e il femminismo. Poi un giorno di molto tempo fa ho letto un intervista a Letizia Battaglia, che per molti è stata la fotografa contro la mafia siciliana.  Letizia è stata forse qualcosa di più. E anche la fotografia è qualcosa di più.

In una serie di interviste rilasciate a “Il Manifesto”, fra il giugno 2003 e l’aprile 2004, Donald McCullin affermò “… Fare il fotografo di guerra non è una professione ma un modo di vivere, di sentirsi quanto mai vicini alla condizione umana, alla radice del coraggio e delle paure, dell’incoscienza e degli ideali. Oggi tengo i negativi delle mie foto in un’altra ala della casa, lontano dalla camera da letto. Perché di notte i fantasmi di tutte le vittime di guerra che ho ritratto escono dagli schedari, e fanno il girotondo. Io non voglio disturbarli, l’ho già fatto abbastanza”. Oggi Donald McCullin è un uomo di ottantatré anni e da qualche tempo il suo sguardo è rivolto a paesaggi e natura. Non è una presa di distanze dagli anni in cui era tra i fotoreporter di guerra più famosi del mondo, ma forse una forma di pudore interiore, nei confronti di tutto quello che i suoi occhi hanno visto e le sue mani hanno fotografato. Perché fra le emozioni che una macchina fotografica sa regalare c’è anche quella dolcezza che cerchiamo e di cui abbiamo bisogno. Ernesto Che Guevara diceva che “ … bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza” . Credo fortemente nella bellezza di questa frase. Ognuno di noi segue la propria strada e, come mi ha detto una volta un carissimo amico, ognuno di noi ha la sua cassetta degli attrezzi per non perdere di vista i sentimenti, la tenerezza. Quando scatti una fotografia rovesci la tua cassetta degli attrezzi e ti regali un’emozione. Quell’emozione può avere mille colori: un momento di sofferenza e di ribellione umana, e allora può diventare un documento. Un paesaggio o uno sguardo intenso, un sorriso, il volto di una persona, e allora diventa quella tenerezza di cui hai bisogno in quel momento. Comunque sia è un momento vissuto, con tutto il suo profumo e il suo valore. Per questo non si straccia mai una fotografia, è una pagina vissuta. È un pezzo della propria piccola storia.

Anch’io ho un viaggio che sogno, dentro le mie convinzioni e contraddizioni. Un giorno riuscirò a farlo o almeno così voglio credere. Una compagna di viaggio: la macchina fotografica, meglio due… mai fidarsi troppo della tecnologia. E un paio di scarpe buone, in grado di portarmi dove non sono mai stato. Vedere, provare a capire quello di cui ho solo letto o sentito parlare. Conoscere posti, volti, storie, capire davvero quante verità esistono e devono essere raccontate a chi non le conosce. Scrivere e scattare una fotografia, in fondo sono cose che si danno la mano. La fotografia più bella sarà sempre la prossima, oppure quella che non sarò riuscito a fare.

 

 

 

 

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Migranti In Italia, Dai Centri Di Accoglienza Alla Strada? http://www.sonda.life/citta-in-movimento/migranti-in-italia-dai-centri-di-accoglienza-alla-strada/ http://www.sonda.life/citta-in-movimento/migranti-in-italia-dai-centri-di-accoglienza-alla-strada/#respond Mon, 23 Jul 2018 08:14:07 +0000 http://www.sonda.life/?p=7263 Di Filippo Nardozza

 

Intervista al presidente di Progetto Arca (24 anni a sostegno del disagio sociale a Milano e in Italia) sulle conseguenze della politica ‘accoglienza e sbarchi zero’, all’indomani della presentazione del bilancio annuale della Onlus, che investe sempre più su responsabilizzazione e partecipazione dell’accolto. “I Centri di accoglienza straordinaria prefettizi chiuderanno e il problema si riverserà in strada, con conseguenze sulla sicurezza”.

 Accesso al cibo, con 2.446.627 pasti dispensati in un anno nei centri di accoglienza di Milano, Lecco e Varese e attraverso le unità di strada notturne (a Milano, Roma e Napoli); a cui vanno aggiunti i 5.190 pacchi viveri distribuiti a famiglie in condizione di grave disagio economico in diverse città. 6.259 persone tra singoli e famiglie, italiani e stranieri, accolte in 93 strutture tra centri di accoglienza notturna e diurna e proposte di housing sociale. 1.386 volontari coinvolti nelle attività, che generano lavoro retribuito per 396 persone.

Sono i numeri del bilancio 2017 di Fondazione Progetto Arca – onlus milanese (ma attiva ormai in altre città italiane) da 24 anni al fianco di senza dimora, famiglie con difficoltà economiche e abitative, persone con dipendenze, rifugiati e richiedenti asilo. E proprio a una realtà come questa – che offre ai più fragili ed emarginati un aiuto concreto che li accompagni verso l’inizio di una nuova vita, e che è stata attiva in prima linea in momenti clou dell’emergenza migranti, come negli sbarchi di massa del 2016 – abbiamo chiesto cosa c’è da aspettarsi a Milano e nelle altre grandi città italiane quale conseguenza della politica sbarchi e accoglienza zero. A parlare è il suo presidente, Alberto Sinigallia.

 Cosa sì può prevedere per i prossimi mesi?

I CAS (Centri di Accoglienza Straordinari della Prefettura, dove chi ha fatto richiesta di asilo nel nostro paese a seguito degli intensi sbarchi degli anni scorsi resta in attesa di una pronuncia circa il riconoscimento di una forma di protezione internazionale, ndr.) sono tutti in chiusura. Nel giro di un anno chiuderanno per mancanza di utenti, dovuta al calo degli sbarchi e all’aumento del numero di Commissioni Territoriali chiamate a esprimersi sulle richieste di asilo (sono passate da due a tre in Lombardia). Ma questo non significa che il problema migranti sarà risolto: chiudendo i CAS si riverserà in strada, sia che le persone abbiano il permesso di soggiorno come rifugiati politici sia che non lo abbiano. Nel primo caso infatti bisognerebbe aspettare che si liberi un posto in uno SPRAR (i centri del Sistema di Protezione dei Richiedenti Asilo e Rifugiati che fanno capo agli enti locali, ndr.), e il posto non c’è; nel secondo bisognerebbe negoziare con i singoli Paesi di provenienza il rimpatrio e ci vorrebbe comunque del tempo. Ci sarà quindi un assembramento per le strade, facendo aumentare i rischi di sicurezza e i disordini. Con l’arrivo del freddo, poi, il problema diventerà ancora più grave per l’aumento del numero di persone che chiederà un posto letto al Centro di Aiuto della Stazione Centrale.”

Quanto ai numeri, Sinigallia fa riferimento a 180 mila persone accolte nei centri e a rischio di finire per strada, a cui vanno aggiunti i cosiddetti “dublinanti’ fotosegnalati”che i Paesi del nord  Europa stanno rimandando in Italia, ossia il primo paese dell’UE in cui hanno messo piede.

Cosa chiederebbe alle istituzioni?

 “Il coraggio e la lungimiranza di affrontare il problema per intero. Non basta decidere di chiudere i CAS perché si creerà il problema della sicurezza e poi altri ancora. E’ una questione mondiale, certo, bisognerebbe andare alla radice e agire ciascuno per la sua parte; dovrebbe essere forse l’ONU  a far si che non avvengano migrazioni di massa. La volontarietà dei singoli Paesi sull’accoglienza poi (l’accordo stabilito a Bruxelles di distribuire sul territorio comunitario gli sbarchi di migranti, su base volontaria, ndr.), non è affatto una soluzione con una visione lungimirante, serve più che altro ad acquietare la pancia nell’immediato, perché il problema si ripresenterà. Le politiche sull’immigrazione non sono quasi mai state lungimiranti.”

Sostegno ai più deboli si, ma responsabilizzante

Allargando lo sguardo sul panorama dell’accoglienza, si nota come l’ultimo anno di Progetto Arca sia stato segnato da sperimentazioni di formule sempre più ‘responsabilizzate’ e partecipate. “E’ questo l’orientamento per i prossimi anni – aggiunge ancora Alberto Sinigallia. Tutto ciò che è assistenzialismo deve passare attraverso la ricerca di un’autonomia, e in questa direzione agiamo sulla formazione professionale, sull’integrazione abitativa e sull’integrazione sociale.”

Così, nella bella cornice dell’Abbazia di Mirasole, poco a Sud di Milano, affidata a Progetto Arca per i prossimi 30 anni, sono state ospitate nel 2017 14 persone in difficoltà, in un progetto di residenzialità sociale e co-housing: gli accolti hanno contribuito alla vita dell’Abbazia svolgendo attività come la gestione dell’orto, servizi in sala e lavanderia, il confezionamento di prodotti per la bottega solidale.

Anche nel sostegno alimentare, con la distribuzione di pacchi viveri, si procede nella direzione della responsabilità sociale e della partecipazione attiva. E’ il caso del “Social Market” di Bacoli (in provincia di Napoli, e in avvio anche nell’hinterland milanese, a Rozzano), emporio della solidarietà dove le famiglie economicamente svantaggiate possono fare la spesa senza spendere denaro ma corrispondendo ore di volontariato. Spicca inoltre il progetto sperimentale nella struttura di via San Marco nato in collaborazione con SEA e il Comune per l’accoglienza residenziale dei senzatetto abitanti all’aeroporto di Linate (99 beneficiari in totale). Gli ospiti sono coinvolti nella gestione e programmazione della loro stessa quotidianità per riscoprire il valore della relazione, delle proprie competenze e dell’autostima, in modo da poter tornare a essere autonomi, trovando un lavoro e una casa. A ciò si aggiunge il Progetto Bellezza (in collaborazione con il Politecnico e l’Università di Torino): un percorso di social design che nasce dalla volontà di una ristrutturazione partecipata e inclusiva, in cui gli ospiti del centro sono parte attiva del rinnovo degli spazi, dalla fase di progettazione a quella di realizzazione, perseguendo insieme un’idea di bellezza che sia promessa di cambiamento, garanzia di benessere e occasione di promozione sociale.

Le persone che entrano in situazioni di disagio sociale sono sempre di più di quelle che ne escono, per questo va stimolata l’autonomia del singoloche ciascuno naturalmente raggiungerà nella sua misura – con un percorso calibrato su ogni individuo” conclude Sinigallia.

In generale, tra le 93 strutture adibite per l’accoglienza da Progetto Arca ci sono proposte di housing sociale, che comprendono appartamenti in condivisione (il cosiddetto “co-housing”) o in completa autonomia (cioè la residenzialità sociale temporanea per nuclei familiari che vivono difficoltà di carattere abitativo, per sfratti esecutivi per morosità incolpevole, e sociale, come l’espulsione dal mondo del lavoro o gravi difficoltà economiche). Oltre alla ristrutturazione di molti alloggi a Milano e hinterland, nel Varesotto e Roma, a questo scopo nel 2018 sono stati acquisiti ben 32 appartamenti con bando del Comune di Milano.

 

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Dipendenze : Sempre Più Giovani Rischiano L’alienazione http://www.sonda.life/in-evidenza/dipendenze-sempre-piu-giovani-rischiano-lalienazione/ http://www.sonda.life/in-evidenza/dipendenze-sempre-piu-giovani-rischiano-lalienazione/#respond Mon, 23 Jul 2018 08:07:47 +0000 http://www.sonda.life/?p=7260 Di Lucio Salciarini

Un recente Studio condotto da esperti della Fondazione Policlinico Universitario “A. Gemelli” Irccs – Università Cattolica ha dimostrato che circa il 22% dei ragazzi  delle scuole superiori soffre di un disturbo qualificato come rapporto disfunzionale con il Web.

Vera e propria dipendenza da internet quella che viene illustrata in un recente rapporto  della Fondazione Policlinico Universitario Gemelli. Dai dati emersi sembrerebbe, infatti,  che una buona parte degli adolescenti che frequentano le scuole superiori  siano affetti da  comportamenti a rischio causati dalla dipendenza da internet, quasi il 22% del campione intervistato. Il rapporto è stato pubblicato sulla rivista “Frontiers in Psychiatry”. La ricerca ha coinvolto 996 ragazzi di un età tra i 14 e i 16 anni ed è stata realizzata dal Dottor Marco Di Nicola e coordinata dal Professor Luigi Janiri dell’Unita operativa Complessa del Gemelli e Istituto di Psichiatria e Psicologia dell’Università Cattolica. Secondo i dati raccolti, l’uso smodato che gli adolescenti fanno di internet comprometterebbe oltre che il rendimento scolastico dell’adolescente stesso, anche il comportamento psicologico, alterando il più delle volte la sua visione del mondo reale.

Non solo internet, la ricerca evidenzia anche ulteriori problematiche sociali dei giovani di oggi che sono sempre più a rischio di dipendenze da sostanze che alterano il sistema nervoso, in particolare le droghe e l’alcol. Il 9,7% degli adolescenti valutati ha inoltre evidenziato un elevato rischio di sviluppare una condizione di gioco d’azzardo patologico. Tale condotta è più frequente nei maschi che nelle femmine (29,9% vs. 3,7%).

“Negli ultimi anni abbiamo assistito, tra i giovani italiani, all’abbassarsi dell’età del primo contatto con le sostanze d’abuso, all’aumento del poliabuso, di comportamenti quali il binge drinking e la drunkoressia (sottoporsi a restrizione alimentare prima di consumare alcolici, sia per limitare l’introito calorico ed evitare di prendere peso, sia per potenziare gli effetti euforizzanti e disinibenti dell’alcol), nonché dell’uso problematico di Internet e del gioco (prevalentemente online), con un incremento del rischio di sviluppare in età adulta dipendenze patologiche e disturbi psichici”, concludono i ricercatori.

 

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Giorgia Meloni E Il Reato Di Tortura http://www.sonda.life/in-evidenza/giorgia-meloni-e-il-reato-di-tortura/ http://www.sonda.life/in-evidenza/giorgia-meloni-e-il-reato-di-tortura/#respond Mon, 16 Jul 2018 12:57:31 +0000 http://www.sonda.life/?p=7254 Di Maurizio Anelli

“Difendiamo chi ci difende: abbiamo presentato due proposte di legge per aumentare le pene a chi aggredisce un pubblico ufficiale e per abolire il reato di tortura che impedisce agli agenti di fare il proprio lavoro. Siamo sempre dalla parte delle forze dell’ordine!”

https://www.huffingtonpost.it/2018/07/12/giorgia-meloni-abolire-il-reato-di-tortura-che-impedisce-agli-agenti-di-fare-il-proprio-lavoro_a_23480623/

Fra pochi giorni saranno diciassette anni dai fatti del G8 di Genova, la “macelleria messicana” che ha trasformato una città in un film dell’orrore. La Democrazia in quei giorni si era nascosta, indossando i vestiti più sporchi dello Stato e raccontando al Paese cosa significa vivere e morire in uno Stato di Polizia. Carlo Giuliani oggi avrebbe quarant’anni se non avesse incontrato i mostri delle favole più brutte. Invece li ha incontrati, e se lo sono portato via. Ma non si sono fermati a Carlo, non gli bastava: nel cuore della notte sono entrati in una scuola e hanno continuato la loro mattanza e, da quella scuola, hanno portato via tutti come facevano i nazisti quando entravano nei ghetti. E poi ancora oltre: Bolzaneto. Genova, la Diaz e Bolzaneto: una città, una scuola e una caserma. In quelle strade e fra quelle mura un’intera generazione ha visto cancellati sogni e diritti in un’orgia di violenza e repressione. Da una parte lo Stato in divisa, dall’altra lo Stato in camicia bianca e cravatta che dettava la strategia. In mezzo una generazione negata.

Al processo per le violenze alla scuola Diaz, alcuni anni più, tardi il Pubblico Ministero Enrico Zucca affermò che “…Quanto successo nella scuola Diaz durante il G8 del 2001 è stata la più grave violazione di diritti umani in un paese democratico dal dopoguerra.” http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2008/10/30/ALEA4SBC-grave_violazione_diritti.shtml

Sul G8 di Genova sappiamo tutto quello che basta per poter dire che è stata una storia fascista. Eppure quasi tutti i rappresentanti delle forze dell’ordine coinvolte in quella macelleria se la sono cavata senza pagare nessun prezzo. Anzi, molti di loro sono stati promossi e nessuno dei funzionari processati per le violenze di Bolzaneto è stato accusato di tortura: la legge italiana non prevedeva ancora questo reato. In quanto alla catena di comando, politica e istituzionale, di quei giorni è calato il silenzio assoluto. Ma la signora Giorgia Meloni finge di non sapere tutto questo.

Altre storie, altre piazze e strade, altre caserme. Altri nomi, altre vite cancellate da divise sbagliate: Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi… per esempio. Anche loro hanno trovato i mostri delle favole più brutte e anche per loro la strada è finita. Morire in carcere, morire in una strada… morire per le botte ricevute in nome della legge. Ma di quale legge parliamo, di cosa stiamo parlando?

Nelle parole, terribili e irresponsabili, di Giorgia Meloni c’è tutta l’essenza di un pensiero sempre più feroce e inquietante. C’è un’onda da cavalcare, c’è un Governo che mostra ogni giorno e a ogni occasione che questo Paese ha imboccato una strada che riporta indietro nel tempo. È un’onda che si lascia cavalcare facilmente: da una parte un Ministro degli Interni che è il vero “capo” dell’esecutivo, innamorato della sua voglia di mostrare i muscoli verso gli ultimi e, dall’altra, alleati di governo indifferenti al diritto e succubi consapevoli di fronte a quei muscoli esibiti. È il prezzo che devono pagare per condividere le poltrone di Governo e di potere, e tutto questo loro lo sanno benissimo e lo accettano. Sì, questo Paese è cambiato, a volte stento a riconoscerne i tratti. O forse è sempre stato così e non ce ne siamo mai accorti. Forse perché abbiamo sempre visto quella parte di Paese nella quale abbiamo sentito il bisogno e l’orgoglio di identificarci: quella parte che ha sempre guardato agli altri come qualcosa o qualcuno cui tendere la mano, quella parte di Paese che guardava alla cultura e alla storia di un Popolo contadino e operaio capace di passare in mezzo a mille dolori e mille sconfitte e di uscirne comunque a testa alta. Quella parte di Paese capace di uscire da una dittatura e da una guerra tremenda e che pure aveva saputo unirsi e andare avanti. Ripartire, ricostruire. Mi guardo intorno e provo a sentire la voce della Politica con la “P” maiuscola, ma non la sento. Provo a sentire e a cercare le parole di un mondo intellettuale che si sta nascondendo, in gran parte. Sembra che la normalizzazione di questo Paese sia arrivata al punto di non ritorno… eppure continuo a credere che da qualche parte il cuore e l’intelligenza di questo Popolo siano ancora vivi, qualcosa in cui credere ancora. C’è una sorta di rifiuto nel credere che così non possa essere, c’è una “Resistenza” delle idee cui non intendo rinunciare, non è giusto e nemmeno umano rinunciare. Forse sono le tante persone che fanno parte del mio mondo a regalarmi la voglia di non sedermi a guardare il fiume che scorre. Esistono, ci sono, lottano ogni giorno per rendere questo Paese migliore di quello che questo Paese vuole essere. No, non intendo rinunciare a nessuna delle idee che mi fanno sentire “umano”.  Questo Paese è così, come così è il resto della società che controlla e gestisce la vita di tutti noi. C’è sempre un punto di non ritorno nella storia e nella vita di ciascuno, oggi ci siamo molto vicini. Affermare, come afferma Giorgia Meloni, “…il reato di tortura che impedisce agli agenti di fare il proprio lavoro. Siamo sempre dalla parte delle forze dell’ordine! ”, è un punto di non ritorno per chi lo afferma. Io non sono sempre dalla parte delle forze dell’ordine perché credo che lo Stato debba garantire e tutelare i diritti di tutti i suoi Cittadini. Perché questo avvenga, è necessario che le sue Istituzioni siano ripulite dal marcio che le avvolge. Io sarò sempre dalla parte del Diritto, quel Diritto che la signora Meloni non tiene in alcuna considerazione. In un Paese civile le forze dell’ordine non hanno bisogno di “torturare” per compiere il loro lavoro. In un Paese civile le forze dell’ordine non si comportano come a Bolzaneto, non ammazzano di botte un detenuto o un ragazzo per le strade di Ferrara, non fanno carriera nonostante i loro crimini. Perché Genova, Bolzaneto e la Diaz, la morte di Carlo Giuliani, di Stefano Cucchi e quella di Federico Aldrovandi sono crimini, piaccia o non piaccia a Giorgia Meloni e a quanti la pensano come lei.

In un Paese civile la Democrazia è un bene comune che va difeso sempre, e l’integrità dello Stato e delle Istituzioni sono il primo passo perché questo bene comune continui ad esserlo e l’Italia ha perso da tempo questa partita.

Eppure basterebbe conoscere la storia, o almeno il minimo necessario della storia recente per sapere che il vento può cambiare con il passare del tempo e l’onda può diventare anomala e rivoltarsi contro coloro che l’hanno creata e cavalcata. Giorgia Meloni dovrebbe avere il coraggio di guardare in faccia le madri di quei ragazzi morti ammazzati da bestie con la divisa sbagliata. Ma lei non avrà mai questo coraggio, perché non riuscirebbe a reggere il loro sguardo. Giorgia Meloni usa la rete e i social network  per diffondere le sue vergognose convinzioni perché  le persone davvero misere fanno così e non avranno mai il coraggio e la dignità di guardare negli occhi chi ha amato un figlio e in una notte lo ha perso senza sapere come e perché.

È sera, la notte scende sulle città e su un Paese che ha cambiato strada, dimenticando la sua dignità e la sua cultura, la sua storia. Cavalchi l’onda signora Meloni, la cavalchi finche riesce a stare in sella. Domani è un altro giorno, lei si alzerà e farà colazione con la sua famiglia. In altre case questo non succede più, da tanto tempo. Prima di uscire da casa faccia una sosta davanti allo specchio e provi a guardare dentro di sé, scavi nella sua storia e nei suoi sentimenti ma non si spaventi: è davvero lei quella che vede in quello specchio, nient’altro che lei. Buona giornata.

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Mafie In Umbria: Una Situazione Che Non Bisogna Sottovalutare http://www.sonda.life/in-evidenza/mafie-in-umbria-una-situazione-che-non-bisogna-sottovalutare/ http://www.sonda.life/in-evidenza/mafie-in-umbria-una-situazione-che-non-bisogna-sottovalutare/#respond Mon, 16 Jul 2018 12:52:27 +0000 http://www.sonda.life/?p=7250 Di Giovanni Dato

 

Spesso si associa l’Umbria ad una vera e propria oasi di pace, una regione tranquilla, vivibile, un luogo nel quale si immagina che le mafie non abbiano trovato particolare spazio. Da qualche anno a questa parte, però, sembra che il trend stia cambiando in maniera negativa: se è vero che i primi accenni di criminalità organizzata risalgono in realtà a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80, è solo di recente che diverse cosche mafiose hanno cominciato a prendere in considerazione anche questa bella regione italiana.

Secondo una pregevole inchiesta realizzata da “Stampo Antimafioso” nei giorni scorsi, l’Umbria è sì un luogo sicuro e piuttosto lontano dalle dinamiche mafiose che opprimono altre regioni d’Italia, ma proprio per questo non è del tutto privo di pericoli; al contrario, è addirittura questa sorta di silenzio, di tranquillità che permette alla mafia di insediarsi, proliferare e poi gestire il territorio.

Uno dei settori in cui i clan sono riusciti a mettere le mani, per esempio, è quello del post-terremoto: tutto ciò che riguarda la ricostruzione, infatti, è a rischio infiltrazione e ciò ce lo insegna il primo, grande evento catastrofico, quello di fine anni ‘90, dopo il quale diverse aziende campane e calabresi si impossessarono del progetto di riqualificazione e ripresa delle zone terremotate. Tutto ciò, ovviamente, senza che nessuno fiatasse o dicesse qualcosa: già allora la sensazione che la mafia non esistesse da quelle parti era così forte che nessuno si preoccupò di una possibile presenza criminale, che si servì anche di aziende compiacenti che prestarono il proprio nome al fine di realizzare progetti illegali.

Purtroppo, però, la realtà era ed è diversa: per questo, nonostante in Umbria non vi sia una concentrazione mafiosa tale da preoccupare, non bisogna assolutamente abbassare la guardia. Il procuratore generale della Repubblica di Perugia, Fausto Cardella, a gennaio scorso, in occasione della inaugurazione dell’anno giudiziario 2018, affermava che “i lavori di ricostruzione legati al terremoto” sono stati di grande interesse “per le organizzazioni criminali attive nel settore della movimentazione terra, edilizia, ciclo del cemento e smaltimento dei rifiuti”. Inoltre, con la crisi e la chiusura di tantissime aziende, un’organizzazione criminale quale è la mafia fornisce spesso “redditi usurari alle imprese in difficoltà”.

Particolare attenzione, inoltre, merita il caso di Perugia, capoluogo di regione che è ormai una piazza importantissima di spaccio della droga: qui, infatti, proprio perché vi è una soglia d’attenzione inferiore rispetto ai grandi centri come Roma o Napoli o Milano, i clan sentono di poter fare affari con più tranquillità e in maniera più agevole. La situazione umbra, insomma, non è certamente idilliaca come appare: qui la mafia ha posto le basi già 30 anni fa, ma adesso il pericolo sembra essere più forte di prima, specialmente a causa di una grande espansione di diversi clan. Sul territorio, infatti, sono attivi numerosi clan provenienti non solo da tutta Italia (quindi principalmente camorra, ‘ndrangheta e cosa nostra), ma si registra anche una forte presenza di gruppi criminali albanesi e, addirittura, dominicani (specialmente per quanto riguarda la droga).

Come viene ribadito da “Stampo Antimafioso” nella sua inchiesta, questi sono solo alcuni dei motivi per cui “non dovremmo sottovalutare la mafia in Umbria”: il fatto che la sua attività sia silenziosa non significa che non ci sia, anzi, è proprio per tale ragione che bisogna prestare attenzione, drizzare le antenne e lavorare a livello istituzionale, civile e culturale affinché non riesca a guadagnare ulteriori spazi e canali. Siamo ancora in tempo.

ilmegafono.org

 

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Ecomafia, Aumentano I Crimini Contro L’Ambiente: 2017 Anno Storico http://www.sonda.life/in-evidenza/ecomafia-aumentano-i-crimini-contro-lambiente-2017-anno-storico/ http://www.sonda.life/in-evidenza/ecomafia-aumentano-i-crimini-contro-lambiente-2017-anno-storico/#respond Mon, 16 Jul 2018 12:50:33 +0000 http://www.sonda.life/?p=7246 Di Veronica Nicotra

Che i crimini contro l’ambiente siano aumentati negli ultimi anni è ormai evidente, ma addirittura oggi si parla di numeri storici. È quanto emerge dal rapporto Ecomafia 2018 di Legambiente, che sottolinea il boom di arresti nel 2017 per reati ambientali e di inchieste sui traffici illegali di rifiuti. Sono state infatti 538 le ordinanze di custodia cautelare emesse in questo ambito. Risultati ottenuti grazie a una più ampia applicazione della legge 68 e grazie a un’attività più repressiva delle forze dell’ordine nei confronti dei trafficanti di rifiuti.

Proprio quello dei rifiuti è il settore dove si concentra la percentuale più alta di illeciti, che sfiorano il 24 per cento. Si parla di 76 inchieste per traffico organizzato (erano 32 nel 2016), 177 arresti, 992 trafficanti denunciati e 4,4 milioni di tonnellate di rifiuti sequestrati (otto volte di più rispetto alle 556 mila tonnellate del 2016). Il peggiore nemico rimane dunque la corruzione, provocata dall’intenso sfruttamento illegale delle risorse ambientali.

“I numeri di questa nuova edizione del rapporto Ecomafia – dichiara Stefano Ciafani, presidente di Legambiente – dimostrano i passi da gigante fatti grazie alla nuova normativa che ha introdotto gli ecoreati nel Codice penale, ma servono anche altri interventi urgenti per dare risposte concrete ai problemi del Paese. La lotta agli eco criminali deve essere una delle priorità inderogabili del governo, del parlamento e di ogni istituzione pubblica. Noi lavoreremo perché tutto questo avvenga nel più breve tempo possibile, continuando il nostro lavoro di lobbying per rendere ancora più efficace la tutela dell’ambiente, della salute dei cittadini e delle imprese sane e rispettose della legge”.

Per quanto riguarda la distribuzione geografica dei reati, la maglia nera spetta alla Campania, che registra il maggior numero di illeciti ambientali (4.382, che rappresentano il 14,6 per cento del totale nazionale), seguita dalla Sicilia (3.178), poi dalla Puglia (3.119), dalla Calabria (2.809) e, infine, dal Lazio (2.684). I procedimenti totali avviati dalle procure sono stati 614, contro i 265 dell’anno precedente. Il reato più riscontrato è stato l’inquinamento ambientale con 361 casi, poi l’omessa bonifica (81), i delitti colposi contro l’ambiente (64), il disastro ambientale (55), l’impedimento al controllo (29) e il traffico di materiale ad alta radioattività (7).

Tra le tipologie di rifiuti predilette dai trafficanti ci sono i fanghi industriali, le polveri di abbattimento fumi, i Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), i materiali plastici, gli scarti metallici (ferrosi e non), carta e cartone. Per quanto riguarda le infiltrazioni mafiose, il 2018 è un anno record per lo scioglimento delle amministrazioni comunali. I clan censiti da Legambiente finora e attivi nelle varie forme di crimine ambientale sono 331. In Italia, inoltre, si continua a costruire abusivamente in maniera irresponsabile: secondo le stime del Cresme, nel 2017 sarebbero state costruite circa 17 mila nuove case abusive. Ma i reati non finiscono qui: in crescita quelli nel settore agroalimentare, in particolare in quello ittico, della ristorazione, di vini e alcolici, della sanità e cosmesi.

Continua anche senza sosta l’aggressione al patrimonio di biodiversità, sulla pelle di lupi, aquile, pettirossi, tonni rossi, pesci spada e non solo. Infine, è allarme per i sacchetti di plastica fuori legge che inquinano l’ambiente e che si trovano nei mercati rionali di ortofrutta e nei negozi al dettaglio. Sono, dunque, tanti i problemi da affrontare e i crimini inflitti all’ambiente. Con la speranza che vengano adottate al più presto, l’associazione ambientalista ha avanzato numerose proposte per combattere la criminalità ambientale che, dati alla mano, è aumentata in tutta la penisola.

ilmegafono.org

 

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