Sonda.Life http://www.sonda.life Portale di informazione sociale Mon, 17 Jun 2019 22:04:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.0.3 Due Paesi Ma Uno Non è Il Mio http://www.sonda.life/in-evidenza/due-paesi-ma-uno-non-e-il-mio/ http://www.sonda.life/in-evidenza/due-paesi-ma-uno-non-e-il-mio/#respond Mon, 17 Jun 2019 22:04:53 +0000 http://www.sonda.life/?p=7882 Di Maurizio Anelli.

C’è un Paese che non mi piace, che non sento mio. Èun Paese che ha dimenticato tutto: la sua storia, le sue guerre, la sua miseria e le sue migrazioni. Un paese dove la colpa è sempre di qualcun altro e il nemico si costruisce e si aggiorna ogni giorno in base ai sondaggi e all’umore del vigliacco di turno. Nel corso di quasi un secolo di storia il nemico ha spesso cambiato faccia: nel 1938 erano gli ebrei, poi è venuto il momento dei migranti “terroni”, quelli che arrivavano nelle città del nord con la valigia di cartone e facevano comodo nelle catene di montaggio delle fabbriche, o nei cantieri che ricostruivano il Paese nel dopoguerra, ma a cui si negava una casa in affitto. Oggi è il turno dei migranti che servono nelle fabbriche del ricco Nord-Est e nei campi a raccogliere pomodori, a loro sono negati i diritti fondamentali di umana cittadinanza. Poi c’è il nemico per eccellenza: le ONG che con le loro navi nel Mediterraneo disturbano i sonni e le notti del Ministro degli Interni e di qualche Procura della Repubblica. Infine restano loro, i nemici di sempre: una volta si chiamavano Comunisti e oggi, nel linguaggio di tutti i giorni, sono chiamati con una sorta di disprezzo “Antagonisti”.

C’è un Paese che non mi piace, che non sento mio. Èun Paese dove ogni giorno cresce una sterpaglia di odio e rancore, razzista e fascista. SI autoalimenta della sua stessa propaganda e della sua rozza ignoranza, facendo leva sulla pancia di una gran parte di quegli abitanti, indegni di essere chiamati “Cittadini” per una semplice ragione: il termine “Cittadino” è giuridicamente introdotto nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789 (Déclaration des Droits de l’Homme et du Citoyen) elaborata nel corso della Rivoluzione francese, che contiene la solenne proclamazione dei diritti fondamentali dell’individuo e del cittadino. In questo Paese questi diritti sono calpestati da un potere che si dice legittimato dal voto, ed è un dato di fatto. Ma com’è possibile considerare “Cittadino” chi legittima questa violazione dei diritti dell’individuo ?

C’è un Paese che non mi piace, che non sento mio. È il Paese dove nell’inverno della Democrazia si firma un Decreto Sicurezza che valica tutti i limiti della vergogna e, dopo soli alcuni mesi, si firma un secondo Decreto Sicurezza che è ancora più violento e inumano del primo. Che cosa accade quindi dentro le Istituzioni di questo Paese, comprese le Istituzioni che risiedono nel Colle più alto di Roma ? Com’è possibile che questo scempio della dignità umana sia accettato e firmato ? Cos’altro deve ancora succedere per vedere finalmente un sussulto di ribellione e disobbedienza ?

C’è un Paese che non mi piace, che non sento mio. È il Paese dove il Ministro degli Interni si prende gioco in maniera cialtrona e “bulla” di un ragazzo che durante un comizio dello stesso Ministro espone una sciarpa dove si legge “Ama il Prossimo Tuo”. La frase dovrebbe essere accolta e condivisa da tutti, in particolare da chi sfrutta ogni telecamera per baciare rosari e crocefissi. Invece no, il Ministro si diverte a fare il “bullo” e, di fronte al suo servizio d’ordine che alza le mani sul ragazzo, ironizza, lo irride ….”Lasciatelo da solo, poverino, se non c’è un comunista ai giardinetti non ci divertiamo“. È allora che interviene la Digos, ma solo per indentificare il ragazzo, giammai i suoi aggressori. https://milano.repubblica.it/cronaca/2019/06/10/news/matteo_salvini_cremona_comizio_malmenato_25enne_per_sciarpa_siamo_tutti_fratelli-228450935/

C’è un Paese che non mi piace, che non sento mio. È il Paese dove Politica e Magistratura affondano nel fango, e diventa difficile capire chi dei due sia a trascinare l’altro nel gorgo del letame. Diventa difficile capire chi sia il mazziere, la sola certezza è che la partita è truccata da sempre e che al tavolo di gioco ci sia posto solamente per chi bara, fiero e orgoglioso di ogni carta sporca che esce dal mazzo.

C’è un Paese che non mi piace, che non sento mio. È il Paese dove il padrone del momento è sempre circondato da servi ossequiosi, supini e passivi un passo indietro rispetto al padrone. E ogni padrone ha sempre bisogno di questi servi per esercitare il suo potere. Tante volte i servi hanno la camicia bianca, il vestito buono della festa e un sorriso ingannevole. Qualche volta indossano una divisa sbagliata, il manganello in mano e lo sguardo minaccioso di chi finge di servire lo Stato ma in realtà è solo al servizio del padrone. Nessun servo con il vestito buono della festa dirà mai una parola “contro” il servo con la divisa sbagliata, in cambio otterrà sempre un occhio di riguardo, una gentilezza che agli altri non sarà mai concessa. Qualcuno passa per le mani di quei servi e di qui manganelli, e il suo è un viaggio nella notte degli orrori. Per Stefano Cucchi è stato un viaggio senza ritorno. È un viaggio che prima di Stefano altri hanno conosciuto, a partire da una notte nelle stanze della Questura di Milano nel dicembre del 1969 per arrivare a Genova in un’estate troppo brutta per essere dimenticata.

C’è un Paese che non mi piace, che non sento mio. È il Paese dove si muore sul lavoro e per il lavoro. A volte il lavoro uccide quando c’è, in quello scambio mortale che non è mai alla pari: il lavoro, sporco e nocivo, in cambio della salute dei lavoratori e d’intere aree abitate. C’erano una volta il Petrolchimico di Marghera, l’amianto di Casale Monferrato e Monfalcone, Genova e altre città. Amianto e veleni, salario e morte. Oppure si muore nei campi per raccogliere quello che serve ad arricchire i caporali e le mafie, ma in questo caso a morire sono soprattutto i nuovi schiavi, i migranti, e queste morti sembrano quasi una fatalità cui questo Paese sembra abituarsi. Altre volte il lavoro uccide quando viene a mancare, quando viene tolto da un giorno all’altro: l’essere umano passa così dalla condizione di risorsa a quella di esubero e nella mente di chi ha lavorato una vita, magari sempre nello stesso posto, si apre la porta sulla stanza degli inutili, di quelli che non servono più. Entrare in quella stanza significa tante cose e non sempre è possibile controllare emozioni, angosce e paure. Il senso del fallimento è un tarlo che lavora in silenzio e distrugge tutto, anche la capacità di resistere e andare avanti comunque.

C’è un Paese che non mi piace, che non sento mio. È il Paese dove in troppi pensano che da soli si possa bastare a se stessi, dove la comunità è vista come una debolezza e dove il pensiero unico di un uomo solo al comando ha sempre affascinato l’italica gente. Ora c’è lui, ci pensa lui … la storia di questo Paese racconta questa verità che può e deve non piacere, ma è innegabile.

E poi c’è un altro paese, ed è l’unico che sento davvero mio.  È il Paese che non accetta, che si ribella, che è ancora capace di indignarsi… che non abbasserà mai la testa. Si narra che quest’altro Paese sia in realtà una minoranza, anarchica e antagonista, refrattaria ad accettare compromessi perché per tanti la vita e la politica sono sempre un compromesso, prima di tutto con se stessi e poi con gli altri. La vita insegna sempre qualcosa, regala e toglie, a volte si riprende molto ma non potrà mai riprendersi tutto quello che ha regalato e insegnato. C’è qualcosa che viene scritto con il tempo, entra e rimane scolpito. Quel qualcosa sono i valori umani che magari qualcuno ti ha insegnato quando ancora non te ne rendevi conto. Sono il risultato di racconti di vita, di esperienze vissute, d’insegnamenti trasmessi il più delle volte con l’esempio da chi ti teneva per mano e ti ha insegnato ad andare in bicicletta togliendoti una rotella alla volta per aiutarti a stare in equilibrio da solo, senza paura. Poi la paura qualche volta ritorna: quando devi affrontare una partita nuova e diversa dalle precedenti, ogni volta che devi prendere una decisione che ti sembra di non essere capace di prendere e che ti coglie di sorpresa. Allora chiedi aiuto a quell’equilibrio conquistato quando qualcuno ti ha insegnato a pedalare. Vorresti ringraziare quella mano e quel volto, ma non c’è più. Però ti ha insegnato qualcosa che non andrà più via, che resta. E allora capisci che si può anche perdere, ma solo dopo aver lottato e creduto fino alla fine. E Pensi che quel Paese che non ti piace possa ancora cambiare, e che comunque tu devi provarci. Capisci che devi guardare sempre intorno a te, a trecentosessanta gradi: perché in mezzo agli ipocriti, fra chi bara e chi accetta sempre qualunque compromesso in nome della propria tranquillità, in mezzo a tanta indifferenza ci sarà sempre qualcuno che non è così. Si riconosce subito, a volte da un semplice sguardo: perché in mezzo ai tanti che hanno sempre lo sguardo chino a fissare la strada, per non vedere nulla, c’è chi cammina sempre a testa alta. Qualche volta le paure provano a fare abbassare anche quella testa, ma è una battaglia persa perché quella testa è alta, e nulla potrà farla abbassare.

]]>
http://www.sonda.life/in-evidenza/due-paesi-ma-uno-non-e-il-mio/feed/ 0
Le Mele Avvelenate Del Colonialismo http://www.sonda.life/in-evidenza/le-mele-avvelenate-del-colonialismo/ http://www.sonda.life/in-evidenza/le-mele-avvelenate-del-colonialismo/#respond Mon, 17 Jun 2019 12:47:06 +0000 http://www.sonda.life/?p=7879 Di Alfredo Luis Somoza. 

Il caso dell’afroamericano massacrato dalla polizia di Memphis è solo uno dei tanti episodi di sangue che si continuano a registrare nelle società multietniche dove non tutte le componenti sono sullo stesso piano di parità. Nel caso delle società americane, dagli Stati Uniti al Brasile, sono gli afroamericani a finire più spesso in carcere e a subire episodi di violenza. E non perché ci sia una naturale inclinazione etnica al crimine, come affermato dagli pseudo sociologi-xenofobi oggi di moda, ma per tre ordini di motivi. Il primo riguarda la condizione sociale e l’emarginazione di una componente etnica ben precisa per motivi storici, come gli afroamericani in America o i rom in Romania, entrambi schiavizzati fino a metà dell’800. La seconda la maggiore attenzione della polizia nei confronti di chi appartiene a queste minoranze. La terza la considerazione dei reati da povertà, come il furto semplice, quali fonti di allarme e quindi amplificati dalla stampa.

In realtà per combattere le disparità sociali derivate dall’appartenenza ad una etnia si è fatto molto, negli Stati Uniti ad esempio con le positive discimination che hanno aperto college, università e posti di lavoro che erano storicamente negati agli afroamericani. Quello che nessuna legislazione può eliminare però è il residuo secolare di pregiudizi creati ad hoc per giustificare una situazione di sopruso.  Lo schiavo non era privato dalla libertà per via di un’ingiustizia, ma perché pigro, disordinato, non sapeva lavorare, viveva nella promiscuità, era poco intelligente. Giustificazioni buone per mettere a posto le coscienze davanti a fatti orrendi. La Gran Bretagna vittoriana aveva coniato addirittura un concetto per giustificare le violenze nei confronti dei popoli africani colonizzati: il “fardello dell’uomo bianco”. Cioè il colonialismo non era una grande macchina di sottrazione di forza lavoro e di materie prime ma bensì una missione, i colonialisti portavano la luce a popoli che vivevano al buio e nell’ignoranza. Popoli che poi si portavano nelle capitali europee da esibire negli appositi zoo-umani, perché i cittadini civilizzati potessero vedere di persona la selvaggità dei colonizzati. È questa la matrice più profonda e insidiosa del razzismo, non basata sul colore della pelle, ma sui rapporti di forza che si sono determinati nella storia degli ultimi secoli. Rapporti di forza basati sulla violenza e anche sull’invenzione di una superiorità culturale e intellettiva. Un mix che è entrato anche nella mentalità del dominato, come spiegava magistralmente l’antropologo statunitense Oscar Lewis nei suoi studi sulla povertà. Ma soprattutto del dominatore, anche tra i suoi ceti più modesti. La credenza della superiorità dei bianchi nei confronti dei neri non ha mai riguardato un élite, ma grandi masse. Tra i ceti più emarginati e poveri delle società occidentali il razzismo è stato, e resta, ben presente. Un razzismo che è anche consolatorio, perché inchioda qualcuno a un gradino più basso del tuo e trasmette l’ebrezza di appartenere a un’etnia superiore, con più diritti e opportunità, ma anche da difendere. Ed è stato questo il colonialismo, la sublimazione del concetto di guerra tra i poveri, dove non è mai esistito l’empatia tra le persone oppresse perché appartenenti a etnia con valori, virtuali, diversi. Poveri europei che si immolavano nelle guerre coloniali combattendo altri poveri. Sono queste le mele avvelenate che continuiamo a raccogliere nel XXI secolo. Cinesi furbi e silenziosi, africani balordi, arabi infidi, indios ieratici e rom ladri continuano a vivere nell’immaginario occidentale e ad essere strumentalizzati dalla politica. Per questi motivi, per gli afroamericani che tremano quando i loro figli escono di casa perché non sanno se torneranno vivi, la fine della schiavitù non è ancora arrivata.

https://alfredosomoza.com/

]]>
http://www.sonda.life/in-evidenza/le-mele-avvelenate-del-colonialismo/feed/ 0
La Lettura Del Mese http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-41/ http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-41/#respond Mon, 17 Jun 2019 12:44:31 +0000 http://www.sonda.life/?p=7877
Henri Lebasque(1865-1937), La liseuse

IN FUGA, ALL’ESTERO

Patrick Modiano, Dall’oblio più lontano (Einaudi)

Georges Simenon, L’orologiaio di Everton (Adelphi)

Ogni mattina andavo a scrivere vicino a Holland Park, e non ero più a Londra ma davanti alla Gare du Nord e passeggiavo lungo boulevard de Magenta. Oggi, a Parigi, trent’anni dopo, tento di fuggire da questo mese di luglio millenovecentonovantaquattro verso quell’altra estate quando la brezza accarezzava piano le chiome degli alberi di Holland Park. I contrasti di ombra e sole erano così intensi che non ne ho mai più visti di simili.

Potere della memoria, come sempre, nei romanzi di Modiano, ma Du plus loin de l’oubli del 1996 diversamente da altri racconta un ricordo preciso, dai contorni netti e rievocato naturalmente, senza sforzo.

Superando le ingannevoli nebbie del tempo che passa Modiano, o il suo narratore per lui, va OLTRE l’oblio che tutto assorbe, nasconde e quasi cancella per sempre.

Ed è come se quella donna, figura così sfuggevole nel presente, venisse davvero riacciuffata per il lembo svolazzante della giacca, del cappotto, trattenuta dolcemente per un braccio.

Un incontro, un innamoramento giovanile e una fuga, l’estero, molto raro a dire il vero per Modiano e i suoi personaggi lasciare non solo il suolo natio, ma addirittura la circonvallazione più esterna di Parigi!

Uno strappo, uno squarcio, una forzatura?

Una crepa da cui nasce lo scrittore di oggi che già allora, all’inizio, con la fantasia non viaggiava verso lidi lontani e inesplorati, piuttosto faceva RITORNO alla sua città, alla Gare du Nord, al boulevard de Magenta: “Non si allontanano dal quartiere, come se temessero di avventurarsi più lontano.

Un’aria insolitamente lieve, di quieto e sano ottimismo si respira tra le pagine e dal passato sembra davvero di poter intravedere uno scorcio di quello che sarà il futuro: “Mi piaceva pronunciare: sud. Quella sera, nella sala deserta, sotto i neon, la vita non aveva ancora nessun peso ed era facile darsi alla fuga… Mezzanotte passata. Il gestore si è avvicinato al nostro tavolo per dirci che era l’ora di chiusura del caffè Dante.”[FINE]

Canta Jovanotti: “ho salutato la mia gioventù/per ritornare bambino/procedendo in avanti/senza passare dalla saggezza/masticando una gomma/al gusto di bicicletta/che non finisce mai/neanche se te ne vai/e lo ridico ancora/per impararlo a memoria/in questi impazziti/di polvere e di gloria/e lo ripeto ancora/fino a strapparmi le corde vocali/ora che siamo qui/noi siamo gli immortali” (Gli immortali, 2015)

Forse azzardato come accostamento, ma queste strofe rendono piuttosto bene l’atmosfera di un romanzo scritto da Simenon nel 1954 in Connecticut e ambientato in Arkansas, o meglio rendono quello che potrebbe essere lo stato d’animo di Ben, il figlio sedicenne di Dave Galloway, l’orologiaio del titolo.

È qualcosa che cova in realtà nello stesso padre e affonda le radici lontano nel tempo, in quel passato di famiglia che tende a ripresentarsi sempre uguale, nonostante tutto: “Ma Ben aveva proprio lo sguardo di suo padre, e il suo, e di tutti i loro simili. Alcuni riescono a soffocare la ribellione per tutta la vita. Altri lasciano che esploda.

Un impietoso confronto tra generazioni che vede contrapporsi i più OPPOSTI estremi: la vita e la morte, il silenzio e la fuga, e nel vuoto comunicativo il tentativo disperato di farsi capire, di far capire che si è dalla stessa parte, anche se.

Anche se la vita stessa, le sue scelte, le proprie azioni e tutti gli altri si mettono di mezzo. Ci sono veli che sembra impossibile sollevare, porte che sembra impossibile aprire e finestre che sembra impossibile chiudere.

Nei romanzi di Simenon l’ineluttabilità la fa sempre da padrone, e così in un luogo in cui: “Ogni anno portava con sé, alla stessa epoca, le stesse serate, di una dolcezza quasi opprimente, insieme al ronzio dei tosaerba, e ogni autunno il rumore dei rastrelli sulle foglie morte e il loro odore quando venivano bruciate, la sera, davanti alle case, e più tardi ancora, fatalmente, il raschiare delle pale sulla neve gelata.

Qui, alla fine così come all’inizio, non ci sono che: “solo due uomini nelle loro poltrone.

Due uomini soli, insieme. E l’amicizia, quella che non ha bisogno di niente, ma rispetta le distanze.

A cura di Giulia Caravaggi

]]>
http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-41/feed/ 0
11 Giugno 1984, Ciao Enrico http://www.sonda.life/in-evidenza/11-giugno-1984-ciao-enrico/ http://www.sonda.life/in-evidenza/11-giugno-1984-ciao-enrico/#respond Mon, 10 Jun 2019 14:24:10 +0000 http://www.sonda.life/?p=7871 Di Maurizio Anelli.

Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona…”.


Era il 1973, l’anno del Golpe cileno. Io avevo quattordici anni, ragazzino cresciuto con i telegiornali che raccontavano la guerra del Vietnam e con le storie di fabbrica di mio padre. Cercavo, leggevo e provavo a studiare tutto quello che mi sembrava potesse dare risposte alle mie domande di allora.

Ho cominciato a leggere Gramsci e Che Guevara, ho cominciato a interessarmi a quello che diceva Enrico Berlinguer. Una sera del 1975 mi ritrovo così in Piazza del Duomo ad ascoltarlo insieme con altri. Mi piaceva quell’uomo esile, con quell’accento sardo gentile e colto. Poche giorni, e prendo la mia prima tessera di Partito: Federazione Giovanile Comunista. Era la parola “Comunista” che mi affascinava, Federazione Giovanile era solo un dettaglio quasi superfluo. Pensavo che il mondo sarebbe sicuramente cambiato, e che poteva cambiare solo se la parola “Comunista” fosse diventata un modo di vivere condiviso. Mi piaceva davvero quella “brava persona” che parlava di austerità e di sacrifici, che parlava di classe e di cultura. Mi piaceva al punto che era riuscito anche a farmi accettare, seppur con estrema fatica, l’idea del “Compromesso Storico”. In fondo anche il Cile di Salvador Allende parlava di “Unidad Popular” e del valore di un fronte comune fra le forze sociali più presenti e radicate nel Paese. In seguito Berlinguer stesso trasformò il “Compromesso storico” nella fase dell’alternativa Democratica. Mi piaceva l’idea di un’altra parola: “EuroComunismo”. Altra epoca e altri tempi, ma quel progetto politico-ideologico di un marxismo diverso e più libero rispetto a quello egemonizzante dall’Unione Sovietica meritava rispetto e considerazione. Altra epoca, certo, ma soprattutto altri uomini: Enrico Berlinguer, Santiago Carrillo e Georges Marchais, la luna in confronto ai leader della Sinistra Europea di oggi che si vergogna a pronunciare la parola “sinistra”. Nel 1980, durante il grande sciopero della FIAT, Enrico Berlinguer va davanti ai cancelli della fabbrica e parla con i lavoratori.

Liberato Norcia, delegato della Fim-Cisl, è uno dei leader del consiglio di fabbrica di Mirafiori. Enrico Berlinguer sta per prendere la parola, il delegato afferra il microfono e chiede: ”ma se i lavoratori decidessero di occupare la Fiat, il PCI cosa farebbe? ”. La risposta di Berlinguer non lascia dubbi: “… una decisione in tal senso deve essere presa dai lavoratori con i sindacati, ma se si dovesse giungere a forme di lotta più acute, comprese forme di occupazione, sarebbe sicuro l’impegno politico, organizzativo e anche di idee e di esperienza del Partito Comunista”.

Per molti, troppi, la presenza di Berlinguer ai cancelli e quella dichiarazione furono un grave errore. Per me no, anzi. Quella presenza e quella dichiarazione erano un atto di coraggio, un atto dovuto nei confronti dei lavoratori della FIAT, un atto necessario di lotta e di impegno. Ho amato Enrico Berlinguer anche per questo. Si potrebbe parlare a lungo della vita e delle scelte politiche di Berlinguer, ci furono anche errori e nemmeno piccoli. Ma a fare la differenza, umana e politica, sono state troppe cose e ognuna di queste ha rappresentato un valore. Quando lui parlava della questione morale molti ridevano, oggi sappiamo come la questione morale abbia ucciso questo Paese. https://video.repubblica.it/politica/berlinguer-scalfari-e-la-questione-morale/238264/238119

Quando lui parlava di antifascismo molti non capivano, oggi il fascismo non solo ha rialzato la testa ma si prende spazi e potere. https://www.youtube.com/watch?v=bK__bvrmLr0

Poi, in giorno di giugno, a Padova finisce tutto. C’è solo l’ultimo rantolo di dignità umana e politica, lucido anche se morente, racchiuso in quell’esortazione, quella richiesta di lotta e d’impegno chiesto a chi non si era mai vergognato di alzare il pugno chiuso e di chi si era sempre sentito orgogliosamente comunista. Quell’invito a “andare strada per strada, casa per casa, azienda per azienda… ”come un testamento morale e civile che è rimasto dentro di me e in quella generazione nata e cresciuta politicamente in quegli anni. Sì, quel 7 giugno 1984 a Padova finì molto più di qualcosa e quello che sarebbe successo in seguito chiuse definitivamente un libro scritto e vissuto con passione. Ci furono errori, certamente e nemmeno pochi. Ma erano tempi troppo diversi da quelli di oggi: c’era un mondo diviso in blocchi, erano gli anni del terrorismo e delle stragi nelle piazze e nelle stazioni, ed io ero entrato da poco in una grande fabbrica. Pensavo e credevo che fosse possibile costruire qualcosa di diverso e di migliore e di poterlo fare dentro quel Partito in cui credevo.

“Qualcuno era comunista perché non ne poteva più

Di quarant’anni di governi democristiani incapaci e mafiosi
Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia

La stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica, eccetera, eccetera, eccetera

Qualcuno era comunista perché chi era contro, era comunista

Qualcuno era comunista perché non sopportava più
Quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia…”

Pochi anni dopo, a Bologna, quel Partito gettò le basi per cambiare rotta, nome, programmi. Quel Partito non poteva più essere il mio. Il giorno dopo ho restituito la tessera, che non era più quella della Federazione Giovanile ma quella dei grandi… non ero più così giovane. Ma non rinnego nulla di quel tempo, l’ho vissuto a modo mio: qualcosa mi ha dato e tanto si è ripreso.

La vita è questa, il tempo cambia le cose ma quello che resta è averlo vissuto in tutti i suoi giorni.

Di quel tempo è rimasto il valore che io attribuisco sempre e ancora alla parola “Comunista”, una parola antica che assomiglia a una preghiera laica, quasi dismessa e che in pochi oggi osano pronunciare quasi fosse una vergogna o la macchia di un passato da rimuovere.

Io non mi vergogno di quella parola, anzi la rivendico e me la tengo stretta. Quel Partito non esiste più, ucciso lentamente un giorno dopo l’altro dalla sua stessa classe dirigente e dall’incapacità di capire da che parte stare e perché stare da quella parte. In effetti quella classe dirigente una scelta l’ha fatta, ed è una scelta che non potrò mai più condividere. Le facce di questo Paese hanno mille nomi: lavoro, diritti, giustizia sociale, mafia e legalità, pace e ognuna di queste facce si specchia nelle altre, c’è una prateria di macerie su cui lavorare e ricostruire, una prateria che le politiche neoliberiste e di destra di questi ultimi vent’anni hanno aperto ancora di più e su cui le scelte politiche di quello che un tempo si chiamava Partito Comunista Italiano ha scavato un solco ancora più profondo. Oggi quella prateria è diventata il terreno di conquista delle forze più reazionarie, xenofobe e fasciste. È sempre, e ancora, tempo di “andare strada per strada, casa per casa, azienda per azienda”, è un tempo nuovo ed io provo a viverlo ancora come allora, ma con qualche consapevolezza in più e tante illusioni in meno. Resta quella parola, quell’idea colorata di rosso che forse sarà anche un’utopia, ma aiuta a camminare controvento, sempre. E resta il ricordo di un Uomo gentile e colto, che amava Antonio Gramsci e veniva dalla sua stessa terra.

Enrico Berlinguer moriva l’11 giugno 1984. Sandro Pertini lo vegliò a lungo, poi si arrese e disse “Lo porto via con me a Roma. Lo porto via come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta…”. Poi il viaggio fino all’aeroporto di Venezia tra due di folla e i fiori, le lacrime e i pugni chiusi, fra gli applausi. Infine l’ultimo saluto a Roma, in un Piazza San Giovanni troppo piccola per contenere tutti. Ciao Compagno Enrico, una canzone è poco per raccontare chi eri ma serve a ricordare quel giorno di giugno quando si chiuse un libro.  . https://www.youtube.com/watch?v=TqGs751Q_II

]]>
http://www.sonda.life/in-evidenza/11-giugno-1984-ciao-enrico/feed/ 0
Un mondo di dazi? http://www.sonda.life/in-evidenza/un-mondo-di-dazi/ http://www.sonda.life/in-evidenza/un-mondo-di-dazi/#respond Mon, 10 Jun 2019 14:21:04 +0000 http://www.sonda.life/?p=7868 Di Alfredo Luis Somoza.

Una parola che pareva scomparsa, o almeno in via di sparizione, è tornata di prepotente attualità. È il sostantivo dazio, derivato dal latino medievale datio che significava “l’atto di dare”. Nello schema frammentato di quel periodo della storia europea, i dazi costituivano una delle principali tasse che il potere incassava senza alcun costo: si esigeva, infatti, un pagamento per autorizzare il semplice transito di una merce. Più recentemente i dazi si sono trasformati in strumenti per regolare il mercato interno, gravando per esempio il costo delle merci prodotte all’estero al fine di tutelare la produzione nazionale, e sono divenuti parte importante negli accordi tra Stati.

Durante il periodo mercantilista questo strumento cominciò a essere usato in modo ambiguo. Le potenze europee neo-industrializzate alzavano barriere doganali e applicavano dazi sulle importazioni, ma pretendevano (e ottenevano a colpi di cannone) libero accesso ai mercati dell’Asia, dell’Africa o dell’America Latina. Arrivarono anche a distruggere interi comparti produttivi concorrenti per garantirsi il monopolio, come fece la Gran Bretagna dei telai meccanici nei confronti dei produttori di tessuti indiani quando nacque l’Impero. Durante la Guerra Fredda il problema non si poneva, la priorità era lo scontro tra i due blocchi, all’interno dei quali Stati Uniti e URSS dettavano le regole. Con l’avvio dell’ultima ondata di globalizzazione e l’apertura dei mercati mondiali alla circolazione di merci e capitali, pareva che i dazi potessero scomparire nei rapporti commerciali. Nel 1995 nacque l’Organizzazione Mondiale del Commercio, meglio nota con l’acronimo WTO, con l’obiettivo di eliminare progressivamente barriere doganali e dazi seguendo la linea dettata dalle potenze occidentali.

Al WTO è stato attribuito un ruolo centrale finché l’abbattimento delle barriere doganali andava a vantaggio dei suoi azionisti di maggioranza. Ma da quando la bilancia commerciale mondiale ha cominciato a pendere a favore della Cina e dell’Oriente, ecco che questa organizzazione è stata progressivamente marginalizzata. Le delocalizzazioni produttive, e ancor più la nascita di mercati consumatori giganteschi in Paesi fino a pochi anni fa poverissimi, hanno infatti rimescolato le carte: gli Stati Uniti, che avevano dato il via e guidato l’apertura dei mercati, hanno cominciato registrare uno spostamento della bilancia commerciale sempre più marcato a favore dei Paesi esteri. Cina, Canada, Messico, addirittura l’Europa hanno saldi positivi negli scambi con la prima potenza mondiale, che per prima aveva trasferito all’estero interi settori produttivi. Questa nuova situazione potrebbe rappresentare una grande opportunità per discutere le regole e la governance della globalizzazione: l’agenda dovrebbe certamente comprendere le pratiche commerciali sleali abbondantemente usate dalla Cina, ma anche i temi della fiscalità globale, dell’impatto ambientale, dei diritti dei lavoratori.

Se la comunità internazionale concordasse una maggiore omogeneità dei costi del lavoro e arrivasse a parametri condivisi di tutela dell’ambiente, il volto della globalizzazione cambierebbe ancora una volta. Invece la linea dettata da Washington va in tutt’altra direzione, e recupera i dazi come arma di politica estera: i dazi per colpire nemici, i dazi per colpire un popolo o una categoria. L’aspetto più paradossale di questo ritorno al passato è stata la mossa insolita con cui Donald Trump ha minacciato di imporre dazi contro il Messico se questo Paese non bloccherà il flusso di profughi centroamericani diretti verso la frontiera con gli USA. È chiaro che questi atteggiamenti allontanano la soluzione dei problemi e preparano un conflitto che vedrà tutti contro tutti: come nei tempi remoti del Medioevo, quando la visione del mondo coincideva con i confini del proprio feudo.

https://alfredosomoza.com/

]]>
http://www.sonda.life/in-evidenza/un-mondo-di-dazi/feed/ 0
Umani A Milano, 60 Storie In 60 Ritratti, Per Ridurre Le Distanze http://www.sonda.life/citta-in-movimento/umani-a-milano-60-storie-in-60-ritratti-per-ridurre-le-distanze/ http://www.sonda.life/citta-in-movimento/umani-a-milano-60-storie-in-60-ritratti-per-ridurre-le-distanze/#respond Sun, 09 Jun 2019 20:36:01 +0000 http://www.sonda.life/?p=7861 Di Filippo Nardozza.

Il libro fotografico che celebra i 25 anni di missione di Progetto Arca a sostegno dei più fragili, diventa anche una mostra, visitabile all’Abbazia di Mirasole fino al 30 giugno. Un’opera che da nuova voce – e soprattutto un volto – al mondo sommerso delle persone senza dimora che vivono la città, alle loro umane storie di riscatto che, forse, non sono poi così tanto distanti dalle “nostre”…

“È difficile comprendere come si sta senza un tetto, se non sei mai stato veramente senza un tetto sopra la testa. Come si vive in mezzo alla strada non lo sai, se non ci sei stato… In mezzo alla strada non hai niente e quando non hai niente ti viene ancora più voglia di tutto”. Sono le vive parole di uno dei 60 protagonisti di “Umani a Milano per Progetto Arca” di Stefano D’Andrea, volume uscito il mese scorso per Gribaudo che raccoglie 60 ritratti in bianco e nero arricchiti da altrettante storie, per descrivere la Milano delle persone senza dimora, di quegli invisibili che riesce a vedere ogni giorno Progetto Arca – una delle principali onlus milanesi (e non solo) che opera da 25 anni per combattere la grave emarginazione.

Protagonisti del libro sono persone senza dimora o fuggite da Paesi in guerra, ospiti di strutture di accoglienza o assistite dalle Unità di strada di Arca, insieme agli operatori (assistenti sociali, mediatori linguistici, psicologi, medici, infermieri) e ai volontari che di loro si prendono cura.

La pagina specificatamente dedicata al protagonista appena menzionato s’intitola “Caffè”: tutti i 60 capitoletti del libro prendono infatti il nome da uno specifico termine individuato all’interno della storia che accompagna la fotografia. “Le persone qui raccontate non specificano come si chiamano o da dove provengono: sono informazioni inutili, perché sono importanti solo il percorso che li ha portati lì e le parole che usano per descriverlo” spiega l’Autore.

20 di questi ritratti, selezionati dal libro insieme ad altrettanti estratti delle storie narrate, assumono adesso nuova potenza espressiva e comunicativa nell’omonima mostra fotografica – “Umani a Milano per Progetto Arca” – visitabile gratuitamente fino al 30 giugno all’Abbazia di Mirasole, luogo storico alle porte di Milano dove Arca conduce da un paio d’anni un progetto di inclusione sociale e di accoglienza di persone in grave stato di emergenza abitativa.

Un’iniziativa, dunque, per accorciare le distanze, guardare oltre l’apparenza, dare voce a chi non ne ha, provare a combattere anche la paura del “diverso”.

Ad accogliere e introdurre il visitatore al percorso della mostra è una significativa frase di George Simenon, dal romanzo “Maigret e il vagabondo”: Ha notato qualche vagabondo sul ponte?”, “Non sono cose che si notano. Ce ne sono quasi sempre”.

E infatti, “sono centinaia, migliaia le vite che ogni anno si intrecciano dentro Progetto Arca, ognuna con i propri talenti e difficoltà, le proprie emozioni, speranze e timori. Ma hanno tutte un comune denominatore che emerge bene dai ritratti di Stefano DAndrea: sono storie di dignità e di rispetto luno verso laltro. Attraverso ogni ritratto si racconta la storia di tutti noi di Progetto Arca” racconta il Presidente Alberto Sinigallia.

È il caso di “Settantuno”, capitolo che racconta di una vita che cambia quando il lavoro non c’è più, e di come dormire in centro di accoglienza possa diventare, in alcune circostanze, una cosa per cui essere quasi contenti: “Per fortuna non ho mai dovuto dormire per strada, anche perché la mia salute non è buona e trovare lavoro è difficile come e quanto vivere al gelo. Passo le notti nei dormitori da oltre sei anni, per fortuna. Ne ho settantuno”.

“Carne” racconta poi cosa significa perdere tutto, una famiglia, un lavoro rispettabile, e finire a vivere e dormire in strada, ma anche come trovare la forza di reagire: “Sai, ci sono due modi di vivere la strada: o ci cammini sopra o diventi la strada. Io in questi due anni ho preferito camminarci sopra e non farmi mangiare da lei”.

C’è poi la fotografia dedicata a “Loro”, arrivato due anni fa dal Gambia (“perché lì c’è casino politico”), che a Milano ha incontrato sua moglie ed è diventato padre: “Io dormo in questo centro di Progetto Arca, mia moglie e mio figlio vicino a Piazza Firenze. Loro ci sono, il resto non lo so.”

Tra chi ha scelto di prendersi cura dei più fragili c’è “Motori”, che si è rimessa in gioco, come professionista, proprio grazie alla strada: “Io sono psicologa e mi definisco psicologa di strada ed è proprio lì, per strada, che ho capito che dovevo re-imparare tutto, ogni giorno. A Progetto Arca dedico due giorni a settimana”.

E c’è anche “Io”, che dall’incontro con le persone senza dimora, ha imparato ad apprezzare la propria vita: “Sono volontario e ovunque mi mandino faccio quel che devo e sono sempre contento. Lesperienza più forte e bella è stata al mezzanino della Stazione Centrale, la sera. Il contatto con la gente di strada, vedere i problemi degli altri e scoprire che avrebbero potuto essere i tuoi: sono esperienze che ti aiutano a ridimensionare i pensieri e valorizzare quello che hai”.

Il progetto “Umani a Milano per Progetto Arca” nasce da un’idea di Stefano DAndrea prima come racconto digitale – una foto e una storia al giorno pubblicate su Facebook nel febbraio 2018 – poi come libro (pubblicato appunto da Edizioni Gribaudo lo scorso maggio). Ora, l’ultimo tassello arriva con la mostra fotografica per i 25 anni della mission e dell’attività di Fondazione Progetto Arca. “Grazie alla collaborazione con Arca ho avuto la possibilità di parlare con chi – per le cause più differenti – non ha altro tetto se non le stelle, altro cibo se non quello ricevuto in dono, altri amici se non quello che hanno deciso di esserlo, per un tempo limitato, per missione e per lavoro” spiega D’Andrea. “Lo scopo di Umani a Milano è di ridurre le distanze, spezzare il vuoto che c’è tra le persone che si incrociano sui marciapiedi ogni giorno. Si ha meno paura degli altri se ci hai parlato.

La mostra è visitabile presso l’Abbazia di Mirasole (Strada Consortile del Mirasole 7, Opera) fino al 30 giugno, dal martedì alla domenica (h.9-13, 16-19). L’ingresso è gratuito. Per maggiori info: www.progettoarca.org – www.abbaziamirasole.org

]]>
http://www.sonda.life/citta-in-movimento/umani-a-milano-60-storie-in-60-ritratti-per-ridurre-le-distanze/feed/ 0
Le Scarpe Della Discordia http://www.sonda.life/in-evidenza/le-scarpe-della-discordia/ http://www.sonda.life/in-evidenza/le-scarpe-della-discordia/#respond Sun, 02 Jun 2019 21:00:27 +0000 http://www.sonda.life/?p=7857 Di Alfredo Luis Somoza.

La multinazionale dell’abbigliamento sportivo Nike ha subito una sconfitta storica, senza che ci sia stato nemmeno bisogno di approdare in tribunale. La nuova scarpa della collezione Air Force 1 doveva portare un disegno, su fondo nero, in omaggio a Portorico, l’isola caraibica “associata” agli Stati Uniti. Il disegno riproduceva la rana Coquí, un piccolo batrace originario proprio di Portorico. Ma ecco che approssimazione e superficialità hanno trasformato l’operazione in un furto ai danni di Panama, e più precisamente dell’etnia Kuna. Un popolo che vive sull’arcipelago di San Blás, al largo della costa nord-orientale, verso la Colombia, difendendo con unghie e denti la sua autonomia culturale e anche territoriale.

L’arte kuna si esprime con uno dei prodotti più alti della cultura materiale americana, le molas: splendidi tessuti colorati che ormai da anni sono ambiti dai collezionisti d’arte. I Kunas attribuiscono a queste stoffe un valore insieme culturale e religioso. Le molas sono infatti le “tele” sulle quali raffigurano la loro mitologia. Per i creativi Nike, invece, le molas erano solo drappi colorati con uno stile affascinante. Ed ecco che l’omaggio a Porto Rico si è trasformato in un furto di proprietà intellettuale ai danni di un intero popolo. O meglio, in un caso di appropriazione culturale, tema al quale l’opinione pubblica nordamericana è sensibilissima. La denuncia dei Kunas ha fatto il giro del mondo grazie ai social network, costringendo l’azienda a sospendere la vendita delle scarpe incriminate e a riconoscere che si era creato un equivoco, ammettendo che per disegnare la rana Coquí portoricana erano state usate come modello le molas dei Kunas panamensi.

L’episodio potrebbe chiudersi qui, con un lieto fine. In realtà il furto di proprietà intellettuali e culturali ai danni dei popoli indigeni del mondo è un male antico mai debellato. Cominciò ai tempi del colonialismo, quando l’archeologia e la sedicente antropologia dell’epoca saccheggiavano opere d’arte, paramenti religiosi, addirittura corpi umani per riempire i musei “dell’uomo” delle capitali europee. E perdura ancora oggi, ad esempio con l’uso di simboli dei popoli nativi a scopo pubblicitario. Molte “scoperte” ancestrali di questi popoli sono state nel tempo brevettate a beneficio di aziende internazionali.

La tutela del diritto d’autore, da tempo ben regolamentata nel caso di persone fisiche o imprese, ha una storia recentissima quando riguarda i popoli. Anzi, al di là di poche eccezioni, non esiste ancora una codifica chiara, un riconoscimento formale dell’appartenenza di un bene tradizionale a un popolo. Oggi però l’uso dei social, e la crescente importanza della “reputazione” delle imprese, patrimonio che si può perdere velocemente, stanno portando a una forzatura in senso positivo della legge. Da un punto di vista legale, Nike avrebbe potuto tranquillamente usare le molasdei Kunas: non avrebbe di sicuro perso una causa davanti a un giudice, sempre ammesso che ci fosse margine per portarla in tribunale. Invece ha deciso di ritirare il prodotto dal mercato, come di solito le aziende fanno quando vengono colpite da una sanzione: di fatto, ha riconosciuto che non era proprietaria di quel prodotto culturale. Questo per tutelare la sua reputazione, per non finire nel mirino di campagne di boicottaggio. Di questi tempi, infatti, spesso la paura di finire alla gogna conta più delle sentenze dei tribunali. Altra novità sulla quale riflettere pensando al mondo del futuro.

https://alfredosomoza.com/

]]>
http://www.sonda.life/in-evidenza/le-scarpe-della-discordia/feed/ 0
La Lotta Virtuale Alla Mafia “Non Ci Piace” http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lotta-virtuale-alla-mafia-non-ci-piace/ http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lotta-virtuale-alla-mafia-non-ci-piace/#respond Sun, 02 Jun 2019 20:58:31 +0000 http://www.sonda.life/?p=7854 Di Anna Serrapelle. 

La lotta alla mafia non dovrebbe seguire tendenze o mode, dovrebbe sfuggire alla logica malata dei social. Eppure, nella società dei “mi piace” e dei “followers”, in un contesto in cui l’apparenza ha sempre più spesso la meglio sulla sostanza, anche un argomento così serio viene spesso strumentalizzato in modo davvero imbarazzante. Solo pochi giorni fa, il 23 maggio, è ricorso un triste anniversario, quello della strage di Capaci. Sono trascorsi 27 anni dal giorno in cui un ordigno esplosivo fece saltare in aria un tratto di autostrada uccidendo il giudice Giovanni Falcone, sua moglie, Francesca Morvillo, e tre dei suoi agenti di scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Come ogni anno, più che una ricorrenza di riflessione e di forte impegno nel contrasto alle mafie è stato purtroppo il festival dell’ipocrisia.

Facebook e gli altri social network sono stati letteralmente invasi da immagini in bianco e nero del giudice, da strazianti fotografie dell’attentato o da citazioni più o meno suggestive. Tutti sembravano antimafiosi per un giorno e dietro i monitor, ma nei fatti? Quanti lo sono per davvero?

Nella realtà il 24 maggio molti tornano a fare le stesse cose di sempre: pagare il parcheggiatore abusivo o il “pizzo”, chiedere aiuto al politico di turno, barattare il proprio voto con un qualche favore, accettare compromessi per un tornaconto personale. Questo commemorare del tutto apparente purtroppo riguarda sia il singolo cittadino sia le istituzioni.  Da anni ormai i familiari denunciano infatti la tristezza di queste cerimonie trasformate in contenitori sterili e sempre più “vuoti” di messaggi concreti e di reale riscatto dal giogo mafioso. Quest’anno, a storcere il naso e ribellarsi al programma della commemorazione, organizzata come sempre nell’aula bunker di Palermo, è stato per primo Claudio Fava, il presidente  della Commissione regionale antimafia, che ha affidato il proprio sdegno ad un lungo post su Facebook, nel quale ha espresso la propria intenzione di disertare la manifestazione ufficiale preferendo recarsi a Capaci, nel luogo in cui tutto è avvenuto.

“Hanno trasformato – ha scritto Fava – il ricordo del giudice Falcone nel festino di Santa Rosalia. Al posto dei vescovi e dei turibolanti che spargono incenso, domani ci saranno i ministri romani, gli unici che avranno titolo per parlare (con la loro brava diretta televisiva) e per spiegarci come si combatte cosa nostra. Cioè verranno loro, da Roma, per spiegarlo ai siciliani, a chi da mezzo secolo si scortica l’anima e si piaga le ginocchia nel tentativo di liberarsi dalle mafie”.

Fava non è stato l’unico a dirsi indignato per certe “scelte” organizzative (tra le quali l’invito al ministro dell’Interno, Matteo Salvini): la manifestazione è stata disertata anche da Nello Musumeci, il presidente della Regione, che ha spiegato di averlo fatto per le troppe polemiche irrispettose nei confronti del giudice e degli agenti morti. Musumeci ha preferito ricordarli andando alla caserma Lungaro per la deposizione della corona d’alloro da parte del capo della polizia e lavorando, ha affermato, “per tentare di tirar fuori i ragazzi dal condizionamento da parte della criminalità organizzata che si nutre e alimenta della disperazione dei giovani soprattutto nelle periferie dove lo Stato ha difficoltà ad arrivare”.

Polemiche tra le istituzioni, interventi più politici che sentiti e tanta, desolante, mancanza di reale partecipazione al dolore dei familiari e di effettivo impegno antimafioso. Questi i messaggi delle celebrazioni. Messaggi biasimevoli ma anche piuttosto gravi che rischiano di indebolire ciò che dovrebbero celebrare. Ed in effetti, proprio a ridosso di questa data così significativa, non sono mancati i soliti messaggi offensivi, atti vandalici che hanno violato luoghi simbolo con un tempismo preoccupante. Lo scorso 18 maggio, a Trapani, è stato imbrattato con della vernice nera un murales dedicato a Francesca Morvillo, moglie del giudice Falcone. Sul suo volto sono stati disegnati baffi e barba ed una parolaccia in basso ha reso il “messaggio” ancora più oltraggioso. Il 21 maggio, inoltre, a Ficuzza, in provincia di Palermo, è stata distrutta la targa in onore di Ninni Cassarà, capo della squadra mobile di Palermo ucciso dalla mafia nel 1983.

Due episodi piccoli ma esecrabili e molto eloquenti. La mafia è reale, non è pensabile contrastarla con celebrazioni vuote o a suon di citazioni. Sono necessari quotidiani atti di impegno concreto ed una costante educazione alla legalità. Ed è necessario dare l’esempio ogni giorno. La lotta virtuale alla mafia “non ci piace”, torniamo a combatterla davvero.

ilmegafono.org

]]>
http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lotta-virtuale-alla-mafia-non-ci-piace/feed/ 0
Inquinamento Fiumi: Presenza Di Antibiotici 300 Volte I Limiti http://www.sonda.life/in-evidenza/inquinamento-fiumi-presenza-di-antibiotici-300-volte-i-limiti/ http://www.sonda.life/in-evidenza/inquinamento-fiumi-presenza-di-antibiotici-300-volte-i-limiti/#respond Sun, 02 Jun 2019 20:56:15 +0000 http://www.sonda.life/?p=7851 Un inquinamento sempre più elevato al quale bisogna al più presto porre rimedio. Si tratta dell’emergenza dei fiumi di tutto il mondo, nei quali sono state trovate sostanze antibatteriche. In particolare, in due terzi dei fiumi del Pianeta vi sono concentrazioni di antibiotici che talvolta arrivano a oltrepassare di 300 volte le soglie ritenute sicure dall’Amr Industry Alliance, coalizione privata impegnata contro la minaccia dei superbatteri invulnerabili ai farmaci. A parlarne è uno studio dell’università di York, presentato al meeting della Setac – Società internazionale di chimica e tossicologia ambientale di Helsinki.

La ricerca ha preso in considerazione i livelli di 14 antibiotici di uso comune in 711 siti lungo i fiumi di 72 paesi in sei continenti. Gli autori hanno spedito in tutto il mondo 92 kit di prelievo chiedendo a ricercatori locali di fare più campionamenti. Il fiume più inquinato si trova in Bangladesh, dove il Metronidazolo, usato principalmente per alcune infezioni batteriche della pelle e della bocca, mostrava una presenza molto alta. I continenti dove i limiti di sicurezza vengono maggiormente superati sono Asia e Africa, nello specifico in Bangladesh, Kenya, Ghana, Pakistan e Nigeria. La situazione desta preoccupazione anche in America ed Europa. In quest’ultimo continente, il sito più inquinato è in Austria.

L’antibiotico maggiormente presente è stato il trimetroprim, utilizzato per le infezioni urinarie, che era presente in 307 dei 711 siti testati. Fra quelli monitorati, invece, la ciprofloxacina è il farmaco che supera più volte i livelli di sicurezza (in ben 51 campioni).

I luoghi dove gli inquinanti sono di solito diffusi si trovano vicino a impianti di trattamento dei rifiuti o in zone instabili dal punto di vista della sicurezza. “Molti scienziati ora riconoscono il ruolo dell’ambiente nello sviluppo della resistenza agli antibiotici – spiega Alistair Boxall, uno degli autori -. I nostri dati dimostrano che la contaminazione dei fiumi può essere uno dei veicoli”. I dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) parlano chiaro: circa 700mila persone ogni anno muoiono a causa di infezioni resistenti ai farmaci. Numeri che potrebbero aumentare se non verranno prese al più presto delle misure adeguate per contrastare il fenomeno; si tratta, infatti, di una prospettiva di 10 milioni di morti entro il 2050.

ilmegafono.org

]]>
http://www.sonda.life/in-evidenza/inquinamento-fiumi-presenza-di-antibiotici-300-volte-i-limiti/feed/ 0
Lo Stato Di Polizia Nel Paese Del Gattopardo http://www.sonda.life/in-evidenza/lo-stato-di-polizia-nel-paese-del-gattopardo/ http://www.sonda.life/in-evidenza/lo-stato-di-polizia-nel-paese-del-gattopardo/#respond Mon, 27 May 2019 15:06:17 +0000 http://www.sonda.life/?p=7846 Di Maurizio Anelli.

Genova, giugno 1960: i fascisti del Movimento Sociale Italiano convocano per i giorni 2,3 e 4 luglio il sesto congresso del proprio Partito, annunciando la presenza dell’ex prefetto fascista Carlo Emanuele Basile che, negli anni della dittatura fascista, aveva torturato e deportato in Germania centinaia di oppositori al regime. Non solo: il governo Tambroni, sostenuto dai voti dell’estrema destra italiana, nomina Giuseppe Lutri nuovo Questore di Genova. Anche Lutri ha un passato fascista alle spalle: era il capo della squadra politica di Torino. Genova, medaglia d’oro alla Resistenza, non può accettare tutto questo e reagisce: il 30 giugno è il giorno del grande sciopero generale indetto dai partiti della sinistra, dalle associazioni e dai sindacati genovesi. È una folla immensa quella che riempie le piazze e le strade di Genova: partigiani, operai delle fabbriche, portuali e, per la prima volta, migliaia di giovani ventenni o poco più. Sono i “giovani con le magliette a strisce”, operai e studenti che non hanno fatto la Resistenza, ma che hanno una profonda coscienza antifascista. In concomitanza con l’inizio del congresso, il 2 luglio, è proclamato un nuovo sciopero e già il giorno prima nella città affluiscono migliaia di poliziotti e carabinieri, con l’ordine di sparare sui manifestanti. Sono giorni difficili con scontri di piazza duri e violenti, sono tantissimi i lavoratori e gli antifascisti mobilitati e Genova antifascista vince quella battaglia, ma il prezzo pagato sarà altissimo.

Genova, luglio 2001: è ilmese del G8, dove i leader dei Paesi più industrializzati dirigono il traffico del neoliberismo mondiale. In quei giorni la democrazia non esiste più e una generazione viene politicamente e umanamente annientata. Sono i giorni della “macelleria” che inghiotte Carlo Giuliani, sono i giorni della violenza e della vergogna per lo Stato e tutte le sue forze dell’Ordine, nessuna esclusa. Sono i giorni della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto, dove Genova diventa come l’Argentina delle torture e dei generali. La Corte europea dei diritti umani dichiarò che “…quanto compiuto dalle forze dell’ordine italiane nell’irruzione alla scuola Diaz, in occasione del G8 di Genova, il 21 luglio 2001, deve essere qualificato come tortura”E lo Stato ? Lo stato non mostrò nessuna vergogna, complice e mano armata delle sue divise perverse e sbagliate.  Sui fatti di Genova, sulla violenza immensa di quei giorni, è stato scritto tutto quello che si poteva scrivere: io scelgo questo articolo di Piero Scaramucci, perché ebbe il coraggio di scrivere nome e cognome di chi era seduto in cabina di regia mentre sulle strade di Genova calava la notte: https://www.radiopopolare.it/2016/07/g8-genova-cosa-e-stato-quel-luglio-2001/

Genova, maggio 2019: è la stagione del Ministro degli Interni Matteo Salvini, della Lega e di chi, complice, siede al Governo accanto a lui. È la stagione di CasaPound e di Forza Nuova, Partiti che si dichiarano apertamente fascisti sfidando la Costituzione e le leggi Scelba e Mancino. Arroganti, squadristi sempre pronti a entrare in azione nelle Città e nelle loro periferie, da Roma a Milano. Sanno cosa vogliono e come ottenerlo, le Prefetture consentono i loro cortei e le loro sfilate, i loro comizi. Anche a Genova. Pochi i Sindaci che hanno il coraggio di sfidare l’autorità e le decisioni del loro Prefetto.  Genova una volta ancora deve fare  i conti con i fascisti, e anche questa volta reagisce e scende in piazza. E, anche questa volta, paga il suo prezzo. La giornata di giovedì 23 maggio è teatro, una volta di più, della violenza contro chi manifesta in nome dell’antifascismo. I lacrimogeni delle forze dell’ordine rigano il cielo e l’asfalto. Stefano Origone, giornalista di Repubblica, è picchiato dalla polizia mentre sta documentando gli scontri di piazza. Più tardi, racconterà quei momenti dal letto dell’ospedale dove è ricoverato: “Ho visto tanta rabbia da parte della polizia, è stata una caccia all’uomo. A prescindere dal fatto che sia un giornalista, è grave che mi abbiano colpito quando ero a terra inerme”. In un’intervista del 25 maggio, sul suo giornale, Stefano Origone afferma che dal Governo ha ricevuto solo silenzio. Poi però, subito dopo, afferma che “…Mi sembravano degli animali in gabbia: stanchi, esasperati dalle provocazioni degli antagonisti. Rabbiosi. Ad un certo punto ho avuto l’impressione che volessero solo andare al di là delle barriere in acciaio, sfogare tutta la loro frustrazione…”. Ecco, su quest’ultima affermazione si potrebbe aprire una bella discussione:  “le forze dell’ordine esasperate dalle provocazioni degli antagonisti… “. C’è qualcosa che non  torna:  consentire un comizio ad una forza dichiaratamente fascista e razzista non conta nulla, mentre la reazione antifascista esaspera  gli animi delle forze dell’ordine… https://www.repubblica.it/cronaca/2019/05/25/news/il_nostro_giornalista_in_ospedale_dal_governo_soltanto_silenzio_-227122132/. Non ricordo la stessa esasperazione quando, nell’ottobre scorso, i fascisti di Casapound di fronte alla possibilità dello sgombero del loro quartier generale a Roma occupato abusivamente da quindici anni, minacciarono le forze dell’ordine con un “… Se entrate sarà un bagno di sangue”. https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/18_ottobre_23/roma-se-ci-fate-perquisizione-casapound-ddca82dc-d628-11e8-8d40-82f2988440be.shtml

Andiamo avanti. Nel 2012 il Parlamento europeo approvava una risoluzione sui diritti fondamentali nell’Unione europea in cui si sollecitavano gli stati membri a “garantire che il personale di polizia porti un numero identificativo”. S’iniziò a parlarne dopo le violenze del G8 di Genova, quando le immagini di quei giorni fecero il giro del mondo. Alcuni stati europei hanno dato un seguito a questa sollecitazione, non l’Italia. Il 13 febbraio del 2014, è stata depositata in Senato una proposta di legge del Movimento cinque stelle a prima firma di Marco Scibona, associata ad altre due proposte, una firma di Luigi Manconi (Pd) e una a firma di Peppe De Cristofaro (Sel). Oggi, 2019, il M5S è al governo con la Lega ma la proposta di legge è scomparsa dal dibattito parlamentare. Nel novembre 2018 Amnesty International rivolge un appello al ministro dell’Interno Matteo Salvini e al capo della Polizia Franco Gabrielli, per lanciare la campagna affinché le forze di polizia siano dotate di codici identificativi individuali durante le operazioni di ordine pubblico. Alla campagna aderiscono le Associazioni Federico Aldrovandi, A Buon Diritto, Antigone, Associazione Stefano Cucchi Onlus e Cittadinanzattiva.  Sono in tanti a opporsi, prima di tutto i sindacati di polizia… gli stessi che applaudirono gli agenti coinvolti nel processo per la morte di Federico Aldrovandi. https://bologna.repubblica.it/cronaca/2014/04/30/news/tonelli_sap_aldrovandi-84840415/

Ma a bloccare tutto sono molte forze politiche, assolutamente contrarie. Dall’attuale Ministro degli Interni, e qui è facile capirne i motivi, alla destra estrema come Giorgia Meloni che, sul suo profilo social, nell’estate 2018, si spinge addirittura oltre: “… abolire il reato di tortura che impedisce agli agenti di fare il proprio lavoro”. https://www.huffingtonpost.it/2018/07/12/giorgia-meloni-abolire-il-reato-di-tortura-che-impedisce-agli-agenti-di-fare-il-proprio-lavoro_a_23480623/

C’è una nuvola nera, pesante e minacciosa, che offende e umilia la libertà e il diritto civile. Qualcuno pensa che questo non sia un regime solo perché non sono state ancora soppresse le libertà di stampa e di opinione. Certo, non siamo in presenza dei carri armati nelle strade e il popolo italiano può ancora esprimere il proprio voto per eleggere il suo Parlamento. Ma, di fatto, è represso il dissenso politico. Il recente decreto Sicurezza e, ancora di più, le modifiche successive allo stesso decreto e che oggi attendono il voto del Consiglio dei Ministri e del Parlamento per essere attuate, è una realtà che non si può fingere di non vedere. C’è uno Stato incapace di garantire l’incolumità e la vita a chi entra nelle maglie della giustizia, il caso di Stefano Cucchi è solo l’ultimo e drammatico esempio e ci sono voluti quasi dici anni di insulti e menzogne, di coperture a tutti i livelli, prima che la verità venisse fuori in tutta la sua violenza. C’è un legame ambiguo, e pericoloso per la democrazia, fra le Forze dell’Ordine e lo Stato, ma questa brutta storia è cominciata tanto tempo prima, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969 quando la Polizia di Stato trattenne Giuseppe Pinelli per un tempo superiore alle 48 ore di fermo di polizia stabilite dalla Legge. Quella legge fu violata e la storia di Giuseppe “Pino” Pinelli la conosciamo tutti. Lo Stato non ha mai voluto fare i conti con quella storia e quella notte in una stanza della Questura di Milano, e da quella notte poco o nulla è cambiato dentro le troppe divise sbagliate. Qualcuno ha bisogno di quelle divise sbagliate, perché non servono i carri armati per poter parlare di “Regime”, basta osservare quello che succede nelle piazze quando si esprime il dissenso, e domandarsi perché e a chi giova tutto questo, basta uno Stato di Polizia. Nel Paese del “Gattopardo” è quello che sta succedendo.

]]>
http://www.sonda.life/in-evidenza/lo-stato-di-polizia-nel-paese-del-gattopardo/feed/ 0
Dal Design Un Nuovo “Stimolo” Al Cambiamento Sostenibile http://www.sonda.life/citta-in-movimento/dal-design-un-nuovo-stimolo-al-cambiamento-sostenibile/ http://www.sonda.life/citta-in-movimento/dal-design-un-nuovo-stimolo-al-cambiamento-sostenibile/#respond Mon, 27 May 2019 15:04:11 +0000 http://www.sonda.life/?p=7843 Di Lucio Salciarini.

Si è chiusa la quarta edizione di Envisioning Forum, appuntamento di “visione” che l’Istituto Europeo di Design propone da qualche anno alla città di Milano. Tema, la Rivoluzione del Fare, perché “è troppo tardi per essere sostenibili: è ora di cambiare lispirazione in azione”

Cambiare sistema educativo, per formare individui in grado di agire consapevolmente sin da piccoli. Cambiare e conoscere se stessi, per intervenire poi sul clima e l’ambiente. Cambiare attraverso l’Arte e il Design, mezzi per creare inclusione. Vivere il cambiamento da attori, generando innovazione.

È una parola chiave tanto fuggevole quanto necessaria – Cambiamento – a guidare la quarta edizione di Envisioning Forum – “La Rivoluzione del Fare”, promosso dall’Istituto Europeo di Design e svoltosi la scorsa settimana a La Stamperia Milano, uno dei nuovi spazi dedicati agli eventi e alla creatività che il recupero delle ex aree industriali cittadine sta offrendo.

Operare per il Cambiamento significa essere attori anziché reattori, muoversi nella società anticipando e indirizzando e non solo rispondendo a bisogni emergenti – afferma Emanuele Soldini, Direttore dello IED. “Si tratta di un approccio fondamentale per un progettista al servizio del benessere comune: come formatori sentiamo una particolare responsabilità nellispirarlo”.

In una cornice allestita con materiali destinati al riuso da parte degli stessi studenti IED si è tenuto dunque un momento di riflessione e di stimolo al Cambiamento in linea con il programma d’azione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, patrocinato dal Comune di Milano e con la partnreship di Lifegate.

“Il momento di smettere di lamentarsi e iniziare a fare è arrivato – affermava Mónica Cantón de Celis, CEO di Design for Change Global, movimento educativo internazionale che punta a formare individui consapevoli sin da bambini – Linnovazione viene da una nuova generazione di ‘doersche non aspettano che siano gli adulti a intraprendere i cambiamenti, ma che rendono il cambiamento reale, essi stessi. I ‘doersstanno arrivando…”.

Questo invito alla Metamorfosi è stato proposto negli interventi di due relatori entrambi formatisi nell’ambito dell’Organizzazione di Al Gore, il Climate Reality Project, che contribuisce all’educazione al cambiamento climatico e alle sue soluzioni: Francesco Cara, Designer, Climate Reality Leader e creatore della piattaforma If You Want To; e Claudia Laricchia del Future Food Institute, di cui è Head of Institutional relations and global strategic partnerships.

Ci troviamo oggi intrappolati tra un modo di vita moderno ed entusiasmante (che rischia però di portarci diritti allestinzione) e modi di vita alternativi, pieni di incognite, forse peggiori, forse migliori, ma sicuramente più in armonia con il mondo” – ha affermato Francesco Cara, attraverso una serie di esempi che  illustrano nuovi modi di vita sostenibili che emergono in risposta ai cambiamenti climatico-ambientali. “Ci siamo illusi di poter transitare dal mondo ‘fossileal mondo sostenibile in modo graduale, ma più ci proviamo, più ci rendiamo conto che si tratta di mondi radicalmente diversi, che funzionano secondo sistemi di pratiche e valori incompatibili tra loro. Il passaggio graduale non è quindi possibile: deve essere una Metamorfosi”. La piattaforma If You Want To raccoglie, analizza e facilita proprio la diffusione di alternative ai modi di consumo, produzione, distribuzione e informazione tradizionali, ed è probabilmente ad oggi la più grande banca dati su prodotti e servizi green al mondo.

A provare a illustrare quanto questa urgenza di cambiare passi necessariamente anche attraverso il nostro nutrimento è Claudia Laricchia, coordinatrice del programma Future Food for Climate Change, che vede la Food Innovation “from farm to fork” come chiave per risolvere la relazione malata tra cibo e clima. La premessa è chiara e comporta un’azione innanzitutto sul “Me”, per passare poi da questo al “Noi”: “Non puoi cambiare il mondo se non sei disposto a cambiare te stesso. Cambiare attraverso tre C fondamentali: consapevolezza, conoscenza e comunità”.

È proprio di questo che si occupa il Future Food Institute: “generare e accelerare impatti -sociali, culturali, economici ed ambientali – attraverso la conoscenza, linnovazione e la tecnologia applicata al settore agroalimentare, da una parte responsabile di un terzo delle emissioni di gas serra e dall’altra prima vittima del cambiamento climatico. La Food Innovation è la chiave per la Rivoluzione del Fare: fare per ristabilire velocemente un rapporto sano tra l’uomo e se stesso e tra l’uomo e il Pianeta, che passa in primis dal cibo, espressione più naturale di questa relazione vitale.

Il cibo, dunque, vittima e carnefice al tempo stesso dei cambiamenti climatici, è il primo agente di cambiamento e la prima porta che ci connette al Pianeta. “Noi non siamo la Generazione Z, siamo gli adulti e abbiamo il dovere di trovare una risposta per quel milione e mezzo di giovanissimi che ci stanno mettendo davanti al problema.” Tutti possiamo diventare Climate Shaper e contribuire così a mitigare la crisi climatica attraverso l’innovazione agroalimentare, anche attraverso apposite summer school proposte proprio dal Future Food Institute. “È troppo tardi per essere sostenibili: è ora di cambiare lispirazione in azione” concludeva Laricchia.

Il cambiamento sostenibile deve necessariamente includere infine anche l’aspetto sociale. Così ha

esordito l’Alumna IED Gaella Gottwald, Art Director, Artista e Imprenditrice culturale, che si fa promotrice di un impatto virtuoso sulla società attraverso la creatività: “La Rivoluzione del Fare è creare, coinvolgere, collaborare e risolvere problemi”. Gaella è fondatrice di SOS Creative Clinic, programma che porta avanti progetti di tipo ambientale ed economico nell’ambito della Croatian Cultural Alliance, per promuovere l’imprendtoria culturale, la consapevolezza ecologica, l’innovazione e l’inclusione sociale.

Envisioning Forum 2019 si colloca nel più ampio percorso di una rivoluzione sostenibile “made in IED” che ha preso avvio con il concept installativo Under Pressure durante la Design Week 2019, punto di inizio di un percorso di sviluppo progettuale triennale.

A rimarcare che la Rivoluzione del Fare comincia da noi, in occasione di Envisioning Forum è nata anche la foresta IED: un impegno concreto scaturito dall’adesione dell’Istituto Europeo di Design al progetto di sostenibilità ambientale e sociale di Treedom, piattaforma web nata a Firenze nel 2010. 301 nuovi alberi di cacao in Camerun contribuiranno alla tutela della biodiversità, porteranno benefici formativi agli agricoltori e alle comunità coinvolte, sosterranno il reddito delle famiglie, contribuiranno all’assorbimento di CO2 a livello globale e alla stabilizzazione dell’assetto idrogeologico, contrastando la desertificazione dei suoli.

]]>
http://www.sonda.life/citta-in-movimento/dal-design-un-nuovo-stimolo-al-cambiamento-sostenibile/feed/ 0
Ordine E Disciplina, In Fila Per Tre http://www.sonda.life/in-evidenza/ordine-e-disciplina-in-fila-per-tre/ http://www.sonda.life/in-evidenza/ordine-e-disciplina-in-fila-per-tre/#respond Mon, 20 May 2019 11:11:07 +0000 http://www.sonda.life/?p=7838 Di Maurizio Anelli.

“Agitatevi perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo. Organizzatevi perché avremo bisogno di tutta la vostra forza. Studiate perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza” (Antonio Gramsci).

Per il valore e la statura del suo impegno, intellettuale e politico, Antonio Gramsci è universalmente considerato tra le maggiori figure della prima metà del Novecento italiano, impegno e idee per cui fu condannato al carcere e al confino dal regime fascista. Il suo pensiero e i suoi scritti sono un patrimonio studiato ancora oggi. Antonio Gramsci conosceva il valore della parola “studiare”. Studio, Cultura… storia. Parole che da sempre spaventano il potere, chi lo detiene e chi lo esercita. Di solito fra loro si annida l’ignoranza più rozza, ed è per questo che ne sono spaventati. La sfida con la conoscenza e con il coraggio della parola è una battaglia impari per chi considera i libri solo carta e si limita a guardarne le illustrazioni. Ma i libri raccontano, insegnano. Spesso capita che qualcuno s’innamori della conoscenza e della voglia di studiare e di capire. Quando questo succede, si mette in moto un meccanismo che può portare molto lontano, che fa volare in alto.

All’Istituto Industriale “Vittorio Emanuele III” di Palermo succede che, in occasione della “Giornata della memoria”, un gruppo di studenti decida di presentare un video, frutto di un lavoro collettivo, dove si analizzano e si discutono le analogie  fra le leggi razziali del 1938 e i contenuti del “decreto sicurezza” del ministro dell’Interno Matteo Salvini. È un lavoro importante, nel quale i ragazzi credono: elaborare in autonomia un confronto fra il passato e il presente ed esprimere, in totale libertà, il proprio pensiero entrando nel merito della questione. A tutto questo, nella mente degli studenti si accompagna, e davvero non è cosa di poco conto, la fiducia e la certezza che l’insegnante lascerà loro la piena autonomia nel presentare questo lavoro. E così, in effetti, è successo. In un mondo come quello della scuola dove con molta fatica si prova a far passare il messaggio di educare e crescere gli adulti di domani, tutto questo dovrebbe essere accompagnato da un plauso. Ma questo Paese, oggi più che mai, non è in grado di accettare e apprezzare tutto questo: il pensiero libero, il coraggio e la capacità di sostenere le proprie tesi, sono ancora considerati un pericolo e un atto d’insubordinazione da punire. In questo caso si sceglie la strada più misera e vile: poiché mancherebbe qualunque capo d’accusa capace di reggere una manciata di minuti, non si puniscono gli studenti ma si colpisce l’insegnante.

Mauri Biani-Il Manifesto

Rosa Maria Dell’Aria, è lei la “cattiva-maestra” colpevole di aver dato agli studenti la possibilità di esprimere un libero pensiero. “Omessa vigilanza” è l’accusa che le viene mossa, e il provvedimento è davvero degno di quel ventennio fascista che voleva il mondo della scuola disciplinato e in fila per tre. Evidentemente quel modello di scuola suscita ancora nostalgia. La sua è una vita dedicata all’insegnamento, con l’orgoglio di veder crescere i “suoi ragazzi”. Quella vita e quell’orgoglio sono presi a schiaffi da un provvedimento disciplinare – sospensione e dimezzamento dello stipendio – che offende e non ha giustificazioni. https://www.ilpost.it/2019/05/17/storia-insegnante-sospesa-palermo-slide-salvini/.

Personalmente condivido e considero lecite, da un punto di vista storico, etico e politico, le considerazioni e il merito del lavoro presentato dai ragazzi. Ma questo è relativo, il diritto alla libera opinione è ancora consentito in questo Paese anche se tutto va nella direzione della censura tipica dei regimi a pensiero unico. Quello che non può sfuggire alla discussione è il vero nocciolo della questione: “Ordine e disciplina”, perché la legge del Ministro degli Interni non si discute, e soprattutto non possono permettersi di discuterla un gruppo di ragazzi di una scuola perchè accostare la persecuzione antisemita del regime fascista ai provvedimenti repressivi sui migranti di oggi è considerato inammissibile nell’Italia Repubblicana. È un delitto di “lesa maestà” di fronte al quale scattano immediatamente le ritorsioni del potere. C’è un gioco perverso, ma chiarissimo, da parte del Ministro degli Interni e Vice-Presidente del Consiglio Matteo Salvini: lui pontifica, semina a piene mani odio razziale, crea leggi e decreti in aperto conflitto con la Costituzione e con qualunque principio di umana solidarietà, manda avanti i suoi sgherri per reprimere e punire chi non si allinea al pensiero unico, afferma che “… Dire che Salvini è fascista, che il decreto sicurezza è fascista e parlare di Olocausto e di Salvini assassino, non penso sia opportuno e non è opportuno che ci siano questi accostamenti irrispettosi perché il fascismo fece dei morti, il comunismo fece dei morti, il nazismo fece dei morti e noi vogliamo salvare vite difendendo i confini italiani”… ma poi finge di ricucire, di tendere la mano e di mostrare il lato dialogante della sua maschera. https://www.lasicilia.it/news/palermo/244049/prof-sospesa-salvini-tende-la-mano-pronto-ad-incontrarla-a-palermo-e-lei-si-assieme-ai-miei-studenti.html

L’insegnante, persona intelligente, accetta l’invito ma propone al Ministro un incontro che non escluda i suoi studenti: “Non ho alcuna remora a incontrare il ministro Salvini, se può essere un’occasione di dialogo e di confronto che ben venga. Certamente sono disposta ad ascoltarlo assieme ai miei studenti”. Colpisce però il silenzio istituzionale che avvolge l’intera vicenda. Gli studenti di Palermo, invece, scendono subito in piazza e regalano la loro solidarietà a Rosa Maria. Lo fanno con una manifestazione davanti alla sede della prefettura per chiedere l’immediata revoca del provvedimento disciplinare. Imbarazzante la reazione del Provveditorato: “Ho agito secondo giustizia e secondo coscienza, conosco a menadito le carte e ho svolto il mio lavoro con serietà”, afferma il provveditore agli studi Marco Anello. https://www.tecnicadellascuola.it/docente-sanzionata-a-palermo-parla-il-provveditore-ho-la-coscienza-a-posto

Ma da chi è partita la segnalazione che porta al provvedimento punitivo contro la Professoressa? La segnalazione nasce da un tweet inviato al ministro dell’Istruzione Marco Bussetti da tale Claudio Perconte, attivista di destra di Monza che si autodefinisce sovranista. Il tweet forza la mano su cose che non corrispondono al vero, ma l’effetto è quello desiderato dal signor (?) Perconte.

Ci sarebbe da aggiungere che chi ha visto il video non ha riscontrato nessuno degli elementi indicati dal tweet, e questo pone un interrogativo: su quali basi sono state decise le misure contro l’insegnante? L’aver visionato il filmato o solamente aver dato credito a un tweet ? C’è un problema di fondo in questo Paese: si chiama Democrazia, e la democrazia va difesa, protetta. Il più delle volte per riuscirci è necessario andare in “direzione ostinata e contraria”, sfidare il potere e i potenti, pagare un prezzo.

Irene Carmina ha trentaquattro anni, è un’avvocatessa specializzata in Diritto penale internazionale e ha scritto questa lettera all’insegnante Rosa Maria Dell’Aria. Vale la pena di leggerla, perché dice molto di più di quanto non sia stato capace di fare io con le mie parole.

“Non provi neanche per un attimo vergogna, amarezza o rimorso per quanto accaduto sebbene ora sia costretta a subire un provvedimento grave e riprovevole e a vedere il suo viso triste comparire su tutte le testate giornalistiche, come fosse colpevole di una condotta illegale o peggio di un comportamento diseducativo nei confronti del suoi allievi. Sia invece orgogliosa del pensiero critico che ha saputo instillare nei suoi studenti, della libertà di manifestazione del pensiero che non è solo formale, ma sostanziale e praticata nella sua scuola, della levatura culturale di un gruppo di studenti che non si imita a imparare pedissequamente la data di una battaglia, ma riflette, analizza criticamente e crea un suo pensiero indipendente, manifesta i suoi dubbi e la sua contrarietà.

Essere contrari, quando ciò non si materializzi nell’agire violento ma rimanga manifestazione del proprio libero pensiero oppositivo come esercizio di una libertà positiva e del suo contrario negativo, è un diritto, non certo un’attività di propaganda politica, come pure si è voluto far pensare . Gioisca perché, pur inconsapevolmente, ha palesato la verità di questo governo allergico al diverso, allo straniero, all’oppositore, che si serve di una squadra della Digos per fare irruzione in un liceo. Sia fiera dei suoi studenti perché il paradosso di quanto accaduto è che hanno mostrato, con i fatti susseguenti al video incriminato, che un dubbio ragionevole esiste sull’accostamento dell’agire di questo governo ad una condotta di regime. Alzi lo sguardo, perché noi non ce lo facciamo abbassare”.

]]>
http://www.sonda.life/in-evidenza/ordine-e-disciplina-in-fila-per-tre/feed/ 0
La Nuova Guerra Fredda Tra USA E Cina http://www.sonda.life/in-evidenza/la-nuova-guerra-fredda-tra-usa-e-cina/ http://www.sonda.life/in-evidenza/la-nuova-guerra-fredda-tra-usa-e-cina/#respond Mon, 20 May 2019 11:05:41 +0000 http://www.sonda.life/?p=7834 Di Alfredo Luis Somoza.

La guerra dei dazi tra gli Stati Uniti e la Cina è soltanto la prima scaramuccia in grande stile di un conflitto più ampio in corso da tempo. Se durante la Guerra Fredda il primato tra le due potenze si giocava sulla forza militare e sulle armi nucleari, in questa fase la supremazia – pur continuando a poggiare sull’apparato bellico – si baserà soprattutto sulla potenza economica e sulla capacità di controllare i settori strategici della nuova economia. Il piano di Pechino, sintetizzato nel progetto Made in China 2025, prevede il raggiungimento della parità economica con gli Stati Uniti tra soli 6 anni, mentre il sorpasso nel campo dell’intelligenza artificiale è previsto nel 2030. Le caratteristiche di questo scontro per l’egemonia sono dunque in buona misura originali rispetto al passato: questo perché, mentre ai tempi della Guerra Fredda le due potenze prosperavano all’interno di sistemi economici autonomi l’uno dall’altro, oggi i duellanti fanno parte dello stesso mercato globale, anzi, ne sono i pilastri. Entrambi hanno reso possibile la globalizzazione, entrambi sono fermamente capitalisti e ormai sono interdipendenti. La Cina dipende dal mercato statunitense per mantenere i suoi ritmi di crescita e dare sbocco alle proprie merci, gli USA dipendono dalla Cina in qualità di acquirente del debito pubblico, dei prodotti agricoli e dell’alta tecnologia statunitensi.

Non si era mai visto uno scontro tra due Paesi che sono il primo mercato (gli USA per la Cina) e il secondo creditore (la Cina per gli USA) l’uno dell’altro. Tuttavia anche gli altri conflitti post-Guerra Fredda nascondono spesso la stessa grande contraddizione: vedono contrapposti Stati fortemente vincolati da legami commerciali o produttivi. Su scala minore sono emblematici i casi del Venezuela di Nicolás Maduro, osteggiato da Washington (e sostenuto da Russia e Cina) pur avendo sempre avuto come primo cliente gli Stati Uniti; e dell’Iran, che in Medio Oriente sostiene regimi ostili all’Europa ma ha bisogno dello sbocco di mercato europeo per il suo petrolio. È l’eredità della globalizzazione, che negli anni ’90 scardinò chiusure e barriere, spostando competenze e capitali. Proprio per via di questi legami, oggi i conflitti combattuti con le armi riguardano pochi scenari: regioni per lo più marginali per l’economia mondiale, come nel caso palestinese, oppure Paesi che sono oggetto di una contesa tra grandi portatori di interesse, come nel caso della Libia.

Ma la situazione è comunque pericolosa. Se non altro perché, contestualmente alla crescita di questi conflitti, sta tramontando l’intero impianto multilaterale mondiale: dagli accordi commerciali alle azioni contro il cambiamento climatico, dalla mediazione per risolvere le guerre alla tutela dei diritti umani. È un gigantesco “liberi tutti” nel quale emergono quotidiane violazioni di ogni tipo di regola senza che si registri nemmeno una protesta formale. La lotta per la supremazia, oppure per la sopravvivenza, non ammette che si perda tempo a riflettere sulle conseguenze prodotte dal moltiplicarsi di autoritarismi e totalitarismi. E intanto la democrazia sta visibilmente arretrando, anno dopo anno.

È questa la grande differenza tra l’epoca della Guerra Fredda, quando i contendenti propugnavano due tipi diversi di democrazia, con mercato e senza mercato, e la situazione di oggi, in cui si lotta solo per il controllo del mercato, a prescindere da tutto il resto. Questa nuova Guerra Fredda senza ideologia sancisce il trionfo dell’economia, alla quale dagli anni ’90 è stato delegato ogni potere di indirizzo. Ma il mondo non è un’azienda, e il rischio per tutti è che i Paesi in gara per la supremazia sono armati fino ai denti.

https://alfredosomoza.com/

]]>
http://www.sonda.life/in-evidenza/la-nuova-guerra-fredda-tra-usa-e-cina/feed/ 0
Fontanelle Negli Aereoporti Per Combattere Plastica e Prezzi Elevati Dell’Acqua http://www.sonda.life/in-evidenza/fontanele-negli-aereoporti-per-combattere-plastica-e-prezzi-elevati-dellacqua/ http://www.sonda.life/in-evidenza/fontanele-negli-aereoporti-per-combattere-plastica-e-prezzi-elevati-dellacqua/#respond Mon, 20 May 2019 11:03:25 +0000 http://www.sonda.life/?p=7831 Di Veronica Nicotra.

Sarà capitato a tutti di pagare anche 3,50 euro per una bottiglietta d’acqua all’aeroporto. Perché come da prassi si arriva ai controlli ed è obbligatorio gettare le bevande. Passato questo step, se si vuole bere, è inevitabile comprare una bottiglia anche a prezzi esorbitanti. Una soluzione a questa dispendiosa abitudine, però, sembra abbia preso vita in alcuni scali internazionali. Gli aeroporti si stanno infatti attrezzando per la ricarica delle borracce. I viaggiatori che sono abituati a portare con sé le borracce di alluminio avranno la possibilità di riempirle gratuitamente subito dopo i controlli nelle apposite fontanelle. Un modo per abbattere i costi, ma soprattutto per salvaguardare l’ambiente, combattendo l’inquinamento da plastica.

L’ultimo che ha aderito è l’aeroporto di Manchester, in Inghilterra. Proprio questo mese, infatti, ha annunciato di essersi inserito nella campagna di Refill, associazione inglese che con app e mappe indica dove si trovano fontanelle, punti d’acqua e zone nelle quali si può riempire la propria borraccia. Un servizio che si aggiunge a quello delle fontanelle già presenti. In questo modo i turisti potranno “ricaricare” in diverse zone e anche in tutti e 33 i punti che comprendono bar e aree ristoro.

In Gran Bretagna, circa metà degli aeroporti, tra cui Londra, è rifornita di queste strutture. Un servizio per contrastare l’uso indiscriminato di plastica, che può devastare mari e oceani, e fermare un consumo di 7,7 miliardi di bottiglie d’acqua in plastica acquistate in tutto il Paese. Esempi simili si trovano in diverse parti del mondo, come Varsavia, Sydney, San Francisco o i paesi scandinavi, Oslo e Helsinki. Si tratta anche di una battaglia etica per inserire l’acqua come bene gratuito o per lo meno a prezzi contenuti. Nel 2015, l’Airports Council International (Aci) ha chiesto agli operatori aeroportuali di garantire la vendita di bottigliette al prezzo massimo di un euro. Appello accolto dalla Spagna, ma non da tanti altri aeroporti europei che hanno ancora prezzi troppo elevati.  Come ad esempio gli aeroporti del nostro Paese.

Esiste un sito, Wateratairports, dove i viaggiatori indicano tutti gli aeroporti dotati di fontanelle o acqua pubblica per poter riempire la propria borraccia. In Italia pare ce ne siano pochissimi, solo negli scali di Roma, Napoli e Catania. Sarebbe un ulteriore modo per combattere la plastica, visto che sono già stati presi provvedimenti come il divieto dei sacchetti non compostabili e l’abbandono dei monouso.

ilmegafono.org

]]>
http://www.sonda.life/in-evidenza/fontanele-negli-aereoporti-per-combattere-plastica-e-prezzi-elevati-dellacqua/feed/ 0
Io Accuso Il Ministro Degli Interni http://www.sonda.life/in-evidenza/io-accuso-il-ministro-degli-interni/ http://www.sonda.life/in-evidenza/io-accuso-il-ministro-degli-interni/#respond Mon, 13 May 2019 14:13:37 +0000 http://www.sonda.life/?p=7828 Di Maurizio Anelli.

Costituzione della Repubblica Italiana, Art. 3 – Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Costituzione della Repubblica Italiana, Art. 2 – La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

IO ACCUSO IL MINISTRO DEGLI INTERNI DI VIOLARE LA COSTITUZIONE ITALIANA.

Sarebbe bello che questo Paese trovasse finalmente, e davvero, la forza per trascinare Matteo Salvini davanti ad una Corte di Giustizia e costringerlo a rispondere del suo operato come Ministro degli Interni. Difficile che questo avvenga, quasi impossibile che possa succedere almeno in tempi brevi. Questo è un Paese dove un ventennio non si nega a nessuno… e poi “La casa dei mercanti è alta su quel monte,
la casa dei servi è in basso dopo il ponte”, scriveva un poeta della musica all’inizio degli anni novanta. Quel poeta si chiamava Augusto Daolio, era l’anima e la voce di un gruppo storico della canzone italiana, che si era scelto un nome che Matteo Salvini non potrà mai amare e capire: Nomadi.

Nomadi, Migranti, Rom … parole e volti che al Ministro fanno paura, per questo prova a schiacciarli in tutti i modi, tutti i giorni e a tutte le ore del giorno. Sono la sua ossessione, il suo incubo e la sua ragione di vita, l’unica materia capace di riempire il vuoto della sua anima e della sua mente. Le ossessioni sono pericolose, rendono instabili le reazioni emotive e fanno perdere il senno e il sonno, spingono a reazioni inconsulte e incontrollate. Ogni mercante ha sempre una schiera di cani da guardia, pronti a difendere la casa del padrone. Ringhiano, mostrano i denti e hanno la bava alla bocca. Aspettano solo l’odine di attaccare e quando lo fanno, lo fanno in branco: troppo vili per farlo da soli.

Accade a Casal Bruciato, Municipio IV di Roma, dove in questi giorni Forza Nuova e Casapound si autoproclamano paladini dei diritti civili degli italiani e mostrano i muscoli contro una famiglia nomade alla quale è stato assegnato un alloggio popolare. https://www.huffingtonpost.it/2019/04/08/rivolta-a-casal-bruciato-a-roma-case-agli-italiani-non-ai-rom_a_23708155/. Minacce, insulti e avvertimenti in stile fascista e mafioso, ma la differenza forse non esiste: in fondo, qual è la differenza fra mafia e fascismo ? Quando un uomo si permette di minacciare di stupro una donna con un figlio in braccio, e nessun poliziotto alza un dito per identificarlo e arrestarlo sul momento, significa che si è varcato un punto di non ritorno. https://www.youtube.com/watch?v=qABVwS_ZNbI.

Poche settimane prima era accaduto qualcosa di molto simile a Torre Maura, periferia est di Roma, quando a scatenare la rabbia razzista di una parte dei cittadini era stato l’arrivo di un gruppo rom (tra cui trentatré bambini e ventidue donne) destinati a un centro di accoglienza. Anche in quell’occasione l’ultradestra fascista aveva capeggiato la rivolta, ma in quel caso un adolescente di quindici anni era stato capace di sfidare i cani da guardia di Casapound e a farli sentire ancora più miserabili di quello che sono. Esiste però una domanda che pretende una risposta che probabilmente non arriverà mai:  com’è stato possibile aver permesso a CasaPound di allestire un gazebo all’interno di un condominio per contestare e minacciare una famiglia di residenti e, in seguito, autorizzare la stessa organizzazione a presidiare l’ingresso del palazzo. Il cane da guardia non era al guinzaglio e non aveva nemmeno la museruola.

Ma ancora non basta. Per la giornata di lunedì 13 maggio (oggi) il Sindaco Mimmo Lucano viene invitato al seminario organizzato dal Dottorato di storia, antropologia e religioni, della facoltà di Lettere della Sapienza. Il Seminario è dedicato a “Il senso dei luoghi e il senso degli altri” e a Mimmo Lucano viene chiesto di condividere con gli studenti il modello di accoglienza messo in campo a Riace. Forza Nuova avvisa subito tutti quanti che intende impedire la conferenza del sindaco : “… diremo no a Lucano, no alla sostituzione etnica, no al business dell’accoglienza. Non possiamo tollerare che questo nemico dell’Italia salga in cattedra”. Quindi per i fascisti di Forza Nuova Mimmo Lucano è un “nemico dell’Italia”.

Fa un certo effetto che a dire queste cose sia un partito il cui leader è un “…Terrorista nero. Condannato per eversione, scappato all’estero dove ha trovato la protezione dei servizi segreti britannici. Oggi guida il partito di estrema destra, che in cinque anni è stato denunciato per violenza 240 volte.” http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/12/15/news/soldi-oscuri-servizi-e-delinquenza-tutti-i-segreti-di-roberto-fiore-il-fascista-a-capo-di-foza-nuova-1.316175?fbclid=IwAR2mvGTC5lgfZNa5xoZ055RjPUuGwasfNrKGVG8Q6lTVkPec5GhuosTL3_k

In seguito il ministro degli interni ha affermato che: “… Non sono d’accordo con le sue idee ma da ministro e da uomo garantisco massimo impegno affinché il sindaco Lucano possa esprimere le sue idee. Lui come chiunque altro in questo Paese. La censura e la violenza non vanno mai bene”. E precisa: “Vale per il Salone del libro, per Lucano e per quelli che pacificamente e democraticamente vogliono esprimere le loro opinioni. Sarebbe bello che tutti, anche a sinistra, ragionassero così“.  https://www.repubblica.it/politica/2019/05/10/news/mimmo_lucano_forza_nuova_roma_sapienza_roberto_fiore-225927061/. È curiosa quest’ultima precisazione del Ministro degli Interni, considerando l’accanimento con cui tenta da tempo, e ogni giorno, di umiliare Mimmo Lucano. Ci sarebbe molto da dire anche su tutto il resto, per esempio sul perché Forza Nuova piuttosto che Casapound godano di diritti che non hanno ragione di essere, considerata la dichiarata matrice fascista del loro agire, considerata la Costituzione nata dalla Resistenza e considerate le leggi Scelba e Mancino. Ma queste cose il Ministro degli Interni le conosce molto bene, anche se così non sembra.

In quanto al salone del libro di Torino il Ministro farebbe meglio a lasciar perdere, non ha nulla da insegnare a nessuno. Perché quando Francesco Polacchi, editore di Altaforte, afferma “… Sono un militante di Casapound, anzi il Coordinatore regionale della Lombardia. E sono fascista, sì. Lo dico senza problemi… l’antifascismo è il vero male di questo Paese” tutto è molto chiaro, non c’è bisogno di aggiungere altro.   Matteo Salvini parla di “quelli che pacificamente e democraticamente vogliono esprimere le loro opinioni” e dichiara di non conoscere personalmente il signor Francesco Polacchi. Strano, di solito quando si va a cena in un ristorante con qualcuno è perché lo si conosce, in ogni caso l’articolo di Paolo Berizzi, giornalista di “La Repubblica” nel mirino di gruppi neonazisti e neofascisti per il suo lavoro può essere utile per fargli conoscere meglio questo editore democratico. https://www.repubblica.it/dossier/cultura/salone-del-libro-torino-2019/2019/05/07/news/editore_altaforte_chi_e_francesco_polacchi-225644535/.

La politica verso i migranti lasciati morire in mare, gli attacchi alle ONG, la farsa della chiusura dei porti che non possono essere chiusi ma che si continua a dire che sono chiusi, il “decreto sicurezza”, gli insulti alla famiglia di Stefano Cucchi, i legami ambigui con i movimenti neofascisti, il disprezzo nei confronti di quella parte della Magistratura che opera nel rispetto della Costituzione, il caso Riace e Mimmo Lucano… sì, 

IO ACCUSO IL MINISTRO DEGLI INTERNI DI VIOLARE LA COSTITUZIONE ITALIANA

]]>
http://www.sonda.life/in-evidenza/io-accuso-il-ministro-degli-interni/feed/ 0
Migranti, Il Privato Sociale Diserta I Nuovi Bandi Prefettizi http://www.sonda.life/in-evidenza/migranti-il-privato-sociale-diserta-i-nuovi-bandi-prefettizi/ http://www.sonda.life/in-evidenza/migranti-il-privato-sociale-diserta-i-nuovi-bandi-prefettizi/#respond Mon, 13 May 2019 09:00:08 +0000 http://www.sonda.life/?p=7825 Di Filippo Nardozza.

Servizi tagliati e ridotti alla pura essenzialità, risorse dimezzate. Da Milano a Bologna, da Reggio Emilia a Firenze, sono diverse le città italiane in cui i bandi della Prefettura per l’accoglienza diffusa dei migranti (nei CAS, centri di accoglienza straordinaria) stanno andando deserti, per motivazioni riconducibili a un modello normativo non più rispondente alla via di una umana integrazione.

Le associazioni, le fondazioni e le cooperative che se ne occupano non ci stanno, e il motivo è chiaro. La nuova politica sull’immigrazione del Ministero dell’Interno sfavorisce e depotenzia la “seconda accoglienza” – quella degli SPRAR, costruita per andare al di là dei servizi di primissima necessità – a vantaggio dei grandi centri di permanenza: luoghi in cui, in sostanza, si viene collocati in attesa del rimpatrio (come quello milanese di via Corelli, di prossima conversione) e in cui le condizioni di vita e le “opportunità” tendono a rasentare la sopravvivenza.

Così, su questa scia, già a inizio primavera, il Comune di Milano si era ad esempio tirato fuori dalla gestione di 7 centri appaltati al privato sociale: dallo scorso 30 aprile competente è la Prefettura. Il motivo, è la mancata risposta del ministero dell’Interno alla domanda di Milano di poter raddoppiare i posti di seconda accoglienza, da 422 a 1.000, nella direzione di una maggiore integrazione.

Ben cinque cooperative lombarde a metà marzo scorso si erano invece ribellate ai bandi delle Prefetture con un’istanza di annullamento in autotutela. “Riteniamo questi bandi illegittimi per la palese volontà di penalizzare integrazione e inclusione”, diceva Valeria Negrini, portavoce dell’Alleanza cooperative sociali della Lombardia. Nei nuovi bandi, infatti, vengono meno servizi come l’insegnamento della lingua, il supporto psicologico, il trasporto (quello per raggiungere le scuole di italiano, ad esempio), e non solo.

Anche una realtà storica come la Fondazione Somaschi, concentrata sull’accoglienza in piccoli appartamenti, volta all’integrazione, ha deciso di non presentarsi: “Il nuovo bando della prefettura di Milano – dichiara il portavoce Valerio Pedroni – mortifica laccoglienza diffusa riconoscendole un contributo inferiore a quello garantito allaccoglienza collettiva e decisamente più basso di quello riconosciuto dal bando precedente.

Aspettiamo di capire quali saranno gli sviluppi. Fondazione Somaschi è disponibile a continuare la propria attività e a confrontarsi con le istituzioni per garantire unaccoglienza a condizioni ragionevoli. La questione ha una valenza complessiva e non solo economica e riteniamo che le richieste specifiche del bando, relative per esempio ai materiali monouso da utilizzare negli appartamenti, mantengano uno stato di provvisorietà e non garantiscano unospitalità finalizzata a integrare i migranti”.

Spostandoci da Milano, anche a Firenze (come riporta l’agenzia Redattore Sociale) il bando della prefettura per l’accoglienza migranti nei Cas è andato quasi deserto: su 1.500 posti offerti, sarebbero soltanto poco più di 300 quelli presi in carico dalle associazioni che si sono presentate, con rinunce come quella della storica cooperativa Albatros, che finora aveva sul territorio 250 migranti. Stesso discorso per la cooperativa Cristoforo, che al momento ospita circa 240 profughi e per la Diaconia Valdese, che finora ne ospitava una ventina.

A Bologna, è arrivata addirittura una sola offerta per 40 posti sugli 800 messi a bando. “Le condizioni proposte dalla Prefettura sono insostenibili, anche rispetto ai pochi servizi richiesti, già talmente ridotti da far prevedere drammatiche ricadute sulle persone”, scrive in un comunicato il consorzio bolognese L’Arcolaio.

Le cooperative sociali da tempo positivamente impegnate in progetti di integrazione e che avevano creato occupazione, soprattutto giovanile, in un settore fondamentale per la tenuta sociale del nostro Paese, hanno disertato le gare in quanto la nuova normativa azzera servizi fondamentali e dimezza le risorse. In un Paese normale, un ministro smentito quotidianamente dalle sentenze da una realtà che, per fortuna, chiede di costruire un modello sociale diverso, sarebbe già dimenticato dalla storia” è il commento della Cgil da Facebook, con la segretaria bolognese Sonia Sovilla.

I Tagli: cosa accade in concreto?

Con i nuovi bandi per l’accoglienza, la diaria riconosciuta dallo Stato per ogni persona accolta passa da 35 ai 21-26 euro previsti dal nuovo capitolato del Ministero dell’Interno.

Non ci si dovrà quindi più preoccupare di garantire l’insegnamento della lingua italiana, il supporto per la richiesta di asilo, la formazione professionale, la positiva gestione del tempo libero (attività di volontariato, di socializzazione con la comunità ospitante, attività sportive). Sparisce lo psicologo e diminuiscono pesantemente le ore minime settimanali dell’assistenza sociale.

Nei Cas che ospitano sino a 50 persone viene chiesta la presenza dell’assistente per soli 28,8 minuti al mese per ospite contro 86,4 minuti dei vecchi bandi. E in strutture sino a 150 ospiti la media scende a 12,8.

Analoghi i tagli per la mediazione culturale: nei centri più piccoli ogni ospite potrà contare su 48 minuti al mese (prima 2 ore e 52,8 minuti); nelle strutture più grandi si scende addirittura ad 19,2 minuti. Crolla anche l’assistenza sanitaria: nei Cas sino a 50 persone viene chiesta la presenza del medico per assicurare una media di 4 ore per ogni ospite all’anno, senza più l’obbligo di avere in struttura la presenza di un infermiere. Per i centri più grandi la media di presenza settimanale del medico per ospite scende a 19,2 minuti.

]]>
http://www.sonda.life/in-evidenza/migranti-il-privato-sociale-diserta-i-nuovi-bandi-prefettizi/feed/ 0
Un Dossier Di Greenpeace Svela Le Rotte (Spesso illegali) Dei Rifiuti http://www.sonda.life/in-evidenza/un-dossier-di-greenpeace-svela-le-rotte-spesso-illegali-dei-rifiuti/ http://www.sonda.life/in-evidenza/un-dossier-di-greenpeace-svela-le-rotte-spesso-illegali-dei-rifiuti/#respond Mon, 13 May 2019 08:58:25 +0000 http://www.sonda.life/?p=7822 Di Giovanni Dato.

L’ultimo rapporto realizzato da Greenpeace Italia, intitolato “Le rotte globali, e italiane, dei rifiuti in plastica”, ha presentato uno scenario preoccupante che riguarda non solo il mondo dell’ecologia e degli “addetti ai lavori”, ma soprattutto la gente comune, tutti noi, che con i rifiuti (e nello specifico la plastica) abbiamo a che fare ogni giorno. I dati che emergono dal rapporto evidenziano alcuni aspetti che vale la pena di citare affinché lo stesso scenario sia il più chiaro possibile.

Fino al 2017, la Cina era lo stato che più di tutti accoglieva i rifiuti dell’intero globo (Italia compresa): una sorta di bacino dell’immondizia che, data la lontananza, faceva dormire sonni tranquilli ai paesi che producevano quantità enormi di rifiuti. Dal 2018, però, Pechino ha deciso di dire basta: il taglio netto all’importazione dei rifiuti da parte del governo cinese ha sì spaventato i paesi esportatori, ma allo stesso tempo ha permesso agli stessi di virare verso stati più piccoli del sud-est asiatico (Malesia, Vietnam), spesso privi di impianti a norma o di certificazioni adeguate.

Tutto ciò ha dato vita ad un vero e proprio business dei rifiuti, spesso non proprio legale e difficilmente controllabile: secondo Roberto Pennisi, sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia, già ai tempi in cui la Cina si faceva carico dei nostri rifiuti, il rischio di “un vero e proprio delitto di attività organizzata finalizzata al traffico illecito dei rifiuti” era molto alto. Adesso che la nostra plastica è diretta verso paesi ancor meno controllati, “potrebbe esserci il rischio che parte del materiale non sia riciclato seguendo i corretti standard”.  “Non si deve dimenticare – ha aggiunto Pennisi – che prima di esportare un rifiuto lo si deve sottoporre a un dato trattamento,  e soprattutto si deve avere contezza del tipo di trattamento cui sarà sottoposto una volta giunto nel paese di esportazione. In assenza di questi due requisiti, qualunque esportazione è da considerarsi illegale”.

L’Asia, comunque, non è il solo continente ad essere sotto la lente di Greenpeace. Sembra infatti che persino i paesi da poco entrati all’interno dell’UE (Romania e Slovenia fra tutti) godano di controlli meno accurati: ciò spiegherebbe l’aumento esponenziale (+385% tra il 2017 e il 2018) dell’export di rifiuti verso questi paesi, un numero pauroso e che deve far riflettere. E il riciclo dei rifiuti? Può, questo, essere una soluzione al problema?

In realtà, più che riciclare la plastica, bisognerebbe innanzitutto produrne di meno, soprattutto quella usa e getta. Proprio quest’ultimo tipo di rifiuto rappresenta il 40% dei manufatti prodotti in plastica, una percentuale troppo alta che aumenta a ritmi insostenibili e che già costituisce un problema estremamente serio per l’ecosistema e per l’essere umano. Risulta evidente, insomma, come un cambio di mentalità debba essere la vera ed unica priorità dell’intero pianeta. Produrre meno plastica, riciclarla in maniera corretta (più qualità, meno quantità) e, perché no, una maggiore educazione al rispetto dell’ambiente: solo così potremo salvare il futuro del mondo e della nostra specie.

ilmegafono.org

]]>
http://www.sonda.life/in-evidenza/un-dossier-di-greenpeace-svela-le-rotte-spesso-illegali-dei-rifiuti/feed/ 0
La Lettura Del Mese http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-40/ http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-40/#respond Mon, 13 May 2019 08:55:32 +0000 http://www.sonda.life/?p=7820
Henri Lebasque(1865-1937), La liseuse

SENTIMENTO NOSTALGIA

Philippe Delerm, Innamorati a Parigi (Frassinelli)

Roberto Peregalli, I luoghi e la polvere (Bompiani)

“(…) una tonalità mobile, un oceano verde che mi allontanava a poco a poco, e finiva per regalarmi la libertà, con la solitudine.

Il romanzo Innamorati a Parigi di Philip Delerm cita nel titolo originale, Les amoureux de l’Hôtel de Ville, una famosa fotografia scattata dal fotografo francese Robert Doisneau (1912-1994) nel 1950 per la rivista Life.

Attorno a questa immagine si muovono il racconto e il suo protagonista François, probabile alter ego dell’autore: “Avrei dovuto guardare Il bacio davanti all’Hôtel de Ville come una fotografia di Doisneau. Non ci riuscivo. Certe bugie sono più forti della realtà. In un certo senso, i due innamorati, per non essere quelli che avevo creduto erano ancora più veri. C’era meno divario fra quell’inganno ingenuo e i miei sguardi di bambino che fra loro due e ciò che sarebbero diventati.

Ed è l’infanzia la co-protagonista di una storia che è tutta uno SGUARDO, RIFLESSO in quello che si è perso e non c’è più, in ciò che n’è rimasto e cosa vogliamo farne. Finché: “Ero in trappola. A poco a poco il passato mi conquistava. Con tranquilla bulimia, mi misi a setacciare i documenti: Paris-Match, Miroir-Sprint, qualche volta perfino Cinémonde. Era pazzesca la nostalgia accumulata in questa fine secolo. Dai rigattieri, nelle librerie, nelle cartolerie, era sufficiente buttare l’occhio per trovare il proprio strato geologico.

Così, mentre in un momento di pausa dalla vita prova a fare il vuoto dentro e attorno a sé, François si ritrova invece a riempire il suo piccolo monolocale di oggetti e sentimenti, dolci e confortanti come il pane, di un mondo che sembra poter vivere solo nei e per i nostri ricordi. Allora quel vuoto è lo stesso di quando si era bambini: “quel vuoto in cui nessuno veniva a disturbarti, quel limbo tra due parentesi. Sogni diluiti, tristezze smorzate. I pomeriggi non finivano mai.

Un vuoto pieno, di fantasie e di storie. Come diceva lo stesso Doisneau: «Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere.»

O è esistito. Ed ecco: “quella sensazione pavida, gretta, che avevo attribuito alle mie tristezze, alle mie inquietudini: non era solo mia quella tensione grigia. La vedevo sorgere dai pavé, dalle strade semideserte (…). Nel grigio ero solo, ma non ero il solo a essere solo, questo soprattutto avevo voluto dire. Lasciare a lungo quella fotografia in vetrina.

E allora, forse, l’infanzia sarà per sempre di tutti. [FINE]

 «È bello d’inverno, con la neve. Tutto diventa più semplice. Ci sono meno cose da assorbire meno colori. Meno odori. I giorni sono più corti. La testa può riposare.» (Åsa Larsson, Tempesta solare, Marsilio)

Proprio al BIANCO è dedicato uno dei capitoli del libro di Roberto Peregalli: “Era ritenuto un colore prezioso, e dunque andava trattato con cura. (…) Il bianco è sacro. Dunque è legato alla luce. (…) Oggi invece il bianco è “osceno”, cioè ob-scenum, davanti alla scena, sovra-esposto. (…) La sua neutralità (apparente e non reale) ha distrutto la sua sacralità. È uno schermo (…) è “indifferente” (…) È un abbaglio, un alibi. Equivale all’apatia.”

Questo il tono delle riflessioni di un architetto-scrittore che inanellandosi vanno a comporre I luoghi e la polvere. Sulla bellezza dell’imperfezione, dove si legge che: “Un luogo non è immortale e non è, come invece un quadro, qualcosa di stabile nel tempo. La sua bellezza si modifica nel corso delle stagioni, il suo legame con tutto ciò che lo circonda è molto forte.

E la POLVERE: “La polvere di cui era composto il primo uomo, Adamo, è quella che si deposita sulle cose, una coltre che le ricopre e le protegge. Tutto deperisce, tutto si consuma e va in rovina. Ma la rovina ha un fascino abbagliante.

Un libro che sembra peccare di ingenuità, se si può dire l’ingenuità un peccato, o scadere nel romanticismo, se cadere è soltanto scadere. Ma che a partire da elementi prettamente architettonici riesce a dire in realtà molto di ciò che siamo diventati.

È un libro sul tempo e sull’incapacità del presente di accettarne il passare con tutto ciò che questo comporta.

È un libro sulla memoria, non più vissuta, non più nostra dialogante, piuttosto deposta come un oggetto vecchio in un luogo separato dalla nostra vita. E come per tutti gli oggetti di oggi corre un rischio: “Quello che sarà di loro non interessa (…), perché verranno sostituiti prima da altri modelli.

A smentire quella vena di nostalgia che sembra percorrere queste pagine e meglio riassumerne il messaggio, il seppur non urlato grido di allarme che esse sollevano davanti al pericolo che continuiamo a correre senza rendercene davvero conto.

E alla fine l’IMPERFEZIONE sarà: “una povera cosa che disegna, se ascoltata, lontano dai bagliori, l’inizio di un cammino.

A cura di Giulia Caravaggi

]]>
http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-40/feed/ 0
Lettera Aperta Al Presidente Della Repubblica Italiana http://www.sonda.life/in-evidenza/lettera-aperta-al-presidente-della-repubblica-italiana/ http://www.sonda.life/in-evidenza/lettera-aperta-al-presidente-della-repubblica-italiana/#respond Mon, 06 May 2019 14:29:08 +0000 http://www.sonda.life/?p=7816 Al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, giurista, accademico e avvocato.

Signor Presidente,

ho pensato a lungo prima di scriverle questa lettera e, mi creda, non la scrivo né a cuor leggero né con l’intenzione o peggio ancora la pretesa di insegnare nulla a nessuno. La scrivo perché, come Cittadino, credo di avere il diritto di esprimere il mio stato d’animo e il mio sdegno di fronte a tutto quello che sta succedendo in questo Paese. Mi sembra ormai evidente che i confini della Democrazia siano stati superati dalle azioni di questo Governo e, in particolare, dal Vice-Presidente del Consiglio nonché Ministro degli Interni Matteo Salvini. Sono perfettamente consapevole che i poteri e le facoltà che la Costituzione Italiana attribuisce al Presidente della Repubblica, agli Art.87 e 88, delimitano il perimetro dentro il quale Lei può esercitare il Suo mandato, così come sono certo che Lei non intenda muoversi fuori da questi confini per rispetto della Costituzione stessa… ma penso anche che oggi questo Paese abbia urgenza  di sentire la voce ferma e forte di chi, come Capo dello Stato e garante della Costituzione, abbia altre possibilità per superare la barriera dei Comunicati ufficiali, scarni e asettici e di liberare questa voce. È già successo in un passato nemmeno troppo lontano della vita parlamentare dell’Italia Repubblicana. Ricordo molto bene la protesta carica di significato etico e politico del Presidente Sandro Pertini all’indomani del terremoto che sconvolse l’Irpinia: il valore di quel richiamo all’intera classe politica e al Governo di allora ebbe il merito di aprire una breccia nel muro di diffidenza fra i cittadini e le Istituzioni. http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Terremoto-Irpinia-1980-il-discorso-di-Sandro-Pertini-agli-italiani-Aiutate-i-vivi-e40d4dac-3b6e-405c-9ff3-996ebe20c6ca.html

In tempi più recenti ricordo il monito del Presidente Oscar Luigi Scalfaro. Quel “  … a questo gioco al massacro io non ci sto. Io sento il dovere di non starci e di dare l’allarme. No, Io non ci sto…”, gridato quasi con rabbia e con orgoglio nel pieno della tempesta di “Tangentopoli” e delle accuse che venivano mosse anche contro di lui dall’ex direttore amministrativo del servizio segreto civile (Sisde). Voci che rappresentano ancora oggi un atto di coraggio e di ribellione verso quel Potere che si considera legittimato a tutto. http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-c38ed79a-984d-46f1-b9fc-cd9d712c1c7e.html

Altri tempi, ma credo che un parallelo fra quei tempi e il presente sia inevitabile. Non sono un costituzionalista, quindi non ho titolo per valutare quanto i codici e i cavilli, insiti nelle leggi e nei decreti che questo Governo ha prodotto, siano passibili dell’accusa di anticostituzionalità dal punto di vista puramente legislativo. È un compito che spetta a chi è preposto a questo, ma sono un uomo libero e come tale sono convinto che, quanto meno, queste leggi e questi decreti violentano in modo chiaro ed evidente i principi etici e morali della nostra Costituzione, a cominciare dall’ Articolo 3:

Tutti i cittadini hanno pari dignita`sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Tutto l’operato politico del Ministro degli Interni Matteo Salvini ignora e umilia questo e altri passi della nostra Costituzione, a cominciare dalla politica sui migranti che tutto è tranne politica: è disprezzo razziale, Signor Presidente. Un disprezzo etnico e razzista che non può non riportare alle leggi razziali del 1938, e il famigerato “Decreto Sicurezza” è solo un anticipo delle intenzioni di un Ministro degli Interni che non ha mai nascosto il suo pensiero. Ma la politica sui migranti è solo una parte del potere concesso a Matteo Salvini: potremmo parlare dell’attacco mirato, vile e vergognoso, che il Ministro stesso ha portato a Domenico Lucano e al “modello Riace” oppure alla chiusura dei porti, per cui non esiste un decreto firmato dal Ministro, ma viene attuato comunque senza che nessuna autorità e nessuna Istituzione si ribelli, ad eccezione di alcuni Sindaci coraggiosi e fedeli alla Costituzione. Potremmo parlare del disprezzo con cui Matteo Salvini guarda a una parte della Magistratura e della volgarità con cui a essa si rivolge. L’ultimo violento attacco ai Giudici di Bologna delegittima, di fatto, l’indipendenza della Magistratura nel suo insieme: “Se qualche giudice vuole fare politica e cambiare le leggi per aiutare gli immigrati, lasci il Tribunale e si candidi con la sinistra”… https://www.huffingtonpost.it/entry/il-tribunale-di-bologna-ordina-di-dare-la-residenza-a-due-richiedenti-asilo-salvini-sentenza-vergognosa_it_5ccc0d80e4b0548b73583f21.  È solo un esempio, l’ultimo in ordine di tempo, del rispetto che Matteo Salvini ha per le Istituzioni dello Stato: lui, Ministro degli Interni e Vice-Presidente del Consiglio che sulla Costituzione ha giurato fedeltà. Non crede, Signor Presidente, che questa considerazione della Magistratura coinvolga anche la Sua persona? Perché, Costituzione alla mano, lei è a capo del CSM e quindi il messaggio di Salvini è rivolto anche a Lei, come fa a ignorarlo e a non intervenire in prima persona? 

Ricordiamo tutti gli insulti e le offese del Ministro degli Interni a Ilaria Cucchi, nessuna scusa e nessuna vergogna, ma tutt’intorno a Salvini c’è il silenzio del Governo e delle Istituzioni, oppure il voto che lo salva con l’immunità parlamentare per il caso della nave “Diciotti”. Matteo Salvini, meno di un anno fa, ha ricevuto a Milano il leader ungherese Viktor Mihály Orbán, Primo Ministro dell’Ungheria. Ha affermato di averlo fatto non come Ministro degli Interni, ma come segretario del suo partito: la Lega. Eppure l’ha ricevuto nel Palazzo della Prefettura di Milano e non nella sede del suo Partito, come si spiega? A tutto questo si aggiunge il mai nascosto feeling con i movimenti e i partiti fascisti del nostro Paese.  Fascisti, perché la parola neofascista è un termine vuoto e privo di senso, non significa nulla: il fascismo è qualcosa di cui l’Italia dovrebbe vergognarsi per sempre ma da cui non ha mai voluto prendere le distanze, e anche questo è fatto in sfregio alla Costituzione e alle Leggi che vietano la ricostituzione del fascismo. Forza Nuova e Casa Pound sono un Partito Fascista, punto e a capo. Eppure possono partecipare alle elezioni, sono presenti a livello istituzionale nei municipi delle città.

Vede, Signor Presidente, lo so che Lei non può risolvere tutti i problemi di questo Paese malato, fascista e razzista. Lo so molto bene, vorrei soltanto che Lei riuscisse per una volta ad uscire dai canoni moderati e politicamente corretti con uno scatto di indignazione, perché tutti gli Uomini Liberi, anche il Presidente della Repubblica, hanno il diritto e il dovere di indignarsi e di dire “ … a questo gioco al massacro io non ci sto. Io sento il dovere di non starci e di dare l’allarme. No, Io non ci sto…”.   Perché Le chiedo questo e perché ho l’arroganza di scriverle questa lettera? Perché sono un Uomo Libero, sono un ragazzo degli anni settanta e dai miei vecchi ho imparato il rispetto delle Istituzioni nonostante le Istituzioni. Perché credo in uno Stato Libero, Laico e Democratico. Perché credo in quella Costituzione nata dalla Resistenza Antifascista, quella stessa Resistenza che il Ministro Matteo Salvini denigra e irride in ogni occasione, quella Resistenza che permette anche ai razzisti come lui di sedere al Governo, quella Resistenza cui questo Paese deve tanto e forse tutto ma che viene dimenticata ogni giorno.

Nel 1921 Antonio Gramsci scrisse che “Il fascismo si è presentato come l’anti-partito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano.” Coraggio Signor Presidente: s’indigni, alzi la voce, metta Matteo Salvini e le sue armate di fronte a tutto questo, perché vede questo Paese ne ha bisogno e… domani potrebbe essere tardi.

Cordialmente,

Maurizio Anelli

]]>
http://www.sonda.life/in-evidenza/lettera-aperta-al-presidente-della-repubblica-italiana/feed/ 0
Voti In Discontinuità http://www.sonda.life/in-evidenza/voti-in-discontinuita/ http://www.sonda.life/in-evidenza/voti-in-discontinuita/#respond Mon, 06 May 2019 14:25:41 +0000 http://www.sonda.life/?p=7813 Di Alfredo Luis Somoza.

Il voto in Spagna conferma una tendenza che buona parte della stampa non vuole considerare, soprattutto quando si parla di Europa. La delusione provocata dagli aspetti negativi della globalizzazione, dalla precarizzazione del lavoro all’aumento delle fragilità sociali sta spingendo l’elettorato medio occidentale su due binari, quello della mobilità e quello della radicalizzazione. Non si vota – se non marginalmente – su base ideologica, ma volta per volta si valuta l’offerta politica. Si premiano inoltre le estreme, a destra e a sinistra, ma anche quei partiti storici che riescono a rinverdire i loro principi fondativi. Democristiani, come quelli dell’Est, che siano fermamente ancorati ai valori tradizionali oppure socialisti, come quelli mediterranei, che si rivolgano a un elettorato popolare e non di soli ceti medi-alti. Negli Stati Uniti si scopre, o si riscopre, la parola socialismo, in Europa i socialisti che vincono sono quelli che guardano a sinistra e cercano di costruire alleanze larghe. Come in Portogallo, come sicuramente in Spagna e come in Grecia, dove Syriza è già di per sé un partito-coalizione in cui convivono diverse sensibilità. Con l’eccezione dell’Italia, nel Mediterraneo sta tornando il tempo della sinistra.

L’altra novità è a nord, dove si assiste a una forte crescita dei partiti verdi che hanno saputo rinnovarsi, mantenendo al centro dell’agenda l’ambiente ma non limitandosi al solo tema ambientale. In comune con le esperienze del Mediterraneo c’è il pragmatismo dei nuovi leader. Nessuno spacca il capello in quattro su aspetti ideologici, nessuno dice no senza offrire un’alternativa, tutti sono europeisti, tutti sanno che i diritti individuali sono solo una parte del capitolo dei diritti, che include anche quelli collettivi e sociali.

La stagione che si sta aprendo al di là dell’Atlantico ha molti punti in comune con quella europea e seppellirà quello che negli Stati Uniti chiamano “neoliberismo con diritti individuali”. Cioè la visione di una società frammentata dal punto di vista sociale, privatizzata nell’accesso ai servizi, polarizzata dal punto di vista del reddito, ma con la libertà di sposarsi tra persone dello stesso sesso o di non essere discriminati per motivi religiosi. Oggi la società sta chiedendo garanzie sui “fondamentali” che tengono unita una comunità: lavoro, casa, educazione, salute. Una risposta a questa domanda arriva dalla destra estrema, fino a ieri all’interno della destra moderata, ed è la vecchia ricetta che addossa le colpe a categorie precise (immigrati, minoranze). Un’altra risposta arriva da sinistra, con la riforma della fiscalità, il rilancio dei servizi pubblici, gli investimenti per la crescita dell’impiego. Nel primo caso, la violenza diventa inevitabile: violenza contro le persone e contro le regole della democrazia. Nel secondo caso, invece, i diritti acquisiti vengono tutelati e si evita lo scontro sociale.

I risultati di questi ultimi appuntamenti elettorali paiono confermare una tendenza verso le soluzioni riformiste e non autoritarie. In questo senso, il disastro politico provocato dalla Brexit nel Regno Unito ha avuto un impatto non indifferente sull’opinione pubblica. È stata la dimostrazione palese di quale sia il prezzo che si paga quando si sostengono proposte demagogiche, tra l’altro basate su falsità. Anche negli Stati Uniti l’elettorato che ha sostenuto Donald Trump sta riflettendo: non sono arrivate misure reali a favore dei bianchi impoveriti, bensì una riforma fiscale a favore dei più ricchi e delle corporation. I democratici sono stati scossi dall’ondata di sinistra portata da Bernie Sanders, che ha coagulato attorno a sé una nuova generazione di militanti giovani e fortemente spostati a sinistra.

È come se il tempo dei social media, manipolabili e manipolatori, quale veicolo principale della politica fosse in declino. Riprende forza, invece, il rapporto personale tra politica e cittadino, per discutere e tornare a credere che in democrazia è possibile stabilire nuove regole di convivenza, aggiornare le tutele sociali, ripensare il lavoro nel terzo millennio.

alfredosomoza.com

]]>
http://www.sonda.life/in-evidenza/voti-in-discontinuita/feed/ 0
Trattativa Stato-Mafia, Al Via Le Udienze D’Appello http://www.sonda.life/in-evidenza/trattativa-stato-mafia-al-via-le-udienze-dappello/ http://www.sonda.life/in-evidenza/trattativa-stato-mafia-al-via-le-udienze-dappello/#respond Mon, 06 May 2019 14:23:32 +0000 http://www.sonda.life/?p=7810 Di Anna Serrapelle.

La trattativa tra Stato e mafia ci fu. Accadde realmente. Davvero uomini potenti, apparati distorti dello Stato, politici e forze dell’ordine scesero a compromessi con chi dovevano combattere. Accettarono ricatti mafiosi per timore di perdere la vita o il potere, condannando a morte certa chi quello Stato lo serviva con lealtà e coraggio e appiccicando su tutti gli italiani, a loro insaputa, un pesante giudizio storico. Tutto questo avvenne davvero e non gli si può attribuire solo una rilevanza socio-politica né si può risolvere in un mero biasimo etico: fu qualcosa di molto grave ed ebbe rilevanza penale poiché i suoi protagonisti si macchiarono del reato previsto dall’articolo 338 del codice penale: “minaccia ad un corpo politico dello Stato”. Sono queste, in estrema sintesi, le conclusioni a cui ha portato il processo, conclusosi appena un anno fa, il 20 aprile 2018, e le cui corposissime motivazioni sono state depositate, svariati mesi dopo, a luglio scorso.

Considerata la particolarissima situazione, la natura inusuale della fattispecie delittuosa e dei protagonisti della stessa, inevitabilmente, nel corso del processo, non è stato possibile chiarire dettagliatamente tutte le dinamiche che hanno portato a questo vergognoso asservimento dello Stato ai vertici di cosa nostra. Di qui l’esigenza di un processo d’appello che possa soffermarsi su determinati dettagli, sulle effettive responsabilità di ogni singolo imputato.

“La complessità dei fatti storici – ha spiegato Angelo Pellino, presidente della Corte d’Assise d’appello – non può essere compressa nella gabbia del paradigma giudiziario nel quale è giusto che si muova. L’oggetto del processo sono fatti molto eclatanti. Ma può accadere che ci sia un effetto, che non sia cercato e voluto e non si sostituisca all’unico scopo del processo penale che, per il secondo grado, è la verifica dei motivi di appello”. “Tutti gli imputati – continua Pellino – non sono archetipi socio-criminologici. Sono uomini in carne e ossa giudicati per ciò che hanno o non hanno fatto”.

Tra le importanti novità di questo nuovo processo, vi è la probabile audizione dell’ex premier Silvio Berlusconi, mai sentito sino ad oggi né in fase processuale né nella precedente fase probatoria, chiamato in causa dal legale dell’ex senatore Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado a 12 anni. Secondo quanto emerso nel corso del primo processo, Berlusconi, che aveva pagato i boss sino al 1994 per il tramite appunto di Dell’Utri e di Vittorio Mangano, una volta entrato nel contesto politico nazionale e divenuto premier fu destinatario delle minacce mafiose e dunque protagonista attivo della trattativa. A parere dell’avvocato Centonze, difensore di Dell’Utri, l’audizione di Berlusconi, considerata l’innegabile rilevanza della sua posizione, sarebbe una integrazione probatoria necessaria a scongiurare il rischio di condanne ingiuste.

Altra novità, tutt’altro che trascurabile, la possibilità che Massimo Ciancimino, testimone chiave in primo grado e detentore del famoso papello, non possa comparire davanti ai giudici nel corso di queste nuove udienze. Il figlio dell’ex sindaco boss è in attesa di perizia circa il proprio stato di salute dopo essere stato colto, lo scorso marzo, da un grave malore mentre si trovava nel carcere di Regina Coeli. Considerando l’importanza e la quantità delle testimonianze da lui rese, questo potrebbe fortemente pregiudicare l’andamento dell’intero filone processuale.

Nell’attesa che si sviluppino le prime udienze e che si delineino le varie strategie difensive resta certo che, pur nell’inviolabile diritto degli imputati di battersi per dimostrare la propria innocenza, è necessario che non si sollevi un altro polverone, che l’impegno non sia profuso solo nella direzione del “confondere le acque” o creare dubbi, perché non va dimenticato di che tipo di reati si tratti, di quanta vergogna portino con sé, di quanto sangue innocente e valoroso sia stato versato per paura o per difendere interessi tutt’altro che patriottici. Per tale ragione è necessario fare giustizia, lo richiede il passato ma anche e soprattutto il futuro della nostra nazione dilaniata.

ilmegafono.orghttp://ilmegafono.org

]]>
http://www.sonda.life/in-evidenza/trattativa-stato-mafia-al-via-le-udienze-dappello/feed/ 0
Perché Il Primo Maggio è Nostro http://www.sonda.life/in-evidenza/perche-il-primo-maggio-e-nostro/ http://www.sonda.life/in-evidenza/perche-il-primo-maggio-e-nostro/#respond Sun, 28 Apr 2019 20:09:55 +0000 http://www.sonda.life/?p=7804 Di Maurizio Anelli.

Articolo 1-

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Ma l’Italia è anche quella Repubblica dove di lavoro si muore e dove il lavoro si prende la vita dei lavoratori e delle città. Lo sanno benissimo a Taranto, dove lo stabilimento siderurgico più grande d’Europa ha prodotto acciaio e veleni senza limiti, al punto da contaminare un’intera città. Nel 2018 l’Osservatorio nazionale amianto (ONA) pubblica uno studio, dove i numeri e le stime dimostrano che tra i lavoratori impiegati all’interno dello stabilimento ex-ILVA i casi di cancro sono il 500 % superiori rispetto alla popolazione della città non occupata nella fabbrica. La città di Taranto è divisa in zone, in base al rischio di contaminazione, e chi vive nei siti più contaminati, sviluppa un rischio di morte per cancro molto più alto rispetto alla popolazione generale. https://www.lastampa.it/2019/04/27/italia/ona-a-taranto-di-tumori-tra-lavoratori-dellex-ilva-RB7ysQ27JtQMeewNCiuTaM/pagina.html.

Taranto non è la prima città dove si muore di veleni in cambio del lavoro. Lo stesso prezzo lo hanno già pagato Marghera con il Petrolchimico, Casale Monferrato con  l’amianto, e poi Monfalcone, Genova e altre ancora. Amianto e veleni.

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Lo sapevano anche gli operai della Thyssenkrupp in quella notte maledetta del dicembre del 2007 quando il fuoco se li portava via in quello che restava di una fabbrica destinata a morire, ma dopo di loro. Che cosa resta di quella notte di Dicembre del 2007 ? “Se a Torino chiedi degli operai della Thyssen, ti indicano il cimitero. Bisogna prendere il viale centrale, passare davanti ai cubi con i nomi dei partigiani, andare oltre … Al cimitero hanno messo le sigarette sopra ogni tomba.  Un pacchetto di Diana per Angelo, due sigarette sciolte vicino alla fotografia di Antonio, una sulla sciarpa di Roberto, le Marlboro per Giuseppe e per Rosario. Subito non capisco, poi sì. I ragazzi di oggi non comprano più le sigarette, ma i ragazzi operai sì, le hanno sempre in tasca. Metterle lì, tra i fiori dei morti, è un modo per riconoscerli, per renderli visibili(http://nuke.alkemia.com/Leinchieste/QUELLANOTTEALLATHYSSENKRUPP/tabid/562/Default.aspx).

Anche a Soumaila Sacko avevano raccontato di quella “Repubblica democratica, fondata sul lavoro” e lui ci aveva creduto così tanto che aveva lasciato il suo Paese, il Mali,  per venire fin qui per morire di lavoro. Aveva solo ventinove anni e l’inganno lo aveva capito in fretta, al punto di diventare un attivista sindacale in quella tendopoli degli ultimi a San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria. Non era un lavoro il suo e quello di tanti suoi Compagni, era schiavitù. E gli schiavisti avevano la faccia dura dei caporali delle mafie di sempre e lo hanno ucciso a fucilate, perché un migrante che si ribella alla condizione di schiavo e si batte per i diritti suoi e dei suoi compagni fa sempre paura.

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Ma dov’è e cos’è oggi il lavoro, cosa rimane dei diritti che i lavoratori pensavano di aver conquistato dopo anni di lotte, umiliazioni e sconfitte ? Che cosa resta di tutto questo in un Paese che ha dimenticato il valore e il significato di questa parola? Che cosa è cambiato e cosa è rimasto da quel 1° Maggio 1947, quando a Portella della Ginestra si compie la prima strage dell’Italia appena uscita dalla guerra voluta dal regime fascista ?  La storia racconta sempre qualcosa a chi la vuole ascoltare, scrive pagine che vanno lette, capite e non vanno dimenticate: in Italia  la giornata del 1 Maggio venne celebrata per la prima volta nel 1891. Durante il ventennio fascista, quella data fu cancellata e sostituita con il Natale di Roma, il 21 aprile, per festeggiare “il lavoro italiano”. Oggi, anno di grazia 2019, il sistema capitalistico mostra tutti i suoi limiti di sviluppo sociale e di democrazia e a pagare il prezzo più alto sono i lavoratori, tutti. Perché chiunque creda nel lavoro come strumento necessario alla crescita e allo sviluppo del “bene comune”, vede sgretolare ogni certezza. Questo vale per tutto il mondo del Lavoro. Siamo dentro un modello di vita sbagliato che distrugge tutto: ambiente, natura e vite umane. È il ricatto del vecchio sistema capitalista cui si aggiunge la variante di quel neoliberismo sfrenato e autoritario figlio della scuola dei “Chicago boys” di Milton Friedman: privatizzazioni drastiche di aziende e beni dello Stato, riforme reazionarie del mercato del lavoro per arrivare a quella flessibilità della forza-lavoro, che era così cara a Marchionne, per arrivare a una libera e mai controllata circolazione dei capitali. Per realizzare tutto questo servivano, e servono, l’affermazione di governi reazionari  in grado di creare con il tempo le condizioni sociali e culturali necessarie e un Sindacato sempre più marginalizzato e/o aziendalista.

Oggi il risultato sembra raggiunto. Il mondo del lavoro è nelle mani delle Multinazionali, delle mafie locali e di cooperative che non hanno nulla del DNA dello spirito cooperativo e di mutuo soccorso. Nell’Italia di oggi, ma non solo, sono troppi i pezzi di un puzzle che non può andare avanti a lungo: per esempio il vorticoso giro di appalti e subappalti, cooperative che gestiscono lavoratori con la logica del caporalato e con nuove forme di sfruttamento del lavoro, più moderne e più raffinate perché garantite da leggi dello Stato come le mille forme di contratto, le esternalizzazioni, gli stage e tutto ciò che trasforma un lavoratore in un eterno precario. Infine, ma non ultimo, la morte sociale di tanti angoli delle città, dove ogni giorno un negozio chiude per sempre perché questa è l’epoca dei Centri commerciali aperti h24, di Amazon e dell’acquisto online. In quali condizioni si trovano a lavorare i dipendenti di Amazon interessa a pochi, perché quei lavoratori sono come invisibili.

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Ecco allorache la festa del 1° Maggio, oggi più che mai, rimane qualcosa che deve essere vissuta con determinazione e con il cuore. È nostra quella festa, ma non può essere solo un giorno di forza:, deve essere un giorno di lotta. Perché quello che volevano i “Chicago boys” di allora e di oggi è spegnere la lotta comune dei lavoratori, non vogliono solo la rassegnazione ma vogliono di più: vogliono l’assuefazione. Vogliono Donne e Uomini che non credano più nella coscienza di classe e nella forza della lotta e dell’autodeterminazione, vogliono scolari in fila per tre che si accontentano di un ruolo ai margini della società. Vogliono operai che accettano di morire in una fabbrica di veleni in cambio dello stipendio, vogliono edili che accettino di salire su impalcature pericolanti, vogliono commesse che lavorano sette giorni su sette. Vogliono migranti che arrivano dall’Africa o da ogni pare del mondo disposti a dormire in baracche fatiscenti e che accettano la chiamata del caporale del momento, per andare a morire di fatica nei campi dopo aver raccolto pomodori per un’intera giornata. Vogliono schiavi, che non abbiano il coraggio e la dignità di ribellarsi. Vogliono che nessuno creda più a un’idea di Sindacato, perché vogliono i loro Sindacati mansueti e allineati.

La strage di Portella della Ginestra, mafiosa e fascista, è stata il primo avviso che i lavoratori dell’Italia Repubblicana hanno ricevuto: non alzate la testa, state al vostro posto. Perché mai dovremmo fargli questo favore ? Teniamola alta la nostra testa. Perché l‘Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, e il 1° Maggio è nostro. Prendiamocelo e difendiamolo, per quell’idea di vita e dignità che nessun “Chicago boys” può permettersi di portarci via.

Buon 1° Maggio a tutte e tutti.

]]>
http://www.sonda.life/in-evidenza/perche-il-primo-maggio-e-nostro/feed/ 0
Cercasi Comunità Internazionale http://www.sonda.life/in-evidenza/cercasi-comunita-internazionale/ http://www.sonda.life/in-evidenza/cercasi-comunita-internazionale/#respond Sun, 28 Apr 2019 08:02:43 +0000 http://www.sonda.life/?p=7801 Di Alfredo Luis Somoza.

Scriveva Antonio Gramsci nei suoi Quaderni dal carcere, a proposito della società dei suoi tempi: «Le grandi masse si sono staccate dalle ideologie tradizionali, non credono più a ciò in cui prima credevano, ecc. La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati». La sua celebre frase si può applicare perfettamente anche alla situazione odierna della comunità mondiale. Finita la Guerra Fredda, nell’ambito della quale il mondo ha vissuto per decenni un equilibrio basato su due superpotenze che contrapponendosi reggevano l’ordine globale, ne è seguita una transizione che sembra non concludersi più. Le velleità di chi puntava a un mondo unipolare sotto guida statunitense si sono infrante, come dimostrano decine di situazioni nelle quali Washington non solo non è stata in grado di garantire l’ordine ma ha finito con l’accrescere il caos. Al tempo stesso si è dimostrata non percorribile anche la via dell’ordine multipolare, altra teorizzazione nata nel post-Guerra Fredda, che immaginava un equilibrio garantito da più potenze globali e regionali. L’utopia che le Nazioni Unite, opportunamente riformate, potessero farsi portatrici di un nuovo ordine multi-bilaterale è stata abbandonata da tempo. Ora si parla di un nuovo bipolarismo tra Stati Uniti e Cina: ma anche questa evoluzione, che pure in sé ha aspetti positivi dal punto di vista della regolamentazione del commercio internazionale, non appare destinata a incidere minimamente sull’attuale disordine geopolitico.

Il mondo ora sta regredendo velocemente a uno stadio simile a quello che precedette la Seconda guerra mondiale, quando le potenze lottavano tra loro per espandersi territorialmente e conquistare aree d’influenza economica. Quel periodo si caratterizzava, come quello attuale, per la corsa al riarmo, il montare di ideologie sempre più nazionaliste e xenofobe e per l’abbandono della politica come strumento per risolvere i conflitti. Gli appetiti economici si traducevano in conflittualità tra nazioni, le difficoltà economiche venivano oscurate dalla caccia a minoranze etniche o religiose sulle quali si faceva ricadere ogni colpa. E la propaganda prendeva il posto dell’informazione per modellare alla bisogna la coscienza dei cittadini. Sappiamo tutti come finì quella pagina della storia mondiale, quali furono le conseguenze, quanto fu spaventoso quel bagno di sangue, eppure comincia a sfuggirci l’insegnamento fondamentale. Cioè che il mondo è come un condominio, magari litigioso, ma alla fine costretto a trovare un accordo sulle misure da prendere.

La dimensione globale dei nostri problemi, dalla pace alla sicurezza alimentare passando ovviamente per il cambiamento climatico, non permette divisioni. Non è possibile pacificare il Medio Oriente, combattere le cause delle moderne migrazioni, salvare gli oceani seguendo politiche nazionali contrapposte. Soprattutto, verificata l’inefficacia di vecchie e nuove potenze, corre l’obbligo di riaprire i canali della mediazione e della definizione di politiche comuni, restituendo ossigeno a quelle istituzioni che rappresentano l’intera umanità. Le uniche carte che oggi si possono giocare sono quelle della legalità: non è permesso violare i confini sovrani di uno Stato, non si possono annientare minoranze etniche o religiose, esiste un dovere di accoglienza dettato dal diritto internazionale nei confronti dei perseguitati. E vanno messe in atto politiche radicali per contenere il cambiamento climatico. Non c’è nemmeno bisogno di capire come fare: su tutti questi temi esistono già convenzioni e capitoli del diritto internazionale discussi e approvati da anni, quando non da decenni. Ma c’è qualcuno in grado di applicarli e di farli rispettare da solo? No. L’unica risorsa rimasta al mondo è proprio la riscoperta delle pagine già scritte e condivise in materia di diritti e di obblighi, finora raramente applicate. Una buona metà del lavoro è fatta, rimane la metà più difficile. La si potrà concretizzare solo se, anche in questo caso, si riuscirà a comporre una comunità di nazioni che mettano al primo punto l’interesse comune. Se ciò non accadrà, la deriva in corso produrrà solo tragedie.

alfredosomoza.com

]]>
http://www.sonda.life/in-evidenza/cercasi-comunita-internazionale/feed/ 0
RSF: Libertà Di Stampa Sempre Più Minacciata http://www.sonda.life/in-evidenza/rsf-liberta-di-stampa-sempre-piu-minacciata/ http://www.sonda.life/in-evidenza/rsf-liberta-di-stampa-sempre-piu-minacciata/#respond Sun, 28 Apr 2019 07:59:45 +0000 http://www.sonda.life/?p=7798 Di Vincenze Verde.

Il 3 maggio, come ogni anno, si festeggerà la Giornata mondiale della libertà di stampa. In vista di questo appuntamento, l’organizzazione internazionale “Reporter Senza Frontiere” ha prodotto un’analisi dettagliata del livello di libertà di stampa nel mondo, stilando una classifica che raccoglie 180 paesi: dalla libera Norvegia, prima, al vituperato Turkmenistan, ultimo. Nell’ultimo anno (e non solo), la categoria dei giornalisti ha avuto una progressiva demonizzazione che ne mette a serio rischio la libertà e l’incolumità.

In Italia, già dal tramonto dell’era berlusconiana, passando per l’affermazione di nuove correnti, come il Movimento 5 Stelle, e nuove metodologie comunicative, come le dirette sui social del ministro dell’Interno, il rapporto tra politica e stampa è diventato molto controverso, arrivando inevitabilmente a coinvolgere l’opinione pubblica che ha ormai un atteggiamento sempre più freddo nei confronti dei media. Tutto ciò nel corso degli ultimi anni, specialmente dell’ultimo, ha portato agli onori della cronaca numerose vicende in cui si è tentato di togliere anche i più basilari diritti ai giornalisti del nostro Paese.

È il caso della vicenda di Sandro Ruotolo, con la scorta dapprima tolta e poi riassegnata, in occasione della quale l’Italia ha fatto una figura non proprio di prim’ordine, o quello della querelle ancora in piedi tra Roberto Saviano, giornalista anticamorra sotto scorta, e Matteo Salvini, ministro dell’Interno che lo ha querelato recentemente per diffamazione dopo averlo attaccato più volte duramente e dopo aver ventilato l’idea di privare anche lui della scorta. Anche numerosi esponenti del Movimento 5 Stelle, alleato di governo della Lega, non hanno risparmiato critiche feroci alla stampa , andando a sdoganare un linguaggio sempre più duro e volgare, ripreso nei vari comizi e nelle aule del parlamento.

Il risultato secondo RSF è che “alcuni giornalisti hanno ceduto alla tentazione di censurarsi per evitare le molestie politiche”, anche se la cronaca in merito alle minacce ai giornalisti si arricchisce ogni giorno in Italia, simbolo che una larga fetta di questa categoria rimasta libera c’è. Ultimo in ordine cronologico è stato l’incendio ai danni dell’auto di Valeria Pinna, verificatosi qualche giorno fa. La giornalista sarda è stata probabilmente vittima di un avvertimento legato alle sue inchieste in merito a dei controlli antidoping.

Anche a livello internazionale i toni si sono progressivamente alzati e la situazione attuale è divenuta abbastanza allarmante. Negli USA, ad esempio, c’è stata un’impennata delle minacce di morte ai giornalisti dall’inizio della presidenza Trump, un dato che in perfetta linea con quello italiano e con quello di paesi dove si sono affermati governi sulla carta meno moderati e dunque più in conflitto con la stampa libera.

Insomma, a 26 anni dall’istituzione della Giornata mondiale della libertà di stampa sono troppe le tensioni che ne mettono a rischio la diffusione a livello globale, e a farne le spese spesso sono i giornalisti con la loro vita. Come Lyra McKee, giornalista ventinovenne irlandese, rimasta uccisa in un conflitto tra la polizia e il New Ira, gruppo estremista irlandese a favore della riunificazione dell’Irlanda e dell’indipendenza di Belfast dal Regno Unito. Il gruppo ha rivendicato l’assassinio accidentale della reporter che aveva commesso l’unico errore di “trovarsi al fianco di forze nemiche”(la polizia ndr).

La breve e tragica storia di questa giovane donna ci ricorda una verità che dovrebbe essere ormai radicata nella nostra civiltà: chi racconta, e spesso per farlo rischia la propria pelle, va difeso e questi attacchi indiscriminati sono un lusso che la politica non può più permettersi.

ilmegafono.org

]]>
http://www.sonda.life/in-evidenza/rsf-liberta-di-stampa-sempre-piu-minacciata/feed/ 0
A Mirasole, Dove La Vita “Riparte”, Alle Porte Della Metropoli http://www.sonda.life/citta-in-movimento/a-mirasole-dove-la-vita-riparte-alle-porte-della-metropoli/ http://www.sonda.life/citta-in-movimento/a-mirasole-dove-la-vita-riparte-alle-porte-della-metropoli/#respond Mon, 22 Apr 2019 20:34:10 +0000 http://www.sonda.life/?p=7792 Di Filippo Nardozza.

L’Abbazia di Opera è diventata da qualche anno – con Progetto Arca Onlus e Progetto Mirasole Impresa Sociale – una grande casa e un operoso luogo di formazione e lavoro, in pieno Parco Agricolo Sud Milano. Ospita una lavanderia e una cucina industriale, una bottega solidale con prodotti di qualità e presto un bar, spazi verdi da curare e spazi per eventi privati, in un circolo virtuoso che offre occupazione, anche per il vicino carcere di Opera. Un luogo protetto – ma aperto al pubblico e all’Arte – e propositivo, per chi (singoli e famiglie) ha visto la sua vita arrestarsi o prendere direzioni infruttuose. 

L’uomo è come una cassa armonica, in lui risuona ciò che ha intorno. Se entra in un flusso di violenza, questa risuonerà al suo interno. Così accade per la bellezza”. 

E questo, dove discorriamo in un’ampia e soleggiata corte agricola con Alberto Sinigallia – Presidente di Fondazione Progetto Arca Onlus – è decisamente un luogo dove si respira bellezza. 

Nella sua storia lunga otto secoli, l’Abbazia Mirasole (compagna delle altre abbazie che fiorirono nel medioevo nella pianura campestre alle porte del capoluogo lombardo) ha vissuto molte vite, tra abbandoni e rinascite. 

Dal 2016 è risorta nuovamente per diventare – conservando il suo tradizionale fascino di meta per gite in campagna e spiritualità nel silenzio – un pacifico luogo del welfare e della solidarietà, una casa, una comunità, al servizio di persone e famiglie che vogliono rimettersi in gioco e ripartire. Per un periodo limitato di tempo, certo, quello necessario per riacquistare stabilità e autonomia e ricominciare – là fuori – proprio come da DNA del Progetto.

In tre anni – da quando è stato firmato il contratto di affitto trentennale con la Fondazione IRRCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, proprietaria fin dal 1797 del bene storico – l’Abbazia Mirasole ha visto ruotare tra i suoi spazi e attività unatrentina di persone, grazie alla cooperazione tra Progetto Arca Onlus e Progetto Mirasole Impresa Sociale, che gestiscono in chiave no profit l’anima sociale e l’anima “commerciale” dell’Abbazia.

Al momento ci vivono – in grandi camere che si affacciano direttamente sulla corte all’ombra della chiesa – tre mamme con i loro bambini, che condividono un’ampia cucina, il soggiorno e una stanza giochi per i piccoli, luminosa e colorata. In un’altra ala del complesso, dove si trovano le casette (bilocali su due piani ricavati in quelle che un tempo erano le botteghe dei monaci) vivono poi altri nuclei: due famiglie con bambini (una è un nucleo padre-figlio), una coppia di pensionati, un uomo single. Si tratta in generale di persone segnalate dai servizi sociali dei comuni limitrofi (provenienti da situazioni di disagio abitativo, in attesa dell’assegnazione di una casa popolare) o “agganciate” attraverso le attività che da oltre vent’anni Arca svolge al fianco di persone con fragilità. 

Ma cosa si fa in Abbazia? Le attività lavorative che vi ruotano attorno attraverso l’impresa sociale sono diversificate: c’è una lavanderia industriale per le necessità abbaziali; una cucina industriale da cui escono circa 2.000 pasti giornalieri prodotti per le mense e i dormitori di Milano; una bottega solidale, luogo di incontro e di relax con servizio di caffetteria, dove trovare prodotti selezionati provenienti in parte da altri siti monastici e in parte da cooperative solidali. Naturalmente, poi, anche la gestione del verde abbaziale impiega persone: l’attuale giardiniere viene dal carcere di Opera, con il quale la collaborazione è attiva, e da volontario sta per essere assunto. C’è infine la parte di affitto spazi per congressi ed eventi privati, anche matrimoni, nelle antiche e diversificate sale del complesso.

Chi non è impiegato in stabili attività lavorative aiuta comunque, nell’orto, nel frutteto o nel parcheggio. Come Luigi, 67 anni, qui con sua moglie Teresa. Per 40 anni ha lavorato nell’edilizia, con un’impresa che alla fine è arrivata a contare 40 dipendenti. “Ma con la crisi del 2008 ho perso tutto. Le case dei figli, l’ufficio, la villa dove io e mia moglie vivevamo: in un paio d’anni, il lavoro di una vita è svanito. Oggi siamo in attesa di una casa Aler

L’incontro con l’Impresa Sociale e la possibilità di gestire insieme l’Abbazia ha “intercettato il bisogno di Arca di andare un attimo anche al di là del primo aiuto sempre (prima mission della Fondazione, ndr.) e di trovare nuove vie per l’integrazione sociale. Ci ha permesso di alzare e allargare lo sguardo, anche verso l’Arte, al di fuori dei luoghi ad essa tradizionalmente deputati” racconta Sinigallia.

L’Abbazia Mirasole infatti resta e anzi amplifica la sua funzione di luogo aperto anche all’esterno e in cui portare cultura e nuovo pubblico: nella chiesa dalla semplice facciata quattrocentesca si svolgono sempre più spesso concerti, proprio a supporto delle attività di Arca; e negli spazi abbaziali incontri e conferenze, ma anche ritiri, come quelli degli Scout. 

E non ci si ferma qui. “Entro poche settimane dovrebbe aprire un vero e proprio bar, gestito da detenuti del carcere di Opera (al momento la piccola caffetteria nella bottega solidale è mandata avanti da volontari). C’è poi l’intenzione di aprire anche un ristorante, sperimentando innanzitutto il servizio pranzo, visto che nei dintorni ci sono diverse aziende. Certo, solo per la manutenzione di tutta l’area servono circa 300.000 euro all’anno.” conclude il Presidente di Arca.

Differenti progettualità sono insomma sintetizzate in un’unica proposta, che vede la spiritualità come risposta unificatrice, l’accoglienza come aspirazione di vita e la cultura e il lavoro come strumenti di realizzazione delle aspirazioni umane e sociali. Con quel focus sempre sulla persona, accompagnata – quando pronta a ripartire da sola – anche nella ricerca di un lavoro fuori dall’Abbazia, e nella partecipazione a bandi per una casa.

]]>
http://www.sonda.life/citta-in-movimento/a-mirasole-dove-la-vita-riparte-alle-porte-della-metropoli/feed/ 0
Dedicato A Vittorio Arrigoni http://www.sonda.life/in-evidenza/dedicato-a-vittorio-arrigoni/ http://www.sonda.life/in-evidenza/dedicato-a-vittorio-arrigoni/#respond Mon, 15 Apr 2019 12:39:23 +0000 http://www.sonda.life/?p=7784 Di Maurizio Anelli.

Era il 15 aprile 2011 quando Vittorio Arrigoni veniva ucciso nella Striscia di Gaza, ma dopo tanti anni Vik vive ancora. Pioveva a Bulciago domenica 14 aprile 2019, forse il sole era troppo  triste e non se la sentiva di uscire dalle nuvole per salutare i tanti che avevano deciso di venire fin qui per ricordare Vittorio. Peccato, perché Vik meritava una giornata di sole. Però esiste un’altra possibilità e, poiché è bello credere nei sogni e nelle favole, mi piace pensare che sia quella più vera: i semi hanno bisogno dell’acqua per diventare germogli  e allora il sole ha fatto un patto con la pioggia e le ha detto “oggi esci tu, devi  far germogliare quel seme”. E, poco dopo, dal palco qualcuno ha detto che nella Striscia di Gaza Vik non è ricordato come una vittima, ma come un martire, un testimone, perchè i testimoni gettano un seme e i semi germogliano sempre. La storia di Vittorio parte da lontano e oggi in tanti l’hanno raccontata e condivisa, regalando a ognuno di noi quell’ emozione che poco alla volta diventa un groppo in gola. Ma quel groppo bisogna trattenerlo e trasformarlo in quello che Vittorio ha sempre chiesto a chi lo ha conosciuto, a chi lo ha letto e ascoltato: Restiamo Umani. Non chiedeva una cosa facile Vittorio, o forse sì. Ma lui non ha mai amato le cose facili e poi, in fondo, quando le cose sono troppo facili diventa difficile riuscire ad amarle. Vittorio diceva sempre che “… la Palestina e Gaza sono ovunque e da questo possiamo trarre gli spunti per agire con giustizia e solidarietà verso gli ultimi che incontriamo anche a casa nostra, fuori dall’uscio di casa”. Lo racconta la madre, Egidia Beretta, in una bella intervista a “Il Manifesto” che tutti dovrebbero leggere https://ilmanifesto.it/otto-anni-dopo-vik-e-sempre-con-noi/.

Vittorio, che sceglie di vivere a Gaza. Vittorio che si sentiva vicino agli operai degli stabilimenti Fincantieri che “costruirono le stelle del mare, li trafisse la polvere d’amianto, li uccise il profitto”, Vittorio che  stava dalla parte di “Chico”Mendes ed era grande amico di Enzo Baldoni, perché la Palestina e Gaza sono ovunque. Nel maggio del 2013, nel suo blog Guerrilla Radio, Vittorio Arrigoni scriveva:  

Perchè sappiamo che Palestina non indica una remota ragione dall’altra parte del mondo, ma semplicemente un paese sull’altra sponda del Mar Mediterraneo.
Perchè sappiamo quale sia il dramma delle donne palestinesi incinte forzate a partorire ai checkpoint israeliani.
Perchè sappiamo che la colonie israeliane sono costruite su terra rubata ai palestinesi.
Perchè sappiamo cogliere la poesia e la storia che si cela dietro una chiave tramandata da padre in figlio, per generazioni.
Perchè sappiamo che un olivo che viene bruciato, o una casa che viene giornalmente demolita, è un pezzo di dignità che viene calpestato.
Perchè sappiamo che la striscia di Gaza è la più grande prigione a cielo aperto mai esistita.
Perchè sappiamo che bombardare civili, donne e bambini non può essere chiamato autodifesa, né effetto collaterale.
Perchè sappiamo discernere la differenza tra terrorismo e resistenza armata.
Perchè è vergognoso come il diritto giuridico internazionale venga lacerato dall’impunità di cui gode un paese fondato sul genocidio di un intero popolo.
Perchè supporteremo il diritto al ritorno fino a che l’ultimo dei profughi non vedrà pienamente applicata la risoluzione ONU n° 194.
Perchè non abbiamo paura di dire che parte delle vittime di ieri, sono i carnefici di oggi. Perchè un paese che fa di bambini prigionieri politici, non può fregiarsi del titolo di democrazia.
Perchè non ci facciamo intimidire da un paese che ad oggi ha violato 73 risoluzioni ONU, la IV° Convenzione di Ginevra, le leggi internazionali, la Convenzione sui diritti dell’infanzia, la Convenzione sulla tortura e che applica un regime di Apartheid documentato da Human Rights Watch e da varie altre ONG.
Perchè stiamo dalla parte dell’oppresso e non dell’oppressore, dalla parte dell’occupato e non dell’occupante. Perché anche se la comunità internazionale continua ad ignorare la più mediatica pulizia etnica nella storia dell’umanità, noi supporteremo il popolo palestinese fino alla fine.
Ecco perchè oggi ricorderemo il 65esimo anniversario della Nakba, consci che, nella vita dei palestinesi, di catastrofi ne accadono quotidianamente
”.

Eppure, di quello che accade tutti i giorni in Palestina e della politica dello Stato di Israele, in questo Paese non si vuole parlare. Sembra che oltre alla scarna cronaca di pochi minuti o di poche righe, relativa agli scontri, non si debba andare. È un silenzio che fa rumore, amaro e inaccettabile. In molti si affannano a giustificare il “diritto di Israele di difendersi” e che, di fatto, legittima e giustifica quel processo di colonizzazione e di violenza etnica che è la vita di tutti i giorni nei territori palestinesi. Lo Stato di Israele si fa scudo dello strumento dell’antisemitismo per misurare il livello della critica al proprio agire politico che arriva dalla Comunità Internazionale, e anche per questo sembra che in questo Paese sia proibito parlare di Sionismo.  Eppure il Sionismo non è nato ieri, ha una storia antica nata nel 1897 a Basilea e il suo manifesto prevedeva proprio l’occupazione della Palestina: obiettivo raggiunto, pagato dai palestinesi con l’apartheid e la violenza nei propri territori. https://storiadisraele.blogspot.com/2010/09/il-programma-di-basilea.html Stupisce, e amareggia non poco, osservare quanto sia compatto il fronte politico italiano nel prendere le distanze dai diritti dei palestinesi e, allora, viene da chiedersi quale possa essere il comun denominatore e il collante fra forze politiche così apparentemente distanti fra loro ma che si ritrovano dalla stessa parte del tavolo: la parte del silenzio sulla politica di Israele. Il silenzio è sempre imbarazzante, e non è mai giustificato. Umanamente, perché le violazioni dei diritti umani nei territori da parte di Israele sono alla luce del sole. Politicamente perché Quello stesso Stato e il suo Governo violano in continuazione anche le risoluzioni delle Nazioni Unite, per esempio la risoluzione 242, del 22 novembre 1967, che imponeva la restituzione dei territori occupati in seguito alla Guerra dei Sei giorni: le Alture del Golan, la Striscia di Gaza, la penisola del Sinai e Gerusalemme est.

Restiamo umani”, ha sempre ripetuto Vittorio. “… A qualunque latitudine, facciamo parte della stessa comunità. Ogni uomo, ogni donna, ogni piccolo di questo pianeta, ovunque nasca e viva, ha diritto alla vita e alla dignità. Gli stessi diritti che rivendichiamo per noi appartengono anche a tutti gli altri e le altre, senza eccezione alcuna.” Il popolo di Gaza, il popolo palestinese, resiste e vuole vivere.  Ci prova ogni giorno anche nell’angolo più martoriato e colpito della Terra. Resiste a muri e recinti, ai bombardamenti, al razionamento dell’acqua e della corrente elettrica. Resiste all’indifferenza di una Comunità internazionale sorda, cieca e muta, complice. Pioveva  a Bulciago, ma l’acqua non ha disturbato niente e nessuno: c’era un seme che diventerà un germoglio, bello e forte come l’albero che l’ha generato. Oggi quell’albero avrebbe quarantaquattro anni, è stato tagliato che ne aveva trentasei ma, come si racconta a Gaza, Vik non era una vittima ma un martire, un testimone, un vincitore che credeva nei sogni: “Io che non credo alla guerra, non voglio essere seppellito sotto nessuna bandiera. Semmai voglio essere ricordato per i miei sogni. Dovessi un giorno morire, fra cent’anni, vorrei che sulla mia lapide fosse scritto quello che diceva Nelson Mandela: un vincitore è un sognatore che non hai mai smesso di sognare”. Vittorio Arrigoni, un vincitore. https://www.inesplorazione.it/2011/04/un-vincitore-e-un-sognatore-che-non-hai.html

I sogni volano sempre in alto, come quei palloncini liberati verso il cielo alla fine di una giornata che resta nel cuore. Le Parole di Alessandra e Egidia, quelle di due giovanissimi ragazzi che hanno presentato il loro documentario su Vittorio e di tutti quelli che sono saliti sul palco, e poi lo Spettacolo di Gian Luca Foglia e le musiche di Emanuele. Tutto questo ha spinto quei palloncini in alto verso il cielo. Per questo Vittorio è ancora vivo, anche otto anni dopo la sua morte.

Ciao VIK.

]]>
http://www.sonda.life/in-evidenza/dedicato-a-vittorio-arrigoni/feed/ 0
A Bruxell Don Ciotti Presenta Chance, Agenda Europea Contro La Mafia http://www.sonda.life/in-evidenza/a-bruxell-don-ciotti-presenta-chance-agenda-europea-contro-la-mafia/ http://www.sonda.life/in-evidenza/a-bruxell-don-ciotti-presenta-chance-agenda-europea-contro-la-mafia/#respond Mon, 15 Apr 2019 12:28:28 +0000 http://www.sonda.life/?p=7781 Di Vincenzo Verde.

La mafia non è più un problema legato esclusivamente al nostro Paese, ma è diventata un’emergenza globale. A ricordarlo, settimana scorsa, è stato don Luigi Ciotti, intervenuto al parlamento europeo a Bruxelles per proporre una nuova agenda politica finalizzata a migliorare la legislazione sovranazionale per combattere la criminalità organizzata. “Civil Hub Against orgaNized Crime in Europe” è il nome di questa agenda raccolto nella suggestiva sigla CHANCE. Come ricordato da Don Ciotti, in Italia e in Europa la mafia è più forte che mai, raccogliendo circa l’1% dell’intero PIL europeo. Questa rete internazionale di contrasto legislativo potrebbe rappresentare un’opportunità per costruire un sistema di difesa efficiente e uguale per tutti.

Negli ultimi anni, l’Europa ha dovuto fare i conti con una sempre maggiore crescita delle associazioni a delinquere su buona parte del territorio. Secondo un rapporto di Europol del 2017, infatti, sono circa 5000 le società criminali presenti nel Vecchio Continente e, di queste, il 70% gestisce i suoi traffici anche all’estero (coinvolgendo dunque più di un paese dell’Unione Europea), mentre quasi il 50% gestisce più di un traffico illegale. Anche per questa ragione lo scorso ottobre, dopo 18 anni, è stata approvata la risoluzione Onu della “Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale”, un importante trattato che era stato controfirmato a Palermo da numerosi paesi europei nel 2000. Un trattato che però non era mai stato reso operativo poiché non tutti i paesi godevano degli strumenti per mettere in pratica i protocolli previsti per la repressione e le indagini sulle attività mafiose.

CHANCE, promossa da Libera e più nello specifico dal suo fondatore e presidente, don Luigi Ciotti, non vuole essere solo un’occasione per risvegliare le coscienze, ma anche un modo per trasferire molte delle battaglie (e delle vittorie) dell’associazione antimafia italiana da un livello nazionale a uno sovranazionale. Nell’agenda, infatti, troviamo proposte non nuove per i cittadini italiani, come la definizione legislativa per tutti di criminalità organizzata, la confisca dei beni criminali per un utilizzo sociale, il miglioramento della strategia per combattere il traffico di droga, ma anche proposte contro la tratta degli esseri umani, i crimini ambientali e il commercio illegale di armi.

Ogni punto dell’agenda è corredato da una proposta di legge e/o un progetto su scala internazionale per sensibilizzare i cittadini europei sul problema e riqualificare alcune zone particolarmente bistrattate dalla presenza delle associazioni a delinquere sul territorio.

Insomma il discorso di don Ciotti a Bruxelles è stato un invito alla corresponsabilità per fare fronte comune a un problema che per ora attecchisce diversamente nelle varie zone del continente, ma che continua ad espandersi a macchia d’olio e necessita di misure drastiche e uguali per tutti per invertire questo trend. Come ha ricordato il fondatore di Libera, chiudendo il suo illuminato intervento al parlamento europeo: “Oggi il futuro ci chiede di uscire dalle nostre paure, il futuro ci chiede di andargli incontro”. Saremo capaci farlo?

ilmegafono.org

]]>
http://www.sonda.life/in-evidenza/a-bruxell-don-ciotti-presenta-chance-agenda-europea-contro-la-mafia/feed/ 0
La Lettura Del Mese http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-39/ http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-39/#respond Mon, 15 Apr 2019 12:24:27 +0000 http://www.sonda.life/?p=7778
Henri Lebasque(1865-1937), La liseuse

SGUARDI OBLIQUI

Georges Simenon, L’angioletto (Adelphi)

Patrick Modiano, Primavera da cani (Lantana)

Lei è un artista e non ha bisogno di capire. Forse è meglio che non capisca troppo. Alcuni espressionisti tedeschi hanno lavorato nella stessa direzione, ma erano degli intellettuali, sapevano dove stavano andando e si sforzavano di esprimere una certa idea. Mentre lei dipingeva i soldati, sapeva già che si sarebbero diretti in fila verso un sesso monumentale?

Per questo romanzo del 1964, Simenon inventa un protagonista leggero, si direbbe veramente “sereno”, e ne riassume in poche pagine una vita vissuta, parola dell’autore: “a diretto contatto con la natura e con ciò che lo circonda”.

Da bambino povero a un’esistenza di adulto cui basta davvero poco per vivere. Come la pittura, ma: “Non cercava di copiare la realtà, una sedia, una strada, una donna, un tram. Gli capitava di farla, come esercizio, e ci riusciva anche piuttosto bene. Ma erano immagini.

Invece: colori puri, tenere insieme le cose che non hanno in apparenza alcun rapporto tra loro, rappresentare il mondo come lo si vede con gli occhi della mente, senza pensarci, come gocce di memoria, un ricordo, la nostalgia o il rimpianto, amaro struggimento, amore per ciò che non c’è più. L’infanzia o quel che ne resta, ciò che siamo in nuce senza fronzoli od orpelli che ne limitano la visione, che occultano e nascondono fino a far dimenticare CHI SIAMO.

La Rue Mouffetard delle origini è un velo sul viso, un cerchio magico nel quale non si può più rientrare una volta usciti: “Non aveva forse tratto qualcosa da tutto, da tutti? Non si era forse servito della loro sostanza?

A saperlo, non sarebbe riuscito ad “arrivare sino in fondo”. All’inizio o alla fine, chi lo sa?

La natura di cui parla anche Simenon è quella più concretamente umana. E lui, lui è un ragazzino, un angioletto, Le Petit Saint per l’appunto.

Dai PUNTI DI RIFERIMENTO ben più saldi di quanto si possa pensare. Come ombre, seguono e precedono… [FINE]

Ho conosciuto Francis Jansen quando avevo diciannove anni, nella primavera del 1964, e oggi voglio raccontare le poche cose che so di lui.

Inizia così Chien de printemps di Patrick Modiano dove il solito protagonista-voce narrante-alter ego o piuttosto Modiano stesso incontra un fotografo di nome Francis Jansen e finisce a svolgere per un lui un lavoro di catalogazione della sua opera: “Avevo comprato due quaderni rossi marca Clairefontaine, uno per me, l’altro per Jansen, in modo che l’indice delle foto fosse registrato in doppia copia. (…) «È un lavoro da benedettino, ragazzo mio… Non si affaticherà troppo?» Sentivo nella sua voce una punta di ironia.

Il tutto si svolge come sempre nei romanzi di Modiano un po’ per caso un po’ come fosse destino che. E saranno proprio questi due quaderni rossi l’unica cosa a salvarsi alla fine. Parole dunque e non immagini, come d’altronde lo stesso Jansen diceva: “Mi aveva chiesto cosa contassi di fare in futuro e io gli avevo risposto: «Scrivere». Questa attività gli sembrava essere «la quadratura del cerchio» – il termine esatto che aveva usato. In realtà, si scrive con le parole, e lui cercava il silenzio. Una fotografia può esprimere il silenzio. Ma le parole? Ecco cosa secondo lui sarebbe stato interessante: riuscire a creare il silenzio con le parole. Era scoppiato a ridere: «Allora, cercherà di farlo? Conto su di lei. Ma mi raccomando, che questo non le impedisca di dormire…».

Il personaggio di Jansen che ricorda per certi aspetti il fotografo francese Robert Doisneau (1912-1994), come lui: “Una rivista americana l’aveva incaricato di illustrare un reportage sulla gioventù parigina” ed “Era alla ricerca di una innocenza perduta e di scenari fatti per la felicità e la spensieratezza ma in cui, ormai, non si poteva essere più felici.

Alla fine: “gli restavano solo vaghi punti di riferimento”.

E uno spunto, più che un appiglio cui aggrapparsi, che rischia di essere piuttosto scivoloso: “Mi disse che dopo un certo numero di anni finiamo per accettare una verità che presentivamo ma che nascondevamo a noi stessi per incuranza o vigliaccheria: un fratello, un doppio è morto al nostro posto a una data e in un luogo sconosciuti e la sua ombra finisce per confondersi con noi.

Lo sa bene Modiano, che non a caso in calce ad un altro suo romanzo, Purché tu non ti perda nel quartiere, ha posto Stendhal: Je ne puis pas donner la rèalitè des faits, je n’en puis prèsenter que l’ombre.

OMBRE dunque, non parole, ma sguardi obliqui al nostro fianco.

A cura di Giulia Caravaggi

]]>
http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-39/feed/ 0
ColorAid Alla Sua Terza Tappa http://www.sonda.life/citta-in-movimento/coloraid-alla-sua-terza-tappa/ http://www.sonda.life/citta-in-movimento/coloraid-alla-sua-terza-tappa/#respond Sat, 13 Apr 2019 21:11:34 +0000 http://www.sonda.life/?p=7775 Terza tappa per ColorAid, il progetto di edilizia etica che attraverso il colore unisce le aziende del settore edile nel nome della solidarietà e che quest’anno ha riqualificato il Centro Diurno Disabili di via Cherasco a Milano. Ne parliamo con Vieri Barsotti, amministratore delegato di Contexto, l’agenzia milanese di editoria e comunicazione che ha inventato ColorAid.

A cura di Claudia Notargiacomo

Buongiorno Vieri, ti chiedo come prima cosa di spiegare come nasce ColorAid…

V.B. Innanzitutto una premessa. La nostra agenzia ha una fortissima specializzazione nel mondo delle pitture per la casa: siamo editori di una rivista -Colore & Hobby- che da cinquant’anni informa mensilmente tutte le persone che lavorano nel settore e da due anni abbiamo lanciato una web radio -Radio Colore- per accompagnare con musica e informazioni dedicate chiunque sia interessato alla pittura e al colore. Inoltre, organizziamo una serie di attività per promuovere e diffondere il valore del colore.

ColorAid è una di queste ed ha una forte vocazione sociale, infatti si rivolge al Terzo Settore e nasce dal presupposto che un ambiente riqualificato e colorato possa contribuire a migliorare il benessere psicologico delle persone che lo abitano. Molte strutture del Terzo Settore impegnano tutti i loro soldi per le prime necessità dei loro ospiti che hanno quasi sempre disagi gravi, si occupano di ospitarli, curarli, vestirli, sfamarli e, quando possono, istruirli e orientarli al reinserimento nella società e nella vita normale. Ovvio che pitturare le pareti non sia una priorità, ma è proprio qui che interveniamo noi.

Come funziona esattamente il progetto?

V.B. ColorAid realizza interventi di riqualificazione cromatica e per questo prevede il piccolo contributo di tante aziende, alle quali chiediamo di fornire materiali, manodopera specializzata quando occorre e un contributo minimo per pagare i costi generali del cantiere, la manodopera generica che serve per realizzare i lavori e  acquistare i materiali che non recuperiamo dalla partecipazione diretta delle aziende. È incredibile quanta disponibilità abbiamo incontrato, molte aziende non riuscirebbero ad organizzare da sole interventi di questo tipo e, invece, unendo le forze tutto questo diventa possibile. Ed è una grande soddisfazione vedere come la loro partecipazione sia umana prima ancora che dettata dalle ragioni del business.

So che ColorAid prevede anche la partecipazione degli studenti nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro…

V.B. È vero, e devo dire che questa è una delle situazioni più coinvolgenti del progetto. In sostanza, abbiamo pensato che la partecipazione degli studenti ai lavori del cantiere avrebbe avuto una forte valenza formativa e creato un canale diretto tra il mondo dello studio e quello professionale. Attraverso ColorAid i ragazzi vivono un’esperienza reale di lavoro e si impegnano ad aiutarsi reciprocamente, perseguendo al tempo stesso un fine etico e nobile come quello di aiutare chi ha bisogno.

E poi ci sono le Istituzioni che sostengono ColorAid…

V.B. Le Istituzioni sono un elemento imprescindibile, crediamo nella collaborazione virtuosa tra pubblico e privato, sono sempre le persone a fare la differenza. Quest’anno il Comune di Milano ci ha segnalato la situazione del Centro Diurno Disabili (CDD) di via Cherasco, che dopo quasi vent’anni dagli ultimi interventi aveva davvero bisogno di essere riqualificato. L’indicazione è stata corretta ma la collaborazione non si è fermata lì e il Comune ci ha fatto sentire concretamente la sua vicinanza: durante i lavori è venuta a trovarci il vicesindaco di Milano, Anna Scavuzzo, che si è intrattenuta a lungo con noi, con i dirigenti del Centro Diurno, con i rappresentanti delle aziende sponsor, con gli artigiani e gli studenti impegnati nei lavori e quando, a chiusura delle attività, è stata organizzata una grande festa, al vicesindaco si è aggiunto anche l’assessore alle Politiche Sociali di Milano, Pierfrancesco Majorino.

Cosa ti ha colpito in particolare della loro partecipazione a ColorAid?

V.B. Devo dire che le loro parole in alcuni momenti sono state molto toccanti! Mi è piaciuto l’apprezzamento che hanno espresso non solo nei nostri confronti, ma anche rispetto al ruolo che le aziende svolgono per la realizzazione del progetto. Per noi è fondamentale continuare a credere in questo tipo di collaborazione se si vuole proseguire in un cammino che è complesso ma che certamente regala a tutti grandi soddisfazioni. Insomma, la presenza delle Istituzioni e la loro considerazione ci fanno comprendere che siamo sulla strada giusta e ci regalano grande energia per proseguire insieme con sempre maggiore entusiasmo.

Qual è l’obiettivo che ci si pone rispetto alla cittadinanza?

V.B. ColorAid è un progetto che guarda al sociale, i miei collaboratori ed io riteniamo che le complessità e le difficoltà di una parte della cittadinanza facciano parte della responsabilità di tutta la comunità ed ecco che nel nostro ambito cerchiamo di rispondere a questa urgenza, responsabilizzandoci e raccogliendo la volontà partecipativa di molti.

Per finire, possiamo dire che anche quest’anno ColorAid si è concluso con soddisfazione?

V.B. Anche questa volta è stato uno splendido ColorAid, ogni anno che passa cresciamo coinvolgendo e convogliando sempre più energie e talenti, tutti insieme. Un grazie speciale a tutti coloro che hanno fatto la propria parte con passione e serietà!

]]>
http://www.sonda.life/citta-in-movimento/coloraid-alla-sua-terza-tappa/feed/ 0
Simone E Mimmo Lucano, Il Coraggio è Di Chi Lo Vuole Avere http://www.sonda.life/in-evidenza/simone-e-mimmo-lucano-il-coraggio-e-di-chi-lo-vuole-avere/ http://www.sonda.life/in-evidenza/simone-e-mimmo-lucano-il-coraggio-e-di-chi-lo-vuole-avere/#respond Mon, 08 Apr 2019 08:13:14 +0000 http://www.sonda.life/?p=7768 Di Maurizio Anelli.

Il cielo sopra l’Europa è scuro, nero. L’Europa rimuove, dimentica in fretta e cammina sulla vecchia strada dei primi anni del Novecento. È una strada conosciuta, nazionalismi e caccia aperta alla preda del momento: la razza, la sicurezza e la difesa dei confini, i migranti. Il passato è storia scritta ma qualcuno ancora la nega e la difende. Non meraviglia quindi che Matteo Salvini, a Parigi per il G7 dei ministri dell’Interno, approfitti dell’occasione per incontrare Marine Le Pen, leader del Rassemblement National (l’ex Front National). È un passo importante verso le prossime elezioni europee, un incontro molto cordiale come entrambi l’hanno definito, il primo passo per “annunciare l’inizio di una nuova Europa” come lo definisce Marine Le Pen. Nessuna meraviglia allora, mentre stupiscono le parole di Luigi Di Maio che, improvvisamente, si accorge che il suo alleato di Governo cerca alleanze in Europa con  i partiti che negano l’Olocausto.

Eppure nell’attuale collocazione all’interno del Parlamento Europeo il Partito di Luigi Di Maio

siede all’interno dell’ EFDD (Europe of Freedom and Direct Democracy Group, che significa Europa della Libertà e della Democrazia Diretta), il gruppo diriferimento di gran parte dei partiti della destra  estrema e xenofoba d’Europa, compresi i tedeschi del partito di estrema destra Alternativa per la Germania. E allora viene da chiedersi dove era Luigi Di Maio quando nello scorso mese di Agosto il suo alleato incontrava nel palazzo della Prefettura di Milano il premier ungherese Viktor Orban, oppure nei primi giorni dell’anno quando Salvini andava nella Polonia di Jarosław Kaczyński impegnandosi a dare all’Europa “nuovo sangue, nuova forza, nuova energia”. https://www.controinformazione.info/matteo-salvini-promette-lasse-italo-polacco-dopo-i-colloqui-di-varsavia/.

Uomo distratto Luigi Di Maio, perché non servivano le gite fuori porta per capire chi fosse Matteo Salvini e quale sia la sua idea di politica. Non c’era alcun bisogno di alleanze cercate con i negazionisti europei per vedere l’anima nera di un alleato di Governo che strizza l’occhio alla destra fascista e razzista di casa nostra e non nasconde nulla, da sempre, del suo pensiero e della sua azione politica come leader del suo Partito e come Ministro degli Interni. Era sufficiente uno sguardo attento a quello che succede dentro il giardino di casa per capire tutto.

Mauro Biani Il Manifesto

A Torre Maura, periferia di Roma, la guerra fra gli ultimi ha conosciuto l’ultima pagina nera in ordine di tempo: settanta Rom vengono trasferiti nel centro d’accoglienza della zona, fra di loro tra trentatré bambini. CasaPound e Forza Nuova alimentano, come sempre, la rabbia e la frustrazione degli abitanti del quartiere, i Rom sono accolti dai saluti romani, poi arrivato il turno degli insulti e delle minacce, e infine un gesto che da solo spiega tutto: il pane destinato ai Rom viene sequestrato e calpestato, la protesta diventa un atto di guerra aperta al grido di “… zingari, dovete morire di fame”.  Un ragazzino di quindici anni affronta con coraggio e fierezza il gruppo di fascisti del nuovo millennio, e lo fa con una semplicità disarmante. Davanti a lui i “duri” di CasaPound e il loro leader, Mauro Antonini, perdono. Gonfiano il petto ma perdono la faccia e la partita, perché il ragazzino non indietreggia di un metro e, con il suo romanesco gentile e tagliente, raccoglie la sfida e rilancia: “Lei sta a fa’ leva sulla rabbia della gente di Torre Maura, er quartiere mio, pe’ i suoi interessi, pe’ racimolare votiA me 70 persone non cambiano la vita. Se me svaligia casa un rom, tutti je demo annà contro, poi quando è italiano mi devo star zitto che è italiano. È sempre la stessa cosa, si va sempre contro la minoranza, nun me sta bene che no”. https://www.youtube.com/watch?v=TjyW5e7TfJI

Pier Paolo Pasolini conosceva bene quelle periferie e quell’accento e sarebbe stato orgoglioso di quel ragazzino di quindici anni che si chiama Simone, che raccoglie il pane calpestato e sfida i fascisti guardandoli in faccia, senza paura.

La storia di CasaPound, così come quella di Forza Nuova, è intrisa dell’esplicito richiamo al fascismo comprese le minacce ai giornalisti che denunciano e documentano, da Ostia a Milano. Tutto questo non turba i sonni del Ministro degli Interni Matteo Salvini. Lui, uomo della legalità e della sicurezza, ha altre priorità che assumono sempre più il contorno dell’ossessione. I migranti, per esempio, e quel continuo richiamo ai porti chiusi di cui non esiste nessun provvedimento ufficiale del Ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, né tantomeno del Viminale. Tutti sanno che i porti non sono chiusi con una legge ma ci si comporta come se così fosse avallando, di fatto, una propaganda fatta di slogan. L’importante è appoggiarsi all’immunità parlamentare per non dover rispondere del proprio operato e salvarsi con il voto del Parlamento, quello stesso Parlamento tanto disprezzato e criticato nel recente passato quando Lega e M5S accusavano la vecchia politica di abusare dell’immunità. Ma il tempo e il Potere cambiano tutto…

Fra le priorità del Ministro degli Interni ne esiste una, in particolare, che merita di essere osservata con grande attenzione. Ha un nome che qualcuno vorrebbe dimenticare, ma non è possibile perché quel nome ha la faccia di un uomo perbene che di mestiere faceva il Sindaco in un Paese della Calabria. Si chiama Domenico Lucano ma per l’Italia che ancora resiste è semplicemente Mimmo, “Mimì Capatosta, e quel paese della Calabria si chiama Riace. Il Ministro della paura ha speso fatica, tempo e rabbia, per abbattere e umiliare Mimmo Lucano, ha avuto alleati e silenzi complici. È riuscito anche a svuotare un paese della bellezza che un uomo perbene aveva coltivato con dolcezza e coraggio. È riuscito ad allontanarlo dalla sua casa e dalla sua gente ma non è riuscito a piegarlo, perché non è facile piegare un Uomo.

La Corte di Cassazione, nelle motivazioni depositate e relative all’udienza del 26 febbraio conclusa con l’annullamento del divieto di dimora a Riace, afferma che: “ Mancano indizi di comportamenti fraudolenti che Domenico Lucano, il sindaco sospeso di Riace, avrebbe materialmente posto in essere per assegnare alcuni servizi, come quello della raccolta di rifiuti, a due cooperative dato che le delibere e gli atti di affidamento sono stati adottati con collegialità e con i prescritti pareri di regolarità tecnica e contabile da parte dei rispettivi responsabili del servizio interessato”. Viene quindi disposto un annullamento con rinvio ai giudici del Riesame di Reggio Calabria che dovranno esaminare nuovamente il caso. Non è ancora una vittoria per Mimmo Lucano, la partita sarà ancora lunga e difficile ma apre uno spiraglio su tutta questa storia.  https://tg24.sky.it/cronaca/2019/04/03/mimmo-lucano-corte-cassazione.html.

Mimmo Lucano ha sempre affermato che è pronto a difendersi “Nel” processo e non “Dal” processo e, in effetti, la differenza è enorme. Da una parte c’è un Ministro che chiede aiuto ai suoi alleati di Governo e al Parlamento per sottrarsi a un giudizio e, dall’altra, c’è un Uomo che quel giudizio, se sarà necessario, lo affronterà per difendersi dalle accuse. È tutto molto semplice: c’è chi scappa e si nasconde, e chi invece affronta tutto alla luce del sole.

Andiamo avanti. La Commissione antimafia ha apportato importanti e pericolose modifiche alle norme che regolano l’eleggibilità politica: sono stralciati i reati connessi alla violazione della legge Mancino (apologia del fascismo) e quelli legati al razzismo. Interessante il fatto che la richiesta sia arrivata dai rappresentanti della Lega e del M5S. Ora si tratta di aspettare e vedere se il nuovo codice passerà all’esame del Parlamento.

Esiste un’alleanza di Governo che porta l’Italia fuori da qualsiasi forma di democrazia e di rispetto del Diritto. Un giorno Luigi Di Maio dovrà pur spiegare alla storia e a questo Paese le ragioni di quest’alleanza. Nell’attesa di quel giorno provi a spiegare, se è in grado di farlo, i propri silenzi sulle scelte fatte in questo tempo dal “Governo del cambiamento”. Perché in questo Governo è seduto anche lui e con un posto a capotavola.

]]>
http://www.sonda.life/in-evidenza/simone-e-mimmo-lucano-il-coraggio-e-di-chi-lo-vuole-avere/feed/ 0