Sonda.Life http://www.sonda.life Portale di informazione sociale Mon, 18 Mar 2019 12:31:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.0.3 Greta, Le Piazze, Il Clima E Il Sistema http://www.sonda.life/in-evidenza/greta-le-piazze-il-clima-e-il-sistema/ http://www.sonda.life/in-evidenza/greta-le-piazze-il-clima-e-il-sistema/#respond Mon, 18 Mar 2019 12:31:33 +0000 http://www.sonda.life/?p=7732 Di Maurizio Anelli.

Il mese di marzo porta la primavera e la primavera cambia sempre d’umore: regala un giorno di sole caldo e accecante, poi ci ripensa e lo nasconde come a dirci  “non lo meritate”. Forse marzo ha ragione, il sole bisogna meritarselo, conquistarselo ogni giorno, corteggiarlo come si fa con un amore importante. Il sole di questo marzo, anno di grazia 2019, sembrerebbe avere il sorriso di una ragazzina che arriva dal profondo Nord dove il sole si nasconde per tanti mesi. Ma lei è sfacciata, come è giusto che sia quando si ha sedici anni, e insegue il sole senza lasciarsi intimidire. Greta, il cognome non ha nessuna importanza perché il mondo ha imparato a conoscerla per nome, insegue non solo il sole ma anche un sogno: cambiare il mondo, salvarlo dalla catastrofe in cui si è iscritto da tanto tempo.

Ma tutto quanto sta succedendo intorno a Greta  credo meriti qualche riflessione. Allora facciamo un gioco: alzi la mano chi non ha mai sognato di cambiare il mondo. È l’idea che ha camminato accanto ad ogni generazione, accompagnandola su ogni strada e a ogni scontro politico e sociale e l’ha sempre spinta oltre la siepe. Molti hanno pagato un prezzo altissimo per questo, e su quella siepe hanno lasciato molti dei loro sogni e in tanti casi la vita. Adesso alzi la mano chi si è arreso, chi si è assuefatto, chi non ha più fiducia o chi crede che sia tutto inutile. Ora facciamo la conta delle mani alzate e guardiamo nello specchio della nostra anima e facciamoci due domande: la prima, perché abbiamo smesso di credere in tutte quelle emozioni che ci spingevano oltre la siepe ? La seconda, perché invece e nonostante tutto vogliamo continuare a credere che sia ancora possibile volare oltre quella siepe ? Vale ogni risposta: le delusioni, le sconfitte, la rabbia, la carriera, la famiglia, l’età che porta consiglio… Poi, però, dopo le domande arriva il momento delle risposte e le risposte qualche volta fanno male.

Nell’estate del 2001, a Genova, un’intera generazione fu cancellata dal “Potere” con l’unica arma che il “Potere” conosce: la repressione. Furono cancellati il dissenso e la ribellione nei confronti di un mondo e di una società che conquista tutto cancellando diritti e dignità. Quel giorno fu cancellato il diritto delle generazioni più giovani di provare a cambiare il mondo attraverso la politica intesa come bene comune e, soprattutto, quel giorno i Governi del mondo calarono la maschera e mostrarono la loro faccia: quella economica e industriale e quindi sociale che, guarda caso, è la prima responsabile anche del disastro ambientale di oggi.  Le prove generali erano già state fatte in precedenza:  a Seattle, a Davos,  a Napoli. Delle politiche ambientali e di ecologia però si parlava già negli anni “70 quando i primi movimenti ambientalisti protestavano, per esempio, contro il nucleare. Per gran parte dell’opinione pubblica e per gran parte della classe politica eravamo dei “fanatici rompicoglioni”, lo ricordo benissimo. C’è voluto il disastro di Chernobyl perché qualcuno vedesse le nostre ragioni. Ma andiamo oltre. Il sistema capitalistico e le logiche del profitto che lo alimentano sono da sempre responsabili del disastro ambientale che oggi è portato nelle piazze di tutto il mondo. E questo disastro ambientale cammina di pari passo con il disastro umano e sociale. È credibile che queste logiche del profitto possano convertirsi a una pacifica convivenza con l’ambiente ? Personalmente non credo che ciò possa avvenire, vorrebbe dire ridiscutere l’assetto sociale ed economico di gran parte del mondo e in particolare del mondo occidentale. Troppi interessi in gioco, troppe lobby industriali e politiche, e troppi imperi finanziari che non accetterebbero mai di ridiscutere tutto questo. 

L’ambiente ha sempre subito le logiche del profitto, in quasi tutte le parti del mondo. Qualcuno ha costruito le proprie fortune sui disastri ambientali, sulla deforestazione, sullo sfruttamento di interi territori e sull’avvelenamento dei mari. Quante sono, per esempio, le fabbriche dove un posto di lavoro è concesso in cambio dei veleni sparsi nell’aria e nelle acque, barattato con la vita delle persone che vivono intorno a quelle fabbriche ? Penso a Taranto e all’ILVA, per esempio. A Taranto si muore per il lavoro che invece dovrebbe aiutare a vivere, com’è successo a Casale Monferrato, a Porto Marghera, a Genova, Monfalcone e  a Bohopal.

https://news.fidelityhouse.eu/ambiente/bhopal-ancora-oggi-continuiamo-a-pagare-gli-effetti-del-piu-grande-disastro-industriale-della-storia-354707.html

Dalla Union Carbide di Bhopla all’ILVA di Taranto. Negli Stati Uniti, un Paese che conosce molto bene le logiche del profitto, la lotta in difesa dell’ambiente si scontra ogni giorno con i maestri del disastro: https://www.peopleforplanet.it/la-guerra-delle-donne-americane-per-lacqua-pulita/

C’è una grande parte della Comunità scientifica che da anni lancia allarmi inascoltati sul degrado ambientale, c’è una storia lunghissima di movimenti ambientalisti snobbati e derisi dalla comunità internazionale. C’è la storia offesa di interi popoli a cui è stata distrutta prima la terra in cui vivevano e poi la dignità. Ambiente, Terra, Potere finanziario e politico, disprezzo della Dignità umana e sociale: tutto questo e altro ancora sono la logica del profitto e dei mercati. Chi, da sempre, lotta contro tutto questo viene marginalizzato e combattuto da tutti i Governi. https://altreconomia.it/30-dopo-chico-mendes/

Poi, in un giorno di primavera, accade che le piazze di tutto il mondo si riempiano di migliaia di persone, di giovani e di giovanissimi che forse per la prima volta scendono in piazza per una manifestazione. Il simbolo di queste piazze è Greta. In molti si domandano come sia possibile che una ragazzina di sedici anni possa essere stata capace di generare una mobilitazione di milioni di persone e le risposte possono essere tante. Personalmente non ho una risposta certa a questa domanda, ma ho solo altre domande che si accavallano fra di loro, contrastanti: le piazze straboccanti di giovani sono un tuffo in quel passato dove anch’io sognavo di cambiare il mondo insieme ai tanti compagni di strada che camminavano insieme a me, anzi eravamo sicuri di cambiarlo e quella siepe abbiamo provato a saltarla in tutti i modi. A quei ragazzi che pochi giorni fa erano in piazza, convinti e decisi, auguro di riuscire a fare meglio di quanto non abbiamo fatto noi. Ma per riuscirci dovranno lottare contro tanti nemici e superare tanti ostacoli, tanti tranelli. Dovranno accettare di fare politica, perché per “cambiare il clima” dovranno prima di tutto “cambiare il sistema” e il Sistema proverà in tutti i modi a fermarli, come hanno fatto con noi e con chi è venuto prima di noi: proverà a confonderli, lasciandoli sfogare prima e ammaliandoli poi con le promesse, proverà a integrarli. Se non ci riuscirà proverà allora a ingabbiarli. Se questi ragazzi di oggi e adulti di domani sapranno resistere a tutto questo, allora saranno capaci di provare a saltare la loro siepe e il mondo potrà forse scegliere un’altra strada.

Torniamo a Greta: è indubbio che emotivamente lasci un segno, ma viene da chiedersi se qualcuno voglia sfruttare il suo volto e la sua innocenza per fingere di cambiare tutto senza cambiare nulla. Viene da chiedersi se il suo volto pulito possa servire al “Potere” stesso per tappare le ali a chi lotta ogni giorno, da sempre, in ogni angolo del mondo contro quelle logiche di profitto e di mercato che hanno distrutto quasi tutto, come a voler dire “… vedete, c’è un altro modo di fare politica e di dialogare con i Governi, non serve pensare sempre alle contrapposizioni fra le classi… state tranquilli, possiamo lavorare tutti insieme”.  Amaro, in ogni caso, leggere gli attacchi e delle offese che in questo nostro Paese sono rivolte a Greta. Sono offese pesanti e gratuite, portate da persone che non hanno mai mosso un dito nella loro vita per provare a cambiare questo mondo, ma che in questi giorni non hanno esitato un minuto per insultarla. Nella catena delle offese rivolte a Greta una in particolare diventa inaccettabile: il richiamo alla sindrome di Asperger, come se questo rendesse meno credibile la spontaneità delle sue iniziative e dei suoi pensieri. Eppure la scienza stessa ci insegna che gli Asperger, spesso, sono in grado di provare sentimenti e dispiaceri per il prossimo e per il mondo che li circonda in misura ancora maggiore rispetto ad altri e che la loro determinazione nell’affrontare ciò che li colpisce è fortissima.  Spesso per loro una questione diventa una “grande causa” cui dedicare tutte le loro energie e come tale deve essere affrontata, altrimenti non è una causa che valga la pena.

E quindi, cosa resta delle Piazze piene di questi giorni ? Resta molto, e quel molto deve essere capace di andare oltre la figura di Greta, a quello che rappresenta o che qualcuno ha deciso che debba rappresentare. Lo dobbiamo a lei e a tutti quei ragazzi cui abbiamo lasciato un mondo malato, e se loro proveranno a cambiarlo noi abbiamo il diritto e il dovere di camminare accanto a loro. C’è sempre una siepe da saltare.

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Cooperazione Internazione E Ong, Tra Accuse Ridicole E Silenzi Assordanti http://www.sonda.life/in-evidenza/cooperazione-internazione-e-ong-tra-accuse-ridicole-e-silenzi-assordanti/ http://www.sonda.life/in-evidenza/cooperazione-internazione-e-ong-tra-accuse-ridicole-e-silenzi-assordanti/#respond Mon, 18 Mar 2019 08:02:07 +0000 http://www.sonda.life/?p=7728 Di Alina Nastasa.

Tra pochi giorni sono 4 mesi che di Silvia Romano non si hanno più notizie. L’ultimo comunicato ufficiale, risalente a fine gennaio e che riguarda il rapimento della 23enne milanese, proveniva direttamente dalle autorità kenyane, le quali assicuravano che la ragazza si trovava ancora in Kenya. Non un parola su di lei, da troppo tempo ormai, da parte del governo italiano.

D’altronde sono pochissime anche le parole sulle otto vittime italiane scomparse nell’incidente aereo in Etiopia, otto rappresentanti di un mondo, quello della cooperazione internazionale e della solidarietà, che ultimamente è messo in discussione sempre di più. Un tema volutamente evitato anche dal ministro degli Interni che sceglie con una precisione chirurgica quali argomenti omettere e quali esaltare. E, si badi bene, quello che forse pesa di più nel mondo della (dis)informazione di oggi è proprio la costruzione di questa diabolica simbiosi tra omissioni molto ben calibrate ed esaltazioni di titoli scandalistici.

Il nemico numero uno sono diventate le ong – tra le primissime vittime dell’abuso di questo tipo di comunicazione – e da tempo l’antipatia maggiore va verso quelle che prestano soccorso in mare e quelle che offrono percorsi di assistenza e integrazione ai migranti. Ma è utile sapere che – e questo forse è un dato meno conosciuto – i settori di intervento che prevalgono nelle attività delle organizzazioni no profit italiane sono quelli dell’educazione/istruzione e sanità (le migrazioni si trovano al decimo posto). Guarda caso, proprio quei settori in cui, da anni (ed è una tendenza consolidata questa), lo stesso Stato si sta dimostrando sempre più lacunoso e incapace in termini di investimenti e progetti a lungo termine.

Uno Stato sempre più miope quando si guarda all’attuale sistema di welfare, sistema che dovrebbe mettere al centro le persone e la qualità della loro vita. E questo lo sapeva bene anche Paolo Dieci, che la vita l’ha persa su quel maledetto Boeing 737. Il presidente del CISP, “una delle figure più autorevoli nel mondo delle ong”, come lo ha definito la portavoce del Forum del Terzo Settore, Claudia Fiaschi, credeva fortemente nel ruolo della cooperazione e nella costruzione di ponti. La cooperazione internazionale vista da Paolo Dieci non è altro che “essenza stessa di un mondo globalizzato” che, integrata anche ad altri strumenti, ha il compito di ridurre le diseguaglianze, nell’interesse di tutti.

Lo ricorda anche Giulia Olmi, cofondatrice del CISP: “Il ruolo della cooperazione è senz’altro un ruolo importante, e anche Paolo sottolineava di non perdere mai il senso dell’insieme. Perché siamo veramente tutti collegati”. E nonostante il mondo sia sempre più vivace e collegato, si ha spesso l’impressione che è proprio quel senso dell’insieme a scemare gradualmente. Anche perché fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce. E la foresta che cresce intorno al mondo della cooperazione italiana è rigogliosa: sono più di 20.000 addetti ai lavori con oltre 80.000 volontari attivi che mobilitano le organizzazioni. Ed è anche il settore in cui la percentuale di uomini e donne occupati ha praticamente raggiunto la parità.

Fare il cooperante è una scelta precisa e con il tempo diventa una vocazione. È quel senso dell’insieme che bisogna sentirsi forte addosso, più forte di qualsiasi altro richiamo o aspirazione. E questo lo sapeva bene anche la giovanissima Silvia Romano di cui purtroppo non abbiamo ancora notizie. E il crescente silenzio attorno alla sua vicenda non regala certo molta serenità.

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Global Enviromental Outlook: L’Inquinamento Aumenta E Minaccia Il Pianeta http://www.sonda.life/in-evidenza/global-enviromental-outlook-linquinamento-aumenta-e-minaccia-il-pianeta/ http://www.sonda.life/in-evidenza/global-enviromental-outlook-linquinamento-aumenta-e-minaccia-il-pianeta/#respond Mon, 18 Mar 2019 07:59:36 +0000 http://www.sonda.life/?p=7725 Una crescita delle attività umane sempre più intensa e a forte impatto ambientale, se continuasse ad andare nella direzione opposta alla sostenibilità, potrebbe causare danni permanenti e non reversibili al pianeta. Il quadro delineato dal report Global Enviromental Outlook, nel quale sono intervenuti oltre 250 esperti provenienti da tutto il mondo, non promette bene per il futuro della Terra.

Nell’ambito dell’Assemblea Ambientale dell’Onu, a Nairobi, si è infatti discusso a lungo sulla necessità di adottare politiche e misure ambientali più adeguate alla sostenibilità: nel prossimo futuro si prevede un aumento delle morti premature da inquinamento, pari a circa 6-7 milioni per l’inquinamento atmosferico, sommate a perdite economiche che si aggirano intorno ai 5000 miliardi di dollari. Cifre destinate ad aumentare con l’incremento di emissioni nocive e dell’inquinamento, soprattutto nelle regioni dell’Asia, dell’Africa e del Medio Oriente, soggette a un intenso a rapido sviluppo industriale e demografico.

Non sarà solo l’uomo a subire danni ingenti da questi incrementi, ma anche diverse specie animali che potrebbero andare in estinzione: tra il 1970 e il 2014, infatti, il numero delle specie di vertebrati è diminuito del 60%, mentre per gli invertebrati il 42% è attualmente a rischio estinzione. Gli esperti affermano, inoltre, che un’estinzione di massa sarebbe in atto, soprattutto a causa dell’uomo e delle sue attività.

Soltanto l’impegno effettivo dei governi di tutto il mondo potrebbe porre un freno a questo lento declino. Del resto, Joyce Msuya, direttore esecutivo del Programma ambientale dell’Onu, è molto chiaro a riguardo: “La salute e la prosperità dell’umanità sono direttamente legate allo stato del nostro ambiente”, afferma Msuya. “Questo rapporto – continua – rappresenta una prospettiva per l’umanità. Siamo ad un bivio: continuiamo sulla strada attuale, che porterà ad un futuro oscuro per l’umanità, o ci concentriamo su un percorso di sviluppo più sostenibile? Questa è la scelta che devono fare i nostri leader politici, ora”.

ilmegafono.org

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Dedicato a Marielle: Donna, Nera, Lesbica E Dei Bassifondi http://www.sonda.life/in-evidenza/dedicato-a-marielle-donna-nera-lesbica-e-dei-bassifondi/ http://www.sonda.life/in-evidenza/dedicato-a-marielle-donna-nera-lesbica-e-dei-bassifondi/#respond Sun, 10 Mar 2019 22:34:33 +0000 http://www.sonda.life/?p=7722 Di Maurizio Anelli.

“Donna, nera, lesbica e dei bassifondi. Rompeva gli schemi, in un sistema machista, omofobico e misogino. È per questo che l’hanno uccisa”.

Si chiamava Marielle, per l’anagrafe di Rio de Janeiro Marielle Francisco da Silva, e quelle parole che raccontano chi era sono state pronunciate dalla sua compagna Monica Benìcio. Sono parole forti ma chiare e cariche di verità. La vita di Marielle è finita a trentotto anni, uccisa in un agglomerato di favelas dove vivono almeno 130mila persone: il quartiere di Estacio. Marielle era un’attivista per i diritti delle persone LGBT ma non solo: il suo cammino comincia nella favela di Maré, dove nasce. Poi arrivano una figlia, nata nel 1998 quando lei aveva solo diciannove anni, e una laurea in Scienze sociali. Comincia nelle favelas la sua battaglia per i diritti delle donne, che la spinge in una lotta senza quartiere fino alla fine. È soprattutto una battaglia per i diritti delle donne nere, che in Brasile rappresentano la periferia, il punto più debole e più vulnerabile della condizione femminile. https://www.agoravox.it/Marielle-Franco-Essere-una-donna.html

Entra in politica e  nel 2016 si candida con una coalizione formata dal Partito Socialismo e Libertà  e dal Partito Comunista Brasiliano: viene eletta con la carica di consigliera nella Câmara Municipal di Rio de Janeiro. In quel Consiglio municipale dirige la Commissione per la difesa delle donne e diventa membro della commissione che avrà il compito di monitorare l’azione della Polizia di Rio de Janeiro, e in più occasioni denuncia gli abusi e la violenza della polizia. Marielle sta scrivendo la sua condanna a morte, probabilmente ne è consapevole ma non si ferma.

Rio de Janeiro è una grande città e, come in tutte le grandi città, è ricca di zone oscure dove la politica s’intreccia con le mafie e il mondo corrotto degli affari. È il corto circuito della legalità e del diritto, e Marielle si mette di traverso a tutto questo: c’è un grande affare immobiliare che si sta realizzando, una speculazione che riguarda un enorme lotto di terreni, un affare da milioni di dollari e Marielle lo denuncia, prova a impedire quest’affare che coinvolge nomi importanti in Brasile, nomi che fanno paura. La notte del 14 marzo 2018 Marielle partecipa a un dibattito presso la Casa delle donne nere per parlare della violenza contro le donne afroamericane nelle favelas. È l’ultima sera della vita di Marielle, l’ultima occasione per far sentire la sua voce libera: quella stessa sera una pistola chiude la porta in faccia alla sua vita. A casa Monica Tereza Benicio, sua compagna di vita e di lotta quotidiana, aspetta un ritorno che non potrà più essere.  “Donna, nera, lesbica e dei bassifondi. Rompeva gli schemi, in un sistema machista, omofobico e misogino. È per questo che l’hanno uccisa”.La sua battaglia e la sua vita spesa accanto alle donne per il rispetto dei diritti umani e civili non è la sola causa del suo assassinio. Marielle era una spina nel fianco di quel potere che pensa di comprare tutto con il denaro e con la violenza. Lei poteva solo gridare con tutta la forza che il cuore trasmette alla voce, e lo faceva senza paura: contro la violenza della polizia nelle favelas, contro i narcotrafficanti, contro la violenza subita dalle donne. Troppa forza e troppo coraggio in quella voce, per questo qualcuno doveva fermarla prima che potesse arrivare ancora più lontana e ancora più forte. La storia di Marielle lascia un segno e una ferita, è una storia d’amore e di umana resistenza alla vita. Nella lettera che Monica Benìcio scrive per l’ultimo saluto alla compagna della sua vita c’è tutto un mondo di amore e di gratitudine, c’è la storia della loro vita vissuta e troncata. https://www.vanityfair.it/news/storie-news/2018/03/29/marielle-franco-omicidio-brasile-lettera-compagna-monica-tereza-benicio.

È passato un anno da quel 14 Marzo e Jair Messias Bolsonaro è il nuovo Presidente-Padrone del Brasile. Uomo della destra più estrema, razzista e fascista, militare e amico dei militari, Bolsonaro rimpiange i tempi della dittatura “… La situazione del Paese sarebbe migliore oggi, se la dittatura avesse ucciso più persone…”.  La morte di Marielle non è dimenticata e, negli ultimi tempi, si sono aperti scenari che gettano molto più di qualche ombra sui legami fra i vertici della mafia-paramilitare e la politica. Spuntano nomi importanti, s’intrecciano in un nodo sempre stretto tutte le porcherie che Marielle aveva sempre denunciato e combattuto. E fra i nomi che contano ne spunta uno in particolare, quello di Flavio Bolsonaro, il figlio maggiore del presidente. Da poco eletto senatore, nel suo staff aveva assunto la madre e la moglie di Adriano Magalhães da Nóbrega, ex capitano e comandante della milizia “Escritório do Crime”, conosciuta come una delle milizie più violente e corrotte della città. http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Brasile-uccisero-loro-Mirelle-Franco-Colpo-alla-milizia-di-Rio-E-spunta-il-nime-di-Bolsonaro-Jr-bcdbb5c9-885f-4d0c-b52a-4d0cce8e9929.html#foto-1.

Monica Benìcio aveva denunciato anche questo, senza nessuna paura: “… il Brasile vive una situazione in cui gli attivisti per i diritti umani sono a rischio, quello di Marielle è stato un attentato politico in cui esisteva un interesse specificoLo Stato, il sistema. Lo stesso Stato che ora gestisce le indagini sull’omicidio e che non rivela nulla su come stiano procedendo… con Bolsonaro la democrazia è in pericolo, i suoi discorsi d’odio mettono in una posizione complicata chi in Brasile difende i diritti umani.” https://www.amnesty.it/marielle-franco-compagna/

Monica ha raccontato a tutti i suoi dubbi e le sue certezze, consapevole che quella donna coraggiosa e amante della vita, la sua Marielle, “… incarnava tutto quello che in Brasile viene osteggiato: donna, nera, lesbica e dei bassifondi…  è per questo che l’hanno uccisa”. Il potere non poteva tollerare a lungo quella donna e la sua voce e, come sempre, il potere ha una sola soluzione per mettere a tacere una voce. Oggi quel potere trema nei piani più alti della sua roccaforte. Ma il potere ha sempre tanti amici, dentro e fuori dai confini di casa, ha contatti e appoggi, ha i soldi, ha sé stesso: il potere. Il silenzio sprezzante di Jair Bolsonaro nei giorni della morte di Mariell era accompagnato e sostenuto dalle calunnie dei suoi sgherri:  Marília Castro Neves, Giudice della Corte di giustizia di Rio de Janeiro,  arrivò a sostenere che “Marielle non era solo una combattente ma era fidanzata con teppisti e non ha rispettato gli impegni con i suoi sostenitori“.  La stampa legata alla destra brasiliana e amica di Bolsonaro attribuì l’assassinio di Marielle alle bande criminali che agivano nel Paese e nulla di più, accusando la sinistra di voler sfruttare politicamente l’omicidio di Marielle. https://veja.abril.com.br/brasil/desembargadora-diz-que-marielle-estava-engajada-com-bandidos/

Altre voci però si alzavano, forti e senza nessuna paura, in Brasile e nel resto del Mondo. Voci che hanno reso il giusto omaggio a Marielle chiedendo verità e giustizia. Un grande artista come Caetano Veloso ricordò Marielle il giorno dopo la sua morte in un concerto “Avevamo accettato di venire per celebrare l’apertura del Queermuseu a Rio, come gesto di resistenza contro l’oscurantismo, e siamo rimasti sorpresi da un gesto brutale di forze oscure“.

Questa, in poche righe, è la storia di Marielle Francisco da Silva. È la storia di una donna forte e coraggiosa che amava la vita. La amava a tal punto da metterla in gioco sapendo che poteva solo perderla. Una vita vissuta fino alla fine accanto alla compagna che amava, forte della sua presenza. Sono tante le donne che in ogni angolo del mondo lottano tutti i giorni contro qualcuno e contro qualcosa che nega il diritto di vivere. Non basta un fiore regalato all’8 di Marzo per mettere le cose a posto e lavarsi la coscienza, a volte anche la mimosa si vergogna di quel commercio che usa le donne una volta di più. La voce delle donne chiede molto di più e lo fa con quel coraggio che tante volte fingiamo di non sentire. Mancano pochi giorni al 14 marzo, solo una settimana dopo l’8 marzo. E il 14 marzo Marielle Francisco da Silva veniva uccisa con quattro colpi di pistola in una strada di Rio de Janeiro, a pochi passi dalla Casa delle Donne Nere. “ …era una Donna, Nera, Lesbica e dei bassifondi. Rompeva gli schemi, in un sistema machista, omofobico e misogino. È per questo che l’hanno uccisa”.

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Se Il Turismo Inclusivo E Accessibile è Anche “Di Design” http://www.sonda.life/citta-in-movimento/se-il-turismo-inclusivo-e-accessibile-e-anche-di-design/ http://www.sonda.life/citta-in-movimento/se-il-turismo-inclusivo-e-accessibile-e-anche-di-design/#respond Sun, 10 Mar 2019 22:21:08 +0000 http://www.sonda.life/?p=7719 Una camera d’albergo proprio per tutti, in grado di accogliere nel massimo comfort e funzionalità sia normodotati sia persone portatrici di disabilità di vario tipo, senza rinunciare al design, anche dal punto di vista estetico. Nell’ottica di un turismo – milanese e non solo – sempre più inclusivo.

A lavorare in questa direzione ha iniziato dallo scorso anno – facendo leva sulla progettualità creativa dei suoi studenti – l’Istituto Europeo di Design, nell’ambito del progetto Hoteling for All promosso con Comune di Milano e Camera di Commercio di Milano Monza Brianza Lodi.

Un’iniziativa nata nel 2017 all’interno del Tavolo del Turismo – gruppo Turismo Accessibile di Camera e condivisa con Assolombarda, APAM – Associazione Albergatori Milano di Confcommercio, Rescasa Lombardia e Assobagno di FederlegnoArredo, partendo dalla necessità di lavorare perché laccessibilità non rimanga solo un argomento di interesse delle persone con bisogni speciali (diversamente abili, anziani, famiglie con bambini piccoli, ecc..), ma che se ne comprenda anche la dimensione economica sottostante e ci si adoperi perché questo venga ampiamente compreso a tutti i livelli. E perché Milano diventi più accogliente.

Da qui dunque le soluzioni letto/bagno presentate lo scorso anno da 5 gruppi di diplomandi IED e declinate in altrettante proposte di design – impiegando in un caso anche l’intelligenza artificiale – per una camera d’albergo che tenga in considerazione le necessità di portatori di bisogni diversi, ma che allo stesso tempo sia una camera “gradita da tutti”, anche da chi non presenta bisogni specifici.

Una camera potenzialmente replicabile in tutti gli alberghi, ma al tempo stesso diversa per tipologia d’albergo che , attraverso soluzioni tecnologiche e di design, possa rispondere a diverse criticità di movimento e di vissuto in Hotel, con l’obiettivo di offrire una nuova esperienza di soggiorno.

Un’intento questo tanto determinato e necessario da far si che il progetto sia in corso anche quest’anno presso i tesisti di Product e Interior Design dello IED di Milano, sempre con il sostegno di Camera di Commercio e Comune, oltre che degli altri partner.

Nello sviluppo del progetto, sotto la guida di Attila Verres e Dario Gavezotti, sono stati presi in considerazione finora utenti normodotati, persone con disabilità temporanee, ipovedenti, non vedenti, ipoudenti, non udenti, paraplegici e tetraplegici. Quest’anno, con il docente Libero Rutilo, oggetto di studio anche le necessità di persone con disabilità psichica.

Prima a lanciare l’input per il progetto, ai suoi albori, la Delegata del Sindaco Sala alle Politiche per l’Accessibilità, l’avvocato Lisa Noja, costretta in prima persona su una carrozzina, che sembra però non limitare la sua voglia di fare e porsi a servizio della società: “Uniniziativa davvero meritevole, perché lavorare sullaccessibilità significa rendere Milano ancora più accogliente e in grado di attrarre proprio tutti, in modo che nessuno debba rinunciare a viaggiare e visitare la nostra città. Per questo ringraziamo lIstituto Europeo di Design e tutti i soggetti che hanno collaborato a questo progetto, perché costruire e diffondere la cultura dellaccessibilità, partendo proprio da

dove si formano progettisti e designer, è un passo fondamentale verso questo obiettivo”.

A spingere il progetto anche necessità di tipo prettamente gestionale, come da commento di Maurizio Naro, Presidente APAM – Associazione Albergatori Milano. “Un anno fa abbiamo proposto questo progetto per risolvere un problema sentito da noi albergatori: le camere per disabili hanno purtroppo un aspetto, soprattutto nel bagno, troppo ospedaliero e questo implica che il cliente normodotato non accetti di vedersi assegnata questa tipologia di camera nonostante le dimensioni maggiori. I gruppi di studenti Ied che abbiamo valutato, oltre a presentare progetti molto validi e funzionali alla nostra attività, hanno anche dimostrato di essersi appassionati al tema e di essere entrati in empatia con le persone che hanno intervistato per conoscere in dettaglio le principali problematiche che i portatori di disabilità incontrano quando viaggiano”.

La Redazione

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Smog, Italia Deferita Alla Corte UE http://www.sonda.life/in-evidenza/smog-italia-deferita-alla-corte-ue/ http://www.sonda.life/in-evidenza/smog-italia-deferita-alla-corte-ue/#respond Sun, 10 Mar 2019 22:15:21 +0000 http://www.sonda.life/?p=7716 Di Lucio Salciarini.

La Commissione europea ha deferito l’Italia alla Corte di giustizia Ue per la ripetuta violazione dei limiti di concentrazione massima di biossido di azoto (NO2) nell’aria delle nostre città. La decisione, secondo gli esperti,  potrebbe portare a ingenti sanzioni economiche per il nostro paese che è in questa situazione a causa di politiche insufficienti sia a livello regionale che nazionale.

La causa del deferimento davanti alla Corte di Giustizia Europea riguarda lo sforamento dei limiti di NO2 in dieci città italiane tra cui Milano.

Lo scorso novembre, Cittadini per l’Aria, con il supporto di ClientEarth, ha proposto al TAR della Lombardia un ricorso contro la Regione Lombardia affinché integri al più presto con nuove e più incisive misure la pianificazione sull’aria e, in particolare, il Piano Regionale degli Interventi per la qualità dell’Aria (PRIA) per raggiungere il rispetto dei valori limite di PM10, PM2.5 e NO2 nel tempo più breve possibile.

“Il deferimento è la conferma che la situazione italiana è gravissima: siamo l’unico paese Ue ad essere stato deferito per il superamento dei limiti sia di PM10 sia di NO2”, ha dichiarato Ugo Taddei, avvocato di ClientEarth responsabile del progetto Clean Air dell’organizzazione europea.  “Per questo, abbiamo supportato l’azione legale di Cittadini per l’Aria contro Regione Lombardia, che è una delle zone più inquinate del paese. Adesso serve un cambio di marcia netto e nuovi piani di qualità dell’aria che riportino nel più breve tempo possibile i livelli di smog al di sotto dei limiti di legge. Il governo, le Regioni e le città italiane prendano esempio dalle misure efficaci attuate in sempre più città europee. Per ridurre i livelli di NO2 serve introdurre zone a basse emissioni per vietare la circolazione dei veicoli diesel più inquinanti e supportare i cittadini nella transizione verso una mobilità più pulita”.

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La Lettura Del Mese http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-38/ http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-38/#respond Sun, 10 Mar 2019 22:11:08 +0000 http://www.sonda.life/?p=7713
Henri Lebasque(1865-1937), La liseuse

DUE DONNE IN TERRA STRANIERA

Herta Müller, Il paese delle prugne verdi (Keller)

Hilary Mantel, Otto mesi a Ghazzah Street (Fazi)

Il naufragio ci sembrava tanto normale quanto il respiro. Lo condividevamo come la nostra fiducia. Eppure ognuno, in silenzio, aggiungeva ancora qualcosa: il proprio fallimento.

Il paese di cui parla Herta Müller in Herztier, titolo originale de Il paese delle prugne verdi, è la Romania del dittatore Ceauşescu e la terra straniera in questo caso non è altro che il suolo natio diventato estraneo e nemico.

Come si fa a parlare di qualcosa che è parte di noi, casa, storia, origini, passato, nel momento in cui ci si rivolta contro. Ci aggredisce, rifiuta, rinnega, costringe a nascondersi, farsi piccoli, fino a sparire diventando invisibili, smettendo di respirare o tentando la fuga.

In questo romanzo del 1994 Herta Müller parla dell’ultimo periodo trascorso nella sua Romania prima dell’espatrio in Germania e il racconto si mescola ai ricordi di bambina: “Mentre sta tra le più stupide piante tagliate, il padre dice: Non bisogna mai mangiare prugne verdi, il nocciolo è ancora tenero e s’ingoia la morte. Nessuno ti può aiutare, allora si muore e basta. Con una febbre chiara il cuore ti brucia da dentro.

Così la Romania degli anni Ottanta è un paese avvelenato: “Perché mangiaprugne era un insulto. Si chiamavano così gli arrivisti, i rinnegatori di se stessi, i leccapiedi privi di scrupoli usciti dal nulla, le persone che camminavano sopra i cadaveri. Anche il dittatore veniva chiamato mangiaprugne. (…) I mangiaprugne erano contadini. Impazzivano per le prugne verdi. Se le mangiavano lontani dal loro servizio. Regredivano all’infanzia, rubando prugne sotto gli alberi del paese. Non mangiavano per fame, ne erano avidi per il sapore aspro della povertà davanti alla quale appena un anno prima abbassavano gli occhi e chinavano il capo come davanti alla mano del padre. Mangiavano fino a svuotarsi le tasche, le stiravano e cacciavano le prugne nello stomaco. Non bruciavano di febbre. Erano bambini troppo grandi. Lontano da casa l’ardore interno si scatenava nel dovere.

Un Nobel è un libro che ha dentro un mondo, un intero pezzo di mondo e tutto il suo autore. E una lingua nuova per poterlo esprimere a parole e potersi raccontare. Herta Müller ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura nel 2009 e la sua scrittura non è facile, ma basta seguirla senza volerla per forza capire subito e lei è la che aspetta.

Oltre la parola scritta, la frase breve quasi recisa, le immagine usate al posto degli oggetti, i nomi scambiati di posto quasi a confondersi l’uno con l’altro. Oltre le righe del testo e la vostra fatica di lettori alla fine c’è una storia semplice. Come tutte le storie, quando le si sa raccontare. [FINE]

Fra i piloni di cemento dei cavalcavia il buio si apriva sul buio, le lande desolate costruite dall’uomo erano vuote e distanti come la superficie della luna. E il pensiero andava molto spesso alla mortalità: saresti potuto morire lì in fuga, davanti alle auto che strepitavano, e spirare nella corsa senza emettere suono come le vittime sacrificali sepolte dentro i ponti. Allora ti saresti aggirato per le superstrade con la bussola impazzita del defunto che cerca la propria casa; ma la città si sarebbe ingrandita secondo le sue normali leggi e avrebbero costruito sopra il tuo fantasma.

Toni noir per Hilary Mantel anche in questo romanzo che racconta di una terra straniera affascinante e spaventosa come la scoperta di un nuovo pianeta abitato.

Un altro mondo tutto da svelare quello dell’Arabia Saudita di metà anni Ottanta dove Frances ed Andrew, i protagonisti di Otto mesi a Ghazzah Street,si ritrovano a vivere per motivi di lavoro (per lui) e di denaro (per entrambi): “«I soldi abbruttiscono le persone», disse Frances, «ma la minaccia di non averli le rende ancora peggiori». «Non fare tanto la moralista,» ribatté Andrew. «Anche tu sei una di loro». «Io parlavo dei sauditi. Anche se a essere onesta, più sto qui, più mi sembra che ci somigliamo. Siamo due facce dello stesso problema, secondo me».

A partire da un’esperienza autobiografica, Hilary Mantel riesce a creare una storia che trasfigura la realtà per meglio raccontarla. E alla fine l’aria nella stanza diventa troppo chiusa, stantia, quasi irrespirabile: “Ci sono volte in cui lo sforzo di evitare qualcosa è maggiore dello sforzo di agire. Ci sono volte in cui l’omissione diventa una tirannide dello sforzo, in cui il compito di distrarre la mente esaurisce il fisico. Frances adesso era tutta concentrata a non pensare, a non fare ipotesi e lo sforzo le serrava la mascella, le irrigidiva le spalle e i muscoli dietro  il collo.

È  un peccato che questo libro uscito in Gran Bretagna nel 1988 sia stato tradotto e pubblicato in italiano solo di recente perché nel frattempo sono successe tante cose nei rapporti tra Occidente e mondo arabo. Cose che hanno portato l’autrice a dover rivendicare una sorta di amaro “ve l’avevo detto”.

Ma si sa, a volte i libri possono essere pericolosi, come scrive la Mantel: “«I libri sono irresponsabili, piantano delle idee in testa alle persone»”.

Basta non leggere, e quelle idee non andranno DA NESSUNA PARTE.

A cura di Giulia Caravaggi

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A Massimo Lettieri http://www.sonda.life/in-evidenza/a-massimo-lettieri/ http://www.sonda.life/in-evidenza/a-massimo-lettieri/#respond Sun, 03 Mar 2019 22:27:10 +0000 http://www.sonda.life/?p=7705 Di Maurizio Anelli.

C’è un libro, appoggiato su uno scaffale della città, che racconta una storia vera che assomiglia molto a una favola. Le favole regalano sempre un’altalena di emozioni: rabbia, sorrisi, paure e delusioni, rinascite. Questa storia racconta di un Uomo e della sua Comunità, stretti attorno a una fabbrica dove un tempo lavoravano trecento vite, donne e uomini con una propria storia tanto diversa da quella degli avventurieri che hanno distrutto quel patrimonio di fatica e dignità. Quella fabbrica si chiamava Maflow, e abitava in quella terra di conquista delle mafie che, a partire dagli anni novanta, era diventata Trezzano sul Naviglio. Dopo una lunga serie di passaggi di proprietà, di fallimenti e di debiti, la fabbrica chiude i cancelli in faccia a quelle trecento vite. Un calcio in culo a trecento famiglie e via, quel che sarà sarà. Qualcuno di loro se ne andrà e qualcun altro troverà un altro lavoro o magari andrà in pensione. Qualcuno però resta, anzi restano in tanti: donne e uomini con la testa dura e una dignità d’acciaio. Sono “figli dell’Officina”, e non si arrendono: si guardano in faccia, si tirano su le maniche e ricominciano. Occupano quello spazio che la legge non permette di occupare e poco alla volta, un giorno dopo l’altro, restituiscono vita e colori a quei capannoni. Non c’è più la Maflow, adesso c’è Ri-Maflov. Quelle Donne e quegli Uomini imparano a essere imprenditori di se stessi, ridisegnando la loro vita e assumendosi responsabilità che altri non hanno voluto e saputo assumersi. Non è stato facile ma loro ci sono riusciti. Dentro quei capannoni hanno saputo inventare un tessuto sociale fatto di botteghe artigianali, una biblioteca, gruppi d’acquisto solidale e un centro di recupero e riciclo materiali.

Ma questo è solo il primo capitolo della storia che assomiglia ad una favola. Poi arriva un 26 Luglio del 2018, e la storia cambia strada e colore: è un’alba difficile per Ri-Maflow, per la sua gente e per Massimo Lettieri, presidente del Cda della Ri-Maflow.  I Carabinieri si presentano davanti ai cancelli della fabbrica, notificano un Decreto di perquisizione emesso dalla Direzione distrettuale antimafia del tribunale di Milano e procedono al sequestro di un capannone: quello dove si lavora al recupero della carta e della plastica/PVC dalla carta da parati, per rimetterla poi nel circuito produttivo come materia pulita. Quello stesso giorno Massimo Lettieri è arrestato mentre si trova in vacanza con la famiglia, in Campania. L’accusa è pesante: “associazione per delinquere per traffico illecito di rifiuti”. È un’accusa che non coinvolge l’intera attività produttiva di RiMaflow ma una singola attività, quella svolta nel capannone sequestrato, ma in seguito al sequestro e alla custodia giudiziale di materiale informatico e del conto corrente della Cooperativa l’attività della Cooperativa stessa diventa quasi impossibile da mandare avanti. L’inchiesta che porta a tutto questo era cominciata anni prima e riguardava il trattamento dei rifiuti e gli illeciti commessi in quel settore nel territorio della Lombardia, coinvolgeva società specifiche del settore e Ri-Maflow entra nell’indagine solo in seguito. Le ipotesi di reato formulate dalla Procura della Repubblica di Milano si riferiscono all’acquisizione illecita di materiali di scarto, alla loro trasformazione e alla successiva  vendita come materia prima (PVC), all’irregolarità del processo di lavorazione e trasformazione dei materiali .In qualità di Presidente del Cda di Ri-Maflow, Massimo Lettieri viene accusato di concorso con persone indagate, esterne alla cooperativa ma con cui la Cooperativa entra in contatto per svolgere quell’attività. Da qui, di conseguenza, le accuse di associazione a delinquere, frode nell’esercizio dell’attività e di  commercio, e gestione non autorizzata di rifiuti. Accuse pesanti, appunto.

Sul perché Ri-Maflow e il suo presidente siano coinvolti in questa inchiesta, come la affrontano e in che modo ne verranno fuori, è qualcosa che merita di essere approfondito. La cooperativa nasce dalla scelta di occupare illegalmente i locali della vecchia fabbrica dismessa, è un atto politico consapevole e ritenuto necessario per realizzare quell’alternativa umana e politica, autogestita e capace di ricostruire un tessuto sociale e creare nuovamente posti di lavoro per restituire quella dignità rubata a chi quel lavoro è stato tolto senza nessun riguardo. Una condizione di “illegalità” che non è mai stata negata dalle donne e dagli uomini di Ri-Maflow, tutt’altro: è sempre stata rivendicata come necessaria e da legittimare nel confronto aperto con le Istituzioni (Comune di Trezzano, Prefettura) e UniCredit, proprietaria dell’area occupata. In tutto questo s’inserisce il legame, profondo e cresciuto nel tempo, con il territorio. Un progetto ambizioso quello di Ri-Maflow che merita di essere chiamato “sogno” senza alcuna retorica, perché i sogni hanno un profumo di cui non ci si deve mai vergognare. L’accusa di associazione a delinquere umilia questo sogno e Ri-Maflow la respinge con forza e con chiarezza dal primo momento, così come con la stessa forza e la stessa chiarezza ha sempre ammesso e rivendicato “l’illegalità” dell’occupazione legittima della fabbrica. Da un’accusa ci si deve difendere e, nella difesa  legale e politica del suo operato, RI-MAFLOW e il suo presidente non hanno mai attaccato l’inchiesta come tale né l’operato della Magistratura. Hanno solo chiesto di potersi difendere in un’aula di tribunale, affermando di aver sempre agito alla luce del sole. Gli attestati di solidarietà sono molti, e ognuno di loro regala forza e determinazione:

Massimo Lettieri, un Uomo. Per chi conosce la storia di Massimo e di Ri-Maflow è facile scegliere da che parte stare. Attorno a lui la solidarietà è importante, è sempre una carezza che fa bene e arriva a piene mani e a viso aperto: dalla gente di Ri-Maflow, dai cittadini comuni, da associazioni e da Uomini come Don Luigi Ciotti. La Fabbrica occupata diventa sempre più un’occasione d’incontri, di spettacoli e d’iniziative.  Per Massimo Lettieri intanto comincia una vita diversa. In carcere a Salerno, durante mesi che possono sembrare lunghissimi per chi li vive lontano dalla famiglia e dai propri affetti. Ci vuole forza per resistere all’isolamento fisico e psichico, soprattutto quando arriva in seguito ad un’accusa infamante che brucia la dignità e lascia un’ombra che la gente non dimenticherà facilmente. Ci sarà sempre qualcuno pronto a ricordarla, e credo che questo pensiero sia un tarlo nella mente e nel cuore di chi vive il carcere. La forza per andare avanti può arrivare dall’esterno: dagli amici, dalla famiglia, da chi sa e crede nell’innocenza negata. Ma da sola non basta, serve qualcosa in più e quel qualcosa è dentro il proprio animo. Massimo ha saputo trovare tutto questo dentro di sé e trasmetterlo agli altri. Ha saputo, lui, dare forza e fiducia a chi era fuori dal carcere, ai suoi Compagni e alla sua gente. Nell’estate della sua detenzione scrive una lettera che profuma di dignità e di umana ricchezza: https://www.ticinonotizie.it/massimo-lettieri-la-lettera-dal-carcere-di-salerno-ai-compagni-e-alle-compagne-della-ri-maflow/.

Dopo mesi di attesa Massimo Lettieri ottiene il trasferimento a Milano, nel carcere di San Vittore, un passo avanti ma ancora lontano dalla libertà. Attorno a lui la solidarietà non si ferma, va avanti. Attorno al carcere di San Vittore, in una sera d’autunno si ritrovano in tanti, è un girotondo che canta e suona per lui, per la sua libertà. Un pezzo di quella libertà arriva dopo pochi giorni, ma non è ancora quella definitiva: da Salerno a San Vittore, e adesso agli arresti domiciliari anche se con libertà di incontrare le persone. E fra le persone, prima di tutto le persone, la visita di un Uomo come Don Luigi Ciotti che dopo alcuni giorni renderà onore a Massimo, dedicandogli una lettera che merita di essere letta: https://rimaflow.it/index.php/2018/10/16/lettera-di-don-luigi-ciotti-a-massimo-lettieri/.  Non è ancora finita, Massimo deve ancora affrontare l’udienza che deciderà il suo futuro e lo fa come sempre: a testa alta con una dignità sconosciuta a molti. In mezzo a tutto questo, il 28 novembre 2018, la fabbrica di Ri-Maflow vince una partita importante per la sua sopravvivenza: lo sgombero che sembrava ormai deciso viene sospeso dopo un incontro in Prefettura fra le parti, sono concessi altri mesi di tempo, il tempo necessario per trovare una sede alternativa. Davanti alla fabbrica centinaia di persone, presenti dalle prime ore del mattino in segno di solidarietà, possono fare festa e sorridere. Un passo alla volta, come sempre, per continuare a scrivere quella storia che assomiglia a una favola.

Arriva finalmente anche l’udienza che decide il futuro di Massimo Lettieri, arriva due volte, perché la prima volta viene rinviata al 15 Febbraio 2019: Massimo Lettieri è libero, anche gli arresti domiciliari vengono cancellati. Massimo potrà finalmente riprendere per mano una vita interrotta, si può e si deve essere felici di questo, ma è una vittoria amara e incompleta perché il patteggiamento chiesto da tutti gli altri imputati, estranei a Ri-Maflow, impedisce, di fatto, a Massimo Lettieri di potersi difendere in un’aula di tribunale con un giusto processo. “Avendo tutti gli imputati patteggiato, non c’erano le condizioni per fare il processo da soli: anni di dibattimenti e costi legali impossibili da sostenere, con l’aggravante di non poter neppure beneficiare degli sconti di pena disposti dal PM”.

C’è un libro, appoggiato su uno scaffale della città, che racconta una storia vera e che assomiglia molto a una favola. Le favole regalano sempre un’altalena di emozioni: rabbia, sorrisi, paure e delusioni, rinascite.

La storia di Massimo Lettieri e della fabbrica recuperata di Ri-Maflow lascia un segno in tutti coloro che hanno voluto conoscerla e che, un giorno alla volta, hanno imparato a sentirla come una storia anche propria. Molti di noi non l’hanno conosciuta dal primo momento, quello drammatico della chiusura di una fabbrica, ma hanno imparato a sfogliare il libro di Ri-Maflow con il passare del tempo e dei mesi. Siamo entrati in quella fabbrica e visto quei capannoni, abbiamo conosciuto chi abita quello spazio e produce quella ricchezza umana di cui oggi non possiamo fare a meno. Molti di noi hanno conosciuto Massimo Lettieri, e poi Gigi e Luca, Spartaco e Don Mapelli e tutta quella comunità che è troppo grande per nominarla tutta e che ha saputo insegnare un valore costruito con la forza dell’autodeterminazione e della solidarietà. È stato un privilegio.

C’è solo una domanda che resta nascosta nelle pieghe della mente e alla quale non è possibile dare una risposta: chi potrà restituire a Massimo Lettieri i baci mancati della sua compagna e gli abbracci persi della sua famiglia ? Chi potrà restituirgli tutto quel tempo di vita rubata ? Nessuno potrà restituire tutto questo, ma Massimo sa che si può stare in piedi controvento, a testa alta. L’ha insegnato a tutti noi.

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Sta Nascendo Un Nuovo Bipolarismo http://www.sonda.life/in-evidenza/sta-nascendo-un-nuovo-bipolarismo/ http://www.sonda.life/in-evidenza/sta-nascendo-un-nuovo-bipolarismo/#respond Sun, 03 Mar 2019 22:24:44 +0000 http://www.sonda.life/?p=7702 Di Alfredo Luis Somoza.

Non è mai stata lineare la politica delle potenze, anzi. Quasi sempre dietro l’ostilità tra Paesi antagonisti si nasconde un negoziato in cui si cerca di definire un ordine regionale, se non mondiale. Uno dei bersagli di Donald Trump in campagna elettorale è stata la Cina, che vanta un gigantesco surplus commerciale con Washington. Una situazione inaccettabile per l’inquilino della Casa Bianca, il quale vorrebbe indurre Pechino a comprare di più negli Stati Uniti attraverso la minaccia di introdurre dazi sull’export cinese. Ma le minacce hanno preoccupato solo fino a un certo punto i cinesi, che nel 2018 hanno maturato il record storico di 323 miliardi di dollari di attivo nel commercio con gli USA. Una buona fetta di questo surplus torna però negli Stati Uniti, tramite l’acquisto di buoni del Tesoro emessi da Washington. Pur avendo venduto buona parte dei titoli statunitensi in suo possesso, la Cina rimane il secondo possessore straniero di debito pubblico americano (subito dopo il Giappone), per un ammontare di 1.600 miliardi di dollari.

È questa la grande novità del nuovo ordine bipolare tra Stati Uniti e Cina. Non si tratta di potenze antagoniste sul piano dell’approccio al mercato né di due contendenti di pari potere bellico, come accadeva ai tempi della Guerra Fredda tra USA e URSS. I due Paesi sono invece profondamente integrati a livello di mercato e di produzione. Hanno solidi legami che possono essere ridiscussi, ma che non è possibile spezzare bruscamente. Da questo punto di vista Trump sta riscuotendo un grande successo. Sicuramente otterrà lo stop della svalutazione competitiva dello yuan, un maggiore rispetto dei brevetti industriali e nuove regole per facilitare lo sbarco di imprese statunitensi in Cina. E il surplus commerciale cinese probabilmente si ridimensionerà. Ma anche per la Cina, alla fine, l’accordo sarà interessante: Pechino avrà assicurata una maggiore stabilità economica in un momento di rallentamento della crescita e vedrà confermato il suo ruolo di potenza globale, pur se comprimaria degli Stati Uniti. La linea pare essere non più guerre commerciali ma una gestione condivisa dell’economia di mercato globale.

Il terzo soggetto di questa storia è l’Europa, socio preferenziale degli Stati Uniti dalla fine della Seconda guerra mondiale. La centralità che finora Washington ha attribuito alla partnership con l’Unione Europea sta venendo rapidamente meno, e la vittima designata dell’accordo USA-Cina potrebbe essere proprio la prima potenza del Vecchio Continente: la Germania, che rischia di vedersi applicare dazi del 25% sulle automobili esportate negli USA, attualmente tassate al 5%. La motivazione di questo “avvertimento”, e cioè che le auto europee sarebbero una «minaccia per la sicurezza nazionale», ha letteralmente scioccato il governo di Berlino. L’Unione Europea rischia così di diventare un vaso di coccio, stretta fra le due superpotenze, divisa all’interno e con giganteschi punti interrogativi sul suo futuro dopo la Brexit. A Washington, quando si tratta di scegliere i partner, sanno leggere le statistiche. L’Unione Europea che nel 1990 produceva il 23% del PIL mondiale oggi è scesa al 15%, la Cina intanto è salita dall’1,60% al 15,5% del PIL mondiale.

L’epoca della centralità dell’Atlantico nell’economia mondiale, durata oltre quattro secoli, si sta dunque esaurendo definitivamente. E il Pacifico è il nuovo Atlantico, o se si preferisce il nuovo Mediterraneo. La diarchia Stati Uniti-Cina sta cominciando a imporre un ordine mondiale, dopo i decenni di caos dovuti al vuoto lasciato dalla fine dell’URSS. Un ordine con due soci che in teoria potrebbero anche farsi reciprocamente del male, ma che hanno tutto l’interesse perché vi sia un clima favorevole agli affari. E ciascuno dei due sa che, per fare affari, è necessario che anche l’altro goda di buona salute.

Per l’Europa sta suonando l’ultima chiamata. L’unica, ormai remota possibilità di salvaguardare qualcosa della centralità del passato dipende dalla solidità di ciò che l’Unione Europea saprà costruire insieme. Il rompete le righe che molti auspicano sarebbe il regalo più gradito per la nuova coppia di soci globali.

https://alfredosomoza.com/

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Chiudiamo Gli Occhi E Proviamo A Immaginare Che.. http://www.sonda.life/in-evidenza/chiudiamo-gli-occhi-e-proviamo-a-immaginare-che/ http://www.sonda.life/in-evidenza/chiudiamo-gli-occhi-e-proviamo-a-immaginare-che/#respond Sun, 24 Feb 2019 22:31:40 +0000 http://www.sonda.life/?p=7697 Di Maurizio Anelli.

L’Italia non è un paese razzista, forse. Forse è solo ignoranza che si mescola con la cattiveria e la miseria umana, o forse invece è davvero razzismo che in fondo è solamente una delle sintesi dell’ignoranza e della miseria umana. A Melegnano succede che  la famiglia che ha adottato Bakary Dandio, un ragazzo senegalese di 22 anni, viene offesa e minacciata: “Ammazza al negar” (la traduzione è facile: ‘Ammazza il negro’) accompagnata dalla svastica, è la scritta che trova sul muro di casa, proprio lo stesso muro dove solo pochi giorni prima un’altra scritta, “Pagate per questi negri di merda” era stato il messaggio di buongiorno.  La Procura di Lodi apre un fascicolo contro ignoti per “minacce”, il Ministro degli Interni se ne esce con una frase che oscilla fra i delirio e l’assurdo : ” … io rispetto il dolore di una mamma, abbraccio suo figlio e condanno ogni forma di razzismo . E la signora rispetti la richiesta di sicurezza e legalità che arriva dagli italiani, che io concretizzo come ministro. Bloccare gli scafisti e i loro complici, fermare l’immigrazione clandestina, assumere poliziotti, installare telecamere ed espellere criminali è semplicemente giustizia, non è razzismo”. Cioè ? cosa significa “rispettare la richiesta di sicurezza e legalità che arriva dagli italiani” ? Significa che non si possono adottare ragazzi “negri”, è semplice.

L’Italia non è un paese razzista, forse. L’Italia è un Paese libero, dove si possono fare esperimenti.  E allora Mauro Bocci, una laurea in antropologia e insegnante supplente, ne inventa uno particolare a livello didattico: prende un bambino e lo mette in un angolo della classe, il volto a guardare la finestra e le spalle ai suoi compagni, poi invita i bambini a guardare quanto è brutto quel loro compagno di classe, così diverso da loro. Il bambino messo all’angolo ha la pelle nera, ma questo non significa che l’insegnate sia razzista e semini razzismo fra i bambini della classe… è solo un esperimento didattico all’interno di una lezione sull’integrazione e mirava a suscitare una reazione positiva nei bambini stessi. Strano modo di interpretare l’insegnamento, in precedenza anche un’altra bambina era stata vittima dello stesso esperimento ed era stata indicata come una scimmia. Casualmente anche la bambina aveva la pelle nera e, sempre casualmente, era la sorellina del bambino messo all’angolo. https://tg24.sky.it/cronaca/2019/02/22/maestro-foligno-bambino-nero-padre-razzismo.html

L’Italia non è un paese razzista, forse. A Sesto San Giovanni, un tempo chiamata la Stalingrado d’Italia per la sua Storia, per le sue fabbriche, per la sua dignità di Città operaia e antifascista, oggi governa la destra.  Il tempo cambia le persone, qualche volta le cambia in peggio. Oggi a Sesto San Giovanni per gli stranieri è molto difficile avere una casa. L’Amministrazione comunale ha stabilito che per avere diritto a un alloggio i cittadini stranieri devono presentare un documento che dimostri di non possedere alcuna proprietà di immobili nel Paese d’origine. Purtroppo in molti di questi paesi non esiste un catasto nazionale, e quindi è praticamente impossibile per gli immigrati, ottenere tale documentazione. http://www.la7.it/piazzapulita/video/allievi-il-regolamento-di-sesto-san-giovanni-%E2%80%98fuori-dalla-legge-e-dalla-ragionevolezza%E2%80%99-22-02-2019-263965. Sesto San Giovanni come Lodi nell’autunno scorso, quando ai bambini stranieri veniva negata la mensa nella scuola. Una casa e un pasto caldo, i più naturali diritti di un essere umano. Claudio D’Amico è l’assessore alle Politiche abitative del Comune di Sesto San Giovanni giustifica la sua linea, affermando che “La discriminazione nei confronti degli italiani è finita, fatti non parole”. Casualmente l’assessore D’Amico è un uomo della Lega, e ottiene il plauso del suo Ministro degli Interni: “È una scelta che rispetta gli italiani e gli stranieri che rispettano le regole”, spiega soddisfatto Matteo Salvini in una dichiarazione rilasciata alla stampa amica. http://www.ilgiornale.it/news/milano/case-popolari-italiani-svolta-anti-stranieri-sesto-1639005.html. Anche nella scuola di Lodi la giustificazione del Sindaco era la stessa: ristabilire una parità di trattamento fra i bambini italiani e i bambini stranieri. La scelta del Comune di Sesto San Giovanni è una scelta razzista e ingiusta, e lo è in modo consapevole e umanamente colpevole, ma perfettamente in linea con il mantra di questi ultimi tempi: “Prima gli italiani”.

L’Italia non è un paese razzista, forse. Ma gli assomiglia tantissimo e fa male vederla così brutta e così cattiva. E allora pensi che questa terra non può essere brutta e cattiva come vuole sembrare, ti guardi intorno e pensi che qualcuno sta plasmando questo Paese a sua immagine e per farlo usa tutti i mezzi e le armi di cui dispone. Sono armi pericolose, tutelate da leggi vergognose mai abrogate come la Bossi-Fini alla quale se ne sono aggiunte altre, penso per esempio al decreto Orlando-Minniti e al recente Decreto Salvini sulla sicurezza. Ma le leggi, per quanto ignobili e dichiaratamente razziste, non bastano a giustificare l’aumento della violenza motivata da ragioni etniche  e razziale. È un aumento costante, che si estende di pari passo in tutte le regioni e le città di questo Paese che pure ha conosciuto sulla propria pelle il dramma dell’emigrazione e della discriminazione razziale. C’è un tempo per ogni cosa, e in questo Paese è arrivato il tempo di fermarsi e guardare indietro e intorno a noi, porsi una domanda e cercare la risposta: che cosa sta succedendo a noi italiani ? Credo che questo Paese non abbia mai rimosso davvero le Leggi Razziali del 1938, quelle annunciate da Benito Mussolini a una folla enorme e complice plaudente. In questi ultimi anni sono stati sdoganati comportamenti e parole d’ordine che riportano il Paese ai tempi dell’ideologia razzista che ha alimentato e permesso il fascismo e il colonialismo. Ci sono le azioni di un Governo che dedica ogni energia a combattere i migranti dimenticando tutti i problemi del Paese. Oggi la regione più ricca di quest’Italia malata, la Lombardia, è governata da Attilio Fontana, un uomo che nella sua campagna elettorale non ha avuto problemi a parlare pubblicamente di “ difesa della razza bianca”. https://www.huffingtonpost.it/2018/01/22/attilio-fontana-mister-razza-bianca-se-vinco-caccio-100-mila-clandestini_a_23339656/. Tutto serve alla causa della “difesa della razza”: si chiudono i porti, si instillano dosi quotidiane di bugie e cattiverie nella mente di cittadini che sembrano non avere più nessuna voglia di capire e di ricordare.

E allora, che cosa sta succedendo a noi italiani ? Perché qualcosa è successo, è innegabile. Altrimenti non è spiegabile nulla di quanto sta succedendo. C’è un rimosso storico che forse spiega qualcosa, o almeno lo spiega in parte: chiudiamo gli occhi per un momento e proviamo a vedere una grande maggioranza dei cittadini italiani che non ha mai rimosso il ventennio fascista e le leggi razziali, gli anni dell’eversione fascista e delle stragi nelle banche, nelle piazze e nelle stazioni, proviamo a vedere le mafie di ogni tipo che hanno condizionato la vita del Paese per decenni con la complicità di molti italiani… supponiamo per un momento che ad una grande maggioranza dei cittadini italiani di tutto questo non solo non importi nulla ma anzi lo accetta e lo condivide, per scelta o per convenienza. Proviamo per un momento a supporre tutto questo. Proviamo a vedere chi ci guadagna con lo sfruttamento dei migranti nelle campagne dove si raccolgono pomodori, chi c’è dietro il caporalato. Proviamo, sempre a occhi chiusi, a immaginare cosa c’è dietro la campagna ossessiva contro le ONG. Proviamo a pensare di avere noi la pelle nera, di arrivare in questo Paese dopo essere passati dai lager della Libia, aver attraversato il Mediterraneo su un barcone, aver passato mesi dentro un centro di accoglienza. Proviamo a pensare di vedere i nostri figli messi all’angolo in una classe dove il maestro fa un esperimento, proviamo a spiegargli che non potrà mangiare in una mensa scolastica accanto ai bambini come lui ma che hanno la pelle bianca, proviamo a pensare di chiedere un alloggio popolare e di sentirci rispondere che dobbiamo dimostrare di non possedere nulla nel paese da cui siamo scappati. Proviamo a farlo, poi apriamo gli occhi e diamo una risposta a noi stessi.

L’Italia non è un paese razzista, forse. Ma gli assomiglia tantissimo e fa male vederla così brutta e così cattiva. Non è questo il Paese che sogno, e finché avrò un solo grammo di energia lo combatterò sempre.  Non in mio nome, punto e a capo.

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Legittima Difesa Sarà Legge Entro Marzo: Aumenteranno Le Vendite Di Armi In Italia? http://www.sonda.life/in-evidenza/legittima-difesa-sara-legge-entro-marzo-aumenteranno-le-vendite-di-armi-in-italia/ http://www.sonda.life/in-evidenza/legittima-difesa-sara-legge-entro-marzo-aumenteranno-le-vendite-di-armi-in-italia/#respond Sun, 24 Feb 2019 22:28:58 +0000 http://www.sonda.life/?p=7694 Di Alina Nastasa.

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Secondo le più recenti stime di crescita per il 2019 elaborate dalla Commissione Europea, l’Italia, con un bel 0,2%, si colloca all’ultimo posto, ben al di sotto di qualsiasi aspettativa accettabile, visti i numeri degli altri Paesi membri. Festina lente, dicevano saggiamente i latini. E chi si muove? Saremo qui in trepida attesa di osservare l’imminente “boom economico” di cui si è tanto parlato e che finalmente ci travolgerà. Ma nel frattempo, e come spesso succede, per il governo le priorità sono ben altre.

Oltre al famigerato decreto sicurezza diventato legge a inizio dicembre, la riforma sulla legittima difesa attualmente in discussione alla Camera è un altro cavallo di battaglia dell’Italia secondo Salvini e, molto probabilmente, entro marzo diventerà anch’essa legge. Nove mesi di “governo del cambiamento” per partorire misure che riguardano soprattutto la sicurezza. Ma la sicurezza di chi? Questo non è dato a sapersi. Come si è ormai da tempo abituati, la narrazione preferita è sempre quella che, da una parte, plasma un fantomatico nemico da contrastare, rigorosamente studiato a tavolino e ritenuto origine indiscussa di tutti i mali, dall’altra, propone soluzioni che solo un ministro del cambiamento di un certo spessore può escogitare.

Una legge un po’ sbilanciata forse, che pone l’accento su una palese presunzione d’innocenza di chi difende la proprietà, ma che, secondo i promotori, risponde ad una reale emergenza nazionale e grazie alla quale si potrà finalmente limitare “l’eccessiva discrezionalità della magistratura nei confronti di chi reagisce in uno stato di paura”, come afferma Giulia Buongiorno. Fa niente se i dati reali su omicidi, furti e rapine raccontano tutt’altro. Quale valenza potrebbe mai avere, se parliamo di rapine ad esempio, un calo di oltre il 30% nel 2018 rispetto al 2012 (Fonte: Viminale, dati relativi alla sicurezza del 2018)? Per non parlare del fatto che in un anno i processi per legittima difesa in Italia si contano sulle dita di una mano.

Ma le “emergenze” di stampo leghista si costruiscono in fretta. E probabilmente è stata solo una svista quella del ministro dell’Interno di non aver inserito l’hashtag #advertisment nelle sue storie sui social, durante le ore trascorse presso HIT-Show, la Fiera delle Armi di Vicenza, a cui ha partecipato poco più di dieci giorni fa. Circondato da fucili e altre armi da fuoco che imbracciava (e abbracciava anche, pensando probabilmente alle prossime elezioni), il leader del Carroccio, versione testimonial, ostentava orgogliosamente l’incontenibile felicità di trovarsi in mezzo ai più genuini prodotti made in Italy.

D’altronde è risaputo che l’Italia, con il 2,5% dell’export mondiale, rientra nella top 10 dei Paesi produttori di armi a livello globale e, a pensar male, si fa presto. La lobby dei fabbricanti di materiali da guerra starà mica valutando l’espansione verso il mercato interno? All’estero il business non conosce crisi e tra i migliori acquirenti si trovano Paesi come lo Yemen, gli Emirati Arabi, l’Arabia Saudita, tutti noti per il riguardo che spesso manifestano per i diritti umani e per la pace nel mondo.

All’interno dei confini nazionali, secondo i dati forniti da Small Alarm Survey 2018, il possesso di armi da fuoco in Italia supera 8 milioni e mezzo di unità – tutte di proprietà di civili. Evidentemente per qualcuno non è sufficiente. Ma poi, se fosse vero che in nome della legittima difesa le persone si sentirebbero più al sicuro per il solo possesso di un’arma, perché mai i delinquenti non dovrebbero arrivare anche loro con attrezzature ancor più sofisticate? Con tutta la buona volontà, l’equazione più armi – più sicurezza fa acqua da tutte le parti.

Sono molto folcloristiche le storie di Salvini sui social ed è indiscutibile il fatto che sia un invidiabile influencer in ascesa ma, al netto dei suoi veri o finti followers, al momento, secondo i sondaggi più attendibili, otterrebbe comunque il consenso di un cittadino su tre. Ed è proprio questa la prima cosa che dovrebbe farci sentire tutti un po’ meno al sicuro.

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OSF, 60 Anni Di Accoglienza E Aiuto http://www.sonda.life/citta-in-movimento/osf-60-anni-di-accoglienza-e-aiuto/ http://www.sonda.life/citta-in-movimento/osf-60-anni-di-accoglienza-e-aiuto/#respond Sun, 24 Feb 2019 22:26:20 +0000 http://www.sonda.life/?p=7691 Di Filippo Nardozza.

Il 2019 segna un importante traguardo per Opera San Francesco per i Poveri, raggiunto tra dedizione quotidiana, crescita e diversificazione dei servizi offerti e – attualmente – celebrity in grembiule al fianco degli altri volontari. Per l’anniversario, la Fondazione lancia infatti l’iniziativa “Volontario all’Opera per un giorno”. Dal 1959, per i più bisognosi, non solo cibo e vestiario, ma anche visite mediche e supporto lavorativo.

Era il dicembre del 1959 quando Fra Cecilio – portinaio del convento dei Frati Minori Cappuccini di viale Piave a Milano – inaugurava la mensa dei poveri di Corso Concordia. La stessa che tutt’oggi (in ben altre dimensioni e affiancata da molti altri servizi) arriva ad offrire fino a 2500 pasti al giorno a chi si trova in difficoltà. Non solo stranieri, immigrati, senza dimora, ma anche persone che conducono una vita apparentemente “normale” e che per tanti motivi non riescono a sbarcare il lunario.

Oggi, nell’anno speciale che Opera San Francesco per i Poveri ha iniziato a celebrare, degli insoliti “Volontari all’Opera per un giorno” si stanno affiancando ai tanti volontari che permettono quotidianamente il perfetto svolgimento di tutte le attività di aiuto (quasi 1000 cittadini, 200 dei quali medici). Così, qualche giorno fa, il Sindaco di Milano Giuseppe Sala e l’attore Antonio Albanese – con tanto di grembiulerosso – hanno servito il pranzo agli abituali frequentatori in coda in mensa. “Per Milano e per i cittadini significa la sicurezza di un impegno enorme nel tempo. Questo è lo spirito che anima l’OSFè – devo dire – la proiezione e il guardare avanti sono molto milanesi. Direi che OSF rappresenta proprio lo spirito della generosità di Milano” ha dichiarato Beppe Sala alle prese –  insieme al celebre comico – con teglie da 5 kg di maccheroncini fumanti e vassoi di carne impanata (il video che li ritrae all’opera è disponibile qui).

Il mese scorso, invece, ad aver inaugurato il progetto “Volontario all’Opera per un giorno” è stato Demetrio Albertini: il centrocampista del glorioso Milan, oggi imprenditore, ha prestato servizio alle Docce e Guardaroba di OSF, venendo così a contatto concretamente con la realtà di accoglienza e aiuto gratuiti che da 60 anni a Milano costituisce un punto di riferimento per i poveri. Albertini ha registrato gli accessi, ha aiutato gli ospiti a scegliere abiti puliti, ha consegnato il kit per la doccia, ma soprattutto ha chiacchierato amichevolmente con loro dimostrando grande disponibilità e gentilezza. “Aderire a questa iniziativa è stato un dovere e soprattutto un piacere. Aver avuto la possibilità di regalare un sorriso ai frequentatori del centro è stata per me una gioia immensa. Sono rimasto stupito dalle diverse nazionalità che si rivolgono all’Opera, ma ho incontrato anche tanti italiani bisognosi di attenzioni che nell’OSF trovano un ambiente familiare pronto ad accoglierli e aiutarli. Durante questa giornata posso dire di aver ricevuto di più di quello che ho donato. L’Opera San Francesco è un orgoglio milanese da difendere e sostenere con donazioni”.

Una mano aperta all’uomo, oltre il pasto

Dal seme piantato 60anni fa da Fra Cecilio, oggi uomini, donne e famiglie, italiani e stranieri, possono contare su due Mense (a quella storica si è infatti aggiunta la più recente in Piazzale Velasquez); su un Servizio Docce e Guardaroba che permette loro di lavarsi e avere degli abiti puliti; sul Poliambulatorio, grazie al quale ricevono cure mediche e medicinali gratuitamente; sull’Area Sociale, che offre supporto per la ricerca di lavoro, guida e assiste gli utenti che intendono riprendere in mano la propria vita professionale, sociale o hanno necessità di una sistemazione abitativa – attraverso il Progetto Housing First e Housing Sociale. Senza dimenticare il Centro Raccolta dove i cittadini possono consegnare le loro donazioni di indumenti o medicinali che andranno a beneficio dei poveri. Solo nell’ultimo anno la Fondazione che fa capo ai Cappuccini ha distribuito 712.300 pasti, 57.520 ingressi alle docce, 9.130 cambi d’abito e 36.300 visite mediche.

“I 60 anni di OSF sono un momento importante per noi, non per celebrarci, ma per aprire sempre di più le nostre porte al pubblico, ai cittadini, e non solo agli utenti” – conclude Padre Maurizio Annoni, Presidente di Opera San Francesco. “Credo che il nostro quotidiano impegno a sostegno dei poveri abbia ancor più valore se condiviso, per questo saremo lieti durante tutto il 2019 di confrontarci e farci conoscere attraverso iniziative ed eventi come Volontario all’Opera per un giorno”.

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Rifiuti Ad Alta Quota: L’Everest è La Discarica Più Alta Del Mondo http://www.sonda.life/in-evidenza/rifiuti-ad-alta-quota-leverest-e-la-discarica-piu-alta-del-mondo/ http://www.sonda.life/in-evidenza/rifiuti-ad-alta-quota-leverest-e-la-discarica-piu-alta-del-mondo/#respond Sun, 24 Feb 2019 22:23:43 +0000 http://www.sonda.life/?p=7688 Di Veronica Nicotra.

Un ambiente naturale trasformato totalmente in una pattumiera. Si tratta dell’Everest, che è stato definito la discarica più alta del mondo. Quello che sta succedendo in questa zona sembra non avere precedenti. Gli escursionisti che tentano la scalata agli 8.848 metri lasciano per strada rifiuti di ogni tipo: tende, bombole di ossigeno, pentolame e feci. Di fronte a una situazione del genere è stato inevitabile prendere dei provvedimenti. Le autorità cinesi, infatti, hanno deciso che sarà necessario un permesso per accedere al campo base dal lato tibetano della montagna, altitudine 5.200 metri. Il resto dei turisti dovrà fermare il suo percorso al monastero di Rongbuk, più in basso.

Le autorizzazioni saranno, però, limitate: solo 300 l’anno. Il lato più frequentato era sempre stato quello meridionale, suolo nepalese. Ma grazie alla possibilità di raggiungere il campo base del lato settentrionale in auto, il flusso turistico è aumentato a dismisura. Gli ultimi dati dimostrano che nel 2015 sono salite ben 40mila persone.

Sono state diverse le iniziative intraprese dalle autorità cinesi e nepalesi per contenere l’inquinamento, ad esempio l’obbligo per i visitatori di riportare a valle i propri rifiuti. Agli sherpa viene dato un premio in denaro per ogni chilogrammo di spazzatura che raccolgono sulla montagna. Invece, ogni spedizione che si avventura sulla via delle vetta deve depositare 4mila dollari, che verranno restituiti solo se vi è la dimostrazione che non è stato lasciato nulla per strada.

Sembrerebbe, però, che questi progetti non abbiano portato i risultati desiderati. Nonostante l’incremento monetario, si è passati direttamente alla pulizia. È stata infatti già impiegata una squadra speciale composta da 200 persone con il compito di ripulire la vetta. Dovrà, inoltre, svolgere anche un altro tipo di attività di natura sanitaria: provare a recuperare i corpi degli alpinisti morti sfidando la natura.

Non sarà per nulla facile ripristinare l’area. Solo la scorsa primavera, tramite tre operazioni, sono state raccolte 8 tonnellate di rifiuti, che non sono che una minima parte di quelle da recuperare. Senza dimenticare che si opera in condizioni ambientali proibitive. Tuttavia l’impresa più ardua rimane quella del ritrovamento dei cadaveri degli alpinisti, che spesso si trovano a un’altezza di oltre 8mila metri, ovvero l’ultimissima parte della scalata.

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La Cultura Del Disprezzo http://www.sonda.life/in-evidenza/la-cultura-del-disprezzo/ http://www.sonda.life/in-evidenza/la-cultura-del-disprezzo/#respond Mon, 18 Feb 2019 15:06:52 +0000 http://www.sonda.life/?p=7685 Di Maurizio Anelli.

C’è una risposta che il Paese aspetta e che arriverà questa settimana. Sul tavolo la richiesta del tribunale dei ministri di processare il Ministro degli Interni Matteo Salvini per il caso Diciotti, e il tavolo è apparecchiato con totale disamore da parte del padrone di casa, colui che prende ogni decisione in nome del bene degli italiani. Attorno a quel tavolo si dovranno sedere ospiti di passaggio in quel che resta in questo Paese della democrazia apparente, ospiti assolutamente inadeguati ad assumersi il peso della responsabilità politica che compete a una classe dirigente. È una decisone più grande di loro, incapaci di capire quanto il gioco sia diventato pericoloso per quelle poltrone che con tanta baldanza avevano occupato dopo le ultime elezioni politiche, e pesante per un Paese che nella sua maggioranza sembra ormai indifferente e impermeabile a tutto.

 La richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del Ministro Matteo Salvini inoltrata dal Tribunale di Catania è chiara, http://www.affaritaliani.it/cronache/diciotti-la-richiesta-di-autorizzazione-a-procedere-584790.html. In un paese civile e democratico una tale richiesta non dovrebbe trovare ostacoli in Parlamento, ma in Italia questo non accade quasi mai. Vedremo allora se prevarranno le ragioni della Democrazia o delle alleanze di Governo fra uomini politici che a parole hanno passato anni a insultarsi e ad accusarsi l’un l’altro, giurando ai propri elettori che mai avrebbero potuto governare insieme. Ma i cittadini italiani cosa ne pensano ? Perché non è possibile che i cittadini non abbiano un’opinione in merito, e infatti così non è: indifferenza in molti casi e un completo e aperto appoggio  al Ministro degli Interni, che ormai sembra aver convinto tanti italiani di aver sempre agito nel supremo interesse della nazione. Intanto in mare si continua a morire, senza testimoni, così come si continua a morire nelle campagne dove i braccianti italiani e i migranti bruciano la loro vita per qualcosa che è meno di un’elemosina, vittime programmate delle mafie e dei loro caporali, ma con una differenza: al termine della loro giornata di schiavitù i migranti stranieri entrano nelle baraccopoli, sporche e fetide, in attesa del giorno dopo, vittime una volta in più delle mafie e di uno sfruttamento che è diventato sistema. Qualche volta il giorno dopo non arriva nemmeno ma muore nella notte, magari in un incendio che brucia le baracche e si porta via il “nero”, il “Clandestino”.

Nella notte tra il 15 e il 16 febbraio, nella baraccopoli di San Ferdinando, Moussa Ba aveva freddo e cercava di riscaldarsi. Il fuoco non ha avuto nessuna dolcezza con lui, come in altri casi e in altre baraccopoli. Aveva solo ventinove anni e arrivava dal Senegal. Eppure anche in questo caso il Ministro degli Interni regala una dichiarazione che racconta una volta di più l’uomo e il politico: “ … avevano voluto restare nelle baracche, ora sgomberiamo”. https://www.lettera43.it/it/articoli/cronaca/2019/02/16/incendio-baraccopoli-san-ferdinando-reggio-calabria/229260/.

Che dire ? C’è un vuoto di umanità, dove cresce e si alimenta tutta questa cattiveria che sembra non finire. Sono diverse le facce che si confrontano in quel vuoto: da una parte affonda quell’umanità marginale, che per sopravvivere deve accettare di dormire nelle discariche e nei lager per arrivare al giorno dopo e, dall’altra,  quell’altra umanità che da tempo è morta, malata di indifferenza e oblio. E il disegno del Ministro degli Interni è tanto più chiaro quanto più il famigerato Decreto Sicurezza entra nella testa degli italiani: eliminare la visibilità dei migranti, negli sbarchi e nell’accoglienza, come se la questione fosse risolta o risolvibile con la repressione e l’oscuramento dei fatti. Questo è il risultato sperato e per raggiungerlo servono la chiusura degli Sprar, la scomparsa delle Ong dal Mediterraneo e infine quelle ruspe che demoliranno le baraccopoli. Tutto serve per rendere invisibili i migranti e per consentire a Matteo Salvini di autoproclamarsi come l’infallibile e necessario uomo dell’ordine. È doveroso costatare che il Ministro degli Interni non è solo in questa campagna che mira a rendere invisibile la realtà dei fatti, distorcendo colori e contorni. C’è tutto intorno il colpevole silenzio che ha avvolto l’intero “Governo del cambiamento” e che di fatto rende complici tutti i membri dell’esecutivo. In tutti questi mesi Matteo Salvini ha agito da capo assoluto impossessandosi di tutti i temi: interni, esteri, lavoro. Nessuno ha avuto da ridire su questo, ed è un segnale inequivocabile. Qualcuno ricorda quando Matteo  Salvini considerava l’iscrizione nel registro degli indagati come una medaglia al valore, in totale disprezzodelle leggi e del ruolo istituzionale di Ministro degli Interni ? In quei giorni Giuseppe Bellachioma, deputato e segretario della Lega in Abruzzo, pensò bene di lanciare un avvertimento, intimidatorio e mafioso, che non lasciava dubbi: “…se toccate Salvini vi veniamo a prendere a casa” https://www.globalist.it/news/2018/08/23/le-intimidazioni-mafiose-del-deputato-leghista-ai-magistrati-se-toccate-salvini-vi-veniamo-a-prendere-a-casa-2029720.html. Ebbene, questo Paese è riuscito a digerire anche questo. I cittadini italiani digeriscono tutto, statisticamente e storicamente sembra assodato che necessitino sempre di almeno un ventennio prima di riuscire a indignarsi e ribellarsi. Non tutti ovviamente, ma comunque la maggioranza. Chi si ribella, chi si oppone, chi contrasta e denuncia prima dei vent’anni di attesa lo fa quasi in solitudine, consapevole di quella solitudine. Ma lo fa comunque.

C’è una cultura del disprezzo che si è impadronita di questo Paese, ed è già successo in passato. È la cultura del “me ne frego”, ribadita con orgoglio e arroganza in ogni occasione dallo stesso Ministro degli Interni. Esistono parole che ormai sono entrate nelle case di molti e non sarà un passaggio indolore: quando si insiste nel ribadire la differenza tra migranti politici e migranti economici si compie, volutamente, uno scempio giuridico e umano. Giuridico, perché se è un obbligo accogliere i primi non esiste nessuna legge che vieta di soccorrere i secondi. Umano, perché chi accetta di imbarcarsi scappa dalla disperazione ed è consapevole di rischiare la vita e lasciare per sempre alle proprie spalle la terra dove è nato. Forse per qualcuno la colpa imperdonabile è proprio questa: essere nato in quelle terre.

Non ho mai amato muri e confini, portano solo discriminazione e isolamento. Considero i respingimenti come un’offesa all’umanità e penso che oggi siamo al punto esclamativo di una lotta di classe che non è mai finita e che oggi si gioca ai livelli più bassi, quelli della lotta fra i poveri, gli esclusi. E spesso i più poveri e gli emarginati non riescono a individuare i colpevoli della loro condizione. La strada scelta da un Paese che fatico a riconoscere come il mio non porterà a nulla di buono, ma solo a uno scontro sociale che già cova sotto la cenere. L’incendio che può nascere da una scintilla impazzita può dare origine a un incendio difficile da spegnere. C’è una risposta che il Paese aspetta e che arriverà questa settimana, temo che sarà una risposta sbagliata.

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La Società Frammentata http://www.sonda.life/in-evidenza/la-societa-frammentata/ http://www.sonda.life/in-evidenza/la-societa-frammentata/#respond Mon, 18 Feb 2019 11:19:10 +0000 http://www.sonda.life/?p=7681 Di Alfredo Luis Somoza.

La crisi economica iniziata nel 2008 sta confermando alcuni concetti fondamentali che già era possibile intuire molto tempo fa. Un mondo deregolamentato è facile preda di interessi economici che si fanno man mano più forti, perché è lo stesso potere economico a fornire l’impalcatura sulla quale si articolano i cambiamenti che investono le società. La cosiddetta rivoluzione smart ha modificato abitudini consolidate e posto problemi dei quali è difficile intravedere le soluzioni. Alla liberalizzazione del lavoro, con le società spaccate tra gli over 40, in buona parte ancora tutelati dalle vecchie regole, e i giovani senza orizzonti lavorativi, farà seguito il calo del fabbisogno di manodopera per via della robotizzazione.

Intanto sono state autorizzate le cosiddette ottimizzazioni fiscali, che hanno diviso il mondo del commercio e della produzione tra chi è sottoposto alla giurisdizione dei sistemi fiscali nazionali e chi, invece, riesce a evadere l’obbligo contributivo. Un tempo l’evasione fiscale era identificata con il piccolo commerciante o artigiano, oggi viene praticata su scala mondiale dai grandi gruppi multinazionali che operano e vendono ovunque, ma non pagano le tasse da nessuna parte. Le cifre che circolano sulle imposte non versate da uno solo dei giganti del web o dell’e-commerce sono di gran lunga superiori a quello che potrebbero evadere tutti gli idraulici del mondo.

Anche il consumatore sta cambiando, con innovazioni che tendono a isolarlo rendendo più difficile la socializzazione: dalle casse automatiche nei supermercati ai fattorini che consegnano qualsiasi cosa a domicilio 24 ore al giorno. Uomini e donne sono sempre più soli e sempre più impauriti, perché il richiudersi nella propria bolla, tra persone che la pensano tutte nello stesso modo, come accade nei social network, senza più frequentare nemmeno la pizzeria aumenta le distanze. Distanze dal confronto, dall’ascolto dell’altra campana, da tutte quelle persone che non sono esattamente come te.

Questa situazione che si sta consolidando in Occidente (e non solo) anticipa il mondo che verrà, e che alla fine non sarà così diverso da molti scenari prefigurati dalla letteratura fantascientifica: società suddivise in “isole” di persone, accomunate dallo stesso potere d’acquisto e dagli stessi gusti, per scelta o per necessità. Le bolle che si stanno creando riguardano la società tutta. Alla cultura dei ricchi si contrappone la cultura dei poveri. Se i media parlano di viaggi in luoghi esotici, se le proposte di alberghi partono da 500 euro a notte, se quando si parla di automobili si pensa come minimo al fuoristrada, se si pubblicizzano orologi da 2000 euro in su… è un costante suggerire alla maggioranza, a chi di fatto non potrà mai accedere a simili consumi, che esiste un altro mondo possibile, capovolgendo il celebre slogan di Porto Alegre. Un mondo da sogno il cui biglietto d’ingresso si vince alla nascita, oppure lo si può staccare se si ha una grande dose di fortuna. Ma, siccome i fortunati sono meno dello 0,1% della popolazione mondiale, i sogni sono destinati a infrangersi mentre le diseguaglianze continueranno a crescere.

In questi anni mediocri, la politica non ha saputo proporre nulla di efficace e attraente per tamponare la frammentazione sociale. Si è accontentata del mantenimento dello status quo, senza disturbare più di tanto il manovratore. La stagione delle riforme progressive, cioè intese a promuovere il progresso e l’inclusione, per ora sono archiviate. Invece si attuano riforme regressive, cioè quelle che tolgono diritti acquisiti o che li negano a categorie crescenti di persone. Una situazione prerivoluzionaria, si potrebbe dire. Ma all’orizzonte non si vedono grandi sconvolgimenti. Mancano due condizioni essenziali: il ritrovarsi in un progetto di cambiamento insieme a chi vive i tuoi stessi problemi e l’individuazione dell’antagonista. È vero che siamo tutti sulla stessa barca, come insistentemente ci suggeriscono gli spot, ma uno solo è il proprietario. Tutti gli altri sono ciurma.

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Omofobia Dilagante In Tutta La Penisola: L’Italia Non è Un Paese Per Gay http://www.sonda.life/in-evidenza/omofobia-dilagante-in-tutta-la-penisola-litalia-non-e-un-paese-per-gay/ http://www.sonda.life/in-evidenza/omofobia-dilagante-in-tutta-la-penisola-litalia-non-e-un-paese-per-gay/#respond Mon, 18 Feb 2019 11:13:38 +0000 http://www.sonda.life/?p=7678 Di Alina Nastasa.

Di Alessandro Mahmoud si potrebbe parlare in molti termini. Cantante? Autore? Giovane artista emergente? Ma certo che no. Quello che conta, quando si parla del vincitore di Sanremo, è il cognome, il colore della pelle, l’orientamento sessuale. È questo ciò che pesa maggiormente nell’Italia di oggi, quell’Italia che, da un po’ di tempo ormai, sta costruendo – invece che ponti e nodi ferroviari, tanto per fare degli esempi a caso – quella che in apparenza è una corsia preferenziale per una maggioranza meritevole di giustizia e riscatto sociale. Ma che in realtà serve solo per contrapporsi a un corridoio di seconda classe in cui, per un motivo o per un altro, rientrano tutti gli altri, quelli considerati inferiori ai primi.

E su quale criterio si baserebbe questa crescente dicotomia tra un eterno “noi” avente diritto al meglio e un imprescindibile “loro”, gruppo abusivo che si distingue per una forte diversità rispetto al primo? Mistero della fede, un fantomatico generatore automatico salviniano che decide in base al (mah)mood del giorno quali categorie contrapporre e come accentuarne maggiormente i contrasti.

Mai esempio più eclatante di quanto possa essere efficace il sempre valido “divide et impera”, specie nei tempi di una noiosissima comunicazione politica online fatta di banalità e semplificazioni ripetute pletoricamente in loop. Sanremo, si sa, pur essendo il festival della musica per antonomasia, non rappresenta tanto quello che si sente sul palcoscenico quanto quello che si vede nella penombra dei riflettori. E nella penombra dei riflettori si distinguono chiaramente i profili di chi non sa più cosa inventarsi per costruire un nemico.

Il vincitore di Sanremo è stato bersaglio di numerosi commenti razzisti ed omofobi, ma quella è solo la punta visibile di un iceberg. Forti sentimenti di odio, disprezzo e intolleranza verso le comunità LGBTQ attraversano la Penisola da nord a sud e la politica ne è il principale fomentatore. Se un ripugnante Feltri unisce dei puntini (che vede solo lui) tra il calo del Pil e “l’aumento dai gay” e si prende tutta la libertà di sbattere una tale schifezza in prima pagina a grandi caratteri, la politica, del resto, non ha molte idee su come contrastare tali comportamenti (oltre alle ridicole minacce relative alla messa in discussione del finanziamento pubblico ai giornali). In Italia, una legge che punisca le discriminazioni e le violenze basate sull’identità di genere e sull’orientamento sessuale non è solo necessaria, ma urgente.

I nostri vicini svizzeri l’hanno approvata lo scorso ottobre, introducendo il reato di omofobia e transfobia punibile con la galera fino a tre anni – un grande passo in avanti nella lotta contro le discriminazioni, tutto merito del socialista Mathias Reynard, 31 anni.

Secondo gli ultimi dati, l’Italia è uno dei Paesi più discriminatori d’Europa da questo punto di vista. Il comune di Treviso (amministrazione leghista), civilissima città settentrionale, ha appena deciso di uscire dalla rete RE.A.DY (“Rete Nazionale delle Pubbliche Amministrazioni Anti Discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere”). Grande soddisfazione manifestata da Fratelli d’Italia (quelli delle frittelle gratis solo ai bambini italiani, per intenderci) che, oltre a sottolineare come l’educazione nelle scuole non debba essere a senso unico, ribadisce anche il ruolo centrale della famiglia “tradizionale” – quella etero-patriarcale – e dei suoi diritti. Gli stessi che ha in mente il senatore Pillon nel suo disegno di legge.

Ma mentre da noi ci si fa la gara a chi la spara più grossa, rischiando concretamente di farci tornare indietro di decenni, o anche di più, dal profondo Est uno scorcio di luce inizia a intravedersi nell’ascesa di Robert Biedron, sindaco progressista – dichiaratamente omosessuale e ateo – della città di Slupsk, nella cattolicissima Polonia, nonché fondatore di Wiosna (“Primavera”), formazione politica che nasce proprio pochi mesi prima delle elezioni europee.

Un programma che mette al centro la separazione tra Stato e Chiesa, il riconoscimento delle unioni civili, misure per contrastare l’omofobia, parità salariale tra uomini e donne: una proposta politica che ha delle buone possibilità di riuscita per il prossimo appuntamento elettorale e che si propone come terzo competitor tra il partito conservatore Diritti e Giustizia (PIS) e Piattaforma Civica (PO), attualmente all’opposizione. Una realtà progressista che nasce inaspettatamente in contesti più lontani e ostili. E anche se gli ultimi sondaggi danno la “Primavera” polacca all’8%, come terza e ultima forza politica, staremo a vedere se col tempo qualche lezione la possiamo prendere proprio da lì.

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Dignità E Memoria: Insieme In Direzione Ostinata E Contraria http://www.sonda.life/in-evidenza/dignita-e-memoria-insieme-in-direzione-ostinata-e-contraria/ http://www.sonda.life/in-evidenza/dignita-e-memoria-insieme-in-direzione-ostinata-e-contraria/#respond Mon, 11 Feb 2019 18:04:03 +0000 http://www.sonda.life/?p=7670 Di Maurizio Anelli.

È la notte del 18 gennaio 1992 e una ragazza di ventuno anni sta tornando a casa sua, a Lecco. Ma la strada impazzisce improvvisamente davanti alle ruote della sua automobile e la vita scappa via senza nemmeno il tempo di un saluto. La ragazza si chiama Eluana e, quella notte, la sua favola finisce per lasciare il posto a un’altra storia. È una storia dura, cattiva, che ha diviso e continua a dividere un Paese sempre capace di inginocchiarsi davanti all’ipocrisia, incapace di ascoltare sentimenti  ed emozioni che non siano in sintonia con la morale imposta da altri. La storia di Eluana Englaro finisce il 9 febbraio 2009, a Udine, ma la sua vita era finita quella sera d’inverno di diciassette anni prima. Il dopo è stato solo un calvario indegno di un Paese civile e di cui le Istituzioni, tutte, dovrebbero provare vergogna e rimorso. Vergogna, per non aver mai sentito l’urgenza e il bisogno, in tutti quegli anni, di regolamentare una legge sul fine-vita e sul diritto all’autodeterminazione, vergogna e rimorso per gli attacchi e gli insulti che fino alla fine sono stati rivolti alla famiglia di Eluana e a suo padre, Beppino Englaro. La loro è stata una lotta impari contro il peggio di una società finta e ipocrita che non ha mai saputo trovare la strada giusta. Sono passati dieci anni dalla morte anagrafica di Eluana Englaro, ventisette dal suo addio alla vita. Eppure in questo Paese poco, o niente, è cambiato. L’ipocrisia di quei tempi è ancora seduta in prima fila nel teatrino della vita, nessuno degli esseri spregevoli che per anni hanno vomitato insulti su un Uomo degno di essere definito Uomo ha sentito il bisogno di chiedere scusa, di fare un passo indietro. Il 14 dicembre 2017 in Italia è stata finalmente approvata la legge che attribuisce un valore legale al testamento biologico e, di questo, va reso merito all’azione incessante dell’Associazione Luca Coscioni e alla determinazione di Uomini come Beppino Englaro. Forse un giorno questo Paese saprà fermarsi e chiedere scusa a lui, alla sua famiglia e alla loro figlia. In attesa di quel giorno c’è ancora molto da fare, a tutti i livelli: legislativi, culturali, etici. https://www.associazionelucacoscioni.it/notizie/comunicati/testo-della-legge-sul-testamento-biologico-approvato/

Foto di Maurizio Anelli

Ma ad oggi questo è un Paese che ancora non sa e non vuole chiedere scusa. È un Paese che ha perso per strada un valore antico, la dignità. Un Paese che ha chiuso a chiave i suoi porti e la propria coscienza. Nei giorni scorsi Il tribunale del riesame di Catania ha smontato, pezzo per pezzo, la montagna di accuse rivolte alla nave Aquarius, autorizzandola, di fatto, a riprendere regolarmente l’attività di soccorso in mare. Il reato ipotizzato nei confronti dei capimissione di Medici senza Frontiere era pesante e infamante: traffico illecito di rifiuti. L’accusa non reggeva allora e non potrà reggere in futuro, ma intanto il sasso è stato lanciato e in tanti hanno sorriso compiaciuti di fronte all’attacco portato ad una Ong storica come Medici senza Frontiere. Non è la prima volta che la Procura di Catania lancia ipotesi accusatorie nei confronti delle Ong che poi cadono nel vuoto e vengono smentite, ma loro insistono. Sembra ormai un fatto privato, un conto aperto fra laProcura della Repubblica di Catania e chi salva le vite in mare: la ricerca ossessiva di collegamenti tra le Ong e i trafficanti di uomini, intanto nel Mediterraneo si continua a morire ma senza testimoni. Diciotti, Aquarius, Sea Watch,nomi che sono entrati nelle case degli italiani e che dovrebbero insegnare qualcosa.  https://www.fanpage.it/aquarius-cosa-ce-davvero-nelle-carte-di-una-inchiesta-che-fa-acqua-da-tutte-le-parti/

La dignità e la memoria, parole che questo Paese vuole svuotare di ogni significato e ogni valore. C’è una costante nella storia di questa Italia, mistificare e coprire tutti quei momenti che non si ha il coraggio di affrontare a viso aperto. In questi giorni in tanti hanno parlato delle foibe: salotti televisivi e pseudo-dibattiti, interventi nelle piazze e nelle Istituzioni, dagli uomini di Governo al Presidente della Repubblica. Ognuno ha sentito il bisogno di mettere il proprio cappello su qualcosa che suscitava un forte impatto emotivo, ma senza avvertire la necessità di contestualizzare il momento storico dei fatti e ricordare chi e cosa aveva preceduto quel momento. Eppure le responsabilità storiche del Regno d’Italia prima e del regime fascista poi sono scritte sui libri, a partire dalla fine della prima Guerra Mondiale con l’occupazione dell’Istria e il processo d’italianizzazione voluto dal fascismo, fino all’aggressione della Jugoslavia nel 1941. Il ruolo dell’Italia in quell’aggressione non fu assolutamente di secondo piano, tutt’altro. Nel 1920 Benito Mussolini durante un comizio a Pola dichiara che “… Per realizzare il sogno mediterraneo bisogna che l’Adriatico sia in mani nostre; di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani”.  In seguito le città e i paesi dell’Istria cambiarono nome e, nelle scuole e sui giornali, si parlerà solo italiano. Il termine “Foiba” viene usato per la prima volta da Giuseppe Cobolli Gigli, Ministro del Lavoro del Governo fascista, che in un articolo del settembre del 1927 pubblicato sulla rivista “Gerarchia” (rivista ufficiale del Fascismo, fondata nel 1922 da Benito Mussolini ) teorizzava la pulizia etnica e la sostituzione delle popolazioni  locali con coloni italiani. Parlando di Pisino, paese dell’Istria, Cobolli Gigli scrisse che: “… il paese sorge sul bordo di una voragine che la musa istriana ha chiamato Foiba, degno posto di sepoltura per chi, nella provincia, minaccia con audaci pretese le caratteristiche nazionali dell’Istria”.  Ecco allora che parlare di Foibe senza contestualizzare e fingendo di non conoscere la storia precedente diventa un puro esercizio di propaganda e di rifiuto della storia, quasi una dimenticanza dei crimini fascisti e una volgare criminalizzazione della Resistenza partigiana.

Dignità e memoria viaggiano sempre insieme. Sono compagne di viaggio scomode per molti viaggiatori di questo mondo. Scomode e pericolose, come l’arte e la cultura, qualche volta come i musicisti di strada. Milano, per esempio, ha scoperto che dietro una grancassa o una fisarmonica, un sassofono o una tromba, possono celarsi pericoli incredibili per la democrazia. Perché anche a questo si arriva: altro che mafia, camorra,’ndrangheta… altro che divise sbagliate, corruzione, evasione fiscale. No, è dentro una banda musicale che si annida il pericolo: è il caso della Banda degli Ottoni a scoppio, che Milano ha imparato a conoscere, ad amare e rispettare. Loro, che da oltre trent’anni sono la voce degli ultimi che non hanno voce. Loro, che ci sono sempre ogni volta che una piazza o una comunità sente il bisogno di una solidarietà e di una presenza. Loro, con quegli strumenti luccicanti e capaci di regalare un sorriso e una speranza in tutti i momenti, anche quando sorridere e sperare sembra così difficile, pronti a suonare per chi rischia di perdere il lavoro, per i residenti dei quartieri di periferia, per ogni ingiustizia e per ogni offesa alla libertà e alla democrazia. C’erano anche la sera del 7 Dicembre 2014 in Piazza della Scala, a Milano. In quella Milano che si preparava all’Expo e in cui tutto doveva funzionare come un orologio. E poi il 7 Dicembre è la sera di Sant’Ambrogio, c’è la prima alla Scala e tutte le autorità sono presenti. C’è un clima teso nella Piazza, sembra quasi creato ad arte. C’è un’aria di contestazione annunciata e dagli slogan alle cariche, violente, il passo è breve. La Banda degli Ottoni a scoppio, premiata con l’Ambrogino d’oro nel 2012, prova a fare da argine e da scudo ai manganelli che si alzano contro i manifestanti, e si frappone a chi cercava lo scontro per addossarne le colpe a chi esprimeva il dissenso. Questa è la loro colpa e due dei musicisti della Banda, Spinash e Juancarlos i loro nomi, dovranno rispondere a breve di resistenza aggravata a pubblico ufficiale e favoreggiamento personale. Grancassa e fisarmonica, sassofono e tromba… vere e proprie armi di dissuasione di massa.

Sì, dignità e memoria viaggiano sempre insieme. Da sempre qualcuno prova a dividere le loro mani e la loro strada, a volte sembra quasi che quel “qualcuno” ci possa riuscire. Ma non è vero, è solo la stupida e volgare illusione di chi non ha nulla da dare agli altri. Quelle mani e quelle strade s’incontreranno sempre, e qualcuno dovrà farsene una ragione.

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L’Arte Per Tutti, A Portata Di Parola (Se Non Di Sguardo) http://www.sonda.life/citta-in-movimento/larte-per-tutti-a-portata-di-parola-se-non-di-sguardo/ http://www.sonda.life/citta-in-movimento/larte-per-tutti-a-portata-di-parola-se-non-di-sguardo/#respond Sun, 10 Feb 2019 22:07:20 +0000 http://www.sonda.life/?p=7667 Di Filippo Nardozza.

DescriVedendo è la nuova metodologia certificata che usa la “parola” – ascoltata in “lentezza” – come mezzo di accesso all’arte figurativa per le persone ipo o non vedenti. Le descrizioni – speciali perché studiate proprio per chi non può gustare un’opera anche con gli occhi – sono fruibili sull’omonima piattaforma online e sono apprezzate anche dai normovedenti. Sono già diversi i musei a Milano e oltre che propongono questo servizio, a cui tutti possiamo “collaborare”. Scopriamolo con uno degli ideatori, Marco Boneschi.

Siamo a fine 2018, a Milano, e presso la Casa Museo Boschi Di Stefano (testimonianza ricchissima della storia dell’arte italiana del XX secolo) si sta illustrando per la prima volta “solo a parole” un dipinto, per giunta molto complesso: La scuola dei gladiatori di De Chirico. Si tratta della prima uscita pubblica di DescriVedendo, progetto (o meglio metodo innovativo) che mira a rendere accessibile il patrimonio artistico e l’arte figurativa alle persone con ridotta o nulla capacità visiva. E che vanta già attivazioni in diversi altri centri culturali: la Pinacoteca di Brera e il Museo del Novecento a Milano; il Museo Archeologico di Angera e presto altri.

Un progetto che, prima di uscire allo scoperto, è stato preceduto da un anno di ricerche sul campo, dalle quali sono nate le linee-guida del metodo, depositate in SIAE ma pubbliche e di libera consultazione su descrivedendo.it.

A raccontarci genesi, meccanismi e funzionamento di DescriVedendo (che, dopo la fase sperimentale, si è sviluppato nell’ANS – Associazione Nazionale Subvedenti onlus) è Marco Boneschi, uno degli ideatori del metodo e coordinatore oggi di un team di quattro persone (tutti volontari) in virtù della sua pregressa esperienza di metodologo della ricerca. Oltre a lui c’è Rosa Garofalo, tiflologa ed esperta di tecnologie assistive, Laura Spoldi, educatrice e scrittrice che si occupa dei testi, Nico Cavallotto, progettista informatico, a cui è affidato lo sviluppo dei test di validazione on-line delle descrizioni delle opere.

Si, perché tutti possiamo diventare validatori delle descrizioni certificate (basta dedicare ogni tanto 15 minuti di tempo a un confronto fra parole e immagini, per un test su una nuova descrizione) o segnalatori (persone con disabilità visiva o altri tipi di fragilità, che segnalano eventuali difficoltà o lacune riscontrate nella fruizione di opere d’arte per le quali è stata fornita una descrizione certificata con il metodo DescriVedendo).

Lidea iniziale lho avuta a Milano, io ipovedente grave, confrontandomi con Nico Cavallotto, padre di un ragazzo non vedente. Insieme abbiamo iniziato a raccogliere info su quel che veniva fatto a livello internazionale e italiano per aiutare le persone con disabilità visiva a conoscere le immagini (non solo quelle artistiche)” – racconta Boneschi.

Se da tempo, infatti, si sono risolti la maggior parte dei problemi per la lettura dei testi (Braille, software con sintesi vocali, videoingranditori, ecc.), sulle immagini il problema resta aperto, e “se chiedi a una persona di aiutarti e di descriverti cosa hai di fronte, ciascuno inizia da un punto diverso e segue un proprio percorso… il che, anziché aiutare, spesso confonde la persona che non vede o vede poco. 

Per le immagini darte, in pratica, in Italia come altrove si tende a realizzare riproduzioni tattili delle opere, ma questo non è molto adatto a chi mantiene un residuo visivo, che preferisce valorizzare quel poco che gli resta della vista, piuttosto che delegare ai sensi vicari (tatto e udito). Per contro le tecnologie assistive (come i video-ingranditori o i software che aumentano il contrasto) sono adatti solo ad alcuni tipi di ipovedenti, ma ovviamente non ai ciechi assoluti e nemmeno a molti anziani (fra i quali c’è la maggior incidenza di ipovisione) che sovente non hanno confidenza con la tecnologia. Abbiamo così pensato che la parola fosse lo strumento che, opportunamente usato, accontentasse tutti. Inoltre, un testo può essere reso in molti modi: in Braille, in file audio, in caratteri ingranditi, in lingua dei segni, ecc. .

Ma cos’è una descrizione di unopera “certificata” per ipovedenti, secondo le vostre linee guida?

“E’ studiata affinché mantenga una scrupolosa coerenza fra parole e immagine, deve essere priva cioè di lacune o di termini utilizzati involontariamente in modo ambiguo. Per esempio, è necessario iniziare la descrizione sempre da ciò che è più in primo piano e procedendo poi in profondità; non usare termini come destra e sinistra che confondono a seconda se si intende per chi guarda o per le figure rappresentate; ricordarsi di parlare della luce che di solito non viene quasi mai descritta.

Noi non entriamo mai nellarea di competenza degli storici dellarte… ci limitiamo a una descrizione il più possibile oggettiva degli elementi percettivi presenti in un dipinto, senza trattare del loro significato simbolico o altro. Lo facciamo proprio perché questo materiale già abbonda, anche in rete, ma quasi sempre si dà per scontato che chi vi può accedere possa anche vedere con i propri occhi lopera in questione, mentre per una persona con disabilità visiva, essa può apparire anche solo un insieme confuso di forme e colori.”

Quando una descrizione è considerata accettabile?

“Deve raggiungere una piena coerenza fra parole e immagine. Questo è un processo lento, che richiede confronti e discussioni fra diverse persone che ovviamente vedono il dipinto con sguardi diversi. Per questo noi la testiamo con dei validatori, dei volontari normovedenti che, collegandosi a una piattaforma Google, possono prima leggere la descrizione per ricavarne unimmagine mentale, solo successivamente vedere con i propri occhi una riproduzione del dipinto, e devono quindi rispondere a un questionario di verifica, in cui dicono se hanno trovato incoerenze o difetti nella descrizione proposta. Da questi dati siamo in grado di correggere il tiro, se qualcosa non è stato espresso correttamente. Per alcuni dipinti sono necessarie anche molti round di test, prima di arrivare a punteggi soddisfacenti (per La Cena in Emmaus di Caravaggio, ad esempio, ne furono necessari cinque, che hanno coinvolto alla fine più di un centinaio di volontari validatori). Oltre a questo, ci sono i segnalatori, che sono tutti persone con disabilità visiva. Il lavoro può così essere continuamente migliorato.”

Come si può accedere al servizio?

“I vari musei inseriscono lofferta delle descrizioni nellambito dei loro percorsi. In alcuni casi, come a Brera, si formano dei gruppi guidati da loro personale appositamente formato, in altri casi sono disponibili o sono in preparazione audio guide. Tutte le descrizioni certificate sono poi consultabili e scaricabili dal nostro sito.”

Milano e oltre: con quali passi state procedendo?

Abbiamo iniziato con la Boschi Di Stefano e quindi con la Direzione Progetti speciali del Comune di Milano, poi in parallelo stiamo portando avanti un percorso sui capolavori della Pinacoteca Nazionale di Brera, che ha già inserito il metodo nella sua offerta didattica. Abbiamo fatto una prima descrizione anche al Museo del ‘900 su un quadro di Boccioni, e la descrizione di un reperto archeologico al Museo di Angera. Stiamo ultimando quella del Cenacolo per il Polo Regionale, dato che questo è un anno di celebrazioni leonardesche. Per adesso quindi, il progetto è soprattutto milanese, anche se va tenuto conto che alcuni musei come la Pinacoteca e il Cenacolo rispondono a livello nazionale al MIBAC. Altri contatti sono in corso, anche al di fuori di Milano, perché man mano che il metodo viene conosciuto, ci viene richiesto di fornire descrizioni. Va però considerato che se vogliamo mantenere degli standard di qualità, sono necessari risorse e tempo: ogni dipinto è una sfida e richiede molti passaggi di verifica prima di essere considerata accettabile.”

Si parla di riscontri interessanti anche da parte di normovedenti: cosa dicono a proposito?

Questa è stata la sorpresa del tutto inattesa: leggere una descrizione morfologica fatta con il metodo DescriVedendo è qualcosa che affascina molto anche chi vede benissimo, perché attraverso la lentezza e la sequenzialità della parola (scritta o a voce) si colgono molti più particolari di un dipinto, che non guardandolo e basta. Questo avviene anche perché gli occhi sono solitamente sovraffollati di stimoli e la maggior parte delle persone non è più abituata a vedere veramente, ma si limita a ‘sfogliare’ le immagini. Tuttavia, così come esiste e ha avuto successo lo slow-food, può esistere anche una slow-art che insegna a gustare a fondo le gioie che può consegnarci unopera. E poterlo fare anche attraverso la lettura di un testo accomuna tutti, normovedenti, ipovedenti e ciechi. Per questo diciamo che DescriVedendo riesce a essere un linguaggio veramente inclusivo.”

La mente di un ipovedente è più allenata a immaginare nei dettagli quello che le viene detto a parole?

“Chi vede poco ha bisogno di costruirsi una immagine mentale del dipinto e questo è semplice solo se si segue un certo percorso (meglio se è sempre lo stesso, come indicato dalle linee-guida), cioè se fra chi descrive e chi recepisce, si crea una sintonia.”

Queste descrizioni possono sembrare troppo “verbose” a chi è abituato a vedere con gli occhi?

“Il vero problema è che chi ci vede bene di solito va di fretta e le parole lo rallentano troppo, perché è abituato alla velocità degli occhi che in un secondo consegnano al cervello milioni di informazioni. Invece, seguendo una descrizione, entra in gioco anche il nostro ‘cervello lento’, quello della logica, della riflessione, della memoria. Equesto secondo cervello quello che non siamo educati ad usare quando guardiamo unopera darte. Con DescriVedendo abbiamo raccolto lo stupore di persone che fanno le guide professioniste o lavorano nei musei, che dopo aver letto o sentito una nostra descrizione hanno scoperto per la prima volta alcuni particolari di un quadro, anche se lavevano visto centinaia di volte.

Su questo argomento ci sono diversi studi scientifici. Consiglio la lettura di Elogio della lentezza di Lamberto Maffei, un neuro scienziato che spiega molto bene e in maniera divulgativa cosa vuol dire usare il cervello veloce (quello della vista) o quello lento (cioè quello della parola)”.

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Parità Di Genere: Una Lotta Senza Fine Dentro Un’Economia Patriarcale http://www.sonda.life/in-evidenza/parita-di-genere-una-lotta-senza-fine-dentro-uneconomia-patriarcale/ http://www.sonda.life/in-evidenza/parita-di-genere-una-lotta-senza-fine-dentro-uneconomia-patriarcale/#respond Sun, 10 Feb 2019 21:53:03 +0000 http://www.sonda.life/?p=7664 Di Alina Nastasa.

Negli Emirati Arabi un noto sceicco (evidentemente disorientato) assegna premi per l’uguaglianza di genere a soli uomini. La foto dell’evento, diffusa con molto orgoglio dall’ufficio stampa del governo di Dubai, fa il giro del mondo e sui social la derisione si propaga alla velocità della luce. Ciò che più suscita l’ilarità generale è proprio l’immagine di un uomo che spartisce certificati e medaglie ad altri uomini per il loro impegno nel raggiungimento del nobile obiettivo riguardante la parità di genere.

Ancor più contrastante però è il fatto che la maggior parte dei premiati non viene da organismi indipendenti bensì da quasi tutte agenzie governative. La storia sfiora poi il macabro se si pensa che, neanche un anno fa, una delle figlie dello sceicco in questione, la principessa Sheikha Latifa bint Mohammed al-Maktoum, venne catturata al largo delle coste indiane, incarcerata (e molto probabilmente anche torturata) dopo il secondo tentativo di fuga – pianificata da 7 anni – da un paese e soprattutto da un padre evidentemente troppo oppressivo. Di Latifa non si hanno notizie dal marzo scorso, ma a dicembre la BBC ha realizzato un documentario che racconta la sua drammatica e misteriosa vicenda.

Il Gender Index Award di Dubai? Molto probabilmente una mera operazione cosmetica, tanto simbolismo e poco woman empowerment concreto.

Poco prima della premiazione di Dubai – a circa una settimana di distanza – dal grembo della civilissima cultura pop occidentale prende vita un vero scandalo che precede la tanto attesa reunion delle emancipate Spice Girls. Una lodevole campagna per la parità di genere sostenuta da Comic Relief, storica associazione benefica inglese, alla quale la girl band aderisce senza esitazioni: la vendita di una t-shirt esclusiva (a sole 19 sterline) in occasione del mega evento, i cui introiti andrebbero a finanziare la campagna Gender Justice destinata alla lotta per la parità di genere nel Regno Unito. Tutto questo a un prezzo molto basso, quello delle lavoratrici bengalesi che producono le magliette nella fabbrica che era stata appaltata per questo progetto e che pagherebbe le sue dipendenti (perché la maggioranza sono donne) circa 40 centesimi di euro l’ora, in un clima di totale sfruttamento e abuso.

Anche se negli ultimi decenni sono stati fatti grossi passi in avanti, la disuguaglianza di genere è onnipresente nelle società di oggi. Il messaggio che passa dalla storia di uno sceicco milionario che cerca di adeguarsi a tutti i costi al politically correctness, quanto meno nella forma – perché nella sostanza le politiche sulla parità di genere (oltre a quelle sui diritti in generale) rimangono sempre sotto un grosso punto interrogativo – non è molto lontano dal messaggio che viene fuori dalle, purtroppo, tante storie di sfruttamento del lavoro femminile nei Paesi poveri da parte di realtà capitalistiche/occidentali, tutto nel nome di cause assai ammirevoli come quella dell’uguaglianza di genere.

Secondo l’ultima classifica stilata dal World Economic Forum (Global Gender Gap Index Report 2018) che monitora il divario di genere dal 2006, il percorso per colmare la disparità ha raggiunto, in media, il 68%, registrando un aumento quasi impalpabile rispetto ai dati rilevati lo scorso anno. La buona notizia è che il trend è positivo, ma questo vuol dire anche che c’è ancora un lungo 32% di strada da fare e parrebbe che i ritmi di percorrenza siano molto lenti. L’Italia si colloca alla 70° posizione su 149 Paesi, ma rimane ultima tra i maggiori Paesi avanzati e quart’ultima in Europa Occidentale, prima di Grecia, Malta e Cipro.

A livello globale, per colmare il gap tra uomini e donne sul posto di lavoro e mantenendo lo stesso trend di crescita, occorreranno altri due secoli per raggiungere la parità. Ma perché è ancora necessario combattere l’asimmetria di genere e soprattutto perché è una questione che riguarda tutti noi?

Il modello economico dei nostri giorni è fortemente improntato su uno schema patriarcale e ha un costo molto alto. Storicamente, il valore economico del contributo apportato dalle donne non è mai stato riconosciuto, specie quando, ad esempio, la sussistenza viene considerata una mancanza di produttività e di conseguenza molte donne risultano economicamente inattive.

E poi, a volte, si sviluppano contesti in cui allargare lo spazio alle donne è necessario. Anzi, indispensabile. Basta pensare, ad esempio, alla velocità con la quale negli Stati Uniti, durante il secondo conflitto mondiale, per poter supportare l’impegno bellico a fronte del massiccio esodo dei soldati americani – un insostenibile calo di forza lavoro – vennero inserite nella produzione industriale fasce sociali che da sempre erano emarginate: le donne (e gli afroamericani). Alla fine della guerra, con il ritorno degli uomini in patria, la stessa velocità si ripropone nello smaltimento del surplus di forza lavoro e a pagarne il prezzo saranno le stesse fasce cosiddette deboli.

Ma tornando nel presente, in Italia si intravedono delle nuvole molto scure all’orizzonte perché il disegno di legge Pillon, attualmente in commissione Giustizia al Senato, non promette nulla di buono. Contrastare la cosiddetta sindrome di alienazione parentale, la mediazione familiare obbligatoria in caso di separazione (a pagamento), una nuova idea di parità attraverso un discutibilissimo diritto alla bigenitorialità sono tutti elementi che fanno molta paura perché le prime vittime di queste scriteriate misure saranno proprio i minori. E poi anche le loro madri, che si ritroveranno con delle ulteriori limitazioni della loro libertà.

E infatti c’è chi parla di un ritorno al medioevo. E in un sistema economico patriarcale in cui il valore delle cose è stato sostituito dal prezzo, è molto facile che il caro prezzo di queste politiche che spingono verso un allargamento della forbice delle diseguaglianze lo paghino ancora una volto loro, le donne.

ilmegafono.org

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Rapporto EEA: Italia Tra I Paesi Con Più Aree A Rischio Inquinamento http://www.sonda.life/in-evidenza/rapporto-eea-italia-tra-i-paesi-con-piu-aree-a-rischio-inquinamento/ http://www.sonda.life/in-evidenza/rapporto-eea-italia-tra-i-paesi-con-piu-aree-a-rischio-inquinamento/#respond Sun, 10 Feb 2019 21:49:17 +0000 http://www.sonda.life/?p=7660 Di Giovanni Dato.

Lo scenario emerso dall’ultimo rapporto presentato dall’Agenzia europea per l’ambiente (Eea) assume aspetti preoccupanti per l’Italia. Il nostro Paese, in compagnia di Grecia e Slovacchia, detiene infatti il più alto numero di zone a rischio inquinamento, stabilendo così un primato che non è riscontrabile in nessun’altra parte d’Europa. “Ampie aree dell’Europa sud-orientale e dell’Italia – si legge nel rapporto – si trovano sia nel 20% delle regioni con la più alta esposizione alle polveri sottili, sia nel 20% delle regioni con i livelli più bassi di istruzione superiore”.

Secondo lo stesso studio, tra i fattori che determinano un risultato così allarmante vi sono, oltre all’inquinamento, le differenze socio-economiche e le ondate di calore proprie della zona più meridionale del Continente. Il fatto che i rischi maggiori per la salute si registrino in aree nelle quali i livelli di istruzione e il reddito medio sono più bassi della media europea non deve sorprenderci: in queste zone, infatti, da un lato, vi è una consapevolezza inferiore del pericolo inquinamento, dall’altro, è sempre più difficile investire nell’isolamento termico della propria abitazione proprio a causa di fattori economici. Ciò significa che, proprio laddove le diseguaglianze sono più alte, vi è una maggiore incapacità di gestire i fenomeni meteorologici estremi.

Nello specifico, le aree prese in considerazione dallo studio sarebbero esposte a ben tre tipi di inquinamento atmosferico: da particolato, da biossido di azoto e da ozono troposferico, ai quali si aggiungono inoltre quelle ondate di calore che negli ultimi anni si sono presentate con sempre maggiore frequenza e persistenza. Come già accennato, i Paesi maggiormente colpiti sono proprio la Grecia, la Slovacchia e l’Italia (soprattutto il Nord), con Torino che svetta al primo posto tra le città più inquinate. Tutto ciò è il risultato di una presenza massiccia di fabbriche, attività commerciali, ma soprattutto del traffico e dei fattori menzionati poco sopra.

Secondo Hans Bruyninck, direttore esecutivo della Eea, “nonostante il successo altamente significativo delle politiche europee nel corso degli anni, sappiamo che in tutta l’Ue si può fare di più per garantire che tutti gli europei, indipendentemente dall’età, dal reddito o dall’istruzione, siano adeguatamente protetti dai rischi ambientali con cui ci confrontiamo”.

Tale affermazione deve farci riflettere: persino nelle città più ricche (Torino stessa ne è un esempio), sono sempre le fasce più povere ad essere le più esposte ai rischi dell’inquinamento, a dimostrazione del fatto che il fattore economico è sempre più di elevata importanza e rilevanza. Insomma, alla luce di tutto ciò, è evidente come l’Italia debba far fronte ad un nuovo tipo di problema, ben più pericoloso e imprevedibile di quelli con cui siamo abituati a misurarci.

Certo, il caso inquinamento non è affatto nuovo, ma è proprio in quest’ultimo periodo che i primi, tragici risultati di politiche ed abitudini scellerate stanno iniziando a presentare un conto che ​ potrebbe diventare troppo salato.

ilmegafono.org

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La Lettura Del Mese http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-37/ http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-37/#respond Sun, 10 Feb 2019 21:45:12 +0000 http://www.sonda.life/?p=7657 MITI DI IERI E DI OGGI

Joseph Roth, Viaggio ai confini dell’impero (Passigli)

Vincent Delecroix, La tomba di Achille (Excelsior 1881)

Ho pensato che fosse importante ricordarci che con questi sentimenti abbiamo già avuto a che fare”, dichiarava George Clooney al festival di Venezia un anno e mezzo fa a proposito del suo ultimo film da regista Suburbicon.

Ancora una volta, la Storia, il Passato, la Memoria, il Ricordarsi perché non accada mai più. Sembra che la vita del genere umano nel XXI secolo sia destinata a girare in tondo a questo problema: non commettere gli stessi errori.

E di nuovo si parla di ponti che dovrebbero sostituire muri e di confini che dovrebbero unire invece di dividere. E sempre già qualcuno l’aveva detto.

Negli anni Venti del Novecento proprio Joseph Roth (1894-1939) metteva in luce certi aspetti dando loro voce attraverso la parola scritta. Non solo nei suoi romanzi più noti, ma anche con reportages come quelli raccolti dall’editore Passigli in Viaggio ai confini dell’impero.

Un viaggio che percorre l’Europa orientale appena uscita dal crollo dell’Impero austro-ungarico passando per Ucraina, Polonia, Serbia e Bosnia, là dove è iniziata la Grande Guerra, e proprio Sarajevo scrive l’autore dovrebbe essere: “un monumento, a terribile memoria di tutti.

Il conflitto da poco terminato rimane costante sullo sfondo di queste pagine, pronto a riemergere con forza: “Appena un paio d’ore dopo il nostro arrivo a Jablonowka, siamo ripartiti. Avevamo già attraversato molti villaggi devastati. Questo – ma guarda un po’ – è stato risparmiato. (…) Vedete? – sembra dire questo villaggio – si può anche vivere in pace. Le baracche non devono bruciare ad ogni costo, né le granate esplodere. Talvolta può succedere che volteggi un aereo! La domenica le campane possono suonare. Perché no? E le celebrazioni e i giorni festivi non devono per forza essere disturbate.

La NORMALITÀ così semplice e così ricca, mai banale, guai a darla per scontata!

Come le parole di Joseph Roth, la sua scrittura ancora fresca e attuale, giovane ma già matura. Piena, nonostante tutto, di SPERANZA senza alcuna ingenuità. Perché per sperare bisogna essere tutt’altro che ingenui: “Dappertutto germogliava, cresceva, rinasceva qualcosa di nuovo, minuscolo e semplice, gentile e mansueto. Soltanto i segnali chiari, vitrei, duri e rapidi, serrati e sommessi della campanella risuonavano martellanti come il saluto del dinamico mondo in quella quiete rurale, da stazione in stazione ovunque uguali, luminose sorelle disseminate nella pianura infinita del paese che fioriva e dormiva, dormiva e fioriva.” [FINE]

Guardiamo la REALTÀ negli occhi: “La tomba di Achille, presso il Capo Sigeo, è un cenotafio: è nell’urna dell’Iliade che le sue ceneri si mescolano a quelle di Patroclo, ma non si tratta di cenere; è un corpo gigantesco, orgogliosamente acconciato per la morte, più vivo, forse, di quanto non lo saremo mai, noi che distogliamo lo sguardo così facilmente da ciò che invece Achille fissa con intensità.

Chi è Achille? O meglio, che cos’è? Cosa rappresenta veramente?

Un eroe certo, mitico personaggio di una storia che ci precede tutti quanti, precede noi, il nostro passato e le nostre origini, il nostro stesso essere. Atavico e oltre, la sua esistenza ci appartiene e ci prescinde, collocandosi tra due righe in apertura della dissertazione di Vincent Delecroix: “Esiste un’età dell’innocenza.” e “Quell’età non è mai esistita.

Achille fa parte di un mondo che viene prima del mondo: “L’Iliade è il poema del mondo che comincia (e comincia in un bagno di sangue)”.

È il mondo della giovinezza e per questo Achille: “sarà per sempre giovane.

E la sua violenza, inaudita e spaventosa: “semplicemente, non è altro che il linguaggio incandescente di questa certezza, un linguaggio che senza dubbio voi non scandirete mai per davvero. (…) il segno della condizione mortale e della legge del mondo.”

Achille corre per sfuggire la morte sapendo di andarle incontro, sempre più veloce. E la sua collera: “nasce da un affrancamento radicale e procede come in assenza di gravità.

Achille corre come il fuoco che tutto distrugge, senza possibilità di ritorno: “La nostalgia non è estranea ad Achille: è la speranza che gli è del tutto aliena. (…) nella corsa, dilapida tutte le forze che altri conservano per il ritorno, come quando da una nave si continua a gettare tutto a mare, pur di accelerare, senz’altra preoccupazione che raggiungere il porto.

E il suo piede è veloce ma lascia un segno, una traccia indelebile che arriva fino a noi. Noi che discendiamo da Enea e celebriamo Ulisse, quello stesso Ulisse che ereditando le armi di Achille ne rappresenta una parte, ma solo una parte, la riflessione: “mentre la forza pura, Aiace, sprofonda, trascinata via da se stessa, nell’abisso del suicidio.

Così: “Le due metà si separano, e l’età dei valori dell’aristocrazia guerriera lascia il posto all’età della ragione, se così si può dire, perché quest’età saprà inventarsi un’insensatezza che riuscirà a far indietreggiare, per l’orrore, la selvaggia forza che tanto ci turba quando leggiamo le imprese di Achille e di Aiace.

È ora di richiamare Achille a gran voce? Vincent Delecroix risponde.

A cura di Giulia Caravaggi

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La Notte Finisce Sempre http://www.sonda.life/in-evidenza/la-notte-finisce-sempre/ http://www.sonda.life/in-evidenza/la-notte-finisce-sempre/#respond Mon, 04 Feb 2019 16:01:42 +0000 http://www.sonda.life/?p=7652 Di Maurizio Anelli.

Faitha ha solo vent’anni. A vent’anni la vita dovrebbe essere piena di sogni, di progetti e di sorrisi. Un sorriso per ogni progetto e un sorriso per riuscire a rialzarsi dopo ogni sogno spezzato, perché a vent’anni la vita è sempre una scommessa da vincere anche quando le carte non sono quelle giuste. Le carte che la vita ha messo nelle mani di Faitha erano quelle sbagliate, truccate da un mazziere malvagio che distribuisce sempre le carte peggiori e mentre le distribuisce esibisce sempre il ghigno perverso e malato dell’Erode del terzo millennio. L’ha fatto anche questa volta, ordinando lo sgombero del Cara di Castelnuovo di Porto  senza guardare in faccia nessuno perché il mazziere malvagio non è capace di reggere nessuno sguardo, nemmeno quello di una ragazza di vent’anni all’ultimo mese di gravidanza.  Faitha era arrivata dalla Nigeria senza una famiglia accanto a sé, e il padre di quel figlio chissà chi è e chissà dov’è… ma questo non ha nessuna importanza per il mazziere e per i suoi sgherri. Il Cara di Castelnuovo di Porto doveva essere sgomberato e Faitha doveva  andarsene insieme al seme di vita custodita in grembo. Caricata su un treno, da sola come un cane randagio allontanato dal giardino di casa, Faitha ha iniziato un altro viaggio.

Faitha ha solo vent’anni e vince tutto, anche la paura. Sale su quel treno e arriva a Lecce, dove è accolta e presa in carico da persone che si prendono cura di lei. Quelle persone sono le Donne e gli Uomini dell’ARCI, così diverse da chi l’ha cacciata e messa sul treno, che la portano all’Ospedale. Solo poche ore, e Faitha partorisce una piccola stella nella notte che oscura e incattivisce questo Paese,  ostaggio di un mazziere che distribuisce carte truccate e avvelena i pozzi.  Quella stella si chiama Aliya, è bella e lo sarà sempre perché quando nasce una stella nella notte di un paese che non riconosce più nemmeno se stesso, non può che essere bella. Spesso sono le donne a rendere la notte meno scura di quella che è, e la storia di Faitha e Aliya è una storia speciale come speciale è la forza delle donne che non si arrendono mai e vanno avanti sempre, più forti e più belle di qualsiasi destino e qualsiasi carta sbagliata. Qualcuno dovrebbe vergognarsi di questa storia, chiedere scusa e andarsene via senza mai più tornare, ma non succederà nulla di tutto questo perché la storia insegna che i vigliacchi non se ne vanno mai da soli. Scappano, ma solo quando i popoli trovano la forza e il coraggio per ribellarsi e cacciarli con la forza delle idee e della ribellione. Solo allora scappano, perché così fanno i vigliacchi. https://globalist.it/news/2019/02/02/storia-di-faitha-cacciata-da-castelnuovo-alla-vigilia-del-parto-e-mandata-sola-fino-in-puglia-2036883.html

È lunga la notte di questo Paese, sembra non finire mai … ma finirà. Si esce sempre dalla notte, a volte con molte cicatrici e ferite che lasciano un segno che brucia la pelle, ma se ne esce. La notte non è fatta per dormire, o almeno non solo. La notte è una vita da guardare in faccia e sfidare a testa alta, anche quando le carte sono quelle con cui è difficile vincere la partita, ma la partita finisce solo quando finisce il tempo e non prima. Così sono le tante notti passate al largo del porto di Catania prima e Siracusa poi. Le carte erano truccate anche allora, ma al largo di Catania e di Siracusa c’era un’Umanità vera a portare solidarietà e speranza a chi era in ostaggio su quelle navi cui era impedito di attraccare. A dare le carte è sempre lo stesso mazziere che pensava di condannare Faitha, gli sgherri sono quelli di sempre: pavidi e servili, crudeli come sanno essere solo gli sgherri. Seduti ai banchi del Governo o sulla poltrona della Procura della Repubblica di Catania, sembra che abbiano una sola ragione di vita: assecondare il mazziere, appoggiare sempre le sue scelte e il suo modo di condurre il gioco al tavolo verde. Nessuna obiezione, fedeltà assoluta. Nessuna contrarietà in Parlamento, dove vedremo chi voterà a favore dell’autorizzazione a procedere per l‘accusa di sequestro di persona, e inchieste inventate sul nulla contro le ONG da parte della Procura di Catania: tutto quello che serve al momento giusto, sempre e comunque.

C’è però un’Umanità che non accetta questo gioco e pensa che la notte dovrà pur finire, ci sarà tempo allora per dormire e guardare le stelle. Ora è il tempo di sfidarla questa notte: nelle piazze e nei porti, nei Centri di Accoglienza, nelle strade che insegnano sempre la vita, la vita di tutti i giorni. Questo è l’insegnamento che arriva da Siracusa oggi e che era già arrivato dall’estate di Catania e prima ancora da Lampedusa. È lo stesso insegnamento che nelle settimane scorse era arrivato da Crotone, da Melissa e da quella Calabria che non cancellerà mai il sogno di Riace. Non sarà facile, ma non lo è mai quando si gioca con le carte truccate. Occorrono tenacia, pazienza, coraggio e consapevolezza.  Per esempio la consapevolezza che gli sgherri proteggeranno il mazziere fino in fondo e con tutti i mezzi a loro disposizione, perché ormai sono complici e compromessi quanto lui. La sua caduta coinvolgerebbe anche loro e questo non possono permetterselo. Dove troverebbero una seconda occasione per occupare le stesse poltrone, in Parlamento o in una Procura della Repubblica ?

Questo Paese ha molti problemi, forse troppi. Ognuno di loro è un compito enorme da affrontare per qualunque Governo, ci sono troppi anni di connivenze e responsabilità alle spalle, troppo marciume. Sono problemi cruciali per una Democrazia: l’occupazione e la crisi economica, il degrado etico e morale di un’intera classe dirigente, una corruzione dilagante, un sistema mafioso che controlla il territorio e condiziona qualunque scelta economica e politica, un welfare che viene cancellato sistematicamente, la ricostruzione che aspetta da decenni di interi Paesi distrutti da frane, terremoti e calamità naturali mentre qualcuno rideva al telefono, la crescita e in molti casi l’affermazione di un fascismo che si è ricostruito per il semplice motivo che lo Stato lo ha permesso… eppure ogni giorno sembra che l’unico problema serio sia rappresentato dai migranti. Sappiamo che non è così, ma tutti i giorni c’è chi prova a convincerci che sia così e in troppi si prestano al gioco e fanno l’inchino baciando le mani.

Per il Ministro degli Interni, per esempio, la mafia non è un problema che merita il massimo sforzo e le scorte assegnate a chi ha subito e subisce minacce e intimidazioni sono un costo insostenibile per le casse dello Stato. Da qualche tempo Matteo Salvini alimenta ad arte la polemica sulla scorta assegnata a Roberto Saviano e, nel frattempo e in silenzio, decide allora di togliere la scorta assegnata al giornalista Sandro Ruotolo, assegnata nel 2015 in seguito alle minacce del boss dei casalesi, Michele Zagaria, dopo le inchieste di Ruotolo sul traffico di rifiuti tossici in Campania. Strane coincidenze: i casalesi, Roberto Saviano e Sandro Ruotolo… come se al Ministro degli Interni desse fastidio chi dà fastidio ai casalesi. È una decisione che suscita rabbia e indignazione, ma il mazziere che trucca le carte va avanti per la sua strada, perfettamente consapevole che togliere la scorta a un Uomo che ha fatto la storia del giornalismo d’inchiesta, e che ancora oggi è un punto di riferimento per chi lotta contro la camorra e le mafie, rappresenta molto più di un segnale. https://napoli.repubblica.it/cronaca/2019/02/02/news/ruotolo_scorta_tolta_minacce_reazioni-218135004/

No, non è facile continuare a credere nelle Istituzioni di questo Paese quando le Istituzioni medesime fanno tutto il possibile per screditare se stesse, ma gli Uomini passano mentre le Istituzioni restano. Passerà anche Matteo Salvini, Ministro della paura di un Governo che sarà ricordato a lungo per la quantità di odio seminato, di menzogne raccontate e per la vergognosa connivenza con la parte peggiore di questo Paese. Passerà la notte e torneremo a guardare le stelle un giorno. Quel giorno dovremo raccogliere le macerie di un Paese che nella sua maggioranza è complice della morte annunciata del diritto, della democrazia e della dignità umana. Ma passerà, e sarà un giorno importante. Noi saremo qui, signor mazziere che distribuisce carte truccate, saremo qui fino alla fine: ribelli, rompicoglioni, sognatori irriducibili. Saremo qui, perché nulla ci sposterà e non ci perderemo quel momento per nulla al mondo, il giorno della vostra Norimberga, dove lei e i suoi sgherri dovrete finalmente rendere conto di tutto il male che avete costruito e seminato. Può scommetterci.

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Tornano Le Armi http://www.sonda.life/in-evidenza/tornano-le-armi/ http://www.sonda.life/in-evidenza/tornano-le-armi/#respond Mon, 04 Feb 2019 15:59:13 +0000 http://www.sonda.life/?p=7649 Di Alfredo Luis Somoza.

L’autobomba che il 17 gennaio  ha provocato 21 vittime all’ingresso dalla Scuola di Polizia di Bogotá, in Colombia, ha fatto ripiombare il Paese nei tempi bui della lunga guerra civile, che si sperava fosse ormai superata. Responsabile sarebbe l’Esercito di Liberazione Nazionale, che qualche giorno più tardi ha rivendicato l’attentato: si tratta dell’unico gruppo di guerriglia ancora attivo, dopo che le FARC, ormai diventate forza politica democratica, hanno firmato un accordo di pace. Intanto, all’Avana, lo stesso Esercito di Liberazione Nazionale sta conducendo un negoziato con il governo colombiano per raggiungere un cessate il fuoco.

Quasi nelle stesse ore esplodeva un’autobomba vicino al tribunale di Derry, città dell’Irlanda del Nord nota per la Bloody Sunday del 30 gennaio 1972, quando il I Battaglione del Reggimento Paracadutisti dell’esercito britannico sparò contro i manifestanti irlandesi colpendo a morte 14 persone, tra le quali 6 minorenni. Per fortuna questa volta non ci sono state vittime. A compiere l’attentato sarebbe stata la “nuova IRA”, una formazione dissidente dall’antico gruppo irredentista irlandese, non più operativo dal 2010. Sono segnali in controtendenza, che riaccendono focolai di tensione in realtà mai sopiti del tutto.

La “giustificazione”, si fa per dire, di questo genere di terrorismo è legata ai fallimenti della politica: al fatto che il governo colombiano, di estrema destra, non ha manifestato la volontà di concludere un accordo di pace e alle incognite che la Brexit pone sul futuro delle due Irlande. Non si tratta degli unici casi: in giro per il pianeta esistono diversi episodi di ribellione armata, tutti però sempre più lontani da obiettivi comprensibili. Anche perché il mondo della lotta armata tradizionale non esiste più. I gruppi storici superstiti, così come quelli nati negli ultimi anni, sono fortemente inquinati da connivenze con la criminalità, o addirittura risultano direttamente coinvolti nella gestione di affari loschi, come la vendita di droga, pietre preziose e legname di provenienza illecita. Altro filone di lotta armata è quello della galassia jihadista, collegata economicamente e politicamente con i peggiori regimi della Terra. Non che la politica tradizionale sia estranea a “frequentazioni pericolose”, anzi: ma nel caso di gruppi che rivendicano l’uso di strategie terroristiche tutto diventa ancora più fumoso e incomprensibile.

Lo storico conflitto irlandese presentava indubbiamente elementi di lotta di liberazione nazionale contro l’occupazione inglese, così come quello colombiano nacque nell’ambito della lotta tra latifondisti e contadini per il possesso della terra. Resta un mistero quale possa essere oggi l’utilità di attentati contro i simboli dello Stato per dirimere la questione Brexit o per accelerare un accordo di pace già in discussione. Ed è così che questi gruppi residui di lotta armata, ai quali vanno aggiunte anche alcune bande ribelli delle FARC in Colombia, di Sendero Luminoso in Perù e dell’ETA in Spagna, si rivelano perfetti per essere manipolati da quello stesso potere che dicono di voler combattere. Per la destra colombiana e per gli unionisti irlandesi sono una manna dal cielo, perché in un caso favoriscono ulteriori svolte repressive contro qualsiasi forma di dissidenza, nell’altro giustificano l’ombrello protettivo di Londra.

Non c’è nulla di romantico né di condivisibile nell’azione di queste schegge di gruppi rivoluzionari sopravvissute alla Guerra Fredda. Sono solo burattini in un gioco più grande, in mano ai poteri forti o agli Stati, che li usano o se ne liberano secondo i bisogni del momento. Rappresentano però anche un segnale di allarme sull’ulteriore deterioramento della democrazia, praticata nel mondo da un numero sempre minore di Paesi e picconata quotidianamente dall’interno. Il terrorismo scuote fortemente l’albero della democrazia perché, oltre alla risposta repressiva, obbliga a trovare una risposta politica. Quando la democrazia non è più in grado di proporre nulla per riformare il mondo e si accontenta dell’esistente, si apre la stagione della demagogia e del populismo: anche di quello armato.

https://alfredosomoza.com/

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Rapporto Sull’Indice Di Percezione Della Corruzione: Migliora L’Italia http://www.sonda.life/in-evidenza/rapporto-sullindice-di-percezione-della-corruzione-migliora-litalia/ http://www.sonda.life/in-evidenza/rapporto-sullindice-di-percezione-della-corruzione-migliora-litalia/#respond Mon, 04 Feb 2019 15:56:58 +0000 http://www.sonda.life/?p=7646 Di Giovanni Dato.

Il rapporto presentato da Transparency International sull’indice di Percezione della Corruzione (CPI) del 2018 ha portato buone notizie per l’Italia. Nonostante siamo ancora molto indietro rispetto ai grandi Paesi occidentali, l’Italia si posiziona al 53° posto su 100 nazioni valutate, registrando un netto miglioramento rispetto agli anni precedenti (solo nel 2013 ci trovavamo al 69° posto). Il rapporto, che usa una scala da 0 a 100 punti (dove lo zero indica una corruzione totale, mentre il cento l’esatto opposto) ha assegnato 52 punti all’Italia, posizionandola quindi proprio a metà di una classifica che non deve passare inosservata.

Come detto, infatti, l’immagine del nostro Paese migliora leggermente (ed è evidente secondo gli esperti che stilano la classifica), specialmente se si pensa ai provvedimenti e alle azioni intraprese in questi ultimi anni. Come affermato dal presidente dell’ANAC, Raffaele Cantone, “dal 2013 è cominciata una lenta ma graduale salita che va spiegata soprattutto con il fatto che nel Paese si avverte la presenza di un meccanismo di contrasto alla corruzione: una magistratura più attiva, l’avvio di una politica di prevenzione della corruzione”.

Dello stesso avviso è Giulia Sarti, presidente della Commissione giustizia alla Camera, la quale riconosce la necessità di “ricercare anche altri strumenti per contrastare la corruzione, in particolare la prevenzione e il potenziamento dell’azione dell’ANAC che serve soprattutto agli enti locali, perché qui spesso le organizzazioni mafiose, ancora oggi molto presenti, inquinano con metodi conclamati, come ha evidenziato il processo su Mafia Capitale”. Insomma, la sensazione è quella di un passo in avanti nella lotta, anche culturale, alla corruzione che affligge il nostro Paese ormai da tempo.

Non bisogna però distogliere l’attenzione da quella che è la realtà italiana: una realtà difficile, spesso fatta di malaffare, corruzione e collusione che si espande spesso a macchia d’olio e che colpisce l’intera nazione, da Nord a Sud, con un danno economico e sociale enorme. In parole povere: al di là delle letture positive del rapporto, non è oro tutto quel che luccica.

La situazione, infatti, non è poi così positiva, se si pensa che nazioni come l’Oman, la Giordania e l’Arabia Saudita sono soltanto a 2-3 posizioni dall’Italia; allo stesso modo, altre quali il Rwanda, la Corea del Sud e Malta (dove è stata assassinata la giornalista Daphne Caruana Galizia) si sono posizionate alcuni gradini più in su rispetto a noi, a dimostrazione del fatto che ancora tanto deve essere fatto.

Virginio Carnevali, presidente di Transparency International Italia, ha infatti ricordato che “c’è ancora molto da fare, a partire dall’implementazione della recentissima legge anticorruzione, una legge che andrà valutata sulla sua capacità di incidere concretamente nel Paese”. Per Davide Del Monte, direttore dell’organizzazione, gli “alti livelli di corruzione e scarsa trasparenza di chi gestisce la cosa pubblica, conflitti di interesse tra finanza, politica, affari e istituzioni, rappresentano una minaccia alla stabilità e al buon funzionamento di un Paese”. Pertanto servirebbe prestare ancor più attenzione in quel senso, attuando regole più restrittive e allo stesso tempo trasparenti.

Insomma, la strada sembra quella giusta, ma il tragitto non è ancora stato completato: al contrario, i chilometri da percorrere sono tanti e piuttosto impervi, dato l’alto rischio e l’alta corruttibilità che contraddistingue il nostro Paese e la nostra storia. Il rapporto può farci sperare, quindi, ma non deve indurci a credere che oggi siamo in una fase così positiva.

ilmegafono.org

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Pneumatici E Freni Producono Gravi Effetti Sull’Inquinamento Dell’Aria http://www.sonda.life/in-evidenza/pneumatici-e-freni-producono-gravi-effetti-sullinquinamento-dellaria/ http://www.sonda.life/in-evidenza/pneumatici-e-freni-producono-gravi-effetti-sullinquinamento-dellaria/#respond Mon, 04 Feb 2019 15:54:21 +0000 http://www.sonda.life/?p=7643 Di Veronica Nicotra.

L’aria che respiriamo è sempre più inquinata e sono diversi i fattori che influiscono ad accentuare questo fenomeno. Oltre ai consueti gas di scarico dei veicoli, le caldaie domestiche o i camini, altri elementi si aggiungono all’ormai lunga lista delle sostanze nocive. Dunque, secondo una ricerca, a contribuire è anche il consumo degli pneumatici, dell’asfalto e dei freni delle auto. Sembrerebbe infatti che le micropolveri che si staccano dall’asfalto, dalle gomme e dai freni e si depositano sul fondo stradale concorrano a circa la metà dell’inquinamento da traffico automobilistico. A dirlo è una recente revisione di 99 studi internazionali, che a breve sarà pubblicata sul Bollettino dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e coordinata da Fulvio Amato, ricercatore del Consejo Superior de Investigaciones Cientificas di Barcellona.

A discutere di questo argomento anche gli esperti riuniti a Milano per il Seminario Internazionale “RespiraMi 3: Air Pollution and our Health”, organizzato dalla Fondazione Irccs Cà Granda Ospedale Maggiore Policlinico e dalla Fondazione Internazionale Menarini. Gomme e freni rilasciano sulle strade polveri che sono dannose così come i gas di scarico, in quanto contengono un mix di sostanze chimiche tossiche e cancerogene. Queste, infatti, possono causare malattie cardiovascolari e respiratorie nelle aree fortemente trafficate e colpire soprattutto i bambini e gli anziani.

Le pastiglie dei freni e gli pneumatici sono infatti fabbricati con diversi prodotti chimici tossici, da metalli pesanti a resine e composti plastificanti. “Il tubo di scappamento degli autoveicoli incide per il 50 per cento nella produzione delle polveri sottili da traffico, ma l’usura soprattutto di freni, asfalto e pneumatici influisce per il restante 50 per cento – osserva Sergio Harari, direttore Unità Operativa di Pneumologia Ospedale San Giuseppe di Milano – perché si producono microscopici frammenti di metalli, minerali e gomma che poi si disperdono nell’aria e vengono inalati”.

Finora, però, queste fonti sono state sottovalutate e solo da poco si sta iniziando a capire quale realmente possa essere il loro effetto sulla salute dell’uomo. A essere più a rischio sono i neonati che inalano più particelle degli adulti, in quanto camminano o vengono trasportati su carrozzine a un’altezza tra i 55 e i 90 centimetri da terra e sono particolarmente sensibili perché il loro organismo si sta ancora sviluppando. Inoltre, il pericolo si presenta alto anche per gli anziani che hanno polmoni già indeboliti da età e malattie.

Tuttavia non esistono ancora degli studi ben specifici che permettano di misurare i tassi, il formato, la distribuzione e la composizione di questi inquinanti poco conosciuti, così come non ci sono al momento dei rimedi efficaci per contrastarli. Dunque, per avere un primo miglioramento, bisogna iniziare dalle soluzioni più semplici. Gli esperti propongono innanzitutto di ridurre il traffico, limitare sia la velocità che l’ingresso in centro città dei veicoli pesanti e, infine, lavare più spesso le strade affinché anche l’aria sia più pulita.

ilmegafono.org

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Il Giorno Della Memoria Dimenticata http://www.sonda.life/in-evidenza/il-giorno-della-memoria-dimenticata/ http://www.sonda.life/in-evidenza/il-giorno-della-memoria-dimenticata/#respond Mon, 28 Jan 2019 16:14:03 +0000 http://www.sonda.life/?p=7639 Di Maurizio Anelli.

Il 27 gennaio 1945 i soldati russi della 60ª Armata aprirono le porte del Campo di concentramento di Auschwitz, rivelando l’orrore di quel genocidio nazista che il mondo per tanti anni aveva finto di non vedere. Passeranno sessant’anni prima che la comunità internazionale sentisse il bisogno e il dovere di dedicare un giorno alla memoria di questo genocidio e, in seguito alla risoluzione 60/7 del Novembre 2005, la data del 27 gennaio è dedicata al ricordo della Shoah, lo sterminio del popolo ebraico. Ma quante Shoah equanti genocidi ha conosciuto il mondo da quella notte del Novecento che ancora qualcuno nega e qualcuno addirittura rimpiange? Quanti chilometri di filo spinato e di muri sono ancora necessari perché nelle coscienze e nel cuore delle persone si capisca finalmente il senso di una vita diversa da quella che altri hanno disegnato e continuano a disegnare per noi ? In Italia il “Giorno della Memoria “ nasce prima del 2005, per la precisione nasce con la legge 20 luglio 2000 n. 211 che agli articolo 1 e 2 definisce così le finalità del Giorno della Memoria: “La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.”. http://www.camera.it/parlam/leggi/00211l.htm

Tutto a posto quindi, tutto in ordine con la coscienza e con la storia ? La legge esiste, dopo cinque anni c’è anche la Risoluzione dell’ONU e quindi …siamo tutti contenti. Invece NO, non bastano una legge e una dichiarazione dell’ONU a mettere a posto le coscienze. Non bastano, perché “La memoria è come il mare: può restituire brandelli di rottami a distanza di anni.” (Primo Levi). Non bastano perché oggi in Italia e in Europa il Giorno della Memoria è calpestato da quei Governi e da uelle Istituzioni che offendono quotidianamente i valori di uguaglianza e umana dignità, consapevoli di farlo e consci del nuovo mostro che stanno plasmando. Come, quando e dove ? Facciamoli i nomi e i cognomi, guardiamoli in faccia senza paura. Oggi quei treni che portavano ad Auschwitz-Birkenau, a Buchenwald e a Mauthausen rivivono nei muri costruiti ovunque, in Europa e non solo. Rivivono nella quotidianità del popolo palestinese e nella striscia di Gaza, rivivono nel massacro ormai secolare del popolo curdo. Rivivono nella rinascita dei movimenti xenofobi e nazisti che stanno riscrivendo la storia di Paesi come la Polonia e l’Ungheria e alzano nuovamente la voce nella stessa Germania. Rivivono nel muro che gli Stati Uniti d’America sognano ai confini con il Messico. Auschwitz-Birkenau, Buchenwald, Mauthausen … nessuno ha il diritto di dimenticare quei nomi e quei treni che hanno scritto una pagina spaventosa della storia umana.

Nel nostro Paese, che non ha mai voluto fare davvero i conti con il proprio passato fascista e con le proprie leggi razziali, la memoria è offesa e rimossa dalle politiche sui migranti, dalla tolleranza e dalla compiacenza con cui si guarda a movimenti e partiti xenofobi e razzisti che si richiamano apertamente al nazi-fascismo. Potremmo partire dall’agibilità politica concessa, fin dalla proclamazione della Repubblica, a persone coinvolte nella storia dell’Italia fascista: da Giorgio Almirante (segretario di redazione dal settembre 1938 della rivista “La Difesa della Razza”, promulgatore e firmatario nel 1938 delle Leggi Razziali in Italia), a Pino Romualdi (vicesegretario del Partito Fascista della Repubblica di Salò) e Artuto Michelini (vice federale di Roma). Importante ricordare questi nomi, perché il 26 dicembre 1946 nasce il Movimento Sociale Italiano (MSI) e fra i suoi fondatori troviamo questi reduci del ventennio fascista e della Repubblica Sociale Italiana. Oggi quel partito non esiste più ma esistono gli eredi di quella stagione di ricostituzione del fascismo. Oggi quella bandiera è portata avanti da Forza Nuova, da Casa Pound e da altri movimenti con l’arroganza e la violenza che ricorda la notte del Novecento. Ma chi ha permesso, o non ostacolato, la nascita e lo sviluppo di un Movimento apertamente fascista, legittimandolo ?

Oggi qualcuno prova a scrivere una storia altrettanto spaventosa, e noi tutti abbiamo il dovere e il diritto di non voltare la faccia di fronte a quello che sta succedendo. Il Teatro è il Mare Mediterraneo, trasformato in un gigantesco campo di concentramento. Da anni si è tornati a parlare di razza, e quando si torna a parlare di razza si comincia sempre a scrivere un brutto film, e troppi indifferenti fingono di non capire la trama e il finale. Ma un film ha sempre un regista, un produttore, attori protagonisti e soprattutto molte comparse.

Nel nostro Paese si sta scrivendo questo film e i nomi sono chiari e scritti in stampatello. Il regista si chiama Matteo Salvini, che in questo Governo muove tutti i fili: Vice-Presidente del Consiglio, Ministro degli Interni e molto altro. Lui decide di chiudere i porti e di negare l’accoglienza, di ignorare la Costituzione della Repubblica, di delegittimare un Sindaco e di svuotare un paese come Riace. Lui decide di incontrare i grandi leader reazionari e antidemocratici di Ungheria e Polonia, perché il Ministro degli Esteri non conta. Lui afferma che le denunce e i capi d’accusa della Magistratura sono medaglie da appendere al petto. Lui accusa le ONG di essere trafficanti di esseri umani. Lui è il padre di un decreto Sicurezza che rappresenta un insulto alla ragione e all’umanità. Lui Minaccia i sindaci di Palermo e di Napoli che si oppongono a quel decreto, lui tiene decine di persone allo stremo, ferme al largo di Catania e di Siracusa. Lui, uomo forte che parla in nome degli italiani prima di tutto. In questo Paese si sta cementando un clima di intolleranza etnica e razziale che non porta a nulla di umanamente accettabile. Ora bisogna fare il nome del produttore del film e qui il compito è più delicato, perché quando un Paese affida il proprio destino e le proprie sorti a persone come Matteo Salvini poi deve anche risponderne. E allora una parte rilevante dei cittadini di questo Paese sono i veri produttori del film, perché nel momento in cui si permette e si accetta tutto questo si diventa produttori e complici. Poi ci sono gli attori protagonisti: forze politiche silenti e striscianti di fronte al capo, Partiti e Istituzioni incapaci di esercitare le proprie funzioni, parlamentari che in cambio di qualche briciola di notorietà e di una manciata di voti accettano tutto. E poi le comparse: magistrati compiacenti come Carmelo Zuccaro,il Procuratore di Catania che da anni combatte la sua guerra privata alle ONG che salvano vite in mare, sulla base di semplici supposizioni personali ma senza l’ombra di una prova e di una seria indagine. http://espresso.repubblica.it/attualita/2018/06/20/news/migranti-archiviata-l-inchiesta-sulla-ong-il-soccorso-in-mare-non-e-reato-1.323975

Poi c’è una parte dell’informazione, quella incapace di fare giornalismo d’inchiesta ma si diletta in talk show televisivi a base di chiacchiere, giornalisti come Vittorio Feltri che usano i propri giornali solo per insultare e seminare odio e miseria umana. I nomi ? Semplice, basta guardare le prime pagine e i titoli di quotidiani come “Libero” o “Il Giornale”. I loro direttori dovrebbero rispondere di quei titoli in prima pagina, al Paese e all’Ordine dei Giornalisti di cui in tanti facciamo parte. Ma non succede nulla.  Intanto in mare gli ultimi muoiono, fra indifferenza e rifiuto dell’accoglienza. Nulla nasce mai per caso, e questo film dell’orrore si autoalimenta con una cattiveria di fondo, ostentata con un’arroganza che non può continuare.

Il giorno della memoria, oggi è più amaro di sempre. Forse siamo ancora in tempo a cambiare il finale del film, ma occorre farlo in fretta perché poi potrebbe essere troppo tardi, poi potrebbero arrivare una volta ancora le leggi razziali, e il decreto sicurezza è già un segnale chiaro.

Ho letto, prima da ragazzo e poi da uomo adulto, un libro che dovrebbe essere sugli scaffali di tutte le case: il Diario di Anna Frank. Penso che molti lo abbiano letto almeno una volta, sono tante le emozioni che quel diario regala. Scelgo una frase a caso, la scrivo e provo a viverla ogni giorno: “Com’è meraviglioso che nessuno abbia bisogno di aspettare un solo attimo prima di iniziare a migliorare il mondo. Anna Frank”.

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La Geopolitica Del Gas http://www.sonda.life/in-evidenza/la-geopolitica-del-gas/ http://www.sonda.life/in-evidenza/la-geopolitica-del-gas/#respond Mon, 28 Jan 2019 16:11:58 +0000 http://www.sonda.life/?p=7636 Di Alfredo Luis Somoza.

Era inevitabile che la concorrenza tra i produttori di gas prima o poi coinvolgesse l’Europa, il primo mercato acquirente mondiale. Meno scontato che da un lato ci fosse la Russia, storico fornitore di metano via gasdotto, e dall’altra gli Stati Uniti, che fino a pochi anni fa erano a malapena autosufficienti. A mescolare le carte è stata la rivoluzione dello shale gas, e cioè di quel gas che si presenta intrappolato nelle argille anziché in giacimenti “convenzionali”: grazie alla scoperta di giganteschi giacimenti di questo genere nelle pianure centrali degli States, e all’adozione di nuove tecniche di sfruttamento soprassedendo sulle gravi ricadute negative per l’ambiente, Washington è diventata una potenza esportatrice di energia fossile.

Oggi negli Stati Uniti si estrae più petrolio che in Arabia Saudita e più gas che in Russia. Questo boom ha portato, tre anni fa, alla cancellazione del divieto di esportare petrolio e gas: una limitazione che risaliva ai tempi in cui il Paese era fortemente dipendente dall’importazione di fonti energetiche estere. Per gli esportatori statunitensi, tutte imprese private, si è così posto il problema del trasporto del gas via mare, e dunque della sua liquefazione. Gli impianti per liquefazione si sono già moltiplicati in Louisiana, Texas e Maryland, mentre diversi altri sono in cantiere.

Nell’Unione Europea invece la produzione è in declino e il continente è sempre più dipendente dalle importazioni. Gli acquisti sul mercato statunitense finora sono rimasti minimi: solo l’equivalente di 3 miliardi di metri cubi nel 2017, a fronte di un consumo di circa 500 miliardi. La Russia, attraverso il gigante Gazprom, da sola fornisce 200 miliardi di metri cubi, oltre il 40% del consumo europeo. La dipendenza dalla Russia è figlia delle leggi del mercato e non è certo dovuta alla mancanza di impianti di rigassificazione, anzi: i quasi 30 impianti europei vengono usati in media solo al 25% della loro capacità. Il gas statunitense sta infatti dirigendosi prevalentemente in Messico e in Asia, dove spunta prezzi migliori rispetto a quelli che potrebbe ottenere nel Vecchio Continente, che ha molte alternative a disposizione. Perciò le pressioni di Donald Trump affinché i Paesi europei aumentino le importazioni di shale gas made in USA cadono nel vuoto. Quello delle fonti energetiche è un mercato di operatori privati, che non hanno convenienza a fare sconti: gli europei non sono disposti a comprare a un prezzo più alto rispetto a quello offerto dai concorrenti. L’offensiva del gas, con la quale Washington vorrebbe controbilanciare la presenza russa, crolla proprio davanti alla politica dei prezzi, sulla quale non ci sono strumenti di intervento.

Gli unici Paesi che hanno dato segnali positivi agli Stati Uniti lo hanno fatto per motivi geopolitici e non economici. La Germania sta costruendo un terminal di rigassificazione che non è giustificato dall’andamento del mercato, ma è una risposta a Trump che ha accusato Berlino di essere sotto il controllo di Mosca dal punto di vista energetico. Poi ci sono Lituania e Polonia, che storicamente dipendevano al 100% dal metano russo e puntano a crearsi un’alternativa.

Più interessante è l’impatto che lo sbarco statunitense sul mercato europeo del gas ha avuto sulla politica dei prezzi dei fornitori storici. Russia, Algeria e Norvegia hanno rivisto le loro politiche, finora quasi da monopoliste, per venire incontro ad alcune richieste dei clienti, per esempio la fine dell’indicizzazione dei prezzi del gas al costo del petrolio. Dunque per l’Europa la concorrenza energetica rappresenta sicuramente un vantaggio, mentre per gli Stati Uniti è un buco nell’acqua: anziché penetrare nel mercato più ricco del mondo, hanno stimolato i Paesi concorrenti a migliorare la loro offerta. L’idea di Donald Trump, e cioè che le questioni geopolitiche potessero pesare più di quelle economiche, si è dimostrata solo un’illusione: è l’ennesima constatazione dell’allontanamento progressivo degli USA dall’Europa, al quale fa da contraltare un avvicinamento tra gli Stati Uniti e l’Oriente. Dopo 500 anni di protagonismo, l’Atlantico sta progressivamente perdendo la sua centralità a vantaggio del Pacifico.

https://alfredosomoza.com/

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Se salute e prevenzione partono dal carrello della spesa http://www.sonda.life/citta-in-movimento/se-salute-e-prevenzione-partono-dal-carrello-della-spesa/ http://www.sonda.life/citta-in-movimento/se-salute-e-prevenzione-partono-dal-carrello-della-spesa/#respond Mon, 28 Jan 2019 16:09:45 +0000 http://www.sonda.life/?p=7633 Di Filippo Nardozza.

Da qualche giorno nei supermercati Coop Lombardia è possibile trovare aree espositive con prodotti suggeriti e consigli per unalimentazione salutare, a cura di Smartfood IEO, programma di ricerca per lidentificazione di alimenti che custodiscono molecole in grado di attivare i geni della longevità e rallentare i processi di invecchiamento e le malattie correlate. Perché la prevenzione parte dal piatto e prima ancora dalla spesa.

Andando al supermercato, da oggi potrebbe capitarvi di imbattervi in insolite aree espositive, “isole” identificate dal claim Cibo e salute: cosa dice la scienza. Siamo nei punti vendita della rete di Coop Lombardia e farvi caso – anziché procedere in una spesa frettolosa e poco “consapevole” – potrebbe essere molto utile nel provare a fare prevenzione verso certe malattie già dal carrello.

Per la prima volta ricercatori e nutrizionisti entrano al supermercato per suggerire direttamente al consumatore gli alimenti ideali per comporre colazioni, spuntini e pasti salutari e dare consigli sull’alimentazione quotidiana. Si tratta del progetto realizzato dalla cooperativa della grandi distribuzione con lo IEO – Istituto Europeo di Oncologia, sulla base delle linee guida del team Smartfood programma di ricerca e divulgazione scientifica nel campo della nutrigenomica. La nuova frontiera della scienza della nutrizione è infatti proprio quella di individuare abitudini alimentari che possano ridurre il rischio di malattie croniche (diabete, patologie cardiovascolari, tumori) e aumentare l’aspettativa di vita.

Così, in queste aree espositive permanenti dedicate alla salute e alla prevenzione – le isole Smartfood, che avranno rotazione stagionale, proprio come quella dei prodotti freschi – i clienti potranno scegliere tra alimenti e ingredienti indicati da Smartfood IEO per comporre piatti salutari: frutta e verdura fresca di stagione; semi, frutta secca e disidratata; spezie; cereali e legumi; pesce, uova e latticini; minestroni e zuppe; cioccolato e caffè.

Capofila e punto vendita di lancio ufficiale del progetto è stata qualche giorno fa l’Ipercoop di Piazza Lodi, a Milano, alla presenza anche dello chef Davide Oldani che, nel corso di uno show cooking, ha creato in diretta un piatto (nello specifico una gustosa vellutata di stagione)con alimenti selezionati dai ricercatori IEO.

I cibi selezionati e presenti nelle isole Smartfood delle Coop Lombardia sono accompagnati da cartellonistica dedicata e leaflet informativi su come comporre i pasti, sui fabbisogni nutrizionali e sui miti legati all’alimentazione. Anche degli speciali “commessi”, inoltre, daranno il loro contributo: sono i “Cantastorie”, personale Coop formato dal team Smartfood IEO, a disposizione per daremaggiori informazioni sulle caratteristiche del progetto.

La collaborazione tra IEO e Coop non è nuova, essendo iniziata in realtà lo scorso anno “sul piano culturale, con l’idea della mostra fotografica ‘Io ero, sono, sarò’ realizzata dalla fotogiornalista Silvia Amodio per sensibilizzare sulla prevenzione contro il tumore al seno” – racconta Alfredo De Bellis, Vice presidente vicario Coop Lombardia. “Oggi il programma si concretizza con un altro passo che darà il via nei prossimi mesi anche a un’attività charity. Con la vendita di questi prodotti sarà infatti dato un contributo alla ricerca scientifica oncologica e cardiovascolare della Fondazione IEO-CCM”.

Ma quanto è importante l’alimentazione per una seria prevenzione del rischio oncologico (e non solo)? “La grande sfida è arrivare prima del cancro. Sappiamo però che in questa sfida il sapere non basta, perché per battere d’anticipo il tumore bisogna proteggersi quando si è sani anche attraverso stili di vita adeguati, in primis l’alimentazione – racconta Mauro Melis, Amministratore Delegato IEO. “La popolazione ancora non è abbastanza convinta e consapevole di questa opportunità di salute e per questo, per un Istituto di ricerca e cura come il nostro, è importante trovare partners in grado di diffondere il messaggio e di incidere sui comportamenti quotidiani delle persone. Speriamo, dopo l’esperienza nella nostra Regione, di poter estendere la nostra collaborazione a livello nazionale”.

Consigli pratici per comporre il nostro piatto arrivano da Lucilla Titta, coordinatrice del programma Smartfood IEO: “Il ‘piatto sano’ dovrebbe essere composto per metà da frutta e verdura di stagione, non solo come contorno ma anche come ingrediente per primi e secondi piatti. La varietà è fondamentale anche per quanto riguarda le fonti di proteine: è consigliabile consumare pesce azzurro di piccola taglia tre volte a settimana, e carne bianca, uova e latticini massimo due volte a settimana ciascuno. I legumi rappresentano un’ottima fonte proteica ricca di fibre da portare in tavola almeno tre volte a settimana. Un quarto del piatto sano deve essere costituito da fonti di carboidrati complessi come pane, pasta e cereali in chicco, sempre meglio integrali. Infine si possono scegliere erbe aromatiche e spezie per ridurre l’uso di sale e naturalmente l’immancabile olio extravergine di oliva come condimento principale”.

Gran parte degli investimenti in scienze genomiche e in tecnologie dello IEO – che quest’anno celebra 25 anni di impegno con finalità “non profit” per la lotta al cancro nell’area clinica, di ricerca e formazione – hanno l’obiettivo di comprendere l’origine della malattia tumorale e intercettare i meccanismi che la scatenano. Quanto allo specifico programma Smartfood in scienze della nutrizione e nella comunicazione, questo si dedica (oltre alla nutrigenomica) proprio  alla divulgazione, con gli obiettivi di creare e diffondere messaggi condivisi dalla comunità scientifica, combattere disinformazione e asimmetria informativa, indurre una scelta alimentare consapevole per promuovere la salute e la prevenzione primaria e secondaria. Per maggiori info, smartfood.ieo.it.

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Siccità E Parassiti: 60% Delle Specie Selvatiche Di Caffè A Rischio Estinzione http://www.sonda.life/in-evidenza/siccita-e-parassiti-60-delle-specie-selvatiche-di-caffe-a-rischio-estinzione/ http://www.sonda.life/in-evidenza/siccita-e-parassiti-60-delle-specie-selvatiche-di-caffe-a-rischio-estinzione/#respond Mon, 28 Jan 2019 16:06:00 +0000 http://www.sonda.life/?p=7630 Di Veronica Nicotra.

Quante volte ci capita di affrontare giornate interminabili che sembrano non finire mai e sentire il bisogno della compagnia di un buon caffè. Sembrerebbe che alcuni fattori mettano in pericolo la crescita della bevanda tanto amata soprattutto da studenti e lavoratori. Circa il 60 per cento degli oltre 100 tipi di caffè che si sviluppano in modo naturale nelle foreste è infatti minacciata da siccità e funghi, che al momento stanno mettendo a rischio estinzione più della metà delle specie selvatiche. Lo studio, pubblicato sulla rivista “Science Advances”, è stato condotto dal gruppo dell’università di Nottingham guidato da Aaron David del Royal Botanic Gardens.

I risultati della ricerca si sono basati sull’analisi dei dati dell’Unione internazionale per la conservazione della natura e le banche di semi, attraverso i quali i ricercatori hanno notato che 75 specie su 124 sono a rischio. Inoltre, è stato messo in evidenza come siano ancora basse le percentuali di queste varietà presenti nelle banche di semi (55 per cento) e nelle aree protette (72 per cento).

Come se non bastasse, a causa del riscaldamento globale, è prevista una drastica riduzione delle coltivazioni di almeno il 50 per cento entro il 2050. Questo comporterà un impatto su sapori, aromi e aumento del prezzo. Il caffè non è il solo a essere a rischio, ma stessa sorte tocca anche le piantagioni di tè, a causa soprattutto della diminuzione di terreni coltivabili.

Attualmente le varietà più coltivate e commercializzate sono l’Arabica e la Robusta, ovvero rispettivamente il 60 per cento e il 40 per cento. Ma sulla base di quanto emerso, non si esclude che in futuro le specie di caffè selvatico potrebbero rivelarsi fondamentali per far continuare a vivere il settore.

I ricercatori, per tentare di trovare una soluzione al problema, hanno individuato 124 specie selvatiche note, ognuna delle quali presenta delle caratteristiche utili, come tolleranza a variazioni climatiche e resistenza ai parassiti. Secondo gli studiosi, un modo per metterle a riparo da questi funghi e dalla siccità è coltivarle in habitat diversi da quelli originari. Dunque, mettere in atto strategie per salvaguardarle è un passo importante per tutelare l’intero settore della produzione di caffè.

ilmegafono.org

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Teatro Utile 2019 http://www.sonda.life/citta-in-movimento/teatro-utile-2019/ http://www.sonda.life/citta-in-movimento/teatro-utile-2019/#respond Mon, 28 Jan 2019 16:03:03 +0000 http://www.sonda.life/?p=7627 I Am – Je Suis – Io Sono La Resituzione Dell’Identità

Teatro Utile, promosso dall’Accademia dei Filodrammatici di Milano, alla sua 7ˆ edizione, quest’anno è in collaborazione con il servizio di Etnopsichiatria dell’Ospedale Niguarda di Milano. Il Progetto consiste in due laboratori, uno di teatro e uno di drammaturgia. Il lavoro di entrambi convergerà nella realizzazione di uno spettacolo che andrà in scena al Teatro Franco Parenti di Milano il 26 giugno 2019 (giornata del rifugiato che ha subito torture). Questo Bando è rivolto a drammaturghi, registi, attori e operatori sociali. Per partecipare al concorso di selezione è necessario inviare il curriculum vitae e una lettera motivazionale all’indirizzo: filodram@accademiadeifilodrammatici.it entro e non oltre il 20 febbraio 2019. Saranno ammessi 6 drammaturghi, 2 registi, 4 attori e 2 operatori sociali. I 6 drammaturghi che parteciperanno al LABORATORIO DI DRAMMATURGIA, seguiranno alcuni incontri del laboratorio di teatro, rivolto a rifugiati in carico al servizio di etnopsichiatria dell’Ospedale Niguarda, e in seguito realizzeranno una drammaturgia, che, facendo tesoro degli elementi venuti alla luce, elabori il testo che sarà messo in scena il 26/06/2019, interpretato dai rifugiati stessi con la partecipazione dei quattro attori e dei due registi. Calendario degli incontri: Il Laboratorio di drammaturgia, che coinvolge i 6 drammaturghi, si svolgerà presso l’Accademia dei Filodrammatici in orario pomeridiano, nelle giornate del 2 e 3 marzo 2019 – del 9 e 10 marzo 2019 – del 16 e 17 marzo 2019 – del 23 e 24 marzo 2019 e una sessione intensiva di due giorni, nella prima decade di maggio, in data da definire, per portare a conclusione il testo. I drammaturghi dovranno necessariamente assistere ad alcuni incontri del Laboratorio di Teatro, che si terrà alla Fabbrica del Vapore di Milano, nei mesi di Marzo e Aprile 2019, il lunedì dalle 17 alle 20 e il sabato dalle 10 alle 13. I 2 registi, i 4 attori e i 2 operatori sociali parteciperanno al laboratorio di Teatro che si terrà presso la Fabbrica del Vapore di Milano, da Marzo a Giugno 2019, il lunedì dalle 17 alle 20 e il sabato dalle 10 alle 13 e collaboreranno, secondo le loro specifiche, alla realizzazione dello spettacolo che andrà in scena il 26/6/2019. Per tutti i partecipanti al Progetto Teatro Utile 2019, nei mesi di aprile e maggio sono programmati quattro incontri con docenti universitari della materia. I laboratori e la regia sono a cura della docente responsabile del progetto Tiziana Bergamaschi, che si avvarrà della collaborazione di diversi artisti internazionali. Il laboratorio di drammaturgia è a cura del drammaturgo e regista Marco Di Stefano. Il costo dei laboratori è a carico dell’Accademia dei Filodrammatici di Milano, quindi la partecipazione per gli allievi è gratuita. Il Progetto completo di Teatro Utile 2019 è disponibile su:

http://accademiadeifilodrammatici.it/news/progetto-teatro-utile-2019/

Per informazioni: 02 86460849,

filodram@accademiadeifilodrammatici.it

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