Sonda.Life http://www.sonda.life Portale di informazione sociale Sat, 14 Aug 2021 06:28:46 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 Ciao Gino http://www.sonda.life/il-punto-di-vista/ciao-gino-2/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=ciao-gino-2 http://www.sonda.life/il-punto-di-vista/ciao-gino-2/#respond Sat, 14 Aug 2021 06:24:23 +0000 http://www.sonda.life/?p=8824 di Maurizio Anelli

“…Si parla della guerra: la facciamo, non la facciamo, con chi stiamo, che posizione prendiamo, come la combattiamo. Parlare, discutere, litigare sulla guerra. E viverla?

Come si sta a viverla? Che cosa si pensa, quando la si vive?

Che cosa si prova, dentro la guerra? Quali miserie, quali angosce, come si trema durante la guerra?

Proviamo a guardare la realtà di chi ne viene coinvolto, proviamo a passare questo confine… Cominciamo ad ascoltarne le storie, che sono storie di uomini. Credo che conoscerle sarebbe sufficiente, a quasi tutti noi, per cambiare idea sulla guerra. Storie vere, non manipolate… Proviamoci. Dopo, forse, potremo parlare della guerra a buon diritto e, quasi certamente, in modo diverso…”

(Gino Strada, dal libro “Buskashì”)

Gino Strada se ne va, in punta di piedi come fanno le persone che per tutta una vita hanno lottato per qualcosa che rendesse la vita degna di essere vissuta. Una vita controvento, in direzione ostinata e contraria. La storia di Emergency, costruita e vissuta con Teresa, la compagna di sempre, non ha bisogno di essere raccontata: chiunque abbia sentito il desiderio di conoscerla lo ha già fatto, e poi è una storia che si racconta da sola. Chi solo oggi sente questo bisogno ha tutti gli strumenti per poterlo fare in totale autonomia, ma oggi non è il tempo di ricordare e ripercorrere il cammino di Emergency. Oggi è tempo di fermarsi un momento, guardarsi indietro e al tempo stesso guardare avanti: indietro, per guardare al cammino di Gino Strada e capire, una volta di più, quello che abbiamo perso; avanti, per vedere il tanto che con lui abbiamo imparato, amato e conosciuto. Avanti, per continuare quel cammino e continuare a camminare quel sentiero.

Su quel sentiero, oggi, Gino Strada ritroverà quel fiore rosso, forte e bello come la pace: ritroverà Teresa, ma loro non si erano mai persi…era un giorno di fine estate, 1 settembre 2009. Quel pomeriggio all’Arena di Milano Gino salutò Teresa con parole che non si dimenticano: “…sono arrabbiato con te, molto, troppo, perché mi hai tolto la possibilità di restituirti almeno un po’ di quell’amore che mi hai dato in 40 anni…”. Allora mi piace pensare che Teresa abbia solo voluto partire, e arrivare prima di lui da qualche altra parte, per capire cosa e come fare per organizzare una comunità, come fare e come muoversi per far sì che le persone possano incontrarsi e continuare a lavorare per un mondo diverso, più umano.

Controvento, una volta ancora e come sempre nella loro vita, fin da quel 15 maggio 1994 quando a Milano il loro sogno prese forma e si fece conoscere. Il nome era un messaggio al mondo: Emergency. L’obiettivo era ambizioso, forte e chiaro: offrire cure mediche e chirurgiche gratuite alle vittime di tutte le guerre, e per far volare quel sogno serviva coraggio e forse quella piccola dose di follia capace di trasformare il sogno in realtà. Una magia, forse, che assomiglia tanto a una favola, ma questa volta vere entrambe. Quella favola continua ancora oggi, in Afghanistan e in Iraq, nella Repubblica Centroafricana, in Sierra Leone e in Sudan.

Il futuro si scrive ogni giorno, credendo nelle proprie idee e lottando anche contro i mulini a vento se necessario. Questo ci ha insegnato Gino Strada, ed è il regalo più grande che ci ha lasciato. Le guerre continueranno a violentare il mondo, uomini senza scrupoli e politici corrotti continueranno a sporcare ogni angolo della terra, i soldi e il potere continueranno a muovere gli interessi più inumani e bestiali…ma ci sarà sempre chi affronterà i mulini a vento con la forza della propria umanità, e con quella forza aiuterà bambini a nascere sotto un cielo che vomita bombe. Ci sarà sempre chi aiuterà a camminare chi aveva smesso di farlo a causa delle mine antiuomo.

Gino Strada diceva sempre che le guerre non finiscono con i trattati, perché chi firma quei trattati oggi li tradisce al sorgere del sole di domani. E allora, oggi, dobbiamo fermaci tutti, anche solo un minuto, davanti alla morte di un Uomo vero ma non per un minuto di silenzio che vale quello che vale, ma per provare a mettere insieme la sua storia e capirne il valore.

Domani tutti parleranno di Gino Strada, probabilmente a parlarne di più saranno soprattutto i suoi detrattori di sempre: chi lo ha offeso e deriso per anni, chi ha sputato tutto quello che si poteva sputare su Emergency e sulle ONG, chi si è permesso di fare dello spirito stupido e volgare anche di fronte al suo ultimo impegno in Calabria. Loro sono e continueranno ad essere le pale di quei mulini a vento contro cui Gino Strada ha sempre lottato e vinto. Perché Gino ha vinto la sua partita con la vita: vinta con il cuore e la volontà, l’ha vinta con il coraggio e l’intelligenza. L’ha vinta perché un uomo che insegue un sogno ogni giorno, e ogni giorno lavora per costruirlo, è sempre un vincitore.

Ciao Gino, è stato bello conoscerti e volerti bene è stato davvero facile.

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Ciao Gino http://www.sonda.life/il-punto-di-vista/ciao-gino/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=ciao-gino http://www.sonda.life/il-punto-di-vista/ciao-gino/#respond Sat, 14 Aug 2021 06:18:46 +0000 http://www.sonda.life/?p=8821 di Maurizio Anelli

“…Si parla della guerra: la facciamo, non la facciamo, con chi stiamo, che posizione prendiamo, come la combattiamo. Parlare, discutere, litigare sulla guerra. E viverla?

Come si sta a viverla? Che cosa si pensa, quando la si vive?

Che cosa si prova, dentro la guerra? Quali miserie, quali angosce, come si trema durante la guerra?

Proviamo a guardare la realtà di chi ne viene coinvolto, proviamo a passare questo confine… Cominciamo ad ascoltarne le storie, che sono storie di uomini. Credo che conoscerle sarebbe sufficiente, a quasi tutti noi, per cambiare idea sulla guerra. Storie vere, non manipolate… Proviamoci. Dopo, forse, potremo parlare della guerra a buon diritto e, quasi certamente, in modo diverso…”

(Gino Strada, dal libro “Buskashì”)

Gino Strada se ne va, in punta di piedi come fanno le persone che per tutta una vita hanno lottato per qualcosa che rendesse la vita degna di essere vissuta. Una vita controvento, in direzione ostinata e contraria. La storia di Emergency, costruita e vissuta con Teresa, la compagna di sempre, non ha bisogno di essere raccontata: chiunque abbia sentito il desiderio di conoscerla lo ha già fatto, e poi è una storia che si racconta da sola. Chi solo oggi sente questo bisogno ha tutti gli strumenti per poterlo fare in totale autonomia, ma oggi non è il tempo di ricordare e ripercorrere il cammino di Emergency. Oggi è tempo di fermarsi un momento, guardarsi indietro e al tempo stesso guardare avanti: indietro, per guardare al cammino di Gino Strada e capire, una volta di più, quello che abbiamo perso; avanti, per vedere il tanto che con lui abbiamo imparato, amato e conosciuto. Avanti, per continuare quel cammino e continuare a camminare quel sentiero.

Su quel sentiero, oggi, Gino Strada ritroverà quel fiore rosso, forte e bello come la pace: ritroverà Teresa, ma loro non si erano mai persi…era un giorno di fine estate, 1 settembre 2009. Quel pomeriggio all’Arena di Milano Gino salutò Teresa con parole che non si dimenticano: “…sono arrabbiato con te, molto, troppo, perché mi hai tolto la possibilità di restituirti almeno un po’ di quell’amore che mi hai dato in 40 anni…”. Allora mi piace pensare che Teresa abbia solo voluto partire, e arrivare prima di lui da qualche altra parte, per capire cosa e come fare per organizzare una comunità, come fare e come muoversi per far sì che le persone possano incontrarsi e continuare a lavorare per un mondo diverso, più umano.

Controvento, una volta ancora e come sempre nella loro vita, fin da quel 15 maggio 1994 quando a Milano il loro sogno prese forma e si fece conoscere. Il nome era un messaggio al mondo: Emergency. L’obiettivo era ambizioso, forte e chiaro: offrire cure mediche e chirurgiche gratuite alle vittime di tutte le guerre, e per far volare quel sogno serviva coraggio e forse quella piccola dose di follia capace di trasformare il sogno in realtà. Una magia, forse, che assomiglia tanto a una favola, ma questa volta vere entrambe. Quella favola continua ancora oggi, in Afghanistan e in Iraq, nella Repubblica Centroafricana, in Sierra Leone e in Sudan.

Il futuro si scrive ogni giorno, credendo nelle proprie idee e lottando anche contro i mulini a vento se necessario. Questo ci ha insegnato Gino Strada, ed è il regalo più grande che ci ha lasciato. Le guerre continueranno a violentare il mondo, uomini senza scrupoli e politici corrotti continueranno a sporcare ogni angolo della terra, i soldi e il potere continueranno a muovere gli interessi più inumani e bestiali…ma ci sarà sempre chi affronterà i mulini a vento con la forza della propria umanità, e con quella forza aiuterà bambini a nascere sotto un cielo che vomita bombe. Ci sarà sempre chi aiuterà a camminare chi aveva smesso di farlo a causa delle mine antiuomo.

Gino Strada diceva sempre che le guerre non finiscono con i trattati, perché chi firma quei trattati oggi li tradisce al sorgere del sole di domani. E allora, oggi, dobbiamo fermaci tutti, anche solo un minuto, davanti alla morte di un Uomo vero ma non per un minuto di silenzio che vale quello che vale, ma per provare a mettere insieme la sua storia e capirne il valore.

Domani tutti parleranno di Gino Strada, probabilmente a parlarne di più saranno soprattutto i suoi detrattori di sempre: chi lo ha offeso e deriso per anni, chi ha sputato tutto quello che si poteva sputare su Emergency e sulle ONG, chi si è permesso di fare dello spirito stupido e volgare anche di fronte al suo ultimo impegno in Calabria. Loro sono e continueranno ad essere le pale di quei mulini a vento contro cui Gino Strada ha sempre lottato e vinto. Perché Gino ha vinto la sua partita con la vita: vinta con il cuore e la volontà, l’ha vinta con il coraggio e l’intelligenza. L’ha vinta perché un uomo che insegue un sogno ogni giorno, e ogni giorno lavora per costruirlo, è sempre un vincitore.

Ciao Gino, è stato bello conoscerti e volerti bene è stato davvero facile.

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Sceriffi e vecchi fantasmi http://www.sonda.life/approfondimenti2/sceriffi-e-vecchi-fantasmi/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=sceriffi-e-vecchi-fantasmi http://www.sonda.life/approfondimenti2/sceriffi-e-vecchi-fantasmi/#respond Thu, 29 Jul 2021 05:33:17 +0000 http://www.sonda.life/?p=8818 di Maurizio Anelli

Voghera, luglio 2021.

In una notte d’estate i fantasmi si prendono la strada e scrivono la loro legge. Si sentono forti, forti del silenzio e della complicità delle istituzioni e di quella parte dei cittadini che li hanno votati ed eletti. Forti di quel senso del potere che si prende tutto e diventa una questione che esce dai confini della cronaca per entrare, con tutta la sua violenza, nel recinto della politica e della vita sociale.

Voghera è un comune italiano della provincia di Pavia, poco meno di 40mila abitanti. Nell’ottobre del 2020 il centrodestra vince le elezioni amministrative e Paola Garlaschelli diventa la prima sindaca donna di Voghera. Nella sua giunta un posto di rilievo spetta a Massimo Adriatici: assessore allaSicurezza, Polizia Locale e Osservatorio sull’Immigrazione. Ex funzionario di Polizia, avvocato, nel suo curriculum spicca anche il ruolo di docente universitario “di diritto processuale penale nel corso di laurea in Informatica Giuridica e per la Pubblica Amministrazione”.

A Voghera lo chiamano “lo sceriffo”. E lui ha un’idea tutta sua della sicurezza e del diritto, e questa idea è condivisa da tanti e non solo a Voghera. È condivisa dal segretario del suo Partito, per esempio, al punto che quando il corpo di Youns El Boussetaoui era ancora caldo, Matteo Salvini già parlava di “Legittima difesa”.

Youns El Boussetaoui aveva 39 anni, una storia difficile e una vita ai margini della società. In tanti hanno già scritto di lui: extracomunitario, un carattere che certo non lo ha aiutato nella vita ma…chi davvero conosce la sua vita e la sua storia, i suoi problemi? Aveva bisogno di aiuto, invece ha avuto un colpo di pistola. Uno “sceriffo” non ha tempo per capire e per aiutare, uno “sceriffo” viene pagato per mantenere l’ordine e la sicurezza nelle strade e Massimo Adriatici il suo compito lo svolgeva alla luce del sole e a petto in fuori. Girava per le strade con la pistola in tasca, e ora a Voghera sembra che tutti lo sapessero. Che strano, il giorno dopo tutti sanno sempre tutto…tutto quello che prima si è finto di non vedere e di non sapere, anzi prima andava bene a tutti.

Poi, una sera d’estate, i fantasmi si prendono la strada e scrivono la loro legge. E su un uomo di 39 anni, ai margini, cala il silenzio della città e delle istituzioni. Perché questo è successo, anche quando il 24 luglio le associazioni antirazziste promuovono in Piazza Meardi una grande manifestazione, a cui aderiscono Arci, Cgil, Anpi, Rifondazione e Rete antifascista di Pavia. In quella piazza ci si ritrova per esprimere rabbia e indignazione per la morte di Youns El Boussetaoui. Fra gli altri ci sono anche i giovani e gli operatori della struttura che nel tempo aveva teso la mano a quell’uomo ai margini e di lui ricordano che “se trattato con rispetto rispondeva con rispetto…”

Nello stesso giorno il silenzio assordante delle istituzioni era rotto dal comunicato ufficiale del Sindaco di Voghera, Paola Garlaschelli. Fra le righe più inquietanti e inaccettabili di quel comunicato è doveroso ricordarne alcune: “… Sono giorni difficili per la nostra Comunità. Siamo increduli per la tragedia che si è consumata, scossi dal clamore che ha investito la nostra città e dalla strumentalizzazione mediatica che hanno assunto fatti che la magistratura è stata chiamata a chiarire.

È successo qualcosa di molto grave che inevitabilmente ci induce a riflettere profondamente. È morta una persona in circostanze drammatiche e un assessore della mia giunta, persona stimata e rispettata in città, di cui abbiamo apprezzato il lavoro di questi mesi, è stato travolto da un fatto tragico. Non sta a noi giudicarne le responsabilità o le colpe. Ciò che è accaduto ci ha colpiti profondamente, ma non fermati. Siamo stati chiamati ad amministrare Voghera e stiamo lavorando dallo scorso autunno con responsabilità, per valorizzarne le potenzialità e per migliorare la sicurezza e la qualità della vita dei cittadini…Dobbiamo ricordare che ci troviamo in un momento particolare, la pandemia ha risvegliato sentimenti di paura e diffidenza, a volte facendo emergere la parte più oscura della società, e siamo profondamente preoccupati che questa strumentalizzazione possa alimentare ulteriore rabbia e violenza.”.

Parlare di strumentalizzazione mediatica e “…di un assessore della mia giunta, persona stimata e rispettata in città, di cui abbiamo apprezzato il lavoro di questi mesi, è stato travolto da un fatto tragico…” diventa impossibile da accettare. Nessuna assunzione di responsabilità, nessuna parola di solidarietà e vicinanza verso la vittima e la sua famiglia, indifferenza totale verso il dolore degli altri.

Youns El Boussetaoui aveva due figli, e aveva scelto di vivere di elemosina nella piazza di Voghera da uomo solo e da uomo solo è stato ucciso. La solitudine e il disagio che portano ai margini della vita non hanno diritto di cittadinanza, diventano una colpa da espiare. Troppo difficile fermarsi e provare a capire il disagio altrui, tendere una mano.

L’indifferenza viaggia sempre in compagnia della cattiveria, e le parole di Matteo Salvini sono gonfie di vigliaccheria quando afferma che “…Se a Voghera quel signore che è morto fosse stato espulso dopo i reati che aveva commesso, oggi piangeremmo una vittima di meno”. È il vecchio e sporco gioco di colpevolizzare le vittime, ma forse è questa la normalità a cui questo Paese si sta abituando e, soprattutto, questa è la società che cresce intorno a noi. C’è un solco che diventa ogni giorno più profondo, divide e allontana, fa male.

Sono in molti a scavare quel solco, e sono ancora di più coloro che in quel solco vedono cadere il diritto a essere parte integrante e attiva della vita di una città, di una comunità. Su questo solco la parte più sporca del genere umano avvelena i pozzi e costruisce il proprio castello, individua il nemico e l’anello più debole della catena e in questo solco costruisce la propria carriera politica e la propria fortuna.

Quanto spazio viene concesso a chi scava questo solco? Quanta importanza e quanta visibilità viene data ad ogni loro dichiarazione, ad ogni loro parola?

Nelle strade i fantasmi raccontano la vecchia storia della sicurezza, seminano a piene mani la paura e il rifiuto verso chiunque rappresenta una differenza. Ma è una vecchia storia, appunto.

Nel Novecento questa storia ha funzionato e i fantasmi hanno vinto per un ventennio intero. Poi sono stati cacciati, ma non se ne sono mai andati veramente: hanno solo preso tempo e fiato, hanno cambiato vestito, e ora provano una volta ancora a riprendersi le strade e le vite degli altri.

Questo Paese, ma non solo questo, non ha bisogno di sceriffi e non può continuare ad avere paura dei fantasmi, è ora di affrontarli e cacciarli via una volta ancora e per sempre dalle strade e dalla mente.

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Un giorno lungo vent’anni http://www.sonda.life/generici/un-giorno-lungo-ventanni/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=un-giorno-lungo-ventanni http://www.sonda.life/generici/un-giorno-lungo-ventanni/#respond Mon, 19 Jul 2021 07:30:00 +0000 http://www.sonda.life/?p=8815 di Maurizio Anelli

“…Uscir di casa a vent’anni è quasi un obbligo, quasi un dovere,
piacere d’incontri a grappoli, ideali identici, essere e avere.
La grande folla chiama, canti e colori, grida ed avanza,
sfida il sole implacabile, quasi incredibile passo di danza…” (Francesco Guccini)

20 luglio 2001-20 luglio 2021. Vent’anni sono un soffio di vento che vola sul libro della nostra storia. In un giorno caldo nell’estate di vent’anni fa quel vento si è vestito di nero e ha soffiato feroce sui caruggi di Genova, stracciando le pagine di quel libro che raccontava la bellezza proprio degli incontri a grappoli e di ideali identici: essere e avere. Quel giorno si è spento il sole, e l’umanità ha chinato la testa impotente e umiliata, lasciando sull’asfalto la vita e i sogni di un ragazzo. Si chiamava Carlo, e la leggenda narra che Carlo significa “Uomo libero”. Hanno provato in tutti i modi a gettare fango su quel ragazzo: lo Stato, i telegiornali, l’informazione collusa e di parte. Ognuno ha tirato la sua dose di fango, ognuno di loro ha svolto il suo compito. Poi, la mattanza è andata avanti. Quei giorni sono stati raccontati in tanti modi e il termine di “macelleria messicana” è impossibile da dimenticare. Quell’asfalto di Piazza Alimonda era ancora caldo del corpo di Carlo quando alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto la violenza e la tortura vestivano la divisa dello Stato. Quelle pagine del libro sono state strappate, bruciate da quelle divise e dagli uomini che in camicia e cravatta dettavano ordini e strategie, ma sono e saranno sempre vive, sono il dito puntato contro uno Stato incapace, ancora oggi, di assumere la responsabilità politica di quella “macelleria messicana”. Sono l’atto d’accusa, lucido e spietato, verso quella politica e quelle istituzioni che scelsero di delegare il potere e la gestione dell’ordine pubblico nei giorni del G8 ai cosiddettitecnici: all’allora capo della polizia Gianni De Gennaro e i suoi uomini, ad Arnaldo La Barbera, all’epoca capo dell’antiterrorismo. Sarà La Barbera, insieme al questore di Genova Francesco Colucci, a decidere l’irruzione alla scuola Diaz.

Nel lungo periodo che precedette il G8 sui telegiornali di ogni sera si parlava degli allarmi lanciati dai servizi segreti, e ciò alimentava il clima di tensione. I fatti sono questi, hanno suscitato domande che ancora oggi attendono risposte: perché creare questo clima, a chi serve?

Nessuno ha mai spiegato e motivato la presenza di Gianfranco Fini, vicepresidente del consiglio e anima nera del governo Berlusconi, a Genova presso il comando dei Carabinieri. Nessun parlamento ha discusso sulle dichiarazioni dell’allora ministro dell’interno Claudio Scajola, che ammise di avere ordinato alle forze di polizia di sparare sui manifestanti nel caso avessero sfondato la famigerata “zona rossa” di Genova. Anzi, incredibilmente, lo stesso ministero dell’interno disse in un secondo momento che tale direttiva non violava le norme che regolano l’uso delle armi in un servizio di ordine pubblico.

Inaccettabili e vergognose anche le raffiche di promozioni e avanzamenti di carriera che hanno caratterizzato nel tempo la vita professionale di molti dei coinvolti nella “macelleria messicana”: dai semplici agenti fino alla catena di comando.

Ed è nella catena di comando che si restringe il cerchio delle promozioni eccellenti, a cominciare da Gianni De Gennaro. Uomo dello Stato, poliziotto prima e super poliziotto poi, resta al suo posto di comando per altri sei anni, fino al luglio del 2007. Esce indenne dai processi che lo vedono coinvolto per la macelleria del G8: assolto nel 2009 in primo grado, condannato in appello ad un anno e quattro mesi per istigazione alla falsa testimonianza nei confronti dell’ex questore di Genova Francesco Colucci per l’irruzione alla Diaz, infine assolto nell’ultimo grado di giudizio con la motivazione che “…non esistono prove sufficienti di colpevolezza”. Da quel momento la sua carriera accelera in modo esponenziale: nel 2008 viene nominato commissario straordinario per la crisi dei rifiuti in Campania e, nello stesso anno, direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. Nel maggio del 2012, il governo Monti gli assegna la carica di sottosegretario di Stato alla Presidenza con delega alle informazioni per la sicurezza della Repubblica. Infine, nel 2013, diventa Presidente di Finmeccanica.

La “macelleria messicana” è alle sue spalle e alle spalle dei governi che si sono succeduti nel Paese del Gattopardo, dove tutto cambia affinché nulla possa cambiare, governi che hanno sempre puntato sui De Gennaro di turno.

Di quei giorni che spegnevano il sole su Genova restano le ferite che il tempo non potrà mai cicatrizzare. Restano le accuse, durissime e inascoltate, di Amnesty International: “La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale.”

Quanto accaduto nei giorni del G8 spingerà il Parlamento europeo ad approvare una “Relazione sulla situazione dei diritti fondamentali nell’Unione europea” e a denunciare “…le sospensioni dei diritti fondamentali avvenute durante le manifestazioni pubbliche, e in particolare in occasione della riunione del G8 a Genova, come la libertà di espressione, la libertà di circolazione, il diritto alla difesa, il diritto all’integrità fisica“.

Sono passati vent’anni da quei giorni di luglio. A Genova c’erano due mondi diversi che non potevano mai incontrarsi: i grandi della terra, pieni del loro cinismo e della loro prepotenza, protetti e blindati nel palazzo. Sulle strade e sulle piazze c’era il mondo reale ed escluso da ogni scelta, e quel mondo non voleva nessuna violenza. Altri hanno costruito e alimentato quella violenza, perché così serviva al mondo dei grandi. Una generazione è uscita a pezzi, nel corpo e nell’animo, da quei giorni.

Sull’asfalto di Piazza Alimonda resta una ferita che il tempo non cancella, resta l’immagine di un ragazzo che oggi sarebbe nel pieno della sua vita, ma quella vita gli è stata rubata, cancellata in un attimo. Resta il ricordo di quella grande “folla che chiama, canti e colori, grida ed avanza, e sfida il sole implacabile, quasi incredibile passo di danza”, resta la consapevolezza che quella folla aveva mille ragioni per essere un fiume in piena sui caruggi di Genova.

Il mondo non si cambia chiedendo permesso, forse il mondo non si cambia proprio…ma il mondo, nemmeno il più folle ed egoista mondo che possa esistere, potrà mai piegare la dignità e la bellezza di chi si ostina a camminare in direzione uguale e contraria.

Martedì, 20 luglio 2021, quella piazza di Genova si riempirà ancora, come sempre ogni anno, stretti intorno ad Haidi e Giuliano. Ricordi, pensieri, canzoni e abbracci, e se gli occhi diventeranno lucidi sarà a pugni chiusi e testa alta, senza nessuna vergogna.

“… Genova non ha scordato perché è difficile dimenticare,

C’è traffico, mare e accento danzante e vicoli da camminare.

La Lanterna impassibile guarda da secoli gli scogli e l’onda.

Ritorna come sempre, quasi normale, piazza Alimonda.”

Ciao Carlo.

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La Lettura Del Mese http://www.sonda.life/arte-cultura/la-lettura-del-mese-66/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-lettura-del-mese-66 http://www.sonda.life/arte-cultura/la-lettura-del-mese-66/#respond Mon, 19 Jul 2021 06:43:25 +0000 http://www.sonda.life/?p=8812 di Giulia Caravaggi



CAMMINARE

Hermann Hesse, Giorni di luglio (Guanda)

Marina Jarre, Tre giorni alla fine di luglio (Bollati Boringhieri)

Stig Dalager, Quei due giorni di luglio (Lantana)

Molto tempo dopo, quando gli uomini tornarono in quel luogo e cercarono di adibire l’antico giardino al riposo e al piacere, esso era diventato una selva. Dovettero accontentarsi. La vecchia passeggiata fra la doppia fila di platani venne comunque ripristinata, ma per il resto fu giocoforza limitarsi a tracciare attraverso la macchia alcuni sentieri stretti e sinuosi, trasformare in prati le radure e disporre panchine verdi nei punti più suggestivi.

Una natura non più addomesticata, ribelle e forse libera fa da sfondo alla più classica delle rappresentazioni: i primi tumulti sentimentali di un giovane di fine Ottocento.

Quel mare in tempesta che è sulla pagina scritta diviene realtà esperita, l’emozione prima soltanto cercata e idealizzata il vissuto del protagonista del breve racconto di Hermann Hesse e nel corso appunto di pochi giorni trascorsi per lo più a passeggiare, tanto basta a dare una svolta e a cambiare in certe età della vita.

C’era una volta una grande casa pulita che però profumava già di polvere…. [FINE]

“– È come se fossimo attaccati a una catena, – disse Valeria, – no, come se fossimo anelli d’una catena.

L’italianissima Marina Jarre in Tre giorni alla fine di luglio racconta di un uomo non più giovane, ma neanche vecchio che da Milano dove vive con la moglie e le figlie torna a Torino per appunto tre giorni dalla prima moglie e dal loro primo figlio.

Ospite della sorella nella vecchia casa dei genitori già morti da tempo, siamo alla fine di luglio, in piena estate e fa caldo.

Passeggiate per le vie della città, insoliti incontri e di notte i corridoi di abitazioni oramai abbandonate: “– Li sogno sempre sulla porta, – disse Valeria, – non so cosa significhi. Non so se arrivano o se partono. Lorenzo pensò che Valeria parlava di solito al presente dei genitori come se fossero vivi. Perciò voleva andarsene dalla casa e ammucchiava gli oggetti? Tutte cose loro, in fondo, di Valeria non c’era nulla fuorché i libri posati dappertutto, i compiti degli allievi e nella stanza sua e di Elisabetta i vestiti stirati. E, forse, le piante lasciate da Umberto.

Dove si accumulano ricordi che stimolano poi i sogni in questo breve romanzo che ha un non so che di simenoniano, ma meno greve perché la Jarre sa essere nella sua serietà quasi eterea.

E anche se non c’è scelta, nulla a cui potersi aggrappare davvero, alla fine: “ (…) qualche cosa dovrà pure andare bene. Un giorno, una squadra dell’Est (Chirghisi, Turkmeni) batterà a pallacanestro gli Stati Uniti. Scriverò il mio libro. E questa volta il frate arriverà in tempo ad avvertire Romeo.” [FINE]

Annuisce. I loro occhi si incontrano per alcuni secondi nello specchietto retrovisore. Percepisce la sua sincera preoccupazione in un’esperienza di singolare irrealtà. Dove sta andando?

Due giorni di luglio e due uomini messi a confronto, l’uno di fronte all’altro.

Due facce, lati opposti di una stessa medaglia, che però si confondono, si scambiano di posto, si trasformano l’uno nell’altro, sembrano attrarsi, addirittura non potrebbero esistere senza il proprio contrario.

E all’inverso, lo sguardo dell’uno rivolto all’altro, verso il cielo o a capo chino, i piedi di entrambi sui resti del mondo. Proiettati a più grandi orizzonti, ma già segnati sulla fronte dal proiettile pronto a colpirli.

Il dittatore e il suo assassino, giudice inquisitore, malati e disperati nell’estremo tentativo di cambiare le sorti di un mondo che è alla fine. Aggrappandosi al proprio destino, ora che non rimane più tempo: “ (…) a un ruolo in cui il senso di onnipotenza infantile e il fanatismo ribelle vanno a braccetto col disprezzo per l’uomo che ora, a qualsiasi prezzo, desidera morto. Se non è morto, deve esserlo.

All’attesa estenuante fa seguito una accelerazione improvvisa e lo schianto inesorabile e duro, si dimentica che questa è storia vera e che si sapeva già come sarebbe andata a finire.

Le divise irrigidite per ricordarsi di chi si è davvero e così ancorati a sé stessi, l’uno è Hitler mentre l’altro è il colonnello von Stauffenberg, qui dove non c’è più lo spazio per poter camminare.

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La Terra di nessuno e la bellezza dell’utopia http://www.sonda.life/in-evidenza/la-terra-di-nessuno-e-la-bellezza-dellutopia/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-terra-di-nessuno-e-la-bellezza-dellutopia http://www.sonda.life/in-evidenza/la-terra-di-nessuno-e-la-bellezza-dellutopia/#respond Wed, 14 Jul 2021 10:19:45 +0000 http://www.sonda.life/?p=8806 di Maurizio Anelli

Quella “Terra di nessuno” dove niente ha più valore, dove la cultura dell’abuso contamina l’uomo e lo spoglia di ogni traccia di umanità. Difficile capire l’origine della cattiveria: forse qualcuno nasce malvagio oppure lo diventa con il tempo, con il cattivo esempio e per quel senso di impunità che entra nella mente senza passare dal cuore. Resta quell’odiosa e primordiale traccia di ferocia che esce dall’armatura umana ed esplode, opprime e sopprime chi cammina dall’altra parte della strada.

Il potere, e non conta quanto grande sia, ubriaca facilmente gli uomini, li plasma un giorno alla volta e li trasforma secondo le proprie esigenze: tante volte li veste con una divisa e crea il suo personale esercito della salvezza, a cui affidare il compito vigliacco di gestire l’ordine con ogni mezzo e a qualunque prezzo. In genere il compito viene svolto in silenzio, senza dare troppo nell’occhio, altre volte viene eseguito a voce alta, senza vergogna e alla luce del sole come a voler dimostrare di non temere niente e nessuno.

Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il compito è stato eseguito in questo modo e in favore di telecamere. C’era la convinzione che quelle telecamere sarebbero state spente e che, in ogni caso, nulla sarebbe trapelato, c’era la certezza di quel senso di impunità che viene dall’indossare una divisa dello Stato, quello Stato che ha sempre protetto, tollerato e incoraggiato il compito. Quello Stato che ha sempre coperto ogni nefandezza dei suoi uomini peggiori, occultando prove e testimonianze, minacciando chi osava denunciare e chi non si allineava.

Santa Maria Capua Vetere è solo l’ultimo anello di una “catena di comando” che negli anni ha sputato sulla Costituzione e sul proprio giuramento di fedeltà alla Costituzione. Sono passati vent’anni esatti dal G8 di Genova: Amnesty International commentò quei giorni come “…una violazione dei diritti umani di dimensioni mai viste nella recente storia europea”. A quelle violenze di massa, lo stato italiano rispose con l’impunità e pene minime, in molti casi con promozioni per i colpevoli, in ogni caso senza assunzione di alcuna responsabilità. Per tutto questo l’Italia ricevette una serie di condanne dalla Corte europea dei diritti umani, ma poco o nulla cambiò. Ancora oggi la discussione sui codici identificativi rimane lettera morta. Ma Genova non fu un fatto isolato e non fu l’ultimo: la morte, in seguito alle violenze subite, di Federico Aldrovandi in una strada sotto la luna di Ferrara e la morte in carcere di Stefano Cucchi sono il simbolo del modo di agire che molti rappresentanti delle forze dell’ordine hanno fatto loro. Questo modo di agire non può essere considerato come la variabile impazzita di alcune mele marce. Quando le mele marce sono tantissime significa che l’albero è malato alle radici. E le radici sono “la catena di comando”, perché è vero che le violenze sono materialmente eseguite dai singoli ma è fuori discussione che i singoli sanno che qualcuno li proteggerà dall’alto.

A Genova, come a Santa Maria Capua Vetere, i protagonisti delle violenze erano in maggior parte agenti di Polizia che arrivavano da altre sedi. Perché fare arrivare i giustizieri da un’altra città?

Quanto successo a Santa Maria Capua Vetere è passato sotto silenzio per moltissimi mesi, eppure la situazione nelle carceri italiane, che già di suo era ed è grave e preoccupante, è esplosa durante la prima fase della pandemia da Covid in tante città italiane. Carceri fatiscenti e condizioni di sovraffollamento oltre il limite dell’umano, isolamento dei detenuti: tutto ha contribuito a innescare l’Incendio finale. Ogni giorno che passa racconta nuove verità: Samuele Ciambriello è il Garante campano dei detenuti, e in una dichiarazione rilasciata alla RAI afferma che “…quello che abbiamo visto nei video e nelle foto che stanno girando è solo una parte delle violenze, le immagini più raccapriccianti sono nei video che ha solo la Procura”.

https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Santa-Maria-Capua-Vetere-violenze-in-carcere-Ci-sono-immagini-piu-raccapriccianti-33614f8f-7397-4c42-9952-66fd53ea220f.html.

E questa è la cronaca, che diventa storia. Poi c’è qualcosa che va oltre la cronaca e, forse, non entra nemmeno nella storia ufficiale ma in quella che è la nostra storia personale: è qualcosa che fa parte di noi, di come e quanto si reagisce e ci si indigna di tutto questo, fino a che punto tutto questo entra a far parte della nostra voglia di sentire questi schiaffi come se fossero rivolti anche sulle nostre guance, sul nostro vivere quotidiano. Perché in carcere ci sono altri, così come altri erano sulle strade di Genova, nella scuola Diaz o a Bolzaneto vent’anni fa.

E poi Federico Aldrovandi, e Stefano Cucchi… C’è un quotidiano da vivere, e in quel quotidiano ognuno ha la sua storia, il suo giardino da difendere e la sua sfera di affetti e di diritti, il lavoro, l’affitto o il mutuo da pagare, la rata dell’automobile, magari i figli da crescere. C’è un privato che prevale sul collettivo, e quella parola “bene comune” che diventa un peso troppo grande da condividere e per cui combattere. Alzare lo sguardo e riuscire, almeno per un momento, a guardare oltre il proprio giardino… potremmo vedere lontano: vedremmo un mondo diverso da quello che ci viene proposto, vedremmo un modello sbagliato di società dove gli ultimi della fila sono sempre più ultimi, emarginati da una società che è fondata sull’apparenza e sul vuoto. Alzare lo sguardo costa fatica, costringe a prendere atto di quell’apparenza e di quel vuoto e costringe, soprattutto, a fare qualcosa per provare a spostare almeno una parte di quell’equilibrio artificiale che abbiamo accettato.

Utopia, forse. Ma le utopie sono come le favole che ci raccontavano i nostri vecchi quando eravamo bambini prima di spegnere la luce, e noi le ascoltavamo perché scacciavano le paure e ci facevano crescere. Oggi abbiamo capito che le favole erano, appunto, favole e allora è il momento di riprendere a credere alle utopie, per scacciare le nuove paure prima che qualcuno spenga la luce e andare avanti. Il mondo non si cambia chiedendo il permesso, bisogna volerlo e lottare per questo anche quando sembra una battaglia persa, anche quando costa una fatica enorme.

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Collettiva di arte contemporanea negli spazi di Villa Tittoni Traversi – Desio http://www.sonda.life/arte-cultura/collettiva-di-arte-contemporanea-negli-spazi-di-villa-tittoni-traversi-desio/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=collettiva-di-arte-contemporanea-negli-spazi-di-villa-tittoni-traversi-desio http://www.sonda.life/arte-cultura/collettiva-di-arte-contemporanea-negli-spazi-di-villa-tittoni-traversi-desio/#respond Tue, 13 Jul 2021 07:14:58 +0000 http://www.sonda.life/?p=8803 di Giulia Rocco

Il Museo Giuseppe Scalvini e il Club Miniaci hanno presentato la “Collettiva di Maestri Contemporanei” presso Villa Tittoni Traversi a Desio, con entrata libera e la possibilità di visitare lo splendido parco in cui la villa è immersa. La mostra collettiva dedicata all’arte contemporanea è stata curata da Cristiano Plicato Pittore e curatore del museo Scalvini di Desio, e voluta dal Club Miniaci.

Dopo mesi complessi e di sacrificio, ecco che la mostra inaugurata il 19 giugno, alla presenza del Sindaco di Desio Roberto Corti, conferma il fermento mai venuto meno e l’urgenza di proseguire nella propria ricerca, di importanti protagonisti dell’universo artistico contemporaneo. E’ questo un momento di restituzione e condivisione che nel percorso di un artista continua ad essere fondamentale. Restituzione alla cittadinanza attraverso una mostra vuol dire confermare l’utilità del proprio lavoro anche rispetto ad una comunità.

Gli artisti esposti:

Franco Corbisiero – Davide Disca – Fabio Giampietro – Giuliano Grittini – KayOne – Luca – Domenico Marranchino – Antonio Tamburro – Marco Tamburro – Roberto Onzati

Un’occasione per avvicinarsi alle opere dal vivo e godere in presenza di emozioni non accessibili tramite le soluzioni virtuali adottate fino a poco tempo fa a causa dell’emergenza, preziose indubbiamente durante tutto il periodo di chiusura, ma non equiparabili al trovarsi a pochi centimetri da un dipinto o da una scultura.

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Al Parco Sud Milano l’inclusione Passa Dall’Agricoltura http://www.sonda.life/citta-in-movimento/al-parco-sud-milano-linclusione-passa-dallagricoltura/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=al-parco-sud-milano-linclusione-passa-dallagricoltura http://www.sonda.life/citta-in-movimento/al-parco-sud-milano-linclusione-passa-dallagricoltura/#respond Tue, 22 Jun 2021 13:10:36 +0000 http://www.sonda.life/?p=8797 Di Filippo Nardozza.

Un nuovo progetto di rigenerazione territoriale e sociale nella grande area verde che copre la cintura meridionale della città, per il recupero dell’agricoltura ecologica, il coinvolgimento della cittadinanza e l’inserimento lavorativo di ex-minori non accompagnati.

Produzione agro-ecologica su 13.500 metri quadrati di terreno a sud-ovest di Milano (con ortaggi, fragole e addirittura luppolo per fare la birra); formazione e inserimento lavorativo di almeno 16 giovani di origine straniera; mobilitazione della cittadinanza attraverso il coinvolgimento di 150 famiglie/individui in Gruppi di Acquisto Solidale (GAS) e la costituzione di un’Associazione per il mantenimento di un’agricoltura contadina (AMAP).

Sono gli assi portanti del progetto “CS’A – Cascina Sant’Alberto. Nuovi modelli di economia solidale a sostegno dell’agricoltura sociale”, sostenuto da Fondazione Cariplo e guidato da diverse realtà milanesi del terzo settore, con l’obiettivo di contribuire allo sviluppo di una filiera agricola sostenibile a livello ambientale, sociale ed economico all’interno del Distretto del Parco Sud Milanese (Rozzano, con Cascina Sant’Alberto, e Cisliano), come strumento di presidio ambientale e fattore di sviluppo economico locale.

Ne sono protagonisti la Fondazione ACRA, che promuove attività di educazione alla cittadinanza globale e modelli di produzione e consumo sostenibili; il DESR, distretto di salvaguardia e riqualificazione del Parco Sud; l’ente di formazione Le Vele; la cooperativa agricola Madre Terra, che accompagna giovani rifugiati ed ex minori stranieri non accompagnati in un percorso di autonomia presso la Cascina Sant’Alberto, dove si realizzerà parte dell’attività: “Spesso si sente parlare di conversione dei terreni all’agricoltura biologica o alla produzione agroalimentare, ma il nostro progetto ha in più l’obiettivo di generare un cambiamento virtuoso nei territori, intesi come comunità che abitano i terreni, utilizzando l’agricoltura e il consumo consapevole per generare opportunità di inclusione sociale”, racconta Don Mapelli che guida la cooperativa Madre Terra.

Il Parco Sud di Milano con i suoi 47.045 ettari è il parco agricolo più grande d’Europa, presidio importante per la tutela del paesaggio, visto l’inarrestabile consumo di suolo (32% Milano e provincia), il degrado paesaggistico legato all’urbanizzazione crescente e l’abbandono delle terre, causato dall’attuale sistema agroalimentare che rende insostenibile la produzione agricola, sia ecologicamente che economicamente.

Un’alternativa verde esiste per la nostra città di Milano, grazie alle numerosissime esperienze di agricoltori e produttori illuminati, gruppi di acquisto solidale, associazioni, cittadini, distretti di economia solidale, che negli ultimi decenni si sono mobilitati per nuovi modelli di produzione agroalimentare, sostenibile sia per l’ambiente che per le persone” racconta Valentina Rizzi, responsabile area Italia Europa dell’ONG ACRA.

Distribuzione e beneficiari

I prodotti derivanti dall’attività agricola e di inclusione lavorativa nell’ambito di Cooperativa Madre Terra saranno acquistabili attraverso dei GAS: ogni settimana cassette di verdura e frutta per garantire alla cooperativa una domanda stabile e sicura per la pianificazione delle colture e offrire al contempo alle famiglie aderenti l’approvvigionamento di frutta e verdura biologiche e locali;

A beneficiare del progetto 16 giovani ex minori stranieri non accompagnati (MSNA) attualmente accolti presso l’Associazione Una Casa Anche Per Te, 4 membri dello staff della Cooperativa Madre Terra; 8 aziende agricole del territorio e, indirettamente, almeno 5.000 cittadini e consumatori

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Il Capitalismo E La Libbra Di Carne http://www.sonda.life/in-evidenza/il-capitalismo-e-la-libbra-di-carne/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=il-capitalismo-e-la-libbra-di-carne http://www.sonda.life/in-evidenza/il-capitalismo-e-la-libbra-di-carne/#respond Tue, 22 Jun 2021 12:52:46 +0000 http://www.sonda.life/?p=8792 Di Maurizio Anelli.

La chiamano “guerra fra poveri” ma il suo vero nome è Lotta di classe”, solo che in molti hanno paura a chiamarla così. Forse perché sono moderni, al passo con tempi dove le lotte degli ultimi non trovano più posto. La morte di Adil Belakhdim davanti ai cancelli della Lidl di Biandrate ci ricorda invece che questi tempi sono intrisi di questa lotta: il capitalismo non ha mai avuto un’anima, il suo volto è un buco nero dove non c’è spazio per i sentimenti, per il rispetto della vita. Gli individui sono numeri e fuori dalla porta c’è un esercito di numeri pronti per il ricambio. Gli ultimi non hanno scelta, non l’hanno mai avuta: l’alternativa è morire di fame o morire di lavoro. È così da sempre, la storia del capitalismo è questa ed è ipocrita fingere di averlo dimenticato.

Il 20 febbraio 1919, viene firmato il primo accordo con la Confederazione degli industriali per la riduzione dell’orario di lavoro a 8 ore giornaliere e 48 settimanali. Quell’accordo prevede anche il riconoscimento delle Commissioni interne in ogni fabbrica. Ma la lotta per le otto ore è ancora più antica: sono le donne, le mondine di Vercelli, ad ottenere per la prima volta in Europa le otto ore.

È il 1° giugno 1906 ma la loro lotta era cominciata molto tempo prima, nel giugno del 1882, quando le mondine di Vercelli diedero vita al primo grande sciopero delle risaie. È lunga la storia della lotta di classe in Italia e nel mondo, ha radici profonde e antiche, attraversa secoli di ingiustizie e di conquiste.

Ma il capitalismo non ha un’anima, non l’ha mai avuta. Sfrutta ogni pietra del pianeta e ogni goccia di sudore, di dignità e di fatica. È la logica del profitto, più forte e più arrogante di qualunque legge dello Stato, soprattutto quando lo Stato diventa sistema e sceglie di non intervenire, di lasciare che le “cose” seguano il loro corso: accade ogni anno nelle campagne in mano alle mafie e ai caporali, che si muovono nell’assenza dello Stato tollerante e compiacente, quindi complice. Accade a Taranto, e oggi accade in particolare nel settore della logistica diventato il girone dantesco del capitalismo.

In questi lunghi mesi di pandemia la “voce del padrone” non ha mai smesso di farsi sentire, ha dettato le condizioni: lo ha fatto nelle aziende della bergamasca e della val Seriana, nell’inverno dell’anno passato, imponendo di fatto allo Stato la non-chiusura delle sue fabbriche. Il prezzo pagato è stato altissimo, ma la vita delle persone non vale l’utile di un fatturato.

La voce del padrone oggi chiede a gran voce la fine del blocco sui licenziamenti perché “…è necessario ripartire”. Ripartire per andare dove, e come? Il settore della logistica paga, più di altri, quella logica del profitto che impone di avere tutto e subito: non sono ammessi tempi morti perché il modello produttivo esige la massima efficienza nel minor tempo. La questione non riguarda solamente l’orario di lavoro, riguarda i ritmi, il rispetto dei diritti dei lavoratori, la sicurezza. E allora in discussione è tutto il modello produttivo imposto dal capitalismo e accettato da una grandissima parte dei cittadini, cioè noi. A chi interessano davvero le condizioni di quella parte di umanità che lavora in condizioni di “moderna” schiavitù? Adil Belakhdim aveva a cuore la sorte di quella parte di umanità così vulnerabile e così emarginata, composta in gran parte da lavoratori migranti. Adil era coordinatore della sezione di Novara del Sindacato Intercategoriale Cobas, aveva 37 anni, una compagna e due figli a cui qualcuno dovrà raccontare perché non lo vedranno più tornare a casa. Qualcuno dovrà spiegare loro che difendere la dignità e il diritto diventa tante volte uno scontro mortale con il sistema. La storia di Adil sembra la “cronaca di una morte annunciata”, solo pochi giorni prima, a Tavazzano, c’erano state le prove generali: l’attacco squadristico agli operai della Fedex TNT che presidiavano i cancelli della fabbrica contro il licenziamento di 40 lavoratori. Un attacco violento e premeditato, posto in essere davanti agli occhi delle forze dell’ordine che nulla hanno fatto per impedire le violenze, concluso con un operaio ricoverato per grave trauma facciale.

https://www.milanotoday.it/cronaca/video-scontri-tavazzano.html

Adil è stato travolto e ucciso da un camion che ha deciso di forzare un blocco di lavoratori in lotta per la difesa dei propri diritti, chi guidava quel camion ha scelto di forzare quel blocco, di ignorare le ragioni di quel picchetto e di quella protesta nel giorno in cui i lavoratori della logistica protestavano anche contro quel contratto nazionale di lavoro firmato dai Sindacati confederali e giudicato negativamente. Questo accordo firmato dalle sigle sindacali, ma non condiviso dalla base, è un altro punto su cui occorre soffermarsi: c’è un vuoto di rappresentanza che appare sempre più evidente e marcato, tanto più grave in quanto presente in un settore fra i più emarginati e meno emancipati del mondo del lavoro, e dove i rappresentanti più vicini alle problematiche dei lavoratori sono tenuti ai margini di ogni trattativa. Ecco, allora, che la morte di Adil Belakhdim è qualcosa che va oltre “una morte sul lavoro”: la morte di Adil diventa la punta dell’iceberg del clima di violenza e sfruttamento che i lavoratori della logistica vivono e subiscono da molto tempo e, amarezza su amarezza, è simile alla morte di Abd Elsalam, un professore egiziano, immigrato in Italia e ucciso a 53 anni davanti all’hub della GLS a Piacenza, anche lui travolto da un camion che decide di forzare il blocco degli operai.

Era il14 settembre 2016.

Amazon, DHL e FedEx… sono solo gli esempi più famosi di un settore che durante tutto il periodo della pandemia si è enormemente arricchito senza vergogna e ritegno. Ma al “padrone” non basta arricchirsi, vuole anche la sua libbra di carne.

Sulla morte di Adil Belakhdim il Presidente del Consiglio Mario Draghi si è detto “molto addolorato” e ha chiesto che “…si faccia subito luce sull’accaduto”.  Frasi di circostanza, nulla di più di un atto dovuto, che di fatto ignorano il cuore della questione: l’esasperazione di un clima sociale, politico e umano, dove la “voce del padrone” detta ancora le regole del gioco, dove la logica del profitto e dello sfruttamento compie un salto indietro nel tempo. Nessuna regola, anzi una sola: il profitto. È l’antica guerra fra il capitale e l’individuo, e le parole di circostanza gettano solo ulteriore benzina sul fuoco esasperando un clima che assomiglia sempre più ad una resa dei conti. E allora ognuno deve fare la sua parte: il Governo, il Parlamento, e anche quel Sindacato lontano anni luce da quello che Giuseppe Di Vittorio aveva saputo immaginare e costruire. Il suo discorso in Parlamento, nel 1921, dovrebbe essere imparato a memoria da tutti i leader sindacali di oggi: “…Onorevoli colleghi, questa mattina qualcuno seduto in quest’aula, per dimostrare il suo disprezzo per la mia presenza qui, ha mormorato: “Un cafone in Parlamento…”. Ebbene sappiate che questo titolo non mi offende, anzi, mi onora, infatti se io valgo qualcosa, se io sono qua, lo devo ad Ambrogio, a Nicola, a Tonino, a tutti quei braccianti analfabeti che hanno dormito insieme a me nelle cafonerie e con me hanno mangiato pane e olio, che hanno lottato duramente per i diritti dei lavoratori, di tutti i lavoratori, perché la fame, la fatica, il sudore non hanno colore e il padrone è uguale dappertutto”.

Ecco, l’ultima frase spiega tutto: il padrone è uguale dappertutto.

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La Lettura Del Mese http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-65/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-lettura-del-mese-65 http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-65/#respond Tue, 22 Jun 2021 10:14:59 +0000 http://www.sonda.life/?p=8786
Pablo Picasso, Donna con libro (1932)


ARIDITÀ

Marzio G. Mian, Artico. La battaglia per il Grande Nord (Neri Pozza)

Astrid Lindgren, Vacanze all’isola dei gabbiani (Salani)

Gerbrand Bakker, Giugno (Iperborea)

La Scandinavia, come tutto il Nord, artico e subartico, sarà sempre più centrale nella grande narrazione umana, è quindi importante conoscerla oltre gli stereotipi e le mode. (…) Ma, soprattutto, è necessario indagare sul campo quel che accade lassù per prendere le misure del mondo che verrà.

Una bella galoppata tra passato, presente e futuro di un luogo che si credeva senza storia e invece no. Tra studiosi e ricercatori, imprenditori, uomini d’affari, locali e immigrati, stranieri, tribù e nuovi arrivati, politici e cacciatori, lavoratori e disoccupati, vecchie e nuove generazioni, grandi e super potenze industriali, energetiche e militari, interessi economici e le nazioni sull’orlo di un vuoto, precipizio globale.

Sullo sfondo animali destinati a sparire, le estese mandrie di renne e caribù, assordanti stormi di uccelli migratori e i pesci che trasferiscono il loro habitat abituale altrove. Attraverso terre sempre meno inesplorate, ma per assurdo sempre più sconosciute e ancora ignote, dove sembrerebbe esserci spazio per tutti, ma forse no.

Quando si dice il futuro è già qui, e non lascia scampo. Come se gli occhi fossero sempre puntati da un’altra parte, indietro o ancora una volta dalla parte sbagliata, fissi sull’ombelico del proprio paese, mentre la Storia si sposta là dove sembra che sia destinata a finire.

La natura è forza spettacolare, poesia e scenari apocalittici vanno a braccetto. Scienza, dati, cifre e racconti, geopolitica e i grandi viaggi, le esplorazioni e conquiste, i disastri ambientali taciuti e tenuti nascosti.

Luce e notte, i confini sono più netti e non ci sono ombre, la terra che scivola letteralmente sotto i piedi e si rischia di cadere e affogare, si scioglie al calore del sole che noi continuiamo ad alimentare condannandoci all’estinzione.

Difficile essere ottimisti a riguardo, ma forse non serve e così il tono di queste pagine non è eccessivamente allarmistico. Nessun vano grido, troppo semplice condanna o bandiera di parte, non c’è cattedra perché non ci sono lezioni da impartire, nessun carro e nessun vincitore. C’è solo l’urgenza e la schietta denuncia di una realtà pura e semplice, nuda e cruda, dura da accettare senza più alternative.

Un libro in formato ridotto, ma molto potente che invita a guardare là dove ci sarà una battaglia. Anzi, la battaglia dell’Artico è già cominciata e Marzio Mian lo ha testimoniato. Quando ce ne accorgeremo anche noi per davvero, non potremo dire che ce lo avevano detto. [FINE]

Chissà se alla luce di quanto letto finora, sarà più possibile un giorno ritrovare un luogo come quello descritto dalla scrittrice svedese Astrid Lindgren (1907-2002) in Vacanze all’isola dei gabbiani.

Pur essendo autrice di letteratura per bambini e ragazzi, a differenza della forse un po’ troppo eccentrica e irrequieta Pippi Calzelunghe, questo romanzo potrebbe davvero piacere e piacevolmente sorprendere tutti.

Soprattutto, proprio per quel mondo apparentemente incontaminato che una volta, da bambini, si trovava in vacanza. E così, come le vacanze e l’infanzia è destinato a finire.

Oppure no, se lo si preserva attentamente: “Questo, voleva! Vedere tutte queste cose: il sole che fiammeggiava sulle acque pallide, i bianchi gabbiani, gli scogli grigi e le rimesse per le reti da pesca al di là del fiordo dove si specchiavano così nitidamente. Voleva vedere tutte le cose che amava, e stendere la mano come per accarezzarle.” [FINE]

Does l’ha seguito come un’ombra e si allunga con un sospiro sotto il tavolo. Zeeger guarda l’orologio. Mezzogiorno e mezzo. Ma quanto può essere lunga una giornata d’estate. Klaas è tornato a casa, la sua auto sporca e sgangherata è davanti alla stalla. Presume che suo figlio maggiore sia stato al cimitero. Si avvicina alla porta a vetri e guarda il giardino che con il tempo si è riempito sempre di più.

E poi ci sono libri di cui non bisognerebbe neanche parlare, ma soltanto leggere.

Nella Postfazione all’edizione Einaudi de La domenica della vita di Queneau, Giacomo Magrini riporta, per spiegare la citazione in epigrafe al romanzo, lunghi passi dalle Lezioni di Estetica di Hegel del 1823, dove parla della pittura fiamminga tra Cinquecento e Seicento: «La pittura olandese ha saputo trasmutare in mille e mille effetti le esterne, fuggevoli parvenze della natura in quanto ricreate dall’uomo.»

Sarà che Gerbrand Bakker è olandese, ma non ci sono forse parole migliori di queste per rendere il suo romanzo. Ritratto, affresco di campagna piatta e calda ai giorni nostri dove le storie di una famiglia sono riprese per quadri, inquadrature, piccole e brevi scene come se fosse un film.

Due soli giorni, a distanza di quarant’anni e nel mese sempre di giugno. Tre fratelli, un padre e la madre, una moglie di cui non viene mai fatto il nome e una bambina resa con rara maestria la cui voce sembra quasi di potere sentire viva al proprio fianco.

Così come è vivo tutto in questo indolente romanzo, dice sempre Hegel: «Quest’imperturbabilità per l’esterno e l’interna libertà nell’esterno è ciò che esige il concetto dell’ideale.»

Nulla accade, se non la vita infatti e ancora una volta, come in un quadro fiammingo: “C’era anche un bucato steso ad asciugare, quel giorno, un bucato bianco, lenzuola che sbattevano nel vento di giugno. Forse l’aveva ritirato sua madre. E qualcuno, non ha la più pallida idea chi, aveva spento la radio. E aveva fatto bene, perché non passava quasi ora senza che suonassero quella maledetta canzone.

Un libro dannatamente bello e nonostante il caldo, tutt’altro che arido!

A cura di Giulia Caravaggi

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La Porta Chiusa http://www.sonda.life/in-evidenza/la-porta-chiusa/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-porta-chiusa http://www.sonda.life/in-evidenza/la-porta-chiusa/#respond Tue, 08 Jun 2021 19:25:09 +0000 http://www.sonda.life/?p=8779 Di Maurizio Anelli.

Chiudere la porta. Un gesto facile da compiere, ci fa sentire sicuri…fuori dalla porta restano tutte le paure e gli incubi, le ansie, le responsabilità e i sensi di colpa. Dentro le nostre case restiamo noi con le nostre certezze e le nostre sicurezze. Perché mai mettere in discussione il nostro vivere quotidiano, condividere quello che con tanta fatica abbiamo costruito, messo da parte? Perché mai dare ad altri la stessa possibilità di sognare e costruire un futuro? Abbiamo molto di cui chiedere scusa a chi è nato nella parte sbagliata del mondo: per secoli abbiamo fatto i padroni nelle terre che non sono nostre, abbiamo portato via la loro ricchezza, la loro storia, la loro cultura. Abbiamo sfruttato e colonizzato, abbiamo contribuito a creare governi e guerre, ma lo abbiamo chiamato progresso…anzi, civiltà.

Civiltà, una parola della quale ci si appropria troppe volte, spesso per assegnarle un significato che giustifichi i propri comportamenti, ma gli uomini amano credere alle proprie bugie.

Poi arriva il giorno in cui le scelte accumulate nel tempo chiedono il conto, chiedono l’assunzione delle proprie responsabilità. Quel giorno, questa società sbagliata, profondamente disuguale e ipocrita, mostra tutto il suo fallimento e la sua fragilità, e sa solo chiudere la porta.

Succede in gran parte del mondo, succede nei paesi più ricchi e considerati modelli di democrazia in base a criteri astratti e discutibili, succede anche dove si pensa che non poteva succedere.

In Danimarca il Parlamento approva una legge che impedisce l’arrivo dei migranti le cui richieste di asilo saranno gestite, d’ora in avanti, da centri di accoglienza situati in “paesi terzi”. In quelle sedi sarà valutato chi potrà essere accolto e chi, invece, dovrà essere espulso. Questo succede con un governo socialdemocratico guidato da Mette Frederiksen, e la Danimarca diventa così il primo Paese europeo a stabilire per legge una politica di esternalizzazione delle frontiere allo scopo di bloccare il flusso dei migranti. Sappiamo tutti come funzionano i centri di accoglienza, i CPR presenti sul territorio italiano mostrano ogni giorno il clima di violenza e disumanità che si instaura in quei Lager di Stato dove i diritti umani non hanno cittadinanza.

La legge approvata in Danimarca a larghissima maggioranza pone però una domanda nuova: quali saranno gli stati terzi dove la sorte dei migranti verrà discussa e decisa? Non è dato saperlo, anche se alcune indiscrezioni filtrano dai media danesi che fanno alcuni nomi: Ruanda, Egitto, Eritrea.

Non è la prima volta che la Danimarca mostra il volto peggiore della sua idea di “accoglienza” e di “umana solidarietà”: per esempio è stato il primo paese europeo a dichiarare “sicura” l’area di Damasco e a consentire, per legge, il sequestro degli oggetti di valore dei richiedenti asilo.

Leggi dure e surreali, che violano palesemente i diritti dell’uomo e che riportano alla mente un passato mai davvero sconfitto. Ma la Danimarca non è il solo Paese che ha deciso di chiudere la porta.

Era l’estate del 2015 e decine di migliaia di migranti sbarcavano sulle coste di Grecia e Italia dal Medio Oriente: l’Europa stabilì che 160mila migranti dovevano essere accolti fra tutti i paesi della comunità, ma molti paesi fecero finta di non capire e di non vedere, estranei alla questione. Fra questi Paesi i più indifferenti furono, fin dal primo momento, i Paesi dell’Est europeo e da allora proprio quei Paesi hanno ulteriormente inasprito la loro ostilità nei confronti dei migranti: Ungheria, Bulgaria e Slovenia, hanno costruito muri e recinzioni, contrarie ostili ad ogni forma di redistribuzione dei richiedenti asilo.

C’è un vento, razzista e xenofobo, che da molto tempo soffia sull’Europa e sull’Italia stessa.

Triste e amaro che popoli e paesi che nella loro storia hanno conosciuto e vissuto sulla loro pelle la discriminazione e la migrazione siano, oggi, su posizioni ostili e razziste. Le cose vanno chiamate con il loro nome, senza ipocriti giri di parole: l’ostilità verso i migranti ha radici profonde, cresciute accanto a un’idea che si chiama razzismo. Noi italiani dovremmo conoscerla bene questa ostilità: abbiamo varcato l’Oceano sulle navi che portavano in America, abbiamo riempito i treni con le valigie legate con lo spago per afferrare la vita e, per afferrarla, abbiamo subito umiliazioni e ingiustizie. Eppure, molti di noi hanno dimenticato in fretta, al punto che abbiamo a nostra volta restituito anche a noi stessi le umiliazioni subite: le abbiamo rese a chi dal sud dell’Italia saliva al Nord per entrare nelle grandi fabbriche. Quelle fabbriche avevano bisogno di quelle braccia ma, una volta finito il turno, per molte di quelle braccia diventava difficile aprire una porta di casa di fronte ad un cartello che recitava “non si affitta ai meridionali”. Molti di noi hanno dimenticato anche questo.

Il razzismo abita anche a casa nostra, non nascondiamoci dietro un dito. Se da una parte esiste uno slancio di umana e solidale convivenza verso i migranti, dall’altra parte esiste una consistente fetta del popolo italiano che non solo condivide idee xenofobe ma appoggia totalmente l’idea del respingimento di chi attraversa il Mediterraneo e di chi cammina per chilometri sui sentieri che attraverso le Alpi portano ai valichi di frontiera. Esiste anche nei confronti dei figli di seconda, terza generazione, di chi è in Italia da tempo. Il suicidio di un ragazzo di vent’anni, Seid Visin, è solo l’ultima pagina di un racconto che troppi italiani fingono di non vedere. La sua lettera è un atto di accusa che dovrebbe farci capire tante cose: è vero, è una lettera scritta molto tempo prima del suo suicidio, ma questo non ci assolve. In quelle righe c’è tutto il senso della ferita che segna chiunque senta sulla sua pelle il rifiuto altrui. La storia di Seid ha un finale diverso rispetto alle tante vittime del razzismo in Italia solo perché il sipario sulla sua vita l’ha calato materialmente con le proprie mani, ma quelle mani sono state guidate verso quel gesto, un po’ ogni giorno. Seid aveva solo vent’anni, sulla sua storia tutti hanno sentito il bisogno di dire la propria opinione…anche il leader di quell’Italia rozza e xenofoba che ogni giorno, da anni, getta fango e menzogne sui migranti alimentando odio razzista: Matteo Salvini, che ha fatto della sua guerra personale contro i “terroni italiani” ieri e contro i “migranti invasori” di oggi la sua bandiera.

In questa stagione umana e politica, l’ostilità e il fastidio verso chi consideriamo diverso da noi è diventato un elemento quotidiano del nostro vivere, come una corazza che ci tiene prigionieri e di cui non riusciamo a liberarci. Sullo sfondo resta il senso dell’incapacità a cogliere il senso del vivere e della condivisone, e allora preferiamo chiudere la porta davanti a quello che non conosciamo o non vogliamo conoscere, preferiamo raccontare a noi stessi che non abbiamo bisogno degli altri soprattutto se gli altri non parlano la nostra lingua, se non hanno le nostre abitudini e, soprattutto, se hanno la pelle di un colore diverso dal bianco. Preferiamo continuare a vivere in un mondo dove gli ultimi, quelli in fondo alla fila, sono sempre più ultimi.

Paulo Coelho affermava che “…di solito, l’ultima chiave del mazzo è quella che apre la porta”.

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L’odore Dei Soldi http://www.sonda.life/in-evidenza/lodore-dei-soldi/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=lodore-dei-soldi http://www.sonda.life/in-evidenza/lodore-dei-soldi/#respond Sun, 30 May 2021 19:35:02 +0000 http://www.sonda.life/?p=8775 Di Maurizio Anelli.

L’odore dei soldi, da sempre. Chissà quale sarebbe, ai nostri tempi, il valore di trenta denari e chi si potrebbe tradire per così poco. Sono ancora oggi una somma per tradire, per vendere l’anima al diavolo e poi fingere che la vita possa andare avanti. L’odore dei soldi è forte, è capace di togliere il respiro e accecare la mente e il cuore, riesce a sporcare ogni cosa.

Una funivia che dalle rive del lago si arrampica sulla montagna diventa una roulette russa, e l’azzardo del gioco diventa un brivido di freddo. La funivia aveva un problema e per risolverlo si doveva fermare il gioco per il tempo necessario, ma il gioco deve continuare perché significa soldi che devono entrare.

La bella stagione è arrivata, l’estate è alla finestra. La gente ha quel bisogno dolce di festa, di compagnia, di tornare ad una vita che chiama. Per molti significa ritornare al proprio lavoro, riaprire attività chiuse da troppo tempo. E allora si chiude un occhio, a volte si chiudono entrambi. Si fanno calcoli, si guardano i turisti in fila e …perché chiudere la funivia? Vedrai, non succederà nulla, “andrà tutto bene”. Ma trenta denari non si regalano, hanno un prezzo anche loro:

il prezzo si chiama vita che vola via, che rotola dalla montagna e si schianta fra gli alberi. Trenta denari per quattordici vite spezzate e sogni interrotti. Qualcuno parla di destino, di fatalità, di disgrazia, ma la verità racconta un’altra storia ed è una storia assurda e vigliacca, dove l’odore dei soldi emerge in tutto il suo fetore. È una storia di calcoli, avidità e disprezzo della vita delle persone, è un calcio in culo all’umanità. È la storia antica di questo Paese, dove i funerali di Stato sono i figli legittimi del degrado etico e umano in cui siamo caduti: crollano ponti e funivie, malati di degrado e incuria perché curare costa tempo e denaro, meglio nascondere la malattia e sperare che vada tutto bene: poi in un giorno di agosto o in un giorno di maggio si contano le vite spezzate. Indagini e processi, a volte anche qualche condanna, ma poi il gioco d’azzardo continua fino alla prossima volta.

Cosa succede agli uomini? Prima o poi dovremo pur dare una risposta a questa domanda, perché sarebbe troppo facile fermarsi al primo nome in cima alla piramide. Forse è arrivato il momento di osservare tutta la piramide, forse ognuno di noi deve interrogare una parte almeno del proprio agire.

Nel caso specifico, la funivia del Mottarone è una brutta storia, una in più. La sua gestione diventa negli anni un groviglio burocratico: le “Ferrovie del Mottarone” sono proprietà della famiglia Nerini e dal 1970 gestiscono la funivia. Nel corso degli anni non sono mancati guasti e incidenti, manutenzione messa da tempo sotto accusa e uno stato di degrado sempre più marcato. Nel 1997 la famiglia Nerini perde, di fatto, la gestione dell’impianto. Seguono alcuni anni, gli unici a gestione pubblica, dove la gestione viene affidata al Comune di Stresa. In quel periodo vengono eseguiti lavori di manutenzione a tutela della sicurezza ma, nel 2001, l’impianto resta fermo a lungo per un grave incidente. Successivamente le “Ferrovie del Mottarone” riusciranno a rientrare in possesso dell’impianto grazie ad un bando dove loro saranno gli unici presenti. Quello che era stato tolto per “grave degrado dell’impianto” tornerà ai vecchi proprietari. Il resto è storia recente, cronaca triste di questo mese di maggio: la fune di traino della funivia, sostituita nel 1998, si spezza e perché sia successo dovranno stabilirlo le perizie. 14 nomi sono stati cancellati per sempre e non sarebbe successo se i freni fossero entrati in funzione. Ma i freni non hanno potuto fare il loro mestiere a causa della scelta criminale di chi ha deciso che così doveva essere, e nessuna perizia tecnica dovrà chiarire questo aspetto, è solo la coscienza che potrà rispondere.

Già, la coscienza…quell’ipotetica casa dove abita, o dovrebbe abitare, il senso morale dell’individuo e la sua consapevolezza etica. Ma quella casa troppe volte diventa una “Terra di nessuno”, desolatamente vuota. E quella piramide allora va osservata meglio: le decisioni si prendono al gradino più alto, poi man a mano che si scende qualcuno deve accettare quelle decisioni e difenderle, poi qualcuno deve metterle in atto e qualcun altro deve fingere di non sapere, di non vedere e non sentire.

È il senso della collettività che si è nascosto, il piacere della comunità. Lo spettacolo deve continuare, in cambio di trenta denari che non si rifiutano mai. Vale per una funivia che precipita a Stresa, per il ponte che crolla su Genova, per ogni ricostruzione mai terminata dopo un terremoto o un’alluvione. Vale per i mille morti sul lavoro, dove la sicurezza viene considerata un costo, dove si muore schiacciati dai macchinari o cadendo dalle impalcature come una volta.

Si parte e si torna tutti insieme, questo si impara quando si cammina sui sentieri. Non importa se siano sentieri di montagna o sentieri della vita di tutti i giorni. Tutti insieme, questo è quello che manca.

Nella “Terra di nessuno” non c’è posto per la coscienza, nella “Terra di nessuno” non si può perdere tempo per la sicurezza e per il “tutti insieme”, perché il tempo è denaro e trenta denari sembrano pochi, ma sono l’unica cosa che conta.

Un giorno, forse, capiremo che non valgono nulla e che la vita e la dignità sono davvero un’altra cosa.

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Bologna: EROTICART, Mostra Collettiva Presso ArteBo Fino Al 28 Maggio, Entrata Libera http://www.sonda.life/arte-cultura/bologna-eroticart-mostra-collettiva-presso-artebo-fino-al-28-maggio-entrata-libera/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=bologna-eroticart-mostra-collettiva-presso-artebo-fino-al-28-maggio-entrata-libera http://www.sonda.life/arte-cultura/bologna-eroticart-mostra-collettiva-presso-artebo-fino-al-28-maggio-entrata-libera/#respond Wed, 26 May 2021 10:10:59 +0000 http://www.sonda.life/?p=8772 di Claudia Notargiacomo

Bologna è città in fermento da sempre, dove è facile incontrare artisti, scrittori e poeti passeggiando sotto ad uno degli splendidi portici che la caratterizzano o sedendosi ad un tavolo in un cortile nascosto, ma aperto a chiunque abbia desiderio di condivisione.

Così era prima dell’emergenza sanitaria e in qualche modo così torna a vivere Bologna, con gli accorgimenti del caso e il distanziamento fisico, ma non quello sociale. Sono queste le atmosfere che si vivono in una città colta e resistente, dove è più facile ricordare che siamo esseri empatici, nati per scambio e confronto. E gli spazi della galleria ArteBo hanno accolto persone e creato uno sfondo sicuro perché si potesse condividere un momento prezioso fatto di pittura, ma anche di poesia, quella tosta, quella di strada, grazie alla presenza del poeta Jonathan Rizzo.

“EROTICART 21” è il titolo della mostra presentata presso ArteBo dal gallerista Roberto Lacentra, momento intrigante in cui conformismo e giudizi non trovano spazio, non solo per ciò che concerne la selezione delle opere esposte, ma anche per la presenza di un poeta raffinato ed elegante che sceglie di stare lontano da perbenismi e strade facili.

Ed ecco che l’occasione serve per ribadire quanto sia fondamentale e possibile continuare a sostenere e lottare perché arte e cultura non siano vittime sacrificali di un’emergenza sanitaria che, con accorgimenti e rispetto del prossimo, deve divenire opportunità per esprimere ancora maggiormente il bisogno che abbiamo l’uno dell’altro.

Alla sua decima edizione quest’anno la rassegna dedicata all’Eros coinvolge circa trenta artisti, aperta liberamente al pubblico tutti i giorni dalle 16 alle 19, è divisa in tre sale ed è stata inaugurata con la presenza di differenti performance di poesia e interpretazione attoriale.

Le opere, molto differenti tra loro, restituiscono attraverso diverse scelte stilistiche, tecniche e di espressione, quel sentimento comune che è il desiderio, nelle sue forme più dirette o solo accennate. Si alternano colori e materiali, atmosfere e condizioni dell’animo a creare un’unica grande giostra in cui gioco e leggerezza parlano di verità e umanità, dell’Eros appunto che è vita, energia e motore di azione ed evoluzione. Un’esposizione da non perdere quella di Bologna, regalandosi alcuni momenti di bellezza e socialità ritrovata.

ARTEBO.it – info@artebo.it per prenotazioni e info

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La Striscia Di Gaza Ultima Periferia http://www.sonda.life/in-evidenza/la-striscia-di-gaza-ultima-periferia/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-striscia-di-gaza-ultima-periferia http://www.sonda.life/in-evidenza/la-striscia-di-gaza-ultima-periferia/#respond Mon, 17 May 2021 19:29:37 +0000 http://www.sonda.life/?p=8768 Di Maurizio Anelli.

La striscia di Gaza brucia. Quaranta chilometri di lunghezza e dieci di larghezza dove quasi due milioni di donne, uomini e bambini, provano a sopravvivere ogni giorno, prigionieri di una vita che a loro viene negata da sempre. Una striscia, appunto, così piccola che il mondo finge di non vedere o guarda con fastidio. Eppure, quella striscia esiste: i suoi confini sono il mare e chilometri di filo spinato, sorvegliati giorno e notte dai cani da guardia dell’esercito israeliano da un lato e da quello egiziano dall’altro, a ricordare che quel lembo di terra è soltanto un’area separata dal resto della Cisgiordania che prima dell’occupazione israeliana del 1967 era sotto il controllo egiziano.

Non esiste una prospettiva di vita per i giovani di Gaza, per loro l’unica prospettiva è resistere ai bombardamenti, ai blindati e alla violenza quotidiana. In quella striscia di mondo l’acqua e l’energia elettrica sono un miraggio come lo sono la libertà e il diritto alla vita. In quest’ultimo anno si è aggiunto un nemico in più: il Covid. Il mondo ha applaudito la capacità dello Stato di Israele di aver vaccinato la maggioranza della sua popolazione, ma nei territori occupati il silenzio dei vaccini è stato assordante.

Oggi, 15 maggio, una parola più di altre rimbomba nella testa: “Nakba”.

Nella lingua araba significa“catastrofe” e ricorda le decine di villaggi distrutti e i 700mila palestinesi costretti a lasciare le proprie case per diventare profughi infiniti, e quella chiave di casa tramandata di generazione in generazione è il simbolo di quel sogno che si chiama “ritorno”.

Sulla Palestina, sulla striscia di Gaza e sulle violazioni da parte dello Stato di Israele di ogni diritto umano molti ritengono di poter raccontare la propria verità. Ma ogni verità, o presunta tale, si infrange inevitabilmente contro un muro di vergogna che si chiama “pulizia etnica”. La corsa a giustificare il diritto dello Stato di Israele a difendersi diventa affollata, ma questa corsa fuorviante e assolutoria dimentica, o finge di dimenticare, l’intero processo di violenza e di pulizia etnica portato avanti dallo stesso Stato di Israele nel corso dei decenni. È una posizione che si specchia nella totale mancanza di coraggio, umano e storico. C’è una rimozione storica delle coscienze che, dal secondo dopoguerra, convivono con il senso di colpa dell’olocausto di cui è stato vittima il popolo ebraico, e oggi gli occhi si chiudono nei confronti del popolo palestinese. Accusare oggi la politica dello Stato di Israele comporta automaticamente essere tacciati di antisemitismo e questo è inaccettabile: con il tempo l’antisemitismo è diventato uno strumento nelle mani dello Stato di Israele, con cui quello Stato condiziona e misura le reazioni della comunità internazionale. Nessun accenno, nessuna critica e nessuna censura sulla storia del movimento Sionista che affonda le sue origini negli ultimi anni dell’800. Eppure, è nelle fondamenta del Sionismo che si parla apertamente del diritto all’autodeterminazione di una “razza eletta”. La storia del Sionismo è lunga, ha radici antiche e profonde e ha visto l’appoggio delle grandi potenze europee, Inghilterra soprattutto.

Il Sionismo è ancora oggi la bandiera capace di unire i politici israeliani, e quasi nessuno ricorda loro che il Sionismo è il primo responsabile della Nakba che ha reso profughi i palestinesi sulla terra.

Ma gli storici, o sedicenti tali, spesso omettono di approfondire tutto questo di fronte a quello che da più di 70 anni sta accadendo nei territori occupati. Per chi non è uno storico, per chi semplicemente vuole “Restare Umano”, resta solo la propria coscienza.

Le piazze, in Europa e in Italia, raccontano la straordinaria mobilitazione di solidarietà con la Palestina e non solo, ma quelle piazze sembrano invisibili a tutti. Qualcosa che si chiama solidarietà alza il volume di quella voce, chiede impegni che nessun Governo si assumerà mai e gli ultimi della fila lo hanno capito da tempo e sanno che il loro destino e la loro dignità contano zero, è sempre stato così e così è ancora oggi. La classe politica italiana, perché è pur sempre in questo Paese che noi viviamo, ha dato nei giorni scorsi una dimostrazione in più della propria viltà e ipocrisia.

Tutti insieme, appassionatamente, a dichiarare la propria solidarietà al Popolo di Israele e al suo diritto a difendersi. Tutti insieme alla manifestazione organizzata dalla comunità ebraica di Roma nel ghetto della Capitale, nella fotografia di gruppo a cantare la Hatikva, l’inno nazionale israeliano. Che strano, è successo in quello stesso ghetto di Roma dove il 16 ottobre 1943 furono arrestati e deportati ad Auschwitz oltre mille ebrei romani. In seguito, il comando tedesco stabiliva che la deportazione doveva riguardare tutti gli ebrei senza distinzione di nazionalità, età, sesso e condizione. Eppure, pochi giorni fa in quel ghetto la politica italiana si ritrova compatta, comprese le forze di quel “Centrosinistra”, accanto ad esponenti della destra fascista e razzista. E allora ci si chiede anche come la comunità ebraica non abbia nulla da dire a questo proposito.

Si applaude al diritto di Israele a difendersi, facendo ancora confusione fra lo Stato di Israele e il popolo ebraico, nemmeno una parola per la Palestina e per quella striscia di 40 chilometri per 10 che rappresenta l’ultima periferia di quel mondo sempre più globalizzato dove gli ultimi sono sempre più ultimi. Le periferie del mondo soffocano, bruciano, e l’incendio che in troppi fingono di non vedere ha già acceso i fuochi. All’orizzonte non si vedono pompieri che si spendono per spegnere l’incendio: per calcolo o per scelta si vedono solo repressione e violenza. Come un disegno costruito nel tempo che prende forma, una tela di ragno tessuta con pazienza e viltà umana e politica, dove i padroni della terra si confondono e si fondono in un’unica identità: quella dominante.

Si potrebbero scrivere mille pagine sul perché la Palestina brucia. Si potrebbe e si dovrebbero rileggere almeno 50 anni di storia, e questo aiuterebbe a capire perché oggi a decidere tutto sono uomini come Benjamin Netanyahu da una parte, che si ritiene l’unico e vero erede del sionismo, e il movimento di Hamas dall’altra. Ma leggere la storia costringerebbe il mondo ad ammettere errori, sbagli e follie.

Intanto la striscia di Gaza brucia e il mondo non sente l’odore acre del fumo e le ferite delle bombe.

È l’ultima periferia e mentre il mondo guarda da un’altra parte le case di Gaza si sbriciolano, bruciano insieme a quel futuro che i suoi giovani non conosceranno mai. C’è una chiave che passa di generazione in generazione e che racconta tante cose: è il ricordo di una pulizia etnica, di un pugno di case e di umanità diventato il margine ultimo della vita e un’immensa prigione a cielo aperto. Lì, ogni giorno, la scommessa è riuscire a vedere il tramonto della sera e l’alba del giorno dopo.

Vittorio Arrigoni aveva saputo raccontare Gaza come nessun altro, lui che aveva scelto e deciso da quale parte della strada camminare. Aveva scelto di essere al fianco di quel popolo, con loro aveva vissuto e condiviso ogni passo, ogni sogno. In quella striscia ha lasciato il segno del suo passaggio e del suo cuore grande. Al suo ritorno, dentro una bara di legno, fra i tanti che si sono stretti intorno a lui e alla sua storia, alla sua famiglia, c’era un assente illustre: lo Stato italiano. È lo stesso Stato che, solo pochi giorni fa, era in quella piazza del ghetto di Roma.

Sulla Palestina e su Gaza non una parola…oggi come allora, perché le periferie del mondo non interessano a nessuno, nemmeno quando bruciano.

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La Lettura Del Mese http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-64/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-lettura-del-mese-64 http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-64/#respond Mon, 17 May 2021 19:17:56 +0000 http://www.sonda.life/?p=8766
Pablo Picasso, Donna con libro (1932)


CASALENGHITUDINE

Clara Sereni, Casalenghitudine (Einaudi)

Bernardo Bertolucci, Ultimo tango a Parigi (Einaudi)

Angelo Quattrocchi, E quel maggio fu: rivoluzione! (Malatempora)

Se apparentemente non governiamo più il mondo della cucina, se abbiamo delegato ad altro – più che ad altri – l’approntamento dei pasti, pure non va dimenticato quanto sia emotivamente intrinseca alla natura umana la condivisione del cibo e di come la sua preparazione rivesta valori qualitativi e simbolici, che rinviano al significato profondo di convivialità.” (da Imma Forino, La cucina. Storia culturale di un luogo domestico, Einaudi)

Il libro di Clara Sereni (1946-2018), Casalenghitudine è del 1987, non è un libro di ricette. Comprende delle ricette e parte dalle ricette, ma dice molto di più. Racconta tutto il resto, tutto quello che c’è dietro e che ci sta intorno, cosa significa essere donna e chissà cosa direbbe di questi tempi, delle donne e di com’è vivere ormai al giorno d’oggi.

In questo libro che tocca il genere del ricettario culinario, ma anche del romanzo autobiografico, di memorie familiare, della diaristica in cui si fanno conti con le radici e la storia, la famiglia e i genitori, l’infanzia e la giovinezza, gli studi, amori e dolori della politica e del confronto sociale, il divenire adulti. C’è una donna che mette insieme i pezzi che fanno parte di lei e si riappropria di una storia, la sua. Ma per farlo serve un modo diverso, un nuovo linguaggio, più moderno, che diviene invenzione ed è creativo e più che moderno, futuristico e quasi utopistico, è il futuro prossimo.

Tentare di mettere in ordine, pulire per fare chiarezza, non riguarda solo fisicamente la casa, ma sé stessi e il linguaggio se si vuole raccontare una storia.

Così l’identità di una donna è qualcosa che riguarda il suo corpo, ma anche la cultura e la storia. È qualcosa da cui non si può prescindere, lo sforzo e la fatica non varrebbero il gioco né la candela, ma di cui è necessario riappropriarsi ed è questo il senso di Clara Sereni, della sua vita e delle sue storie.

Il cuore di questa sua casalenghitudine: “Così le mie radici affondano nei barattoli, nei liquori, nelle piante del terrazzo, nei maglioni e coperte con i quali vorrei irretire il mondo, nel freezer: perché nella mia vita costruita a tessere mal tagliate, nella mia vita a mosaico (come quella di tutti, e più delle donne) la casalenghitudine è anche un angolino caldo. Un angolino da modificare ogni momento, se fosse fisso sarebbe morire, le ricette solo una base per costruire ogni volta sapori nuovi, combinazioni diverse. Reinventare unico sconfinamento possibile, reinventare per non rimasticare, reinventare per non mangiarsi il cuore. Tutto è già stato detto, tutto è già stato scritto (…)”. [FINE]

Ora lui si trova in un’altra stanza. Giornali ammucchiati per terra, vecchie bottiglie, un mobile a tre piedi appoggiato al muro. Lo fa dondolare. Un equilibrio instabile, ma un equilibrio. Difficile da rovesciare. L’uomo non spinge il suo gioco fino in fondo. Il vecchio canterano ritorna nella sua posizione di partenza. La zampa rotta o non è mai esistita o esiste solo nel segno che incide la moquette. La luce in quella giornata estiva, si infila nelle crepe del muro, increspature di ricordi altrui. C’è il senso di una vita precedente. (…) Anche la ragazza cerca di ricostruire la vita precedente: attraverso una cornice vuota.

Chissà quanto leggendo, hanno indovinato che si tratta di un pezzo di sceneggiatura. Eppure è proprio così, perchè la sceneggiatura di Bernardo Bertolucci per Ultimo tango a Parigi è opera a sé, che vive di vita propria e dice nelle parti che non sono parlate molto più di quanto si direbbe a parole.

È tutta qua la complessità più o meno nascosta di questo testo, tra le scale e la strada, interno giorno ed esterno notte o al contrario, tra un albergo e l’appartamento, dietro la cinepresa invadente e suoi corpi, dei personaggi poi attori.

Chi si innamora di chi, dove si interpretano veramente dei ruoli, quando ci si spoglia e ci si mette a nudo o si indossano i panni di un altro. Paul e Jeanne che si incontrano a caso e si riconoscono uniti, qual’è la fine che fanno e perché anche all’inizio, come dice il primo: “Non è un inizio, è già una fine.

È un gioco come il fuoco, di luci rossi e di ombre, che si spegne man mano e poi esplode: “Quello che in altri momenti ci era sembrato un tranquillo alberghetto di terza categoria, ora, nel fondo della notte, ci appare completamente trasformato: le ombre divorano interi muri, i corridoi sembrano non avere fine. Ha una nuova risonanza, rimanda a una geografia che ognuno di noi ha l’impressione di avere conosciuto, chissà dove. Paul si muove come il guardiano di un labirinto. Come la ronda in uno strano carcere. Si avvicina agli angoli, sparisce nel buio, riappare nel pulviscolo di luce là in fondo, vicino alle scale. E spia. Spia attraverso un sistema di piccoli fori che la carta da parati nasconde nei suoi grovigli di foglie dipinte, piccoli occhi nascosti dietro anonimi innocenti paesaggi, nascosti nel fondo di armadi vuoti, nascosti nei bui degli angoli morti.” [FINE]

Sotto il pavé, la spiaggia (sui muri del quartiere)

Esaltante per chi è ormai lontano da quegli anni e sorprendente nonostante i fallimenti successivi, per forza di parte perché a volte non ci si può che schierare, non c’è molto da fare e bisognerebbe dirlo che non c’è altra scelta. Non c’è rosso o nero, sopra o sotto, dentro o fuori, ciò che è giusto o sbagliato non conta, in fondo si sa di avere una ragione a riguardo.

Quell’energia travolgente, mai più ritrovata, riproposta ma troppo arrabbiata, sporcata o slavata, ripulita, che non è mai più stata la stessa, riaffiora e colpisce dalle pagine di Angelo Quattrocchi (1945-2009) scritte di getto a vent’anni sulla scia di un’ondata di entusiasmo già ferito e ripiegato. È prorompente e senza fare proselitismi o propagande, testimonianza pura e semplice, anche negli errori di forma o di stampa che arricchiscono il testo, la sostanza invece non cambia e il sogno su gambe incerte che avanza: “E se un giorno smettessimo di lavorare tutti insieme, apparirebbe chiaro, fin troppo evidente, che siamo noi a far girare le ruote, e che senza di noi tutte le ruote si fermano (…) Ecco, questo momento è arrivato. Il paese è fermo, ma vivo è pronto.

Poi si riparte, per una gita fuori città o qualche acquisto ai grandi magazzini: “Ciò che non hanno fatto i carri armati, lo faranno la benzina finalmente tornata e un week-end di splendido sole.

Nessun sistema da abbattere questa volta o solamente noi stessi e la spiaggia che resta sotto il pavé, ci si muove per andare in vacanza in un posto lontano o a ballare, bere un aperitivo.

E fa rabbia o tristezza, non ricorda per caso qualcosa?

A cura di Giulia Caravaggi

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“NESSUNO ESCLUSO” Mostra Fotografica Di Christian Tasso http://www.sonda.life/arte-cultura/nessuno-escluso-mostra-fotografica-di-christian-tasso/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=nessuno-escluso-mostra-fotografica-di-christian-tasso http://www.sonda.life/arte-cultura/nessuno-escluso-mostra-fotografica-di-christian-tasso/#respond Wed, 12 May 2021 19:47:26 +0000 http://www.sonda.life/?p=8760 Alla Fabbrica del Vapore fino al 28/05, entrata libera con prenotazione

di Claudia Notargiacomo

Splendida e di grande significato la mostra personale “Nessuno Escluso” dell’artista che rivoluziona l’approccio al tema della disabilità. Attraverso l’obbiettivo Tasso osserva in modo nuovo il mondo della disabilità, mettendone in evidenza ricchezza e bellezza, raccontando storia e ambizioni personali dell’individuo che tra le caratteristiche che lo contraddistinguono annovera anche la disabilità. Ecco che il fotografo esprime un punto di vista originale, proiettato alla riflessione sull’identità come insieme di sfumature, contrasti e azioni capaci di rendere unici e insostituibili.

Fino al 28 maggio 2021 la Fabbrica del Vapore presenta la ricerca di Christian Tasso, frutto di anni di lavoro: l’artista infatti viaggia, incontra e conosce, per poi restituire attraverso i suoi lavori un concetto alto e di grande valore, celebrando la diversità come risorsa per l’intera umanità. La conoscenza e la scelta di vivere e passare del tempo con le persone che diverranno protagoniste dei suoi lavori rende la restituzione vera e potente, capace di quell’energia propria della verità che arriva forte e chiara osservando le sue immagini. In uno scambio di ruoli e attraverso una comunicazione priva di sovrastrutture ecco che l’artista sollecita e accompagna i suoi protagonisti a scegliere come venir rappresentati: contestualizzazione e riferimenti attinenti alla propria vita; lavoro, famiglia e tempo libero. Sceglie per questa ricerca fotografica il bianco e nero, sull’onda dell’urgenza di focalizzarsi sulla persona e sull’identità, ribadendo il suo interesse per l’umanità nella sua moltitudine e diversità.

Christian Tasso, nel descrive come sviluppa il suo progetto, si sofferma sull’incontro e sull’ascolto. “Come ti vuoi rappresentare?” chiede sempre, spostando l’attenzione sulla persona e ribadendo l’importanza del binomio diversità-ricchezza. Sta nello sguardo di chi osserva la possibilità di evoluzione rispetto ad un tema globale. Prospettiva che l’artista conquista in modo naturale grazie al confronto, allo scambio e alla capacità di mettersi in discussione dopo il suo primo viaggio del 2009, quando al rientro riflette sulle immagini prodotte, insieme a chi lo sostiene e crede in lui.  Ed è da qui che inizia probabilmente questo splendido cammino : “Il mio sguardo si è pulito nel tempo” sottolinea Christian senza mezzi termini.

Tasso sviluppa progetti a medio e lungo termine e ciò gli permette un lavoro certamente complesso e caratterizzato da continua ricerca, evoluzione e crescita. Conosce il mondo e ne osserva la ricchezza passando attraverso luoghi di grande impatto e suggestione, ribadendo ancora una volta l’universalità e la bellezza della diversità: Italia, Ecuador, Romania, Germania, Nepal, Albania, ma ancora Cuba e Mongolia per esempio, Cambogia e Etiopia.

Cura il progetto Adelina von Furstenberg, curatrice d’arte internazionale, riferimento prezioso, capace di riunire durante la sua carriera artistica i linguaggi di tutte le discipline.

Prenotazione obbligatoria www.eventbrite.it

Ingresso gratuito dal lunedì al venerdì 12-19

Foto Manzanillo Cuba 2016 Christian Tasso

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L’ironia Per Combattere I Pregiudizi Sulle Donne Musulmane http://www.sonda.life/citta-in-movimento/lironia-per-combattere-i-pregiudizi-sulle-donne-musulmane/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=lironia-per-combattere-i-pregiudizi-sulle-donne-musulmane http://www.sonda.life/citta-in-movimento/lironia-per-combattere-i-pregiudizi-sulle-donne-musulmane/#respond Mon, 10 May 2021 19:36:41 +0000 http://www.sonda.life/?p=8757 Di Filippo Nardozza.

L’Albero della Vita lancia la campagna ‘Look beyond prejudice’ con un video firmato dalla fumettista Takoua Ben Mohamed: “Voglio dare il mio contributo contro l’islamofobia femminile utilizzando un linguaggio nuovo. Sono libera di essere me stessa e ho scelto di indossare l’hijab, così come tante altre donne”. In Italia il 65% dei musulmani dichiara di aver subìto episodi di violenza e discriminazione, con le donne vittime di discriminazione multipla.

Con il progetto MEET – More Equal Europe Together nascono osservatori locali contro le discriminazioni e laboratori di videomaking per contro-narrazioni sull’Islam.

“Talebana, tornatene a casa tua!”. “Sottomessa, l’hanno costretta a indossare il velo!”  E’ spesso molto difficile, per tanti uomini e donne radicati acriticamente nella cultura occidentale, pensare che quella di indossare il velo possa essere una scelta consapevole e da rispettare nel nome dei diritti umani e del multiculturalismo, per cui purtroppo sono comuni nella quotidianità rasi di questo tipo rivolte a ragazze e donne musulmane.

Queste stesse parole si ritrovano nel video-cartoon della campagna Look beyond prejudice promossa dalla Fondazione L’Albero della Vita, all’interno del progetto europeo contro l’islamofobia MEET-More Equal Europe Together. Preventing Islamophobia against women & girls – di cui la Fondazione è coordinatrice – e che coinvolge 5 paesi oltre l’Italia: Francia, Belgio, Polonia, Ungheria e Bulgaria.

Il video racconta la quotidianità di una ragazza musulmana nella metropolitana di una qualsiasi città europea, costretta a subire sguardi e parole giudicanti. Ma quando si sente chiamare “talebana” reagisce con ironia: si specchia nel finestrino e non vede ciò che vedono gli altri, ma anzi, quello che nota è quanto le stia bene il suo nuovo hijab rosa. Look beyond prejudice è una campagna di sensibilizzazione ed empowerment con cui la Fondazione L’Albero della Vita si rivolge ai cittadini invitandoli a guardare oltre gli stereotipi e, contemporaneamente, alle ragazze musulmane perché trovino la forza di reagire, ricordando loro che “la discriminazione sta negli occhi di chi guarda ma anche la bellezza”.

Testimonial della campagna e creatrice delle illustrazioni del video è Takoua Ben Mohamed – graphic journalist e illustratrice trentenne di origini tunisine – che proprio con il fumetto e l’ironia ha scelto di parlare di integrazione e dialogo tra culture, combattendo così i pregiudizi legati alla sua decisione di portare il velo. Il 18 maggio sarà inoltre in libreria con Il mio migliore amico è fascista (Rizzoli), il suo primo libro per ragazzi che racconta la storia autobiografica di un’amicizia che si rivela più forte di ogni differenza: quella tra una ragazza con il velo e un bulletto di periferia.  “Troppo spesso la donna musulmana viene descritta come debole e costretta a portare il velo dalla società o da una famiglia patriarcale: uno stereotipo che ha contribuito a diffondere molti pregiudizi e discriminazione nei confronti delle donne musulmane in Europa. Questa immagine non mi ha mai rappresentato perché io sono libera di essere me stessa e ho scelto di indossare l’hijab e, come me, sono moltissime le ragazze che lo portano per scelta – racconta Takoua Ben Mohamed. Essere testimonial della campagna de L’Albero della Vita significa dare il mio contributo contro l’islamofobia femminile utilizzando un linguaggio nuovo: con i miei fumetti voglio ricordare a ogni ragazza musulmana quanto sia bella e quanto si possa abbattere il pregiudizio con l’ironia e un sorriso”.

LO SCENARIO

In Italia il 4% della popolazione è di fede musulmana: circa 2 milioni e mezzo di persone di cui la metà con cittadinanza italiana. Il 65% dei musulmani italiani dichiara di aver subito violenza, pregiudizi o discriminazione. (Fonte: Vox Diritti – Osservatorio italiano sui diritti)

La Rete Europea Contro il Razzismo (ENAR) rileva che le donne e le ragazze musulmane, in particolare se indossano simboli religiosi, sono vittime di una discriminazione multipla, sulla base del genere, della religione e della provenienza, che si traduce in aggressioni verbali in pubblico, hate speech sui social media ed esclusione sociale, con difficoltà di accesso al mercato del lavoro e a corsi di formazione.

L’Albero della Vita lavora affinché nessuna bambina e nessuna ragazza conosca sulla sua pelle la vergognosa esperienza della discriminazione – sottolinea Antonio Bancora, responsabile dei progetti internazionali della Fondazione L’Albero della Vita. La società pacifica e tollerante è l’unica che può generare opportunità per i nostri bambini e giovani. Un luogo in cui condividere la bellezza di essere diversi, in una società europea che tutela i diritti inalienabili, dove ognuno possa sentirsi davvero a casa. All’interno del progetto MEET, L’Albero della Vita chiama e supporta i giovani a diventare protagonisti del cambiamento e prevenire l’islamofobia verso le donne e le ragazze”.

In questo contesto nasce il progetto MEET – More Equal Europe Together, il cui obiettivo è prevenire episodi di islamofobia nei confronti di ragazze e donne musulmane attraverso la creazione di osservatori locali che hanno il compito di monitorare episodi di razzismo e discriminazione e proporre piani di azione alle autorità locali; advocacy verso le istituzioni europee per garantire l’effettiva applicazione della legislazione esistente; infine, laboratori di videomaking ed educazione al dibattito rivolti a giovani tra 12 e 18 anni con background diversi, musulmani e non, per creare un gruppo di ragazzi e ragazze impegnati nella costruzione di una società senza discriminazioni.  Nei 6 paesi coinvolti, con l’aiuto di esperti di tecniche di narrazione cinematografica, i giovani sono stati stimolati a riflettere sugli stereotipi che riguardano le donne e le ragazze musulmane e, al termine dei laboratori, ideare video di contro-narrazione su tematiche legate all’islamofobia. Gli episodi realizzati costituiscono una web-serie europea.

Il progetto MEET-More Equal Europe Together è co-finanziato dal Programma Diritti, Uguaglianza e Cittadinanza dell’Unione Europea e coinvolge, oltre alla Fondazione L’Albero della Vita in qualità di coordinatore, altri 8 partner presenti in 6 paesi europei (Italia, Francia, Belgio, Polonia, Ungheria, Bulgaria): Pistes Solidaires – Francia; Pour la Solidaritè – Belgio; Subjective Values Foundation – Ungheria; Polish Migration Forum – Polonia; Progetto Aisha – Italia; Partners Bulgaria Foundation – Bulgaria; Lab 80 Film – Italia; FEMYSO, Forum of European Muslim Youth and Student Organisations – Belgio.

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Noi Siamo Memoria http://www.sonda.life/in-evidenza/noi-siamo-memoria/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=noi-siamo-memoria http://www.sonda.life/in-evidenza/noi-siamo-memoria/#respond Fri, 07 May 2021 08:58:09 +0000 http://www.sonda.life/?p=8754 Di Maurizio Anelli.

José Saramago diceva “…Noi abitiamo in una memoria, noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo…”.

C’era una volta una generazione che ha conosciuto tutto il male del ‘900 e dopo averlo conosciuto lo ha vinto. In cambio ha lasciato sulla strada gli anni più belli, gli amici, i sogni e gli amori. Mi siedo e ascolto la memoria, le voci si mescolano e si fondono fra di loro e mi sembra di riconoscerle tutte.  Quelle le voci mi parlano di un 25 aprile, un racconto dove la dignità diventa storia.

È una grande storia, ma ricordarla soltanto non basta. Bisogna entrarci dentro, il più possibile. Entrare e sentirne l’odore della ribellione e della dignità. I testimoni di quella storia ci salutano lentamente, ad uno ad uno. Ci lasciano un’eredità che troppe volte non sappiano rispettare, come Paese e come comunità. Ricordiamo certo, ma troppe volte il ricordo sfuma dopo la deposizione delle corone di fiori sulle loro lapidi. Il 25 aprile passa e in molti lo dimenticano all’alba del giorno dopo e, questa, è forse l’offesa più amara che si può rivolgere a quella generazione.

C’è un’idea di vita dentro la parola “Resistenza”, e quell’idea non si esaurisce il 25 aprile del 1945.

Quell’idea cammina, dovrebbe camminare, verso una società diversa da quella che oggi esiste, ma per poter camminare in quella direzione è indispensabile mettere in discussione tanto, se non tutto, di quello che la nostra società ha costruito per impedire ogni forma di cambiamento. Lo Stato, prima di tutto, o meglio…quel concetto di Stato dove il diritto si piega davanti al potere.

E le leggi dello Stato, questo Stato, si interpretano e si deformano a seconda delle circostanze. Lo Stato protegge sempre i suoi segreti e tutela sempre i suoi custodi. L’armadio della vergogna, che a Roma in via degli Acquasparta ha custodito per quarant’anni i segreti delle atrocità e dei crimini di guerra commessi dalle truppe nazifasciste nel biennio 1943-1945 è stato aperto. E questo Paese ha saputo quello che doveva sapere da subito. Ma quanti armadi, chiusi e nascosti, esistono ancora oggi?

Sono molti, qualche volta si finge di aprirne qualcuno ma è solamente una piccola fessura da cui passa un filo di quello che questo Paese sa già nella sua coscienza ma non ammetterà mai nelle aule di un Parlamento o di un tribunale.

Accendo un’altra sigaretta e la memoria non smette di parlarmi…mi parla degli anni che sono stati chiamati in tanti modi: prima gli anni della strategia della tensione, poi gli anni delle stragi fasciste e mafiose, infine gli anni di piombo. Ognuno li ricorda per come li ha vissuti e per come li ha sofferti, perché il tempo non guarisce nessuna ferita. La sigaretta finisce mentre la memoria mi chiede come li vogliamo definire gli anni che stiamo vivendo, oggi?

Mi suggerisce una risposta, la prendo per mia: sono gli anni dell’indifferenza, del silenzio e degli occhi chiusi. Quindi sono gli anni del ritorno al passato, perché non c’è nulla di tanto diverso dal passato: ieri gli occhi si chiudevano sulle leggi razziali e sul ventennio fascista che si preparava, che si faceva strada con la violenza, e dopo si chiudevano sulle stragi nelle banche e nelle piazze, nelle stazioni. Gli stessi occhi chiusi, che fingevano di non vedere le mafie entrare nelle Istituzioni e nelle banche d’affari. Con la mafia si è aperta una trattativa, gettando l’ultimo sputo sul nome di Falcone e Borsellino.

In un giorno caldo di luglio, vent’anni fa, gli occhi si chiudeva ancore sulla piazza di Genova. Quel giorno uno Stato in divisa ha ucciso una generazione: quella generazione aveva capito benissimo cosa ci sarebbe stato dopo, ma le è stato impedito di lottare contro la metastasi della democrazia.

Oggi quegli occhi sono ancora chiusi: non vedono il cimitero del Mediterraneo e non vedono quello che succede ai confini del giardino di casa. Le frontiere di Ventimiglia, i valichi di montagna che portano alla Francia, i campi della Bosnia e i campi delle campagne del nostro Paese raccolgono i profughi e gli schiavi: qualcuno scappa dalla morte e dalla miseria e qualcuno arriva, per ingrassare le mafie e i “caporali”. Intanto il Mediterraneo si gonfia di nomi e di corpi, di anime perse.

Ma noi sempre qui, con gli occhi chiusi: si celebra l’amicizia con la Libia, si rinnovano gli accordi e si aprono nuovi lager. E il 25 aprile, cosa c’entra in tutto questo, dov’è la relazione?

La relazione è lì davanti a noi, evidente ed enorme. La storia dei nostri partigiani ci racconta che il momento delle scelte arriva sempre, per tutti e in ogni momento. E quella scelta indica una strada, difficile e piena di inciampi, di rinunce e di libertà. Ecco, è quella parola: libertà…quella parola che, oggi come sempre, fa paura a chi siede a capotavola. È una parola capace di muovere le montagne e le genti, ma bisogna amarla quella parola, amarla oltre ogni limite. È il limite che occorre superare, sentire sulla propria pelle lo schiaffo e l’insulto che viene rivolto agli altri. Il 25 aprile non è un giorno che finisce al calar della sera, il 25 aprile è ogni giorno dell’anno…altrimenti non è nulla. Quando si lasciano morire i migranti al largo delle coste libiche senza intervenire, quando si girano le spalle ai profughi, quando si permette che esistano luoghi di detenzione chiamati CPR, quando si stringono accordi con paesi come la Libia e non si cancellano leggi odiose e fasciste come la Bossi-Fini, si rinnega di fatto il significato del 25 aprile. Deporre una corona di fiori ai partigiani e dimenticare tutto questo può forse illudere qualcuno di sentirsi a posto con la propria coscienza, ma così non è e non può essere.

Il valore del 25 aprile è nella lezione di vita, e di storia, che dopo 76 anni mantiene intatta quell’idea di vita e di libertà che è stata scritta con il sacrificio di chi ha dato tutto quello che poteva dare in quel tempo. C’è un tempo per ogni cosa, il nostro tempo deve essere capace di andare oltre il ricordo e l’omaggio a quella generazione e raccogliere quel testimone che quella storia ci consegna, perché quella storia è la nostra. Contestualizzare la lotta di Resistenza significa, oggi, continuare il cammino in quella “direzione ostinata e contraria” dove c’è ancora sete di diritti e di uguaglianza, di libertà. Significa non chiudere mai gli occhi su quello che accade fuori dalla nostra porta. In fondo al Mediterraneo, nei lager della Libia e nei CPR di casa nostra, nei campi profughi della Bosnia, nelle prigioni della Turchia e dell’Egitto, nella striscia di Gaza e nei tanti inferni dell’Italia dimenticata ci sono nomi e storie di donne, uomini e bambini, che aspettano il loro “25 aprile”.

La memoria che mi ha fatto compagnia questa notte mi lascia con un saluto che è un arrivederci, so che tornerà a cercarmi, a chiedere conto. Mi troverà sempre, l’aspetto.

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Prima Biennale d’Arte Omaggio al Maestro Scalvini Villa Tittoni Traversi – Desio Fino al 16 maggio, Entrata Libera Su Prenotazione http://www.sonda.life/arte-cultura/prima-biennale-darte-omaggio-al-maestro-scalvini-villa-tittoni-traversi-desio-fino-al-16-maggio-entrata-libera-su-prenotazione/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=prima-biennale-darte-omaggio-al-maestro-scalvini-villa-tittoni-traversi-desio-fino-al-16-maggio-entrata-libera-su-prenotazione http://www.sonda.life/arte-cultura/prima-biennale-darte-omaggio-al-maestro-scalvini-villa-tittoni-traversi-desio-fino-al-16-maggio-entrata-libera-su-prenotazione/#respond Fri, 07 May 2021 08:47:24 +0000 http://www.sonda.life/?p=8751 Gli eleganti spazi di Villa Tittoni Traversi a Desio, che accolgono da circa vent’anni la Donazione Museale Scalvini, saranno luogo ideale per presentare la mostra collettiva di circa quaranta artisti, pensata quale omaggio a Giuseppe Scalvini, in occasione dei vent’anni dall’apertura stessa dello spazio permanente dedicato al maestro.

Si tratta di un luogo vivo e prezioso, capace di fermento artistico e intellettuale dove in circa vent’anni sono stati esposti più di duemila artisti, tra mostre personali e collettive.

Fautore e curatore della 1° Biennale d’Arte Omaggio al Maestro Scalvini è Cristiano Plicato, direttore del museo e amico del maestro, che ha scelto di aprire la partecipazione ad artisti di ogni età, come avrebbe voluto Giuseppe Scalvini, e di ogni tendenza artistica.

Artisti:

Elena Strada, Camelia Rostom, Fiorella Immorlica, Patrizia Epifania, Fortunato Boffi, Olga Polichouk, Serena Rossi, Lydia Lorenzi, Novella Bellora, Giuse Iannello, Antonio Cuoccio, Alessandro Docci, Nadia Bonzi, Stefania Lubatti, Eddy Pettenò, Raffaella Quitadamo, Susanna Maccari, Giovanna Mancuso, Michele Sliepcevich, Luigi Franco, Giuseppe Salmoiraghi, Liliana Fumagalli, Beatrice Di Francescantonio, Lucio Barlassina, Magda Grandi, Aliona Cotorobai, Lavinia Rotocol, Jorgelina Alessandrelli, Emanuele Magri, Franco Gervasio, Filippo Borella, Laura Frigerio, Luigi Profeta, Marzia Hashal Biancato, Angela Leotta, Claudia Notargiacomo, Simona Moroni, Giorgio Basfi, Luciano Bonetti, Ornella Ogliari

L’entrata alla mostra è libera (previa prenotazione + 39.3495134975):

– 9 maggio 10.30 -12.30 e 15.30 – 18.00, giorno in cui sarà possibile partecipare anche a visite guidate alla villa e organizzate dalla FAO negli orari pomeridiani.

– 10 e 11 maggio su appuntamento e in orari da concordare

– 12, 13, 14 e 16 maggio 10.30 – 12.30 e 15.30 – 18.00

– 15 maggio premiazione degli artisti invitati alla Biennale

Il curatore Cristiano Plicato presiede la giuria, unitamente al critico d’arte Vera Agosti, al pittore professor Alessandro Savelli e alla poetessa e giornalista Malù Lattanzi.

La Donazione Museale Scalvini è uno spazio aperto ad artisti di ogni età e accoglie mostre temporanee di arte contemporanea da circa vent’anni, per la promozione della cultura e una sempre maggiore fruibilità della stessa.

Giuseppe Scalvini è stato un grande scultore milanese, le cui opere sono fruibili al cimitero monumentale di Milano e presso la Stazione Centrale meneghina.

Un’occasione di condivisione e approfondimento per la cittadinanza che, nel rispetto delle regole legate all’emergenza sanitaria, potrà finalmente fruire in presenza di ben quaranta opere.

La redazione

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Moda Sostenibile E Solidarietà: Arché Punta Sugli Studenti IED http://www.sonda.life/citta-in-movimento/moda-sostenibile-e-solidarieta-arche-punta-sugli-studenti-ied/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=moda-sostenibile-e-solidarieta-arche-punta-sugli-studenti-ied http://www.sonda.life/citta-in-movimento/moda-sostenibile-e-solidarieta-arche-punta-sugli-studenti-ied/#respond Tue, 27 Apr 2021 19:13:42 +0000 http://www.sonda.life/?p=8745 Partito, con tredici giovani creativi dell’Istituto Europeo di Design, il progetto Sustainable Denim Contest della Fondazione milanese. Le proposte moda degli studenti, a partire da denim usati, verranno prodotte dalla Sartoria Sociale Arché, luogo vivo e attivo all’interno della periferia milanese di Quarto Oggiaro che impiega donne e madri in condizioni di fragilità puntando alla loro autonomia lavorativa.

E’ un gruppo di studenti e studentesse di IED Moda Milano a dare avvio al Sustainable Denim Contest di Fondazione Archè, Onlus della periferia nord ovest milanese che da 30 anni si occupa di mamme con bambini provenienti da condizioni di fragilità: saranno un concorso creativo in cui metteranno a disposizione di un progetto solidale e sostenibile.

Fino a inizio giugno, le competenze tecniche e progettuali dei giovani creativi IED (scelti tra i corsi di Fashion Design – specializzazione in Shoes and Accessories Design e di Fashion Marketing) contribuiranno a dare nuova vita a capi in denim usati, trasformandoli e rendendoli pezzi unici e originali da riprodurre e commercializzare poi attraverso la Sartoria Sociale di Fondazione Arché, rivolta proprio all’inserimento lavorativo (prerogativa per raggiungere l’autonomia sociale) delle persone accolte nei suoi progetti.

Così, nella sede Arché di Quarto Oggiaro, gli studenti hanno ricevuto un kit di materiale da recuperare e da rigenerare: dal 3 maggio al 11 giugno 2021, con il supporto dei tutor di progetto, lavoreranno all’ideazione di proposte di accessori e capi moda da realizzarsi con i materiali forniti; successivamente, fino al 30 giugno 2021, i lavori verranno esaminati e giudicati da una giuria formata da rappresentanti dell’Istituto Europeo di Design , della Fondazione e commissari esterni. Al termine la giuria selezionerà da tre a cinque elaborati tra quelli presentati che andranno in produzione.

«Siamo molto contenti di collaborare con gli studenti e i docenti dell’Istituto Europeo di Design», commenta Paolo Dell’Oca, portavoce di Fondazione Arché.- Il loro contributo creativo è un valore aggiunto alla produzione della Sartoria Sociale Arché, sempre attenta a coniugare sostenibilità ambientale e sociale».

«Instillare la consapevolezza su queste tematiche nelle future generazioni di designer e sensibilizzarle a una creatività sostenibile a livello sociale e ambientale è motivo di grande attenzione nei nostri percorsi formativi – aggiunge Alon Siman-tov, Coordinatore della Specializzazione in Shoes and Accessories Design di IED Milano.- Siamo grati a Fondazione Arché per averci fornito una ulteriore occasione di confronto concreto sul tema, ancora più gradita per il contributo che i nostri studenti potranno apportare a un’attività di merito come la Sartoria Sociale».

Fondata nel 1991 da padre Giuseppe Bettoni, Fondazione Arché Onlus si prende cura di bambini e famiglie vulnerabili nella costruzione dell’autonomia sociale, abitativa e lavorativa offrendo servizi di supporto e cura. Lo fa a Milano attraverso Casa Carla a Porta Venezia e Casa Adriana a Quarto Oggiaro, dove ospita mamme e bambini con problematiche legate a maltrattamenti, immigrazione, disagio sociale e fragilità personale, e attraverso i suoi appartamenti che offrono alloggio temporaneo a nuclei familiari in difficoltà.

Il Progetto di Sartoria Sociale nasce dalla Cooperativa Arché Vintage, dove le sarte, oltre a creare prodotti che vengono venduti al negozio Vintage della Fondazione, offrono riparazioni sartoriali alle famiglie del quartiere e producono per i vari servizi presenti nel territorio. Luogo vivo e attivo all’interno della periferia di Quarto Oggiaro, trova spazio all’interno di un locale concesso ad uso gratuito dal Comune di Milano, e aspira ad essere un piccolo motore propulsivo all’interno della comunità, luogo di possibile incontro e mutuo supporto sulle problematiche inerenti il lavoro.

La Redazione

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La Macchina Del Tempo http://www.sonda.life/in-evidenza/la-macchina-del-tempo/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-macchina-del-tempo http://www.sonda.life/in-evidenza/la-macchina-del-tempo/#respond Mon, 12 Apr 2021 18:37:32 +0000 http://www.sonda.life/?p=8741 Di Maurizio Anelli.

Una macchina del tempo. È quello di cui questo Paese e questo mondo avrebbero davvero bisogno, per ricordare quello che è stato detto, scritto e fatto così come tutto quello che è stato sempre taciuto. Ma le magie esistono solo nelle favole e in pochi credono ancora nella bellezza delle favole e dell’utopia. È un peccato, perché il valore delle favole e dell’utopia non è nella consolazione ma nell’importanza di credere che ogni storia possa avere un finale diverso.

“Todo cambia” Cantava Mercedes Sosa, forse così non è ma credere che così possa essere un giorno è una cosa grande. Credere che un giorno il Mare Mediterraneo smetterà di essere una tomba dove seppellire i migranti, credere che un giorno sapremo tutta la verità su Giulio Regeni e Patrick Zaky potrà rientrare all’Università di Bologna e riabbracciare affetti, amicizie, credere che ogni popolo potrà avere una terra e una casa senza aver paura di essere curdo o palestinese, e senza doversi preoccupare del colore della propria pelle. Favole e utopie, sogni. Ma se si smette di credere a tutto questo, cosa ci facciamo qui? Perché siamo qui e a cosa vogliamo credere?

La macchina del tempo non esiste e allora mi metto comodo sulla mia sedia, mi verso un bicchiere e mi accendo una sigaretta e ascolto, ascolto la memoria che mi racconta…mi racconta di un mare che il tempo ha trasformato in un grande lenzuolo che ricopre storie di umanità alla ricerca di una vita che valesse la pena vivere, in fuga da violenze e miseria. Quell’umanità ha affrontato il mare guardando negli occhi le proprie paure, sfidando ogni onda e ogni tempesta. Qualcuno è riuscito ad approdare ad una riva, tanti non ci sono mai riusciti: respinti dalle onde e dagli uomini, riportati nelle stesse galere da cui erano fuggiti. Tutto questo è avvenuto nel totale disprezzo del codice del mare e della vita ma nel “rispetto” delle norme e degli accordi che Stati e Governi hanno sottoscritto e approvato.

Gli accordi fra l’Italia e la Libia entrano a pieno titolo nel libro delle vergogne dell’uomo e della storia del nostro Paese, ma quel libro non suscita nessuna vergogna nell’anima di chi ha firmato quegli accordi e scritto quel libro, anzi…quegli accordi sono stati rinnovati un anno fa e, in questi giorni, un banchiere diventato capo del Governo italiano ha fatto il suo inchino alla Libia, omaggiando il valore del suo operato nel Mare Mediterraneo. Nessuna vergogna, nessuno scrupolo e nessun tremore nella voce mentre pronunciava queste parole.

Poche settimane prima Matteo Renzi, ex Presidente del Consiglio e senatore della Repubblica, aveva reso il suo omaggio al principe ereditario Moḥammed bin Salmān, Vice Primo ministro e ministro della Difesa dell’Arabia Saudita. E l’omaggio si è arricchito di un elogio che supera l’incredibile, arrivando ad affermare che: “…È un grande piacere e un grande onore essere qui con il grande principe Mohammed bin Salman, ci sono le condizioni affinché l’Arabia possa diventare il luogo per un nuovo Rinascimento”. L’inchino al principe ereditario di un Paese che è fra i più attivi nel disprezzo e nella violazione dei diritti umani e civili è un insulto, ma anche in questo caso la vergogna si nasconde.

Affermazioni fatte da Renzi a Riyadh il 28 gennaio, ospite del Future investment initiative (Fii), un evento soprannominato anche “la Davos nel deserto” ideato nel 2017 dal Public investment fund, importante fondo sovrano della monarchia saudita dove Matteo Renzi ricopre un incarico nel comitato consultivo dell’istituto e per cui percepisce un compenso annuale. Eventi, conferenze, incontri internazionali, tutto ciò che serve per ripulire l’immagine di un Paese dove i diritti umani contano zero.

La memoria continua a parlarmi mentre accendo un’altra sigaretta: adesso mi parla di Patrick Zaky che è detenuto nelle prigioni egiziane da più di 400 giorni. Ad ogni udienza del suo processo la prigionia viene rinnovata di 45 giorni. La storia di Patrick abbraccia quella di Giulio Regeni che, nell’Egitto del generale Abdel Fattah al-Sisi ha lasciato la sua vita. L’Europa e l’Italia assistono incapaci di fare qualcosa che vada oltre una scontata protesta formale. Nessuna azione diplomatica, nessun ritiro dell’Ambasciatore ma, anzi, accordi economici e militari che fioriscono come fiori in primavera.

Abdel Fattah al-Sisi non ha un Partito alle sue spalle, ha le forze armate. E con loro sta costruendo da anni un potere e un sistema militare, politico ed economico. L’informazione, quasi interamente nelle sue mani, celebra i suoi successi e i suoi progetti. L’opposizione è imbavagliata e messa al bando, si costruiscono nuove carceri e i prigionieri politici sono ormai la maggioranza dei detenuti.

Eppure, i rapporti politici e le relazioni diplomatiche non sono in discussione, in Italia come in Europa. Con l’Egitto si fanno affari e l’industria militare italiana è in prima fila.

Il capo del Governo italiano che ha fatto l’inchino alla Libia ha accusato pubblicamente Recep Tayyip Erdoğan di essere un dittatore. L’accusa è giusta, ma viene da chiedersi come mai arriva soltanto oggi e dopo che le televisioni di tutto il mondo hanno mostrato l’ormai celebre scena della sedia negata a Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, e l’assurdo e passivo comportamento di Charles Michel, presidente del Consiglio UE. È come se prima di questo squallido episodio Erdoğan non avesse alle spalle una storia di torture, di violenze e di spregio dei diritti umani. Eppure, nella Turchia di Erdoğan, tutto questo è pane quotidiano. Nella Turchia di Erdoğan non esiste libertà di stampa e nelle prigioni turche si muore: muoiono giornalisti e oppositori del regime. Muoiono artisti e musicisti, dopo aver conosciuto le torture nelle galere di Erdoğan. Chi si ricorda, oggi, di Helin Bölek, di Ibrahim Gökçek e di Mustafa Koçak? Erano artisti, musicisti, morti dopo mesi di carcere e di sciopero della fame. La loro colpa? Facevano parte del Grup Yorum, una band musicale legata alla sinistra rivoluzionaria turca, che nelle loro canzoni hanno sempre cantato la protesta contro il governo turco e in particolare nei confronti del presidente Recep Tayyip Erdoğan.  Finirono nelle prigioni turche e da quelle prigioni sono usciti solo per il loro funerale.

La violenza e la repressione di Erdoğan si muovono ogni giorno contro le popolazioni curde, e per arrivare alla totale eliminazione dei curdi ha lasciato mano libera alla Jiad nel Rojava, proprio in quel territorio dove le milizie curde stavano ottenendo la vittoria contro l’Isis. E, in quel territorio e in quel momento, i combattenti curdi sono stati abbandonati da tutto l’Occidente.

Ma delle donne di Kobane l’Europa si è dimenticata in fretta, così come si è dimenticata della libertà di Abdullah Ocalan, leader e fondatore del Pkk, che dal febbraio del 1999 è detenuto in totale isolamento. Oggi, in seguito ad un quasi incidente diplomatico per una sedia rifiutata, l’Europa sembra accorgersi di Recep Tayyip Erdoğan. Dove si nascondeva l’Europa in questi lunghi anni?

Sì, sarebbe bello poter avere una macchina del tempo…per chiedere all’Europa e ai suoi piccoli governanti dove si erano nascosti in questi anni. Chiedere loro il perché dei loro silenzi e delle loro complicità, degli assegni firmati in bianco, degli accordi diplomatici ed economici, dei loro occhi chiusi su tutto quello che avveniva a pochi passi dal loro giardino di casa.

No, non esiste nessuna macchina del tempo, esistono solo la memoria e la storia, per chi vuole ricordare e andare avanti, sempre in direzione ostinata e contraria. Punto e a capo.

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La Lettura Del Mese http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-63/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-lettura-del-mese-63 http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-63/#respond Mon, 12 Apr 2021 18:31:14 +0000 http://www.sonda.life/?p=8739
Pablo Picasso, Donna con libro (1932)


UMANITÀ

Andrew O’Hagan, La vita segreta. Tre storie vere dell’èra digitale (Adelphi)

Elizabeth von Arnim, Un incantevole aprile (Bollati Boringhieri)

È prassi comune nella Silicon Valley che tutti, dal fattorino al direttore di ricerca, firmino un accordo di riservatezza. E questo perché ogni società – Apple o Microsoft o Google o Facebook – si propone non solo di far soldi, ma anche di mantenere il controllo della narrazione riguardo alla propria identità.

Il libro di Anrew O’Hagan, La vita segreta. Tre storie vere dell’èra digitale, raccoglie tre reportages o come li definisce il loro stesso autore, “dispacci dalla frontiera”, da un confine su un mondo che è quello del web, digitale e virtuale.

Un altro mondo che però come dice Paul Éluard, citato in epigrafe: “è in questo”, nel nostro.

Sopra o sotto, di lato o dentro: “Mi trovai a trascrivere degli appunti tratti da ciò che Julian mi aveva detto di se stesso. «Se sei un hacker, ti interessi alle maschere dietro le maschere» (…)”.

Il viaggio intrapreso da O’Hagan è un’affascinante esplorazione, forse l’ultima avventura possibile ai giorni nostri in un territorio già fortemente sovraffollato e per di più da noi stessi.

Siamo oltre la maschera che nasconde il vero volto dell’attore, oltre lo specchio che riflette un’immagine falsa e deformata, non è un labirinto in cui perdersi per poi ritrovarsi, ma un pozzo senza fondo, dentro il quale si agita un magma scuro in cui si rischia di impantanarsi, palude in cui si finisce per affondare e da cui può essere difficile ritornare.

Nulla in verità che sia così oscuro per l’essere umano, solo l’andare oltre sé stesso, ultimo limite fisicamente rimasto. Così queste storie concretizzano tutti i racconti di fantascienza e distopie da cyberpunk del nostro più o meno recente passato, ma allo stesso tempo li superano in quanto appunto reali.

E se ne Lo scrittore fantasma Julian Assange può risultare esasperante, L’invenzione di Ronnie Pin è terrificante e L’affaire Satoshi tanto avvincente quanto inquietante.

Ma su questo: “spazio transnazionale popolato da anarchici e libertari, anticonformisti e antigovernativi (…). La rete è intrinsecamente libertaria, oltre che settaria, paranoica, sovversiva e demagogica, attenta a farsi gli affari degli altri tenendo nascosti i propri, intenta a non persuadere ma a trollare, ossessionata dal fare della democrazia una religione ma al contempo assolutamente diffidente delle persone. Nel cuore del dark web sussiste una follia anarcoide, un culto del caos – purché ciò non minacci i propri averi. I pacifisti nascondono granate. La famiglia Manson si sentirebbe a casa.

Da questo mondo che sembrerebbe sempre di più spostarsi a destra, su quel lato oscuro Andrew O’Hagan getta una luce per niente flebile, utile: “L’ultima volta che decisi di fare un salto da Julian – mi trovavo a passare da quelle parti – sui giornali non si parlava d’altro che di Snowden. L’ambasciata era avvolta nel silenzio. Portai un paio di bottiglie di birra prese in strada e ci sedemmo al buio nella sua stanza. Era venerdì notte e Julian non mi era mai sembrato così solo. Ridemmo un sacco, poi lui sprofondò dentro se stesso. Si scolò la sua birra, poi prese la mia e si scolò pure quella. «Abbiamo in ballo cose di portata epocale» disse. Quindi aprì il suo laptop, e la luce blu dello schermo gli illuminò il volto. Si accorse a stento che io me ne andavo.” [FINE]

Le visitatrici non potevano essere cieche: quello spettacolo faceva colpo dopo un marzo londinese particolarmente umido e melanconico. Essere trasportate all’improvviso in quel luogo dove l’aria era così ferma da trattenere il suo stesso respiro, la luce così dorata che l’oggetto più ordinario risultava trasfigurato; essere trasportate in quel tepore delicato, in quella fragranza carezzevole, e avere come scenario l’antico castello grigio e, in lontananza, le colline chiare e serene dei paesaggi del Perugino, era un contrasto sorprendente. Persino Lady Caroline, abituata da sempre alla bellezza, che era stata ovunque e aveva visto ogni cosa, fu sorpresa da tanto splendore. Quell’anno, la primavera fu particolarmente incantevole, e se il tempo era bello, aprile era il mese migliore a San Salvatore.

Luce, colore e un’aria nuova, lo stare da donne tra donne, un po’ alla maniera di Louisa May Alcott, ma ormai in un altro secolo, un altro tempo e al di qua dell’oceano, cinquant’anni più tardi.

Quattro donne già grandi che pur non conoscendosi si ritrovano quasi per caso in vacanza insieme e da sole, in un castello sulla riviera ligure e circondate da un meraviglioso giardino che sembra poter uscire fisicamente dalla semplice pagina. Un giardino che cambia e nel giro di un mese sa cambiare queste quattro figure di donne così diverse tra loro per età, estrazione sociale, storia e personalità, ma come fiori, destinate a sbocciare e ad aprirsi, finalmente lasciarsi andare per farsi guardare e non senza tormenti e sofferenze, per scoprirsi invece così simili le une alle altre.

Romanzo di sentimenti, legami e catene sociali da cui liberarsi per poter essere solamente sé stesse:

Si strinse lo scialle intorno come per difendersi, per isolarsi. Non voleva diventare sentimentale, ma qui era difficile non esserlo; la notte meravigliosa s’insinuava in ognuno portando con sé, che lo si volesse o no, sentimenti forti, sentimenti che non si potevano controllare, pensieri profondi sulla morte, il tempo, lo spreco; pensieri meravigliosi e devastanti, magnifici e tetri, insieme estasi e tormento, e un desiderio senza fine che spezzava il cuore. Si sentì piccola e terribilmente sola. Si sentì nuda e indifesa. Istintivamente si avvolse più stretta nello scialle. Con questa cosa di chiffon cercava di proteggersi dall’eternità.

E se un passo è stato fatto, non resta che fare anche l’altro.

A cura di Giulia Caravaggi

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Cuba E Quel Profumo Di Dignità http://www.sonda.life/in-evidenza/cuba-e-quel-profumo-di-dignita/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=cuba-e-quel-profumo-di-dignita http://www.sonda.life/in-evidenza/cuba-e-quel-profumo-di-dignita/#respond Sat, 03 Apr 2021 19:48:24 +0000 http://www.sonda.life/?p=8733 Di Maurizio Anelli.

“L’uomo deve camminare col viso rivolto al sole in modo che questo, bruciandolo, lo segni della sua dignità. Se l’uomo abbassa la testa, perde questa dignità.”

(Ernesto RafaelCheGuevara de la Serna)

10 marzo 1952 – con l’appoggio fondamentale della Casa Bianca di Washington si instaura, con un colpo di Stato, la dittatura nell’isola di Cuba del sergente Fulgencio Batista.

26 luglio 1953 – Nasce all’alba il “Día de la Rebeldía”, con il fallito assalto alla caserma “Moncada” a Santiago di Cuba. In quei giorni di luglio a Cuba si festeggia il carnevale, ma il 1953 è anche l’anno del centenario della nascita di José Martí, poeta e rivoluzionario cubano fondatore del Partito Rivoluzionario cubano nel 1892, una vita spesa per la dignità e l’indipendenza di Cuba dalla Spagna prima e contro gli interessi degli Stati Uniti poi. Fu lui a definire gli USA il “Golia delle Americhe”.

L’attacco alla Caserma Moncada, portato da un gruppo di uomini guidati da Fidel Castro, fallì ma per un intero popolo divenne il simbolo della ribellione e diede il nome al movimento rivoluzionario “Movimiento 26 de Julio” che, il 1° gennaio 1959, scrisse la parola fine al regime di Batista.

Quel primo giorno dell’anno 1959 Cuba si riprende la sua dignità, il suo corpo e la sua anima da troppo tempo schiacciate sotto il peso del tallone a stelle e strisce e riprende a danzare con la vita.

Gli USA, cui non bastava controllare tutto quello che per Cuba rappresentava una ricchezza, dal petrolio alle miniere, dalle centrali elettriche alla produzione della canna da zucchero, si erano presi anche l’anima trasformando l’isola nel loro bordello, dove ogni tipo di affare era lecito. Un Paese stremato e umiliato nell’anima e nel cuore, affamato e sfruttato dalla grande potenza americana.

La storia di Cuba è antica, merita rispetto. Si intreccia inevitabilmente con il continente africano da cui arrivarono migliaia di schiavi, in particolare dall’Africa subsahariana, a partire dai primi anni del 1500 e per oltre tre secoli. Ed è proprio con la liberazione degli schiavi voluta da Carlos Manuel de Cespedes nell’ottobre del 1868 che nasce la prima Repubblica Cubana libera. C’è, nella bellezza di Cuba, quella perenne lotta contro ogni dominazione, ogni forma di coercizione sociale e politica, esercitata da potenze straniere: la Spagna, gli USA. E allora le figure di uomini come Carlos Manuel de Cespedes prima e di Josè Martì poi, diventano la costante di un popolo che nel “Movimiento 26 de Julio” troverà la strada per restituire Cuba ai cubani.  È la storia, semplicemente. Fidel e Raul Castro, Ernesto Guevara, Camilo Cienfuegos…nomi che gli USA e gran parte del mondo occidentale non riescono proprio a riconoscere e ad accettare. Così come non riescono ad accettare quel grido di liberazione e dignità che una piccola isola caraibica urla in faccia al mondo occidentale, rinchiuso nel guscio malato e perverso di un potere economico e politico che non sa guardare oltre il proprio giardino.

E il mondo occidentale reagisce con “el bloqueo”, l’embargo commerciale, economico e finanziario, imposto dagli USA ma accettato passivamente da tutti, che nasce ufficialmente nel 1962 ma che era in incubazione dal giorno stesso della fine del regime di Fulgencio Batista.

È il Proclama 3447 del Presidente Kennedy, che impone l’embargo su ogni tipo di scambio.

Sono passati 59 anni da quel 1962 e quel “bloqueo” è ancora vivo e, ancora, soffoca il popolo di Cuba.

I muri resistono e vanno oltre il “Checkpoint Charlie” di Berlino, resistono alla guerra fredda e ai Presidenti che cambiano, resistono anche alle pandemie che stracciano vite come fossero pezzi di carta. Resistono perché il virus del potere, economico e militare e quindi sociale, è il virus più antico del mondo: muta nella forma e mai nella sostanza. E la sostanza ha la faccia e il nome di tutti i Presidenti USA che si sono succeduti in questi sessant’anni, perché è nello studio ovale della Casa Bianca che il muro contro Cuba è stato costruito e nessuno ha mai pensato davvero di abbatterlo. Barack Obama lo ha criticato, ma nulla di più. Donald Trump lo ha inasprito ulteriormente aggiungendo centinaia di ulteriori sanzioni, fra cui il blocco navale che impedisce forniture di petrolio e, infine, Joe Biden ha dichiarato che “…il blocco a Cuba non è una priorità” per la Casa Bianca.

Eppure, Cuba ha saputo resistere al Bloqueo, ha saputo restituire dignità ad un popolo intero. Facciamo un gioco: quanti Paesi avrebbero saputo resistere per decenni ad una forma di embargo così totale come quella cui è stata sottoposta Cuba? Quanti Paesi avrebbero mantenuto quell’unità sociale e collettiva senza arretrare di fronte al ricatto economico e politico?

Nell’ultima settimana del marzo 2021 Cina, Azerbaigian e Stato di Palestina a nome del Movimento dei Paesi non allineati, hanno presentato al Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU una risoluzione sulle ripercussioni negative delle sanzioni economiche applicate da alcuni paesi ad altri. È la Risoluzione A/HRC/46/L.4. https://undocs.org/A/HRC/46/L.4

Fra i Paesi che subiscono queste sanzioni c’è anche Cuba, oltre a Venezuela, Siria, Iran…

30 i voti favorevoli dell’assemblea, 2 astenuti e 15 voti contrari: Austria, Brasile, Bulgaria, Repubblica Ceca, Danimarca, Francia, Germania, Giappone, Isole Marshall, Paesi Bassi, Polonia, Corea del Sud, Ucraina, Regno Unito e… Italia. Compagnia nutrita, a cui l’Italia non ha voluto e saputo sottrarsi, perché la dignità è sì una cosa importante ma non quanto sedersi al tavolo con il potere che conta e, soprattutto, non si può votare contro la volontà USA.

Amaro, come amare e ipocrite risuonano oggi, a un anno di distanza, le tante e belle parole spese per ringraziare il governo cubano che inviò in Italia decine di medici della Brigata Henri Reeve per aiutare i medici italiani nella lotta al coronavirus. Ma non si tratta solo di volgare ingratitudine, quel voto contrario è uno schiaffo ad un popolo intero che ha scelto con coraggio una strada di indipendenza e di libertà. Quel voto contrario è un insulto a Carlos Manuel de Cespedes che liberava gli schiavi e a Josè Martì, quel voto è uno schiaffo alla storia e a quel “Día de la Rebeldía” che la storia l’ha scritta e vissuta sulla propria pelle.

Lo splendido lungomare dell’Avana è stato invaso, nei giorni scorsi, da un’imponente carovana di protesta che gridava contro l’ingiustizia del “bloqueo”. Vecchie auto, motorette e biciclette, e quelle mille bandiere cubane che sventolavano ferite, ma libere e orgogliose. Quell’immagine ha fatto il giro del mondo, ma il mondo ha girato lo sguardo da un’altra parte, come fa ogni volta che un’immagine disturba e costringe il mondo a guardarsi allo specchio.

Ernesto Guevara, “il Che”, diceva “…soprattutto sappiate sentire sulla vostra guancia lo schiaffo dato a qualsiasi guancia di un uomo…è la qualità più alta di un essere umano.

Ecco, la dignità degli uomini e dei popoli si misura anche da come si vive uno schiaffo, quando si riceve

e quando si dà agli altri in nome della colpevole sudditanza verso il potente.

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La Casa Cantoniera Di Oulx E Lo Sgombero Della Solidarietà http://www.sonda.life/in-evidenza/la-casa-cantoniera-di-oulx-e-lo-sgombero-della-solidarieta/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-casa-cantoniera-di-oulx-e-lo-sgombero-della-solidarieta http://www.sonda.life/in-evidenza/la-casa-cantoniera-di-oulx-e-lo-sgombero-della-solidarieta/#respond Sun, 28 Mar 2021 18:52:02 +0000 http://www.sonda.life/?p=8729 Di Maurizio Anelli.

Oulx è un piccolo Comune dell’Alta Val di Susa, poco più di 3mila abitanti.

Sulla strada statale 24 c’è una vecchia Casa Cantoniera da oltre due anni un punto di rifugio e accoglienza dei migranti che cercano di arrivare al confine con la Francia attraverso le Alpi. Un rifugio, un tetto sotto il quale trovare un momento di sosta, una razione di cibo e quel calore umano che si chiama solidarietà, prima di riprendere un cammino ancora lungo, tante volte sotto e dentro la neve dei sentieri di montagna. Un rifugio autogestito, nato in seguito all’occupazione del dicembre 2018 da parte di un gruppo di militanti, contro le politiche durissime messe in atto dal governo francese sull’immigrazione con i respingimenti indiscriminati e la militarizzazione della propria frontiera.

“Chez JesOulx”, questo era il nome che era stato scelto per quell’angolo di accoglienza che, fin dal primo giorno, ha dovuto e saputo convivere con la quotidiana minaccia dello sgombero. Prima di quel dicembre 2018, quella casa cantoniera era un edificio abbandonato, dismesso e inutilizzato da molti anni. Chi lo ha occupato gli ha restituito vita e dignità. Sono centinaia le persone che ogni mese provano a raggiungere il confine attraverso le montagne della Valsusa.

Quello sgombero nell’aria da sempre si è compiuto la mattina del 23 marzo, nonostante le oltre 10mila firme a sostegno della petizione online che chiedeva di non chiudere quel presidio. La scena è quella di ogni sgombero, con la polizia in tenuta anti sommossa che prima circonda e poi entra nella casa dove dormivano una quarantina di uomini, donne e bambini.

Per il Governo e per le Istituzioni missione compiuta, la legalità è stata ripristinata:

“… Mercoledì 24 marzo 2021, ore 17:58

Ripristinate le condizioni di legalità grazie all’intervento delle Forze dell’Ordine e il supporto delle istituzioni locali. Sono iniziati ieri mattina i lavori di messa in sicurezza dell’ex casa cantoniera di Oulx, occupata nel dicembre 2018 da anarchici italiani e francesi…”

https://www.interno.gov.it/it/notizie/torino-messa-sicurezza-lex-casa-cantoniera-oulx

Legalità, messa in sicurezza…parole che stridono in un Paese dove l’illegalità e l’insicurezza sono pane quotidiano per molti cittadini, parole che diventano un mantra quando si tratta di dare un senso a qualcosa dove diventa difficile trovare un senso. Parole che stridono con quanto affermato dal Presidente dell’Associazione Lavoratori Pinerolesi, Franco Bergoin, che così commenta:

“…La casa cantoniera sgomberata era gestita da un gruppo di anarchici di varie nazionalità. Il luogo era stato denominato “Chez JesOulx”. Per due anni i ragazzi hanno lavorato molto in condizioni generali difficili, spesso estreme. Con pochi mezzi a disposizione hanno espresso con i fatti una solidarietà disinteressata rivolta agli ultimi. Hanno dimostrato che è possibile non odiare.

Presso la casa cantoniera occupata qualsiasi persona di qualsiasi provenienza e di qualsiasi religione ha potuto trovare aiuto, accoglienza, riparo e pasti caldi. Tanta umanità e zero odio. Come dovrebbe essere in un mondo non capovolto. Sono passati da Oulx centinaia di migranti provenienti dal nord Africa, dalla rotta balcanica e dai luoghi più violenti del nostro pianeta.  Non di rado hanno accudito donne e bambini. Ringraziamento: sgombero e denunce. 

L’Associazione Lavoratori Pinerolesi ringrazia tutti i ragazzi che in questi due anni si sono avvicendati in frontiera… “ https://www.ecodelchisone.it/news/2021-03-26/casa-cantoniera-sgomberata-oulx-alp-pinerolo-ringrazia-volontari-che-aiutavano-migranti-40560.

Legalità, messa in sicurezza… le parole hanno sempre un valore e un peso specifico, possono ferire quando sono usate a senso unico. C’è sempre uno sguardo infastidito e carico di astio nei confronti di chi sceglie di occupare gli spazi abbandonati e restituire loro dignità e valore, c’è quella voglia mai nascosta di giudicare e di mettere a tacere tutto quello che disturba la coscienza e l’immagine della città, o del paese, felice. Allora la scelta non è mai quella di capire e affrontare la situazione per provare a risolverla, la scelta è cancellare e rimuovere la situazione: lo sgombero. Grave, se si pretende di parlare di messa in sicurezza, non saper dare una spiegazione logica e un’alternativa ai tanti spazi abbandonati presenti su tutto il territorio e, questo, vale per una Casa Cantoniera di proprietà dell’Anas abbandonata da decenni come per i mille capannoni abbandonati da fabbriche dismesse. Grave, se si pretende di parlare di legalità, chiudere gli occhi davanti all’odissea dei migranti che camminano sui sentieri della Val Susa per raggiungere quel confine con la Francia che rappresenta per loro il sogno di una nuova vita. Per molti di loro quel sogno si infrange davanti alle guardie di frontiera, per altri si spegne in mezzo ai boschi quando il freddo, la neve e la fatica, chiudono la partita.

Immagine che contiene testo, esterni

Descrizione generata automaticamente

Il problema diventa allora quel pugno di donne e di uomini che offrono un rifugio, un pasto caldo e un tetto sotto cui dormire una notte o forse due.

E il problema va risolto, il problema disturba e magari costringe a pensare o ripensare un’idea di vita e di società diversa da quella che sceglie di non vedere.

Nulla di nuovo sotto il cielo dell’Europa che, d’altronde, dimentica in fretta tutto quello che disturba. Nessuno, o quasi nessuno, parla più del dramma dei migranti sparsi nei sentieri della Bosnia, ogni tanto i riflettori si riaccendono sui morti annegati nel Mediterraneo. Alla frontiera di Ventimiglia il dramma si tocca con una mano e si legge ad occhi aperti ma, forse anzi sicuramente, guardare con i propri occhi e toccare con le proprie mani costa fatica e dignità. E allora è meglio lasciare questo compito alle forze di Polizia in tenuta antisommossa e poi fare un comunicato che celebra l’ordine ritrovato e la messa in sicurezza e allontana occhi e testimoni di quello che accade.

Il mondo intero, non solo l’Italia, sta vivendo giorni tremendi e difficili ma dentro ogni dramma ne vivono altri, come una matrioska che tende all’infinito. L’uomo non è nato per abbandonare ma per costruire e ricostruire, sembra un’idea facile da capire e condividere ma così non è. Più facile pensare ai sentieri di montagna come a un cammino libero dai fantasmi, più facile pensare al Mediterraneo come ad un mare azzurro e placido, senza burrasche e senza nomi e cognomi scritti sul fondale a memoria di quello che si vuole dimenticare.

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Verso l’Infinito Di Kyoji Nagatani: Preziosa Mostra Antologica A Varese http://www.sonda.life/arte-cultura/verso-linfinito-di-kyoji-nagatani-preziosa-mostra-antologica-a-varese/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=verso-linfinito-di-kyoji-nagatani-preziosa-mostra-antologica-a-varese http://www.sonda.life/arte-cultura/verso-linfinito-di-kyoji-nagatani-preziosa-mostra-antologica-a-varese/#respond Tue, 23 Mar 2021 22:21:58 +0000 http://www.sonda.life/?p=8725 Fruibile liberamente con prenotazione presso la galleria Punto Sull’Arte

di Claudia Notargiacomo

Gli spazi al piano terra della galleria PUNTO SULL’ARTE a Varese, accolgono la mostra personale dell’artista KYOJI NAGATANI, l’iniziativa si pone come obiettivo quello di ripercorrere per la prima volta la ricerca dello scultore dal principio della sua carriera, attraverso suggestive opere capaci di suscitare nel visitatore stupore e meraviglia.

Inaugurata da qualche giorno l’esposizione è intitolata VERSO L’INFINITO e rappresenta la restituzione di una ricerca vissuta come risposta a domande esistenziali. Si tratta di una vera e propria celebrazione che la gallerista Sofia Macchi ha dedicato agli oltre quarant’anni di vita e lavoro costante nel mondo dell’arte di questo autore, riferimento indiscusso e capace di continua evoluzione seppur restando sempre fedele a se stesso. L’allestimento è realizzato con sapienza, significativo il percorso espositivo e la scelta di sculture rappresentative dei passaggi più importanti della ricerca di Nagatani.

Qual è il senso della ricerca del maestro Nagatani? Le domande che da sempre egli si pone sono: “Da dove veniamo? Dove siamo? Dove stiamo andando?” La risposta è un viaggio che attraversa percorsi e trova forme differenti, ma che è sempre coerente con la stessa urgenza di comprendere la posizione dell’uomo sulla terra. Per Nagatani l’artista e l’artigiano, il poeta e lo scrittore sono coloro che lavorano utilizzando il proprio talento per creare un oggetto che risponda a una domanda di verità, e che deve essere restituito alla società per condividere ricerca ed evoluzione, perché faccia del bene alla società stessa. È attraverso la mostra che avviene questa restituzione, nei musei e negli spazi artistici aperti al pubblico. Le caratteristiche dell’opera d’arte sono la generosità, il rispetto e l’accoglienza per tutti, come avviene per la natura. L’artista cerca di avvicinarsi al meglio, senza pretendere la perfezione, provando piacere e non dolore, ma godendo della completezza, frutto di compenetrazione tra ombra e luce. Nagatani ritiene sia questa la verità, ciò che collega le parti. Oltre il figurativo, oltre l’astratto, oltre la dualità.

Ricordando il momento in cui il maestro entra in contatto profondo con l’Italia, ecco che il 1978 rappresenta indubbiamente un passaggio prezioso nella sua vita e nel percorso artistico dello scultore. Trasferitosi per la prima volta a Milano in quell’anno per frequentare l’Accademia di Brera, vi farà ritorno nel 1981 grazie a una borsa di studio del governo italiano e da quel momento diventerà parte della vicenda artistica e del panorama culturale contemporaneo.

La scelta di Sofia Macchi di aprire la mostra con la preziosa scultura “Testa di ragazza” del 1982, suggestione classica degli inizi, in cui sono visibili a Degas fino ad arrivare a Medardo Rosso, conferma la volontà di celebrare l’arte di un maestro instancabile, dedito totalmente da sempre e impegnato a superare se stesso grazie ad una costante evoluzione.

“I paesaggi del cuore” del 1984 simboleggia un passaggio catartico nel percorso dell’autore: è qui già ben presente la poetica del seme che resterà costante nella produzione futura di Nagatani.

 
Attraversando gli eleganti spazi della galleria incontriamo “Astrolabium” e poi “Genesi” e ancora il “Dono di Nettuno” dove a rapire il fruitore è un gioco di equilibri e armonie capaci di raccontare il rapporto con la materia, scavata lavorata rifinita, fino a scovare i segni di presenza umana nel cuore della materia.

Naturale e di significativa forza ci attende in fondo al cammino la recentissima “Fenice”, che svetta a indicare un nuovo snodo nella ricerca del maestro, qui ancora una volta Nagatani riesce a dare nuova forma alla restituzione che è per lui parte imprescindibile del lavoro.

E’ infatti quello della mostra il momento in cui consegnare il frutto della ricerca alla cittadinanza e per il maestro rimane questo il senso del fare arte: condivisione e partecipazione.


L’allestimento pensato come percorso museale è completato da una serie di pannelli che raccontano i momenti più significativi della vita del maestro, estratti da testi scritti in precedenza sul suo lavoro, oltre a locandine relative a molte delle mostre realizzate.

Un catalogo bilingue, con la riproduzione delle opere esposte e i testi di Alessandra Redaelli e di Claudia Notargiacomo, sarà presentato al pubblico da PUNTO SULL’ARTE.

La mostra è aperta e fruibile, previo appuntamento e nel rispetto delle normative.

Per prenotazioni +39 3662640256 oppure info@puntosullarte.it

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Caterina Notte: Un’Artista Che Ribalta Le Prospettive http://www.sonda.life/arte-cultura/caterina-notte-unartista-che-ribalta-le-prospettive/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=caterina-notte-unartista-che-ribalta-le-prospettive http://www.sonda.life/arte-cultura/caterina-notte-unartista-che-ribalta-le-prospettive/#respond Fri, 19 Mar 2021 20:25:28 +0000 http://www.sonda.life/?p=8721 Artista, fotografa e donna impegnata per le donne

di Claudia Notargiacomo

Buongiorno Caterina,

partiamo dal tuo ultimo lavoro, Predator, che sta riscuotendo grande successo e soprattutto che cambia le prospettive quando si parla di donne e violenza.

Raccontaci di cosa si tratta e di come riesce a ribaltare il concetto di vittima e carnefice.

Certo Claudia, la realtà è a volte ingestibile, ma è importante rendersi conto che c’è sempre un momento in cui è possibile fare di nuovo una scelta.

Con Predator voglio creare precisamente un senso di disagio che capovolga l’equilibrio già precario dello spettatore di fronte all’opera e che induca a rivedere la propria posizione. E’ un progetto di riscrittura della bellezza, della debolezza, della donna e della stessa parola predator che di solito ha un’accezione negativa ma che non lo è affatto dal momento che parla semplicemente di un ruolo naturale e necessario della vita.

Le protagoniste di Predator coprono parte della loro bellezza e ci parlano di una potenza nascosta. Sembrano apparentemente vittime ma non lo sono, non esibiscono sangue, tumefazione, sotto i legami che fasciano loro il volto o il corpo. Ma attraendoci con ciò che rimane fuori dalle bende, gli occhi, le labbra, le mani, spostano lo sguardo di chi le osserva. Le bende o i legami si rivelano lo strumento affilato per attingere alla propria debolezza e trasformarla in potenza.

E’ possibile infatti riscrivere la propria fragilità ma tutto parte chiaramente da una decisione forte, a volte dolorosa, di cambiamento oltre che da un atto di estrema libertà.

Quando dici “Ripensare il corpo femminile” cosa intendi e perché ritieni necessaria questa trasformazione?

Penso che sia importante, soprattutto adesso, in questo momento di divisione sociale imposta, riportare l’attenzione su quello che siamo per non rischiare di perderci o allontanarci troppo dalla nostra fisicità. Quindi mi piace l’idea di ripresentare il corpo nella fotografia per quello che è realmente, un corpo fatto di carne, di pelle, di bellezza, senza interventi che lo modifichino o lo potenzino o addirittura lo facciano soffrire, non mi piace l’idea di usare il corpo per parlare solo di un aspetto, bensì della sua unità, fragilità e potenza, carne e anima, oggetto e soggetto. Tutta la vulnerabilità che oggi percepiamo è già così realmente impetuosa che necessita solo di essere riscritta e non sviscerata ulteriormente per dare scandalo o spettacolo fine a se stesso. Il corpo della donna poi è estremamente complesso e direi sacro. Bambina, adolescente e poi donna e madre, è sempre in continua trasformazione. Ma è vitale prendere in mano il proprio mondo il prima possibile. Uso la fotografia, i progetti virtuali, i disegni o piccole incursioni urbane (affissione pubblica dei poster di Predator o interventi di scrittura urbana ad opera delle piccole protagoniste di Predator) per suggerire l’urgenza di questa trasformazione.

In quale modo attraverso la tua arte stravolgi e induci a cambiare visione? Qual è il tuo obiettivo, o meglio il fine di questa ricerca?

 Il mio obiettivo è riportare l’attenzione sulla bellezza e risvegliarne il desiderio.  Naturalmente non parlo solo di bellezza estetica ma anche e soprattutto etica. Riconoscere la bellezza significa non arrendersi, ma significa anche riconoscere le proprie fragilità e debolezze e quindi la propria potenza.

Penso che si possa parlare oggi anche di bellezza utile, come strumento di ribellione per esempio e come rimedio all’inaridimento emotivo. 

Hai parlato spesso di “Responsabilità dell’artista”: vorrei che approfondissi questo concetto soprattutto per i giovani artisti che stanno iniziando un percorso arduo e incerto, in modo particolare in questo momento storico, che vede grandi complessità in ambito sociale. È forse questo un possibile momento di svolta, come nei momenti più bui a volte succede?

Assolutamente, un artista ha la responsabilità di lasciare un segno con il proprio intervento. Ogni opera d’arte, al di là di ogni giudizio soggettivo esterno, deve essere in grado di scavare un solco, anche piccolo, non importa quanto profondo sia. Quel solco rimarrà a proporre una possibile direzione. Ma come lasciare un solco? Semplice, dietro ogni lavoro, ogni ricerca ci deve essere la verità, un pensiero valido, che affondi le sue radici nella realtà e che sia supportato o viaggi in parallelo con altri pensieri. In questo modo ogni opera sarà come un taglio nella tela, non potrà essere cancellata.

Questo periodo nero è decisivo. Si è aperto un varco che sarà difficile richiudere, ma si può osservarlo. E’ dall’osservazione attenta che può nascere il cambiamento e la svolta. Ogni artista deve tornare alla propria esperienza empirica, partire dall’osservazione di ciò che è stato, di ciò che è, e immaginare ciò che potrebbe essere e su questo lavorare e suggerire un cambiamento.

 Cosa racconta la “bellezza” che ritrai?

Oggi quando si parla di bellezza si finisce istintivamente per additarla, per accusarla e screditarla. E’ vero che c’è molta bellezza effimera, fine a se stessa o filtrata dallo sguardo maschile e commerciale. E c’è un bisogno sfrenato di bellezza irreale, lo vediamo sui social ma quella bellezza lì è solo un bisogno sterilmente narcisistico, un desiderio di perfezione e di conferme.

Però è indubbio anche che esista e, bisogna avere il coraggio di ammetterlo, un bisogno innato di bellezza, primordiale e pre-civile. La ricerca del neuroscienziato Semir Zeki dimostra che c’è un aumento di attività neurale addirittura quantificabile nel nostro cervello di fronte alla bellezza. Ciò che è brutto o bello non dipende dall’oggetto, ma da una nostra decisione personale, fatta di ricordi, di emozioni e di esperienze. La bellezza parla di noi, della nostra specie, della nostra civiltà. Ed evolve insieme alla nostra libertà. Ad un certo punto si è preferito dare importanza al messaggio e la bellezza è diventata anacronistica. E noi meno liberi.

Sono già passati 100 anni, e forse è ora che se ne torni a parlare sia come categoria estetica dell’arte, sia come strumento di libertà. Non riconoscere la bellezza porta alla rassegnazione e alla solitudine oltre che al nulla, all’appiattimento delle emozioni.

La bellezza invece ci attiva, ci spinge ad agire. E’ rivoluzionaria. Gli uomini lo sanno molto bene, si circondano di bellezza, le donne sono invece spesso ostacolate da sentimenti come l’invidia o la gelosia.

C’è una frase di Camus (L’uomo in rivolta, 1951) molto bella e incisiva «La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di lei».

Personalmente faccio riferimento alla bellezza delle cose ordinarie e a quella biologica, che fa parte della specie umana e che ci spinge alla sopravvivenza, è una bellezza primordiale quella che voglio recuperare, fatta di simmetria e armonia ma anche di imperfezione e di valori etici. La bellezza è una conquista che viene dal profondo, da costanti a noi nascoste ed affiora sulla pelle in superficie.

Donna nel 2021: uno sguardo al passato, alle lotte, alla ricerca, alle delusioni, ma anche alle grandi conquiste. Quale donna stai rappresentando e quali le prospettive per lei?

Una donna antropologicamente complessa, decisa e che lotta ogni giorno per non scendere a compromessi.

Una donna che prova a guardare da vicino la propria fragilità, dando valore anche alla libertà dell’altro oltre che alla propria, partirà con uno slancio impetuoso verso la propria potenza. Quando penso alle battaglie che le donne ogni giorno portano avanti con caparbietà e tenacia, mi chiedo sempre se lo abbiano fatto, di guardare la propria fragilità intendo. Un aspetto da non sottovalutare, che molto spesso manca al mondo femminile e che invece tiene saldo il mondo maschile, è la cooperazione costruttiva. E questa cooperazione può nascere solo se accettiamo il nostro bisogno di bellezza e nello stesso tempo se diamo valore alla bellezza dell’altra. Anche per me all’inizio è stato difficile ad esempio riuscire a raggiungere una completa empatia con l’altra donna per poterla fotografare esattamente come volevo, ma è così che posso oggi presentare sia una bambina che una donna, a volte anche molto bella senza che alcuni sentimenti naturali (invidia, gelosia, competizione…) compromettano la piena riuscita del mio lavoro. E inoltre tutto ciò mi fa sentire completamente libera.

Non posso che pensare alle giovani donne che si trovano a vivere una realtà stravolta, condivisione e socialità, amore e incontro. Ma a sparire oggi è anche la possibilità di scontrarsi con una realtà fatta di bene e male, cosa stanno realmente perdendo queste ragazze?

Un corpo costretto non è un corpo libero. E’ disumanizzato. E’ il nostro potente strumento di ricezione e per la prima volta non possiamo usarlo in quanto tale. In questo momento è come se fossimo incompleti. L’illusione di poter vivere una socialità soddisfacente anche attraverso un piccolo schermo ci inganna, ci accontenta e il nostro naturale bisogno di contatto, di far parte di una collettività implode certamente.  Ma senza dubbio il digitale riesce ad unire ciò che è stato spezzato, in un certo senso i social permettono un avvicinamento più facile o un’empatia nuova e immediata. Ma rimane il problema, oltre ad una pericolosa dipendenza, che così viene meno il nostro corpo come filtro, per cui rischiamo di disabituarci ad esso e il nostro senso di umanità potrebbe esserne fortemente compromesso.

Donna per le donne: da dove parte il tuo lavoro? Raccontaci, se vuoi, qualcosa di te e del tuo viaggio, che ci aiuti a meglio comprendere l’origine della tua ricerca. 

La mia ricerca è di fatto un andata e un ritorno che si ripete, con le mie ultime serie Predator, 49Dolls sto tornando indietro alle mie origini, con Aliens Form n.0 cerco di stirare il mio presente, con Predator Ubiquity mi sento coinvolta in un tempo che ancora non possiedo. Sono partita dal mio corpo, dall’esplorazione della mia carne (Genetics) e oggi fotografo il corpo di un’altra donna come se fosse il mio.

Ho sempre lavorato sul superamento dei limiti, interni al corpo ed esterni del mondo e ho voluto sempre immaginare una soluzione. Ho duplicato il mio corpo digitalmente in svariati cloni che raccontavano di me ma anche di un essere umano qualsiasi; oggi ho spostato il mio focus sulla debolezza e sulla bellezza perché penso che rappresentino un necessario punto di ripartenza per poter provare un’esperienza che nello stesso tempo abbia in sé del sacro e dell’umano.

www.caterinanotte.com

@caterinanotte

Foto Predator#23 di Caterina Notte

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Il Modello Del Tampone Sospeso http://www.sonda.life/in-evidenza/il-modello-del-tampone-sospeso/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=il-modello-del-tampone-sospeso http://www.sonda.life/in-evidenza/il-modello-del-tampone-sospeso/#respond Mon, 15 Mar 2021 19:58:59 +0000 http://www.sonda.life/?p=8716 Di Maurizio Anelli.

Milano, 12 dicembre 2020.

In Piazzale Baiamonti prende forma un’idea di solidarietà di cui la città di Milano ha bisogno, e forse non solo la città di Milano. È la storia del tendone del “Tampone sospeso”. Un anno tremendo sta per finire, e si è portato via una parte enorme della nostra storia e della nostra vita. È una storia che ha nomi e cognomi, volti, sorrisi. In quella parte del Paese, la Lombardia, che viene considerata l’avanguardia dell’eccellenza, il dramma diventa tragedia.

Quell’anno è passato, ma solo per il calendario. Il mostro invisibile continua a camminare in mezzo a tutti noi e, ogni giorno, si prende qualcosa e qualcuno, cancella altre storie e altri nomi.

Un giorno sembra che il cerchio intorno a lui si stringa ma il giorno dopo lui rompe l’accerchiamento, cambia faccia, muta in continuazione e torna a comandare.

L’esercito che lo combatte è confuso e sempre più spesso sembra muoversi, senza capire quale direzione prendere, quale strada scegliere. Scienza e politica, due mondi che dovrebbero essere uniti di fronte ad un nemico dichiarato, sembrano muoversi in direzioni opposte e contrarie. In mezzo ai due mondi che non si capiscono c’è quella terra di mezzo rappresentata da finanza, industria e potere economico che detta le sue condizioni e le sue leggi.

In Piazzale Baiamonti quell’idea di solidarietà nata il 12 dicembre diventa allora qualcosa che cambia le carte sul tavolo, un modello che dovrebbe essere una fonte di riflessione per tutta la città. Mentre le Istituzioni, nazionali e locali, annaspano nelle contraddizioni e nel protagonismo politico, in quella piazza affiora una parola che molti hanno dimenticato: solidarietà.

Quella parola, contro ogni logica del profitto e del “privato è bello”, dal 12 dicembre 2020 esegue tamponi gratuiti rapidi a chiunque lo richieda, esegue un tracciamento sul territorio che diventa di primaria importanza per contenere la diffusione del virus. In tre mesi è stata costruita un’opera di presenza, attiva e solidale, che ha permesso a centinaia di cittadini di avere gratuitamente, o con una libera offerta, quello che nei laboratori privati ha un prezzo volgare ed eccessivo.

Questa idea di solidarietà ha il volto e il nome delle decine di volontari che fanno riferimento a “Medicina Solidale”, alla Brigata solidale “Soccorso Rosso”, “Adl Cobas Lombardia”:

https://www.facebook.com/TamponeSospeso

https://www.facebook.com/medisolidale

Immagine che contiene cielo, persona

Descrizione generata automaticamente

Medici e infermieri, operatori sanitari. Accanto a loro altri volontari si preoccupano di gestire le prenotazioni e di sanificare l’ambiente dove si eseguono i tamponi. Non si sono fermati nei giorni più freddi dell’inverno ma, anzi, hanno ampliato il loro raggio: con la loro Ambulanza, datata ma ricca di entusiasmo, hanno portato ogni sabato il loro modello di solidarietà nelle periferie della città: da via Padova a Gratosoglio, alla Bovisa, per ritornare in Piazzale Baiamonti di domenica.

Ecco che, allora, torna il valore di un modello che viene proposto e regalato alla città di Milano. Quel modello potrebbe essere replicato in molte delle realtà che sono in sofferenza a causa della pandemia. Per esempio, davanti alle scuole che oggi sono nuovamente chiuse, ma prima o poi riapriranno, con la possibilità di eseguire un tampone prima dell’ingresso nelle aule. Oppure in tutti quei luoghi dove un tampone gratuito diventa uno strumento di tracciamento e di screening in grado di limitare la catena di trasmissione del contagio. Un percorso di responsabilità sociale e di umana solidarietà che, conseguentemente, si trasforma in una semplice questione di salute pubblica.

In una società dove tutto funziona il ruolo del volontariato non avrebbe nessun bisogno di esistere, ma questa società oggi non c’è. Per questo l’impegno e le idee messe a disposizione della comunità possono diventare un modello che, come in questo caso, assumono un valore che va oltre l’emergenza sanitaria del momento: c’è anche un impegno politico nella storia del “tampone sospeso”, e ricorda a tutti noi che la Costituzione della Repubblica garantisce all’art.32 il diritto alla sanità pubblica e gratuita per tutti.

In questi giorni l’attenzione dell’opinione pubblica è rivolta principalmente alla questione dei vaccini: quanti sono, chi li produce, quante sono le dosi a disposizione, quando sarà possibile procedere ad una vaccinazione di massa. Accanto a queste domande esistono poi le notizie che ogni giorno emergono e alimentano lo stato di ansia e di incertezza, esistono le criticità, i ritardi e i colpevoli comportamenti di molti Presidenti di Regione. A maggior ragione, quindi, l’attenzione verso un modello di controllo e tracciamento rimane di primaria importanza. I contagi aumentano, così come i ricoveri negli ospedali e nelle terapie intensive. Il numero dei decessi non accenna a diminuire…ecco perché la soglia di attenzione deve restare ancora alta.

Il modello proposto dal “Tampone Sospeso” parte dal basso, ci racconta e ci insegna che una gestione diversa dell’emergenza sanitaria è possibile: non è facile, costa fatica ed energie. È difficile trovare quella solidarietà politica e istituzionale che permette ad un “modello” di diventare “sistema”.

Costa fatica ed energie anche dal punto di vista economico, e la domanda nasce in un minuto: se un gruppo di cittadini, autonomamente e contando solo sulle disponibilità economiche frutto di donazioni, riesce a mettere in piedi un progetto come il “tampone sospeso”, cosa si sarebbe potuto organizzare e costruire con una forza organizzata e istituzionale?

È passato un anno dall’inizio della pandemia. Centomila persone ci hanno salutato senza che noi potessimo salutare loro. Abbiamo incontrato e conosciuto qualcosa che pensavamo appartenesse solo agli altri: la paura, la solitudine, le zone rosse e il “coprifuoco”, il distanziamento…parole lontane dalla vita e dalla bellezza dello stare insieme. Molti di noi hanno perso molto, qualcuno ha perso ancora di più. Ma forse siamo ancora molto lontani dall’aver imparato e capito che occorre camminare altre strade rispetto a quelle che abbiamo scelto, convinti di essere quasi intoccabili e invincibili. Forse un giorno impareremo anche a capire che da soli non possiamo bastare a noi stessi, e un anno senza poter condividere con gli altri la vita e le emozioni dovrebbe avercelo insegnato. Agli amici di Piazzale Baiamonti lascio un abbraccio, stretto e solidale. Lascio un grazie, semplice e diretto come loro, e una promessa: essere accanto a loro in questa storia che ci hanno raccontato e ci raccontano ancora.

C’è un modello che può e deve diventare sistema, ma perché questo possa accadere c’è bisogno di essere al loro fianco, c’è bisogno di credere sempre in qualcosa che è più grande degli interessi privati. Credere in un’idea, tutto qui.

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La Lettura Del Mese http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-62/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-lettura-del-mese-62 http://www.sonda.life/in-evidenza/la-lettura-del-mese-62/#respond Mon, 15 Mar 2021 19:47:53 +0000 http://www.sonda.life/?p=8714
Pablo Picasso, Donna con libro (1932)

Samar Yazbek, Passaggi in Siria (Sellerio)

Peter Handke, Il cinese del dolore (Garzanti)

Non riuscivo a comprendere le cause di quella tragedia, né il motivo di una simile trasformazione delle province rurali. Se le cose fossero andate avanti così, qualsiasi forma di vita civile si sarebbe dissolta come neve al sole. Purtuttavia molti provavano a resistere. La natura si modifica costantemente ed evolve verso il futuro, non verso il passato (…) Stavamo attraversando i villaggi intorno a Kafranbel, assistendo coi nostri occhi alle conseguenze dei bombardamenti: alberi divelti, siti storici distrutti e moltitudini di sfollati che vagavano sotto il sole cocente, la pelle bruciata dal sole. Dei bambini dormivano sotto gli alberi. Un fuoco ardeva tra due enormi massi. Sembrava di essere ripiombati nell’antichità, come se la ruota del tempo fosse tornata indietro di secoli.

Ci sono libri che vanno letti e pur controvoglia, se ne ha quasi il dovere morale. Non farlo vorrebbe dire avere un peso sulla coscienza, voltarsi dall’altra parte.

E Passaggi in Siria è uno di questi libri anche se, come scrive Christophe Boltanski nella sua nota in appendice, leggerle Samar Yazbek vuol dire essere “trascinati in un viaggio”, è “una caduta in un baratro senza fondo”.

La pagina va affrontata di petto, non c’è un altro modo per farlo perché non lascia scampo e risucchia in un vortice di luci e ombre che assorbe, annulla ed espelle, risputa di fuori storditi e impacciati, senza senso, visto il tempo che intanto è passato dagli eventi qui riportati.

Fuggita in Francia nel 2011, Samar Yazbek torna in Siria dopo solo un anno e da clandestina, è l’esordio del suo racconto: “Agosto 2012 Il filo spinato mi lacerava la schiena.

Farà avanti e indietro tre volte nel giro di poco tempo per poi scrivere di quanto visto e vissuto in prima persona, raccolto, cercando un modo per dire e per raccontare, riempire quel vuoto che non si può più colmare. Concluderà infatti nell’epilogo: “Finora non avevo mai compreso quest’ineluttabile sovrapposizione tra la scrittura e la morte.

Qual’è la lingua che esprime la guerra, la vita e la morte di un paese e della sua gente, la storia e memoria, la lotta per la sopravvivenza di ogni singolo giorno in un posto non poi tanto lontano dal nostro: “Nel rievocare questi avvenimenti, mi rendo conto che è impossibile scriverne seguendo un filo logico o un ordine plausibile. Non mi resta che scompaginarne la successione cronologica.

Perché: “Il ritratto della Siria che ho in mente è quanto di più lontano dall’ordinario. Mostra un insieme di parti del corpo smembrate, la testa mancante e il braccio destro che ciondola in modo precario. Poi si nota un rivolo di sangue che sgocciola lentamente dalla cornice e scompare, assorbito dal terreno polveroso sottostante. È l’immagine della catastrofe che i siriani devono affrontare ogni giorno.

Il presente è pressante e allo stesso tempo è annullato: “«Non cadrà così presto» disse. «Il cammino è ancora lungo. Passeranno vent’anni prima che la guerra finisca e non so che cosa succederà dopo. Ma sono certo che non vivrò abbastanza a lungo, ed è un peccato, perché io amo la vita. Sono un morto che cammina. Se avessimo una guida capace, allora le nostre prospettive sarebbero ben diverse»

É una corsa contro il tempo: “Era Ramadan e si auguravano di arrivare alla fine del digiuno prima che a qualcuno della famiglia venisse mozzata la testa, o prima che un padre fosse costretto a estrarre i resti dei propri figli da sotto le macerie provocate da una granata o un barile esplosivo. Dopo due anni e mezzo di questi bombardamenti quotidiani, erano entrati in una sorta di simbiosi con il cielo. Lo sorvegliavano costantemente.

E di anni ne sono passati ormai dieci. [FINE]

Può darsi che un giorno, venendo dalla piana, si avvicini alla fortezza locale (alla «cosa») uno sconosciuto che va incontro a una città ancora non scoperta, e il canale ai suoi piedi scorra nei Paesi Bassi senza età, oppure attraverso la provincia di Kweilin dalle rocce calcaree.

Peter Handke è uno scrittore austriaco nato nel 1942 e che nel 2019 ha vinto il premio Nobel per la letteratura, Il cinese del dolore è un breve romanzo datato 1983.

Ambientato a Salisburgo, riprende e segue il protagonista, un insegnante di lettere classiche e appassionato di archeologia, in un momento di pausa, congedo lavorativo o sospensione dal mondo, mentre cammina, passeggia e si muove in un paesaggio che è ben conosciuto perché è luogo di appartenenza, casa, confortevole o confortante culla natia, ma il suo sguardo, e tutta la narrazione non è che questo sguardo, è esterno ed estraneo, quasi cinese.

Lineare quanto stratificato è il romanzo di Peter Handke, dove i molteplici piani si sovrappongono senza però mescolarsi, linguaggio e scrittura, rapporto con la memoria e le origini, il singolo uomo in relazione col mondo e la società in cui vive.

Sono innumerevoli le soglie da attraversare: “Soglia non significa affatto: confini – questi non farebbero che estendersi sia all’esterno che all’interno – ma zona. Nella parola “soglia” c’è mutamento, marea, guado, valico, recinto (inteso come rifugio). “La soglia è la sorgente”, secondo un detto ormai quasi scomparso. E quel maestro del pensiero dice testualmente: “Era dalle soglie che gli amanti e gli amici attingevano le loro forze. – Ma (prosegue) dove ritrovare al giorno d’oggi le soglie eliminate se non in sé stessi? Veniamo guariti dalle nostre proprie ferite. Se dalle nuvole non nevica più, continuerà in me a nevicare.

C’è un continuo richiamo in una certa letteratura tedesco-austriaca, austroungarica o mitteleuropea, alla Cina e a tutto ciò che è cinese, la Muraglia, i suoi messaggeri e imperatori, la scrittura antica e il sapere quasi simbolico, così potente, dove le parole più semplici sono al centro di tutto, di quella continua ricerca che scava ed esplora nell’animo umano: “e dal nero della notte si formava intanto, in una lenta successione di tesissimi interspazi, qualcosa come una scrittura a china d’Estremo Oriente, anch’essa nera, e però di forma rigorosa e grande luminosità, che si chiariva dietro le palpebre di colui che si stava addormentando lì in ascolto, a origliare.

E se il cinese del doloreè: “quell’uomo nello spiraglio di una porta: gravemente malato, era andato a trovare lo stesso un amico. Al momento del commiato era rimasto un bel po’ lì, nello spiraglio, tentando un sorriso; gli occhi tesi a fessure e contornati dalle orbite come da occhiali a bordi taglienti.

Come scrive Michael Krüger in Perché Pechino? (Einaudi): “«La guarigione, cos’è mai? La realizzazione del soggetto mediante un linguaggio che viene da un altro luogo e lo attraversa».

A cura di Giulia Caravaggi

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Artiste In Archivio, Mostra Collettiva Sui Navigli: Otto Marzo 2021 http://www.sonda.life/arte-cultura/artiste-in-archivio-mostra-collettiva-sui-navigli-otto-marzo-2021/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=artiste-in-archivio-mostra-collettiva-sui-navigli-otto-marzo-2021 http://www.sonda.life/arte-cultura/artiste-in-archivio-mostra-collettiva-sui-navigli-otto-marzo-2021/#respond Wed, 10 Mar 2021 20:29:45 +0000 http://www.sonda.life/?p=8711 Donne e Libro d’Artista per un progetto inserito nella programmazione culturale milanese “I Talenti delle Donne”

di Claudia Notargiacomo

Il nostro giornale ha da poco raccontato di un angolo prezioso, dedicato al Libro d’Artista, tra le mura di un edificio seicentesco sui navigli, in quella parte di Milano che ha visto artisti e poeti amare vivere e creare nel tempo e tra gli spazi. Sono i maestri Fernanda Fedi e Gino Gini a impegnarsi da sempre in un’operazione importante e riconosciuta di testimonianza e archiviazione di opere senza pari. Oggi, 8 marzo 2021, l’Archivio regala un allestimento eccezionale, sole artiste donne che hanno raccontato gli ultimi quarant’anni di vita, ovvero storia socialità lotte e politica italiane. Cos’è l’arte difficile a dirsi. Per me impossibile, ma sono gli artisti con le loro ricerche che ci spiegano quanto testimoniare il proprio tempo e cercare risposte sia urgente e imprescindibile e come comporti questo complesso lavoro la restituzione, perché senza una restituzione è facile perdere il senso.

Fino al giorno 20 marzo è possibile visitare previa prenotazione telefonica la mostra “Artiste in Archivio” presso l’Archivio Libri d’Artista, alzaia Naviglio Grande 66.

Ecco che in pochi metri quadri è racchiusa la storia di un’epoca tutta al femminile, fatta di determinazione e volontà di raccontare evoluzione e complessità, sogni e conquiste di quella parte di realtà che non ha mai smesso di confrontarsi con la necessità di conquistare diritti e identità. Attraverso gli anni qui rappresentato il viaggio che ha visto una preziosa parte di universo femminile esprimersi e affermare idee e posizioni con quello che era lo strumento prediletto: l’arte nelle sue differenti forme.

Fernanda Fedi e Gino Gini hanno in quasi quarant’anni raccolto archiviato e catalogato anche questa parte di universo, tra quattro mura antiche e preservate, con il lavoro sistematico e serio che si svolge in una realtà artistica che diviene specchio e testimonianza, che diviene essa stessa storia e  libro aperto al mondo.

Una mostra dedicata all’universo femminile, aperta oggi nel giorno dedicato alla Donna e alle sue conquiste, ma anche alle sue ferite. Un allestimento che vede la luce in un anno buio in cui la sofferenza ha toccato il mondo intero, ma come sempre ancora una volta in modo particolare il mondo femminile, vittima di una regressione difficilmente sanabile, cresciuta giorno dopo giorno negli ultimi 12 mesi di pandemia.

Chi ancora una volta ha perso maggiormente certezze e autonomia è la Donna, in prima linea anche nella perdita del lavoro, oltre che più colpita dal contagio. E per coloro che si trovano a vivere situazioni di violenza ecco che le mura di casa, in questi lunghi mesi di convivenza obbligata, sono divenute galera e pericolo costante.

Attraverso questa mostra di grande valore e spessore emergono riflessioni e azione che nel corso della storia hanno sancito e sigillato un pensiero capace di evoluzione e rivoluzione, dalla forza esplosiva e tipicamente femminile. Artiste in Archivio è un racconto, ma allo stesso tempo denuncia e poesia, connubio, scambio e chance. Un momento prezioso questo per fermarsi a riflettere e trovare nell’arte un possibile strumento di crescita.

Alcune delle artiste in mostra: Bellini Giuliana Benedini Gabriella Bentivoglio Mirella Berardi Rosetta Bergamini Luisa Bertola Carla Binga Tomaso Blank Irma Bogliacino Mariella Boschi Anna Bosco Rosa Buttinoni Piera Caccaro Mirta Campesan Sara Cantamessa Maura Cappanera Loretta Carrano Gianna Castano Loriana Cataldi Francesca Cibaldi Silvia Colombo Angela Danon Betty Diamantini Chiara Di Fazio Laura Ebalginelli Liliana Emmy Elsa Fagini Virginia Fanna Roncoroni MariaPia Fedi Fernanda Ferrando Mavi Finzi Alessandra Fonticoli Paola Foschi Rosa Forster Rebecca Franceschi Kiki Garbin Ornella Gazzola Ombretta Gorni Meri Gut Elisabetta Leonardi Silvana Loro Mariella Maggiora Olga Magnabosco Nadia Magni Marilde Malato Paola Manfredini Federica Marcucci Lucia Massinissa Anna Milani Clara Milici Virginia Mitrano Annalisa Morabia Adriana Moro-Lin Anna Mucci Floriana Nenciulescu Daniela Niccolai Giulia Oberto Anna Occhipinti Angela Persiani Gloria Pescador Lucia Pietta Alfa Piluso Ornella Pollidori Teresa Prestento Giustina Prota Giurleo Antonella Quintini Rosella Savoi Alba Schatz Evelina Secol Mariuccia Spagnuolo Lucia Squatriti Fausta Tagliente Grazia Torelli Anna Toti Buratti Assunta Trentin Romolina Vancheri Anna Verdirame Armanda Vitali Rosati Rita Vitrotto Clotilde

Visitabile su appuntamento con prenotazione mob. +39 348.0357695

www.fedi-gini-artistbook.org

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Mimose E 8 Marzo http://www.sonda.life/in-evidenza/mimose-e-marzo/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=mimose-e-marzo http://www.sonda.life/in-evidenza/mimose-e-marzo/#respond Tue, 09 Mar 2021 20:00:52 +0000 http://www.sonda.life/?p=8706 Di Maurizio Anelli.

Quanto costa una mimosa? Costa poco, solo cinque minuti del proprio tempo, il tempo per sentirsi in pace con la coscienza e con una ricorrenza. Poi si può riprendere la propria strada, quella solita.

Un po’ come succede a Natale, quando tutti si sentono più buoni. Eppure, l’8 marzo ha un valore intenso che merita rispetto ma, come spesso capita, viene svuotato dei significati e ridotto ad evento commerciale, quasi folclorìstico.

L’8 marzo invece non è un giorno di festa, è un giorno di lotta e di consapevolezza, come il cammino delle donne, un sentiero antico e sempre in salita.

Tutto quello che vale per gli uomini intesi, come maschi, non vale quasi mai per le donne. Lo sappiamo tutti, ma tutti o quasi facciamo finta che non sia così. Questa società, la nostra società, è disposta a tollerare le donne che accettano quel ruolo subalterno che dai tempi di Adamo ed Eva gli è stato assegnato. È così da sempre perché, fin dal primo giorno, questa società è così che l’abbiamo costruita. Le eccezioni sono allora una scelta individuale degli uomini, mai della società. Abbattere gli steccati costa fatica, lacrime e sangue.

Le donne la fatica la conoscono da sempre e hanno versato sia le lacrime che il sangue, come il 25 marzo del 1911 quando nella fabbrica “Triangle” di New York il fuoco bruciò la vita di centinaia di operaie, in gran parte immigrate. Il processo che ne seguì dimostrò che le operaie lavoravano chiuse a chiave, eppure i titolari della fabbrica furono assolti dall’accusa e poterono beneficiare del cospicuo risarcimento assicurativo. È solo una delle tante pagine che racconta il sangue versato dalle donne.

Le lacrime e la fatica sono pagine che si dimenticano presto, il giorno dopo aver regalato una mimosa.

Le donne scrivono la storia ma la storia le cita solo nei titoli di coda, ai margini. Eppure, è una storia antica le cui radici si perdono nel tempo…dai roghi dove le streghe venivano bruciate ai giorni nostri. In mezzo a quella storia ci sono secoli di lotta e di fatica quotidiana dove ogni conquista, ogni passo in avanti, è costato un prezzo alto da pagare. La storia del ‘900 racconta dei primi scioperi per ottenere le otto ore di lavoro: era il 1° giugno del 1906 e le mondine ottengono il riconoscimento delle otto ore lavorative, al termine di anni di scioperi. Non era facile scioperare agli inizi del Novecento, ma le mondine lo sapevano fare già dal 1882 quando, nel vercellese, organizzarono il primo “tumulto” nelle risaie. La loro lotta durò a lungo e, dopo quell’1° giugno 1906, la strada da camminare era ancora tanta. (http://www.noidonne.org/articoli/se-otto-ore-vi-sembran-poche-00665.php)

Già, il Novecento. Due guerre mondiali e in mezzo la più grande Rivoluzione, il diritto di voto da conquistare e poi il secolo che continua come un fiume in piena: la guerra fredda e i muri che si alzano, la guerra del Vietnam e il 1968, che finalmente esplode: è la rivolta contro ogni schema prestabilito, la voce e il sogno di un’intera generazione, gli studenti e il movimento femminista, gli anni 70 e il terrorismo. Emozioni, contraddizioni e sentimenti che vengono a galla e tolgono ogni maschera ai benpensanti di tutto il mondo: la Chiesa, la famiglia, i compagni, le battaglie per il divorzio e l’aborto. Ognuno di questi avvenimenti segna un punto di svolta nella storia delle donne, perché ognuno di questi momenti è vissuto in prima persona e, molto spesso, le donne devono fare i conti con il senso di solitudine e con l’incapacità di decidere di noi maschi: vorremo essere insieme a loro, ma facciamo fatica a superare quella barricata che abbiamo costruito intorno a noi, perché ci fa paura, o forse perché ci spaventa l’idea di perdere il controllo delle nostre emozioni e dei nostri privilegi, perché tutto sommato ci sentiamo comunque sempre più forti e più capaci.

Ma non siamo nulla di tutto questo e, forse, un giorno lo capiremo davvero.

Poi succede qualcosa di terribile e di grande, un’onda cattiva che sconvolge e fa male: Argentina, 1976.

Il golpe dei generali colpisce tutta l’Argentina, era già successo tre anni prima in Cile. Le donne sono quelle che più di tutti subiscono le ferite, le umiliazioni e le violenze. Stupri e carceri speciali, figli nati e sottratti dal loro seno e dal loro abbraccio… la violenza più violenta di sempre. Per anni il mondo ha fatto finta di non vedere e non sentire quel grido di dolore e di rabbia, ha coperto, occultato, nascosto. Ma il mondo e i generali argentini non hanno fatto i conti con la forza di quelle donne: compagne, madri, nonne. Nasce un giorno alla volta quel movimento di donne che sfida i generali e il potere, ogni settimana si trovano in Plaza de Mayo, un fazzoletto bianco a coprire il capo e la richiesta di sapere che fine hanno fatto i figli, i nipoti. La storia dei “desaparecidos” non sarebbe mai venuta a galla senza il coraggio di quelle donne che ogni settimana si radunavano in piazza sfidando i militari. Se mi chiedo quale momento nella storia delle donne abbia insegnato al mondo il significato delle parole “coraggio, dignità, amore” il pensiero va alle “madri e alle nonne di Plaza de Mayo”. Quella piazza, e quelle donne, hanno segnato un punto di non ritorno nella storia di tutti noi. Sono diventate un simbolo di vita.

Ma la storia non si ferma al Novecento, continua come il cammino delle donne. Quel cammino arriva a Kobane, e le donne di Kobane ci raccontano una storia diversa, ma non meno importante. A kobane le donne non possono scendere in piazza, hanno solo una possibilità e solo una scelta: devono combattere, nel senso più violento del termine. Devono difendersi e salvare quello che ancora resta da salvare della loro vita, e per farlo devono imbracciare un fucile. Non è mai indolore quel momento, credo che nessuno nasca con la voglia di imparare a sparare, ad uccidere. Ma loro non hanno scelta: devono farlo perché l’indifferenza del mondo di fronte alla loro sorte le costringe ad impugnare un fucile, sono sole e da sole devono sopravvivere. Lo fanno, con dignità e con un sorriso che l’occidente sembra non capire, ma è la loro unica possibilità di sopravvivenza. Combattono e vincono la loro battaglia e in ogni colpo di fucile c’è la storia di mille donne che devono combattere per il diritto alla vita. Ogni colpo di fucile è un atto di accusa al mondo, alla violenza degli uomini e dei maschi che vivono intorno a loro. La loro lotta è un inno alla vita e alla libertà.

È una storia antica e quotidiana, nella società e troppe volte anche dentro le mura di una casa che si credeva amica, contro il pregiudizio e contro la violenza. È una lotta a volte silenziosa e a volte urlata, contro un muro di gomma vecchio di secoli e che resiste ancora.

È passato l’8 marzo, e sbaglia chi la considera un giorno di festa. È un giorno di lotta, uno in più che si aggiunge agli altri giorni della storia. È un giorno che noi maschi pensiamo di celebrare con una mimosa, perché abbiamo paura di capire che quel giorno ci mette a nudo di fronte alla nostra incapacità di capire e di imparare. Capire che le donne ci insegnano tanto, in mille modi diversi come se capissero che un modo solo non basta. Ci insegano con l’esempio, con l’ostinazione, con le parole e tante volte anche con quei silenzi che a noi sembrano incomprensibili. Eppure, quei silenzi molte volte sono le parole migliori. Basterebbe ascoltarle, e quando questo succede tante volte è tardi, è sempre dopo. A volte succede e, per quanto sia dopo o sia tardi, qualcosa di importante insegnano.

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