50 Anni Dopo La Vittoria Del Giro d’Italia Gianni Motta Si Racconta

Di: - Pubblicato: 25 marzo 2016

Abbiamo invitato Gianni Motta, campione di ciclismo degli anni ’60, in occasione di una ricorrenza speciale: le sue nozze d’oro col “Giro d’Italia”, vinto nel 1966.

Proprio a ricordo di ciò, quest’anno il Giro d’Italia farà tappa a Cassano d’Adda, paese a due passi dal nostro centro, nella cui frazione di Groppello, il campione ha sempre vissuto e vive tuttora.

Ci siamo trovati di fronte un uomo molto vitale e che ha saputo interessarci con risposte argute e ben documentate.

Grazie anche alla presenza, tra i nostri volontari, di alcuni veri e propri tifosi del ciclista lombardo, la chiacchierata è stata divertente e ben articolata, con Motta che per rispondere ha preferito stare tutto il tempo in piedi, proprio come un velocista lanciato verso il traguardo.

Ecco cosa ci ha raccontato durante la nostra intervista:

 

“Innanzitutto voglio dirvi che mi ritengo un uomo fortunato, perché la vita mi ha dato tanto e questo non smetterò mai di sottolinearlo. Sono nato a Groppello, in provincia di Milano, nei tempi della seconda guerra mondiale da genitori contadini e finita la quinta elementare, ho dovuto subito rimboccarmi le maniche e cominciare l’università…ma cosa avete capito? L’università del lavoro!” dice sorridendo.

 

Ho iniziato con l’aiutare i miei genitori in cascina ritrovandomi poi a fare tanti lavoretti, tra i quali anche il ciabattino.

Ho trovato finalmente all’età di 14 anni il lavoro che poi ha dato la svolta alla mia vita: ho iniziato infatti a lavorare in pasticceria nella storica azienda dolciaria di Milano, la Motta e quindi dovevo fare il pendolare.

gianni motta (2)

Con quello che spendo in biglietti del treno ho detto ai miei: non sarebbe meglio comprare una bici a rate?

E fu così che con la mia prima bicicletta, iniziai a percorrere ogni giorno 50 chilometri circa per andare al lavoro; 25 ad andare e 25 a tornare da Milano.”

Ci racconta emozionato come sono proseguite le cose:

“In quel periodo ebbi la fortuna di conoscere, mentre andavo al lavoro, un vero ciclista che complimentandosi con me per il mio passo e la mia resistenza mi disse:

perché non provi a fare qualche gara?

Così, coi primi risparmi, comprai la prima bici da corsa, usata naturalmente, in quei tempi era l’unica opzione possibile, e da lì iniziai a fare le prime gare a livello dilettantistico.

E dopo vari successi, qualcuno iniziò a pensare “quello ha stoffa!” e a quel punto feci il grande salto: passai nei professionisti.”

Gianni, sempre più coinvolgente, continua a raccontarci la sua vita.

“Correva l’anno 1964 e dopo qualche mese dall’esordio iniziai a vincere le corse in salita, pianura, discesa, cronometro. Non era importante il tipo di corsa, spesso vincevo e questo perché mi sacrificavo tantissimo: infatti oltre ai 50 chilometri per andare al lavoro, ne facevo almeno un centinaio al giorno per allenarmi, alzandomi alle tre e mezzo del mattino.

 

Nonostante la giovane età, avevo capito che senza sacrifici la vita non ti poteva regalare niente e, così facendo, arrivò la vittoria del Giro d’Italia nel 1966.

Subito dopo, nel 1967 riuscii a vincere il giro della Svizzera, ma a questo punto nella mia vita ci fu una battuta d’arresto inaspettata perché quell’anno fui investito da un’auto.

Per fortuna la bicicletta mi fece un po’ da protezione, ma comunque mi era passata pur sempre un’auto sulle gambe, da lì iniziò un lungo calvario. In seguito, infatti, quando tutti i medici mi diagnosticavano la completa guarigione, il dolore alla gamba mi tormentava sempre più”.

Ma il ciclista groppellese non vuole ancora arrendersi:

“E così ancora controlli da una clinica all’altra, fino al 1970 quando finalmente uno specialista di Pisa, trovò la causa: lesione e piegamento di un’arteria della gamba. Così, nonostante gli alti rischi, decisi di farmi operare, anche perché non riuscivo a vedere un futuro senza la bicicletta, mia compagna di vita fin dall’adolescenza.

 

L’intervento andò bene, così ricominciai a correre nel 1971 con altre piccole vittorie, ma qualcosa ormai era cambiato, così decisi nel 1972 di ritirarmi dal ciclismo professionistico.

gianni motta

 

Ebbi l’idea, nel frattempo, di avviare un’azienda di produzione di telai per biciclette, della quale tutt’oggi raccolgo i frutti”.

 

Motta prima di salutarci, sottolinea che Merckx è stato il rivale più forte che abbia incontrato e che con Gimondi la rivalità era un po’ vera ma anche un po’ forzata dalla stampa, che ricamava sul campanilismo Milano-Bergamo, provincie da cui provenivano i due campioni.

 

Alla fine, si congeda con una bella frase simbolica:

“Ecco, tutto questo vi spiega il perché all’età di settantatre anni continuo a scorazzare in bicicletta, che è la mia passione e la mia compagna di vita”

 

Grazie Gianni Motta per questa bellissima testimonianza, arrivederci a presto.

 

 

A cura di Simone Colaizzi e Paolo De Gregorio