LE STRAGI NAZIFASCISTE DEL 1943-45 E IL PERCORSO DIFFICLE DI UNA MEMORIA “COLLETTIVA”

Di: - Pubblicato: 16 Luglio 2015

Fonte ANPI news

Si è tenuto, con successo, con buona e qualificata partecipazione ed ampia discussione, il “Seminario” di aggiornamento sulla realizzazione dell’”Atlante delle stragi nazifasciste in Italia”. Apprezzati i contributi degli esperti, che hanno riferito sullo stato e sui primi risultati della ricerca; ed apprezzati anche gli interventi del rappresentante del Ministero degli Esteri italiano e dell’Ambasciatore tedesco in Italia. Quest’ultimo ha avuto parole molto schiette e assai nette sull’importanza dell’Atlante per avere un quadro completo delle atrocità commesse in Italia dai reparti tedeschi nel periodo di occupazione (1943-45), al fine di costruire una memoria “collettiva” su quanto accaduto in quegli anni, anche come insegnamento per il futuro. Questi riconoscimenti e queste posizioni, già assunte dal Presidente della Repubblica tedesca e dal Presidente del Parlamento europeo, in varie occasioni a Marzabotto, a Sant’Anna di Stazzema, a Civitella, sono importanti proprio per costruire insieme una fondamentale memoria di quegli eventi (anche se ancora non si può considerare come una memoria “condivisa”). Ed è proprio su questo che voglio soffermarmi un momento a riflettere, perché quella parte non “condivisa” (in vario modo) è tuttora presente sia in Germania che in Italia, e forse non diventerà mai tale. Ma c’è ancora qualche problema, irrisolto, anche sulla memoria “collettiva” in tutti e due i Paesi. Se ci sono i riconoscimenti che ho detto ed apprezzato, da parte tedesca, bisogna prendere atto – tuttavia – che soffiano, qua e là, in Germania, venti di tipo diverso, che stentano a fare i conti col passato. Così, ad esempio, alcune Magistrature tedesche cilasciano sorpresi e sgomenti di fronte alla incapacità di “prendere atto” e di “capire” davvero ciò che è accaduto. Quasi in contemporanea, alcuni fatti specifici: ad Amburgo si blocca il processoad un comandante delle SS, Gerard Souran (uno dei colpevoli della strage di Sant’Anna diStazzema) accogliendo i motivi addotti dalla difesa, a dir poco pretestuosi e certamente privi di rispetto e di umana comprensione verso le vittime, i pochissimi sopravvissuti, i famigliari. Nello stesso periodo il Tribunale regionale di Kempten (Germania) respinge la richiesta arrivata dal Ministero della giustizia italiano, di esecuzione della sentenza, poi divenuta definitiva, con la quale il Tribunale militare di Roma, il 25 maggio 2011, riconosceva la responsabilità penale di un sottoufficiale dell’esercito tedesco per l’eccidio di 184 civili perpetratoil 23 agosto 1944 nel Padule di Fucecchio, condannandolo all’ergastolo. La sentenza di Kempten, a quanto risulta, è incredibile, perché in tre paginette liquida una questione assai grave e delicata, risolta – dopo lungo e approfondito dibattimento – dal Tribunale di Roma, prima, e dalla Corte di appello poi, nello stesso modo (ergastolo). Tre paginette a fronte di114 pagine della sola sentenza d’appello, solo per affermare la mancanza dei presupposti necessari per l’esecuzione della sentenza, l’insussistenza di ogni prova valida della colpevolezza dell’imputato, l’inapplicabilità delle regole sul concorso materiale e/o morale di più persone nel reato, perfino l’insussistenza dei presupposti certi circa l’assenza dell’imputato dal processo e la legittimità della dichiarazione di contumacia. Ora, è evidente che si possonoavere opinioni diverse anche sulla valutazione delle prove e degli argomenti giuridici; ma lestesse dimensioni del provvedimento tedesco dimostrano che non si è ritenuto di approfondire, non si è voluto tenere conto delle vistose argomentazioni delle due sentenze italiane, non si è pensato minimamente alle questioni di umanità e di giustizia, che un caso così grave e barbarico avrebbe necessariamente imposto di considerare. Si ha l’impressione, a fronte di simili provvedimenti (la stessa che provammo a fronte di provvedimenti analoghi del tribunale di Stoccarda) che la sensibilità del Presidente Raub, del Presidente Schultz e dello stesso Ambasciatoretedesco a Roma, non sia riuscita ancora a varcare la soglia di alcuni ambienti, anche giudiziari, in Germania. Questo è doloroso e spiacevole; ma ci induce non a rinunciare ai nostri sforzi per affermare insieme -Italia e Germania- alcune verità drammatiche ma, piuttosto, ad intensificarli. Le ricerche per l’Atlante delle stragi “, finanziate dal Governo tedesco, gli altri progetti finanziati dalla Germania e relativi ad alcuni Comuni particolarmente colpiti da quella barbarie, oppure alla sorte dei tanti internati militari in Germania e sostanzialmente “schiavizzati”, rappresentano la strada giusta da percorrere con spirito di collaborazione, alla ricerca di verità e giustizia. Su questa strada non sono concepibili soste o esitazioni: altrimenti si corre il rischio di non riuscire mai a varcare quella soglia ancora chiusa alla sensibilità non solo democratica ed umana, di cui ho fatto cennoe che invece bisogna riuscire assolutamente e presto a dischiudere. Dobbiamo dire, al tempo stesso, che qualche responsabilità ce l’ha anche il nostro Paese, sul tema che ho detto e sulle tre parole attorno alle quali l’ANPI sta lavorando indefessamente, in questi anni (verità, giustizia, responsabilità). C’è stata una vicenda gravissima, in Italia, quella del cosiddetto “Armadio della vergogna”, che ha impedito, per anni, e in alcuni casi per sempre, di ottenere almeno giustizia per le violenze barbariche di quegli anni dolorosi. Il Parlamento nominò una Commissione, bicamerale, per scoprire le cause dell’occultamento di quei fascicoli (centinaia!). I lavori della Commissione si sono conclusi con due relazioni, nel 2006; ma sudi esse non si è ancora fatta una discussione parlamentare; e sono passati ben nove anni. C’è un’interpellanza firmata da tutti i gruppi parlamentari, che giace alla Camera da un anno e per la quale non si è trovato uno spazio per la discussione in aula. Come possiamo parlare di alcune sacche di incomprensione della storia, esistenti, tuttora, in Germania, se non riusciamo ad assicurare verità e giustizia nel nostro Paese, sugli stessi temi? Non si tratta né di alimentare odii, né di cercare inutilmente responsabilità. Si tratta di sapere, di completare la memoria, di capire le ragioni di quegli accadimenti; e si tratta soprattutto di un’assunzione di responsabilità che gli organi istituzionali che presiedono alla vita del nostro Paese, devono realizzare nei confronti, ancora una volta, delle vittime, dei sopravvissuti, dei famigliari; e soprattutto si tratta di acquisire dati di verità storica che, se non potranno lenire i dolori e i ricordi, potranno almeno dimostrare che giustizia e verità sono, nel nostro Paese, non solo possibili, ma doverosi.

Carlo Smuraglia, Presidente A.N.P.I. nazionale