La Corda Sul Fiume Konska

Di: - Pubblicato: 18 marzo 2016

Nelle mani dei migranti che stringono una corda per attraversare il fiume Konska, al confine tra Grecia e Macedonia, è racchiusa tutta la miseria umana e politica in cui l’Europa o gran parte di essa è caduta. È un pozzo senza fondo in cui stiamo precipitando ma di cui sembriamo non accorgerci, e quella corda e quel fiume gelato segnano il vero confine, il vero muro, che separa l’Uomo dall’Uomo.

Una corda, intrisa e sfilacciata, cui aggrapparsi per cercare una via di fuga dal girone dantesco di fango e freddo dove vivono ammassati muscoli e sentimenti.  L’idea della vita, o di qualcosa che le assomigli, diventa un fiume freddo da attraversare. L’idea della vita che sembra sempre di più un Circo, dove in equilibrio sulla corda ci sono la vita e la morte.

L’Europa osserva. Certo, ci sono le organizzazioni Umanitarie, ci sono gruppi di cittadini, di associazioni e di singoli individui. Ma non ci sono gli Stati. Quando è il volontariato a svolgere quei compiti che dovrebbero essere una priorità degli Stati, significa che gli Stati sono assenti. E l’assenza dell’Europa è pesante, dal punto di vista politico e umano. Gli squilibri economici e sociali di questo mondo sono sotto gli occhi di chiunque, l’Europa ha le sue responsabilità al pari di altri. Chiudere gli occhi davanti alla tragedia di migliaia di donne e uomini che cercano la vita, ci rende corresponsabili e riapre le porte a correnti di pensiero mai davvero sopite e davvero sconfitte: in questo modo rinascono i muri, è anche così che le destre xenofobe e violente cercano di riprendersi quegli spazi che sembravano ormai chiusi dalla storia. E non è un caso, nemmeno questo, che la rinascita di questo desiderio di “pulizia dell’Europa bianca e cristiana” dagli invasori trova terreno fertile. Dolorosa la constatazione che questo desiderio trova spazi ancora più ampi proprio nei Paesi che più di altri hanno conosciuto il peso delle guerre del Novecento e le loro conseguenze.

Questo è il rischio che l’Europa corre seriamente una volta ancora, a distanza di quasi un secolo.  L’Europa dovrà, prima o poi, interrogarsi sulla ragione di questa incapacità dei propri Stati di farsi carico degli insegnamenti della Storia. È una storia che parte da molto lontano e che ciclicamente la vede indifferente alle grandi questioni e incapace di dare risposte chiare in sintonia con il pensiero di tanti dei suoi migliori Uomini. La politica europea, mai come in questi decenni, sente la mancanza di grandi Uomini di stato: da Olof Palme a Willy Brandt, solo per citarne un paio. Molti hanno sognato un’Europa dei popoli, molti hanno creduto in questo sogno e lavorato per realizzarlo. Il sogno è, finora, andato deluso e calpestato nei suoi aspetti più nobili.

Sul fiume Konska, al confine tra Grecia e Macedonia, una corda intrisa d’acqua e sfilacciata è stata l’unica speranza di salvezza per molti essere umani.  Per molti di loro non è bastata nemmeno quella corda. Insieme a loro, in quel fiume freddo, sono morte la dignità e l’umanità degli Stati Europei incapaci di capire fino in fondo il valore della solidarietà umana. Forse ci sono ancora margini per recuperare quel senso della vita e del rispetto, o forse no. Ma perché quel “desiderio di pulizia dell’Europa bianca e cristiana dagli invasori” possa essere definitivamente buttato nel cestino dei rifiuti serve la voce di tutti. Per gli Stati e per le diplomazie il tempo sta per scadere, a loro la scelta se riaprire vecchi libri del Novecento per aggiungere altre pagine sporche o trovare, finalmente, la strada giusta.

 

Maurizio Anelli