Ma L’Italia E’ Contro La Guerra ?

Di: - Pubblicato: 11 Marzo 2016

ARTICOLO 11.
“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

In questi giorni si discute sulla presenza dell’Italia in Libia, con un ruolo assolutamente non marginale ma addirittura di comando. Non è la prima volta che i soldati italiani sono impegnati sui fronti di guerra, come forza di pace si dice. Forse può anche essere vero, ma c’è un dato su cui ci si dovrebbe soffermare: contribuiscono di più alla guerra i soldati che vanno sui territori di guerra o gli uomini in doppiopetto che orchestrano lo sporco giro di affari del mercato delle armi? Quali sono le grandi S.p.A. nel nostro Paese che gestiscono quest’affare di cui forse si conosce solo la parte che affiora , quali le protezioni politiche e gli appigli bancari necessari per giocare a quel tavolo ?

Dalle inchieste giornalistiche degli ultimi anni si apprende che Il trend dell’export italiano di armi registra una crescita superiore alla media internazionale. Sono citati tutti i grandi nomi dell’industria italiana, quella che è definita l’eccellenza: Finmeccanica, Fincantieri, Augusta Westland, OtoMelara, Galileo Avionica, Avio, Iveco, Alenia Aermacchi. Non meno nobili, nella scala delle eccellenze, i nomi delle banche maggiormente coinvolte nell’appoggio finanziario all’attività di export: Unicredit, Banca di Roma, Intesa San Paolo. A loro si uniscono i grandi  istituti esteri Deutsche Bank, Citybank, ABC International Bank e BNP Paribas (su www.unimondo.org – Giorgio Beretta).  Infine l’ultima osservazione: chi sono i Paesi  più coinvolti nell’acquisto delle armi prodotte in Italia ?  Scopriamo che sono davvero molti i Paese in guerra dichiarata o Paesi che non offrono alcuna garanzia sul tema del rispetto dei diritti umani: l’Iraq, l’India, la Nigeria, Israele, lo Sri Lanka, la Russia, la Tailandia.                                                                                                                      E Poi ancora l’Arabia Saudita, da anni il principale finanziatore delle cellule estremiste  da cui derivano Al Qaeda e Isis, la Malesia,  la Libia e l’Egitto.  Il Pakistan – primo acquirente di armi italiane – è beneficiario di autorizzazioni alle esportazioni di ‘missili terra-aria’ tipo Spada-Aspide esportati dalla MBDA della Spezia. (http://www.mosaicodipace.it/mosaico/a/27250.html).

Sui siti specializzati e sui giornali più attenti e sensibili al problema è possibile trovare mille e più dettagli sull’argomento: il tipo di armi, il dettaglio economico, i nomi interessati, i legami politici/finanziari.

A noi, cittadini e persone che “vogliono restare umane”, il dovere di riflettere su una cosa in particolare: il nostro Paese non ha nessun bisogno di mandare i propri soldati sul suolo libico per tradire l’articolo 11 delle Costituzione. L’ha già fatto e lo fa tutti i giorni, nei tavoli dei Consigli di Amministrazione di troppe aziende e di troppe banche. Lo fa con le coperture e le mediazioni bancarie necessarie per coprire la spregiudicatezza etica e morale in giacca a cravatta dei tanti manager che magari sono anche premiati come “Eccellenze”, lo fa con l’ appoggio vile di gran parte del mondo politico e di un Parlamento che oggi discute se mandare i soldati in Libia e domani è disposto a sedersi a qualunque tavolo per stringere accordi con chiunque. Gli stessi  accordi che ha firmato ieri e l’altro ieri, e l’altro ieri ancora. Mandando i soldati in Libia si offenderebbe l’Articolo 11 una volta di più.

Finché c’è guerra c’è speranza, lo diceva anche un grandissimo del cinema italiano: Alberto Sordi.

E l’Articolo 11 della Costituzione?                                                                                                                                       Quello serve a noi, a tutti noi, per denunciare chi dovrebbe vivere e lavorare perché venga rispettato e invece lo copre solo di vergogna.

 

Maurizio Anelli