11 Giugno 1984, Ciao Enrico

Di: - Pubblicato: 10 Giu 2019

Di Maurizio Anelli.

Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona…”.


Era il 1973, l’anno del Golpe cileno. Io avevo quattordici anni, ragazzino cresciuto con i telegiornali che raccontavano la guerra del Vietnam e con le storie di fabbrica di mio padre. Cercavo, leggevo e provavo a studiare tutto quello che mi sembrava potesse dare risposte alle mie domande di allora.

Ho cominciato a leggere Gramsci e Che Guevara, ho cominciato a interessarmi a quello che diceva Enrico Berlinguer. Una sera del 1975 mi ritrovo così in Piazza del Duomo ad ascoltarlo insieme con altri. Mi piaceva quell’uomo esile, con quell’accento sardo gentile e colto. Poche giorni, e prendo la mia prima tessera di Partito: Federazione Giovanile Comunista. Era la parola “Comunista” che mi affascinava, Federazione Giovanile era solo un dettaglio quasi superfluo. Pensavo che il mondo sarebbe sicuramente cambiato, e che poteva cambiare solo se la parola “Comunista” fosse diventata un modo di vivere condiviso. Mi piaceva davvero quella “brava persona” che parlava di austerità e di sacrifici, che parlava di classe e di cultura. Mi piaceva al punto che era riuscito anche a farmi accettare, seppur con estrema fatica, l’idea del “Compromesso Storico”. In fondo anche il Cile di Salvador Allende parlava di “Unidad Popular” e del valore di un fronte comune fra le forze sociali più presenti e radicate nel Paese. In seguito Berlinguer stesso trasformò il “Compromesso storico” nella fase dell’alternativa Democratica. Mi piaceva l’idea di un’altra parola: “EuroComunismo”. Altra epoca e altri tempi, ma quel progetto politico-ideologico di un marxismo diverso e più libero rispetto a quello egemonizzante dall’Unione Sovietica meritava rispetto e considerazione. Altra epoca, certo, ma soprattutto altri uomini: Enrico Berlinguer, Santiago Carrillo e Georges Marchais, la luna in confronto ai leader della Sinistra Europea di oggi che si vergogna a pronunciare la parola “sinistra”. Nel 1980, durante il grande sciopero della FIAT, Enrico Berlinguer va davanti ai cancelli della fabbrica e parla con i lavoratori.

Liberato Norcia, delegato della Fim-Cisl, è uno dei leader del consiglio di fabbrica di Mirafiori. Enrico Berlinguer sta per prendere la parola, il delegato afferra il microfono e chiede: ”ma se i lavoratori decidessero di occupare la Fiat, il PCI cosa farebbe? ”. La risposta di Berlinguer non lascia dubbi: “… una decisione in tal senso deve essere presa dai lavoratori con i sindacati, ma se si dovesse giungere a forme di lotta più acute, comprese forme di occupazione, sarebbe sicuro l’impegno politico, organizzativo e anche di idee e di esperienza del Partito Comunista”.

Per molti, troppi, la presenza di Berlinguer ai cancelli e quella dichiarazione furono un grave errore. Per me no, anzi. Quella presenza e quella dichiarazione erano un atto di coraggio, un atto dovuto nei confronti dei lavoratori della FIAT, un atto necessario di lotta e di impegno. Ho amato Enrico Berlinguer anche per questo. Si potrebbe parlare a lungo della vita e delle scelte politiche di Berlinguer, ci furono anche errori e nemmeno piccoli. Ma a fare la differenza, umana e politica, sono state troppe cose e ognuna di queste ha rappresentato un valore. Quando lui parlava della questione morale molti ridevano, oggi sappiamo come la questione morale abbia ucciso questo Paese. https://video.repubblica.it/politica/berlinguer-scalfari-e-la-questione-morale/238264/238119

Quando lui parlava di antifascismo molti non capivano, oggi il fascismo non solo ha rialzato la testa ma si prende spazi e potere. https://www.youtube.com/watch?v=bK__bvrmLr0

Poi, in giorno di giugno, a Padova finisce tutto. C’è solo l’ultimo rantolo di dignità umana e politica, lucido anche se morente, racchiuso in quell’esortazione, quella richiesta di lotta e d’impegno chiesto a chi non si era mai vergognato di alzare il pugno chiuso e di chi si era sempre sentito orgogliosamente comunista. Quell’invito a “andare strada per strada, casa per casa, azienda per azienda… ”come un testamento morale e civile che è rimasto dentro di me e in quella generazione nata e cresciuta politicamente in quegli anni. Sì, quel 7 giugno 1984 a Padova finì molto più di qualcosa e quello che sarebbe successo in seguito chiuse definitivamente un libro scritto e vissuto con passione. Ci furono errori, certamente e nemmeno pochi. Ma erano tempi troppo diversi da quelli di oggi: c’era un mondo diviso in blocchi, erano gli anni del terrorismo e delle stragi nelle piazze e nelle stazioni, ed io ero entrato da poco in una grande fabbrica. Pensavo e credevo che fosse possibile costruire qualcosa di diverso e di migliore e di poterlo fare dentro quel Partito in cui credevo.

“Qualcuno era comunista perché non ne poteva più

Di quarant’anni di governi democristiani incapaci e mafiosi
Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia

La stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica, eccetera, eccetera, eccetera

Qualcuno era comunista perché chi era contro, era comunista

Qualcuno era comunista perché non sopportava più
Quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia…”

Pochi anni dopo, a Bologna, quel Partito gettò le basi per cambiare rotta, nome, programmi. Quel Partito non poteva più essere il mio. Il giorno dopo ho restituito la tessera, che non era più quella della Federazione Giovanile ma quella dei grandi… non ero più così giovane. Ma non rinnego nulla di quel tempo, l’ho vissuto a modo mio: qualcosa mi ha dato e tanto si è ripreso.

La vita è questa, il tempo cambia le cose ma quello che resta è averlo vissuto in tutti i suoi giorni.

Di quel tempo è rimasto il valore che io attribuisco sempre e ancora alla parola “Comunista”, una parola antica che assomiglia a una preghiera laica, quasi dismessa e che in pochi oggi osano pronunciare quasi fosse una vergogna o la macchia di un passato da rimuovere.

Io non mi vergogno di quella parola, anzi la rivendico e me la tengo stretta. Quel Partito non esiste più, ucciso lentamente un giorno dopo l’altro dalla sua stessa classe dirigente e dall’incapacità di capire da che parte stare e perché stare da quella parte. In effetti quella classe dirigente una scelta l’ha fatta, ed è una scelta che non potrò mai più condividere. Le facce di questo Paese hanno mille nomi: lavoro, diritti, giustizia sociale, mafia e legalità, pace e ognuna di queste facce si specchia nelle altre, c’è una prateria di macerie su cui lavorare e ricostruire, una prateria che le politiche neoliberiste e di destra di questi ultimi vent’anni hanno aperto ancora di più e su cui le scelte politiche di quello che un tempo si chiamava Partito Comunista Italiano ha scavato un solco ancora più profondo. Oggi quella prateria è diventata il terreno di conquista delle forze più reazionarie, xenofobe e fasciste. È sempre, e ancora, tempo di “andare strada per strada, casa per casa, azienda per azienda”, è un tempo nuovo ed io provo a viverlo ancora come allora, ma con qualche consapevolezza in più e tante illusioni in meno. Resta quella parola, quell’idea colorata di rosso che forse sarà anche un’utopia, ma aiuta a camminare controvento, sempre. E resta il ricordo di un Uomo gentile e colto, che amava Antonio Gramsci e veniva dalla sua stessa terra.

Enrico Berlinguer moriva l’11 giugno 1984. Sandro Pertini lo vegliò a lungo, poi si arrese e disse “Lo porto via con me a Roma. Lo porto via come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta…”. Poi il viaggio fino all’aeroporto di Venezia tra due di folla e i fiori, le lacrime e i pugni chiusi, fra gli applausi. Infine l’ultimo saluto a Roma, in un Piazza San Giovanni troppo piccola per contenere tutti. Ciao Compagno Enrico, una canzone è poco per raccontare chi eri ma serve a ricordare quel giorno di giugno quando si chiuse un libro.  . https://www.youtube.com/watch?v=TqGs751Q_II