12 Agosto 1944, Quel Mattino A Sant’Anna Di Stazzema

Di: - Pubblicato: 11 Ago 2019

Di Maurizio Anelli.

C’era una volta un pugno di case sparpagliate sulle colline dell’alta Versilia a 600 metri sul livello del mare, metro più metro meno.  Un borgo di case semplici, umili come chi le abitava in quell’estate del 1944. L’estate dell’ennesimo anno di quella guerra assurda e terribile, dove sopravvivere voleva dire essere capaci di resistere e saper inventare tutto quello che serviva per riuscire a sopravvivere: pasto e cena o almeno una delle due cose, un tetto sotto cui dormire e sotto il quale ospitare gli sfollati che arrivavano da ogni parte della Versilia, il fronte occidentale della Linea Gotica. Gli Ordini del Comando tedesco, subito condiviso dai gerarchi fascisti provinciali, imponevano l’evacuazione della popolazione civile a Sala Baganza, un comune in provincia di Parma dall’altra parte dell’Appennino. Impossibile trasferire così tante persone, e allora quelle case di pietra sulle colline decisero di accogliere molti di quegli sfollati. Bisogna saperla inventare la vita, un giorno dopo l’altro, soprattutto quando la vita diventa difficile e cattiva, dura da portare avanti un giorno alla volta. In quel borgo i bambini sapevano e riuscivano anche, e ancora, a giocare, con quell’incredibile fiducia con cui sanno guardare agli adulti, nonostante tutto. Intorno a quel borgo solo boschi e prati e quelle Alpi Apuane che sembravano proteggere quel gruppo di case in pietra e quell’umanità che le popolava. Maledetta e diversa da tutte le altre l’estate del 1944: prima o poi quella guerra dovrà pur finire ma non prima di aver scritto pagine di disumana ferocia, che il tempo non potrà cancellare mai più. Nei mesi in cui la lotta partigiana di resistenza sacrificava la propria vita per conquistare, ogni giorno, un metro di libertà per tutti, la risalita dell’esercito tedesco infieriva nei confronti dei partigiani e della popolazione, con la complicità vigliacca e violenta dei collaborazionisti fascisti.

12 agosto, 1944. L’alba aveva appena incominciato a illuminare quel borgo di case, i bambini dormivano ancora… troppo presto per inventare i giochi di quella giornata. Dalle strade che arrivano dalla Versilia, attraverso sentieri e mulattiere che portano a quel borgo, tre reparti della 16ª divisione Panzergrenadier Reichs Führer-SS circondano ogni casa, ogni singola pietra. Non sono soli, accanto a loro ci sono le immancabili bande dei fascisti della zona, complici una volta ancora. Difficile raggiungere quel borgo arrampicato sulle colline: strade piccole, mulattiere, sentieri. Una marcia in salita compiuta di notte, con la guida fondamentale di conoscitori del posto: i fascisti italiani che, con la loro complicità attiva alle stragi di quell’estate maledetta, hanno scritto la pagina più infame della loro collaborazione durante l’occupazione nazista. Molti uomini riescono a scappare nei boschi, e forse gli anziani e le donne pensano a una semplice operazione di rastrellamento. Che cosa pensarono i bambini non lo sapremo mai, o forse pensavano che quel giorno avrebbero cominciato più tardi i loro giochi nei cortili e nelle strade del borgo. Quel 12 agosto del 1944 fu il giorno più corto nella storia di quel borgo con le case di pietra: dall’alba al tramonto fino alla notte più nera e profonda, in pochissime ore. Alla fine non rimase più nulla che potesse assomigliare alla vita. Poche ore, per cancellare 560 persone: strappati a forza dalle case, ammassati davanti alla facciata della chiesa e nel centro della piccola piazza. Ma non poteva bastare così, la bestia non si accontentò e allora quei corpi appena mitragliati furono ammassati e bruciati. Un braciere umano chiuse quella mattina e, a mezzogiorno, di quel borgo restava solamente l’odore della ferocia passata una mattina in quel borgo.

C’era una volta un pugno di case sparpagliate sulle colline dell’alta Versilia dove la morte ha banchettato in un mattino d’estate. Quel banchetto è stato avvolto nel silenzio per quasi cinquant’anni, come se non fosse mai successo. Subito dopo la fine della guerra si sono succedute Commissioni investigative, inglesi e americane, infine quelle italiane: le autorità (polizia e carabinieri) ascoltarono i superstiti, raccolsero informazioni, scrissero rapporti. Tutta quella documentazione si perse nel silenzio completo delle Istituzioni. Un oblio che avvolse tutto, dal silenzio sulle indagini giudiziarie all’isolamento in cui rimase per anni quel borgo: un paese isolato, quasi dimenticato e, per i pochi sopravvissuti rimasti a chiedere giustizia e verità, l’impossibilità di essere ascoltati. Difficile capire il perché di tanto ostinato silenzio, anche se indubbiamente ebbero un peso decisivo le questioni legate agli equilibri politici a livello internazionale e l’incapacità, e la paura, di riaprire una delle pagine più nere della storia del nostro paese.

Poi, in un giorno di maggio del 1994, in un palazzo di Roma si scopre l’esistenza di un armadio protetto da un cancello, chiuso a chiave e rivolto verso il muro. È un palazzo del cinquecento in via dell’Acquasparta, a Roma: Palazzo Cesi, sede della Procura Generale Militare, dove erano gelosamente custoditi i fascicoli e i segreti relativi ai crimini compiuti dai nazifascisti. Fascicoli precisi e dettagliati: nomi delle vittime e degli assassini, luoghi e date. Fascicolo n°1: l’eccidio delle Fosse Ardeatine, con i nomi di Herber Kappler, Erich Priebke e altri assassini. Quell’armadio regalò a questi assassini cinquanta anni di libertà. E poi via via tutti gli altri eccidi fino a Marzabotto e Monte Sole, passando da quel pugno di case sparpagliate sulle colline dell’alta Versilia in una mattina d’agosto. Quante domande che non avranno risposte restano nella storia di questo Paese ? Chi decise di nascondere tutto, perché lo fece, chi sapeva ma ha taciuto per cinquant’anni ? Davvero la ragion di Stato può arrivare a questo limite, e tacere sui crimini nazisti, negli anni in cui la Germania ricostruita doveva fare il suo ingresso nella Nato, è qualcosa che può essere spiegato e accettato? Oggi la storia di quel borgo è finalmente conosciuta in tutto il mondo, mentre la giustizia forse non arriverà mai. Arrivano invece persone da tutte le parti, anche dalla Germania. Salgono su quei sentieri e su quelle strade, le case sono sempre in pietra e la storia parla, racconta e grida forte. https://www.youtube.com/watch?v=FFcGwSD7ilM

C’era una volta un pugno di case sparpagliate sulle colline dell’alta Versilia. Nel Giugno del 1944 i bambini di quel borgo festeggiavano insieme la fine della scuola con un girotondo nella piccola piazza. Una fotografia in bianco e nero dell’epoca ricorda quel giorno di festa, perché l’ultimo giorno di scuola è sempre un giorno di festa per tutti i bambini di tutto il mondo. Due mesi dopo quel girotondo, il 12 agosto del 1944, per 130 bambini finivano per sempre la scuola, la vita e tutti i loro sogni. Erano i bambini di Sant’Anna di Stazzema.