21 Anni E Il Divieto Di Vivere, Dedicato A Willy

Di: - Pubblicato: 8 Settembre 2020

di Maurizio Anelli.

Si chiamava Willy Monteiro Duarte, aveva solo 21 anni. Le sue origini sono lontane, si perdono nell’Oceano Atlantico a centinaia di chilometri dalle coste del Senegal: Capo Verde. Colleferro invece è un comune ad un’ora scarsa di macchina da Roma e 20mila abitanti, poco più poco meno.

Willy non era in Italia per portarci via il lavoro, nemmeno per spacciare droga o rubare le nostre donne, come amano urlare i tanti che ogni giorno sprecano il loro fiato inutile per vomitare insulti sui migranti e sugli stranieri di ogni generazione. No, Willy giocava a calcio come tanti ragazzi della sua età, studiava all’Istituto alberghiero Buonarroti di Fiuggi, e lavorava sodo come aiuto cuoco in un ristorante.

Le persone che lo hanno conosciuto da vicino raccontano che sapeva sorridere sempre. Sono strane le persone che sanno sorridere sempre, in questo mondo e i questo Paese, strane e bellissime. Andrebbero amate e protette, come si fa con le specie in via di estinzione. Perché sorridere alla vita è un dono che non sappiamo apprezzare e che questa società non sopporta proprio. Questa società celebra la stagione dei vincenti: forti, cinici, violenti. Possibilmente razzisti, quel razzismo che tutti negano ma che viene sempre tollerato quando non incoraggiato, in un paese come Colleferro come nelle grandi metropoli. Il vescovo di Velletri, Monsignor Vincenzo Apicella, ai giornali dichiara che “…siamo tutti corresponsabili, seduti su una polveriera che può esplodere da un momento all’altro.” E la polveriera esplode sempre, prima o poi. E in un sabato notte di fine estate Willy viene ucciso a calci e pugni da quattro bestie, poco più grandi di lui. Due di loro sono fratelli,Marco e Gabriele Bianchi. Adesso si dice che a Colleferro tutti conoscevano quelle bestie, la loro violenza gratuita e vile, i precedenti e le abitudini, si dice anche che da queste parti le notti appartenevano a loro. Ma la polveriera è sempre rimasta al suo posto, a dettare legge come nell’America di “Mississippi Burning” perché in fondo le radici dell’odio sono sempre uguali, le stesse in ogni angolo del mondo. Cambia veramente solo qualche sfumatura, ma la capacità di odiare rimane, si impara da piccoli e si porta avanti da adulti: c’è sempre un nemico da odiare e troppe volte c’è la protezione di un ambiente che minimizza, chi per paura o per rassegnazione, chi per convinzione. Chi non accetta le regole subisce le conseguenze e le ritorsioni. Dopo aver spento la vita di Willy in una manciata di minuti le bestie si sono messe sedute al tavolo di un bar a bere una birra. Nessun peso sulla coscienza, nessuna traccia di umanità, ma solo il bisogno di ostentare la loro forza e quel marchio di fabbrica che identifica la razza padrona, il vincente. È un marchio che piace e che prende piede sempre di più nella vita di tutti i giorni: dalla politica alla vita nei quartieri, nei dibattiti televisivi, nella mente di chi vorrebbe ma non può.

Saper sorridere e avere la pelle nera diventa allora un’aggravante che porta ad essere stranieri in un mondo che dovrebbe abolire per legge questa parola, ma non succede.  E allora Willy Monteiro Duarte smette di sorridere solo per aver tentato di sedare una rissa e per aver provato a difendere un amico.

Era il 5 marzo del 2018, a Firenze, quando Idy Diene, venditore ambulante nato in Senegal veniva ucciso a colpi di pistola mentre camminava nei pressi del ponte Vespucci. Aveva cinquantaquattro anni e ogni giorno percorreva la strada da Pontedera fino a Firenze, per provare a vendere la sua merce, con onestà e fatica. E poi altri nomi che vengono alla mente, così tanti che si fa fatica a nominarli tutti. Uno ancora, e poi mi fermo… Soumaila Sacko, bracciante e sindacalista attivista per i diritti dei lavoratori agricoli, assassinato in quel contesto economico, sociale e politico che faceva dire ad un volgare e razzista Ministro degli Interni che “… la pacchia è finita”.

Storie diverse fra loro, in minima parte, ma con un enorme fattor comune. Proviamo a chiudere gli occhi e facciamo un gioco: facciamo finta che questi morti abbiano la pelle bianca e che a sparare o a massacrare a calci e pugni un ragazzo di ventun anni che sapeva sorridere sia stata una banda di migranti, di stranieri, magari con la pelle nera. Poi proviamo a immaginare i titoli a nove colonne sui giornali e i servizi dei TG, proviamo a immaginare i comizi nei salotti televisivi e le reazioni di una gran parte dei cittadini e dei politici che ogni giorno ci ricordano “… prima gli italiani”.

Adesso apriamo gli occhi: il gioco è finito e la realtà è un’altra, diversa da quella che vogliono farci credere. E quella realtà racconta di intere zone di questo Paese dove “Mississippi Burning” è il vivere quotidiano, dove la violenza ha la cittadinanza italiana e si muove su automobili lussuose e potenti, controlla il territorio e gestisce traffici di ogni tipo. Zone dove il controllo dello Stato non esiste, latitante o osservatore compiaciuto.

Che strano: nei salotti che contano dell’informazione, televisiva e stampata, ci aggiornano ogni giorno sul collasso di Lampedusa e sull’emergenza migranti. Non si parla più della stazione dei Carabinieri di Piacenza e di quello che succedeva in quelle stanze e in quella città. Dov’è la differenza fra le violenze che si consumavano in quella caserma protetti da una divisa dello Stato e quella consumata nella piazza di Colleferro in una notte bastarda di fine estate?

Cala il silenzio rispettoso anche nei confronti di quei candidati alle elezioni in odore di mafia e di legami con le forze razziste e fasciste di questo Paese smemorato. Qualcuno ricorda quanto successo all’inizio di agosto nell’aula del Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia? Quel giorno i “bravi ragazzi” di CasaPound entrarono in aula interrompendo la seduta della commissione. A guidare il blitz era il leader di CasaPound in Friuli: Francesco Clun, nominato alla direzione Welfare dall’assessore Alessia Rosolen, una carriera politica sempre a destra. Quel giorno, per tranquillizzare i “bravi ragazzi”, Antonio Calligaris consigliere regionale della Lega, urlava che lui “sparerebbe senza problemi” ai migranti clandestini.

Ecco, il gioco ora è davvero finito e gli occhi non si dovrebbero più chiudere. Questo è il contesto sociale, umano e politico, che ammorba questo Paese. Questo è il terreno che ha permesso a quattro bestie di spegnere il sorriso di Willy Monteiro Duarte. Prima di lui avevano spento quello diIdy Diene e di Soumaila Sacko, di Abdoul Guiebre “Abba” e di tanti altri che sapevano sorridere, comunque e nonostante. Colleferro, Firenze, San Calogero o le baracche di San Ferdinando, Milano… separate dalla distanza e dalla geografia, ma così vicine in quelle pagine della storia dove il racconto assomiglia ad un vecchio film sull’America. Ma quel “Mississipi” non è solo in America: è anche intorno a noi, è entrato dalla porta principale e si è accomodato in salotto. È lui il padrone di casa.