A Fausto E Iaio

Di: - Pubblicato: 19 marzo 2018

Di Maurizio Anelli

Quarant’anni fa, la sera del 18 Marzo 1978, Fausto Tinelli e Lorenzo Jannucci venivano uccisi su un marciapiede di Milano. Il tempo passa, qualche volta corre come un treno e su quel treno viaggiano bauli carichi di ricordi di giorni che sembrano lontani. Sembrano, ma poi il treno si ferma in qualche stazione e i ricordi escono dal baule, in ordine, e parlano… raccontano. Sono arrivato a casa da poche ore, anche oggi dopo quarant’anni Milano ha ricordato Fausto e Iaio. La pioggia non ci ha permesso di essere sulla strada del loro quartiere ma un posto amico e accogliente si è trovato. Amici, Compagni vecchi e nuovi, musica e parole. E Haidi Giuliani, la mamma di Carlo Giuliani, che parla a tutti e con tutti e a tutti regala quel sorriso che entra dritto al cuore.

Un anno fa scrissi alcune righe dedicate a Fausto e Iaio e alla loro storia, che poi è la storia comune a tanti ragazzi di quegli anni. È la storia di una generazione che era troppo piccola per ricordare il 68, ma grande abbastanza per vivere la stagione successiva. Quella stagione io l’ho vissuta, nel bene e nel male, e sono orgoglioso di averla attraversata. Oggi ritrovo quelle righe e le regalo a chiunque voglia fermarsi qualche minuto e desideri leggerle, pensando a quello che eravamo un tempo e che ancora siamo: tanti capelli bianchi, molte sconfitte e quarant’anni in più. Ma siamo ancora noi.

… e poi ti ritrovi una sera in un Teatro di periferia, un Teatro partigiano in un angolo del quartiere Niguarda a Milano. È il Teatro della Cooperativa, in scena “Il Sogno di Fausto e Iaio” di Daniele Biacchessi e Giulio Peranzoni. La sala è gremita e tu sei lì e ripensi a quel 18 Marzo del 1978. Era una Città diversa Milano, qualcuno la ricorda solo come la Città simbolo degli anni di piombo, ma non era solo così. Era molto di più. Era un laboratorio d’idee in movimento, di passione politica, d’impegno sociale. Si riusciva anche a sognare.

Avevano mille colori quei sogni: il colore della ribellione e della speranza, della solidarietà. Erano colori con un profumo particolare, quello dei diciotto anni. E come fai a non sognare, quando hai diciotto anni ? C’era il Centro Sociale del Leoncavallo e, lì dentro, quei colori e quel profumo erano ancora più intensi. Qualcosa che entrava nel cuore della “comunità” nel senso più nobile e magari ingenuo ma pulito e forte. C’era l’idea di uno spazio comune e autogestito, dove s’incontravano il lavoro e lo stare insieme, la cultura e la musica, l’impegno politico e la lotta sociale. Quella generazione, la mia generazione, non poteva non amare quell’angolo di Milano che dava così fastidio ai poteri di allora.

Oggi il Centro Sociale del Leoncavallo vive ancora, in un altro angolo della Città. La sede storica è stata demolita e oggi è una moderna palazzina, c’è addirittura una banca.
Le “Madri del Leoncavallo” hanno contribuito con la loro grande dignità a non disperdere quel sogno dei loro figli. È importante che sia andata così, perché come disse qualche anno fa un Uomo degno come Moni Ovadia “… Il Leoncavallo è una delle realtà più vive e fa parte della storia della città. Ha svolto un ruolo fondamentale in campo culturale, sociale e politico offrendo spazi di aggregazione a cittadini come i giovani delle periferie degradate o gli extracomunitari”.

Fausto Tinelli e Lorenzo Jannucci, Fausto e Iaio per tutti, sono morti per quei colori e quel profumo. Scrittori e giornalisti di cronaca giudiziaria hanno indagato e scritto per anni sulla loro morte.
Mauro Brutto, giornalista de l’Unità quando l’Unità era l’Unità, per queste sue indagini è stato ucciso. Gli scandali di Roma di due anni fa, la vergogna di “Mafia Capitale”, hanno aggiunto altre luci sulla loro morte, ma assomigliano alle stesse luci che qualcuno aveva già visto allora, inascoltato dallo Stato, gli stessi nomi. Nomi che s’incontrano spesso nella storia nera di quegli anni, nomi che intrecciano in un abbraccio mortale il peggio di questo Paese: mafie e criminalità, ambienti fascisti, servizi segreti … erano i giorni del rapimento di Aldo Moro e poche settimane dopo sarà ucciso anche Peppino Impastato. Era l’Italia dei misteri e oggi quei misteri resistono ancora, custoditi in quegli armadi che continueranno a nascondere i loro scheletri e i loro segreti. Oggi, dopo quasi quarant’anni, non esiste una sentenza di tribunale che condanni chi ha ucciso Fausto e Iaio e ne spieghi il perché. Ma non abbiamo bisogno di una sentenza di tribunale, che tanto non arriverà mai.
Chi ha vissuto quegli anni sa che cos’era l’Italia di allora. Fausto e Iaio non sono morti in uno scontro di Piazza con i fascisti che in quegli anni a Milano succedevano quasi ogni sabato. No, loro sono stati assassinati per un motivo preciso, preordinato e deciso da qualcuno.
La storia giudiziaria sull’assassinio di Fausto e Iaio è scritta a chiare lettere per chi la vuole leggere e capire, ed è perfettamente in linea con la storia giudiziaria di un Paese troppe volte vittima di sé stesso e delle proprie porcherie, incapace di dare una verità ai troppi misteri che lo hanno avvolto in una cappa quella sì di piombo e di silenzio. Restano il ricordo e il profumo, intensi e mai cancellati, che la loro storia ha lasciato su questa Città o almeno su quella parte di Città libera e consapevole. Resta quel sapore amaro di un sogno interrotto che ha lasciato un segno, una ferita. Il giorno dei funerali di Fausto e Iaio una Milano ferita ha abbracciato una folla immensa, come non si è mai più vista. Eravamo tanti in quella Piazza che non bastava a contenerci tutti. Studenti, operai, tranvieri, donne e uomini di ogni età erano lì a salutare quei due ragazzi che potevano essere chiunque di noi. Ricordo bene quel giorno e quella folla, Simona ed io eravamo arrivati di mattina presto insieme ai nostri Compagni . Rabbia, tristezza, lacrime trattenute ma poi lasciate scorrere.
Fausto e Iaio avevano la nostra stessa età. Tanti anni sono passati, eppure questa sera in un Teatro di Periferia l’emozione è stata forte. Milano non ha mai dimenticato quei due ragazzi.
Simona non la vedo più da tantissimi anni, dopo gli anni da studenti le nostre strade si sono perse di vista, chissà dov’è oggi e come vive la sua vita. Eppure, questa sera, l’ho sentita vicina come allora e mi sembrava che la sua mano stringesse forte la mia come quel giorno al Casoretto mentre provava, senza riuscirci, a trattenere le lacrime.

“Che idea morire di marzo, lascio un pezzo di vita e riparto più forte nella lotta, invidiavo i tuoi diciannove anni, ora me li sento addosso di più”.