A Massimo Lettieri

Di: - Pubblicato: 3 Mar 2019

Di Maurizio Anelli.

C’è un libro, appoggiato su uno scaffale della città, che racconta una storia vera che assomiglia molto a una favola. Le favole regalano sempre un’altalena di emozioni: rabbia, sorrisi, paure e delusioni, rinascite. Questa storia racconta di un Uomo e della sua Comunità, stretti attorno a una fabbrica dove un tempo lavoravano trecento vite, donne e uomini con una propria storia tanto diversa da quella degli avventurieri che hanno distrutto quel patrimonio di fatica e dignità. Quella fabbrica si chiamava Maflow, e abitava in quella terra di conquista delle mafie che, a partire dagli anni novanta, era diventata Trezzano sul Naviglio. Dopo una lunga serie di passaggi di proprietà, di fallimenti e di debiti, la fabbrica chiude i cancelli in faccia a quelle trecento vite. Un calcio in culo a trecento famiglie e via, quel che sarà sarà. Qualcuno di loro se ne andrà e qualcun altro troverà un altro lavoro o magari andrà in pensione. Qualcuno però resta, anzi restano in tanti: donne e uomini con la testa dura e una dignità d’acciaio. Sono “figli dell’Officina”, e non si arrendono: si guardano in faccia, si tirano su le maniche e ricominciano. Occupano quello spazio che la legge non permette di occupare e poco alla volta, un giorno dopo l’altro, restituiscono vita e colori a quei capannoni. Non c’è più la Maflow, adesso c’è Ri-Maflov. Quelle Donne e quegli Uomini imparano a essere imprenditori di se stessi, ridisegnando la loro vita e assumendosi responsabilità che altri non hanno voluto e saputo assumersi. Non è stato facile ma loro ci sono riusciti. Dentro quei capannoni hanno saputo inventare un tessuto sociale fatto di botteghe artigianali, una biblioteca, gruppi d’acquisto solidale e un centro di recupero e riciclo materiali.

Ma questo è solo il primo capitolo della storia che assomiglia ad una favola. Poi arriva un 26 Luglio del 2018, e la storia cambia strada e colore: è un’alba difficile per Ri-Maflow, per la sua gente e per Massimo Lettieri, presidente del Cda della Ri-Maflow.  I Carabinieri si presentano davanti ai cancelli della fabbrica, notificano un Decreto di perquisizione emesso dalla Direzione distrettuale antimafia del tribunale di Milano e procedono al sequestro di un capannone: quello dove si lavora al recupero della carta e della plastica/PVC dalla carta da parati, per rimetterla poi nel circuito produttivo come materia pulita. Quello stesso giorno Massimo Lettieri è arrestato mentre si trova in vacanza con la famiglia, in Campania. L’accusa è pesante: “associazione per delinquere per traffico illecito di rifiuti”. È un’accusa che non coinvolge l’intera attività produttiva di RiMaflow ma una singola attività, quella svolta nel capannone sequestrato, ma in seguito al sequestro e alla custodia giudiziale di materiale informatico e del conto corrente della Cooperativa l’attività della Cooperativa stessa diventa quasi impossibile da mandare avanti. L’inchiesta che porta a tutto questo era cominciata anni prima e riguardava il trattamento dei rifiuti e gli illeciti commessi in quel settore nel territorio della Lombardia, coinvolgeva società specifiche del settore e Ri-Maflow entra nell’indagine solo in seguito. Le ipotesi di reato formulate dalla Procura della Repubblica di Milano si riferiscono all’acquisizione illecita di materiali di scarto, alla loro trasformazione e alla successiva  vendita come materia prima (PVC), all’irregolarità del processo di lavorazione e trasformazione dei materiali .In qualità di Presidente del Cda di Ri-Maflow, Massimo Lettieri viene accusato di concorso con persone indagate, esterne alla cooperativa ma con cui la Cooperativa entra in contatto per svolgere quell’attività. Da qui, di conseguenza, le accuse di associazione a delinquere, frode nell’esercizio dell’attività e di  commercio, e gestione non autorizzata di rifiuti. Accuse pesanti, appunto.

Sul perché Ri-Maflow e il suo presidente siano coinvolti in questa inchiesta, come la affrontano e in che modo ne verranno fuori, è qualcosa che merita di essere approfondito. La cooperativa nasce dalla scelta di occupare illegalmente i locali della vecchia fabbrica dismessa, è un atto politico consapevole e ritenuto necessario per realizzare quell’alternativa umana e politica, autogestita e capace di ricostruire un tessuto sociale e creare nuovamente posti di lavoro per restituire quella dignità rubata a chi quel lavoro è stato tolto senza nessun riguardo. Una condizione di “illegalità” che non è mai stata negata dalle donne e dagli uomini di Ri-Maflow, tutt’altro: è sempre stata rivendicata come necessaria e da legittimare nel confronto aperto con le Istituzioni (Comune di Trezzano, Prefettura) e UniCredit, proprietaria dell’area occupata. In tutto questo s’inserisce il legame, profondo e cresciuto nel tempo, con il territorio. Un progetto ambizioso quello di Ri-Maflow che merita di essere chiamato “sogno” senza alcuna retorica, perché i sogni hanno un profumo di cui non ci si deve mai vergognare. L’accusa di associazione a delinquere umilia questo sogno e Ri-Maflow la respinge con forza e con chiarezza dal primo momento, così come con la stessa forza e la stessa chiarezza ha sempre ammesso e rivendicato “l’illegalità” dell’occupazione legittima della fabbrica. Da un’accusa ci si deve difendere e, nella difesa  legale e politica del suo operato, RI-MAFLOW e il suo presidente non hanno mai attaccato l’inchiesta come tale né l’operato della Magistratura. Hanno solo chiesto di potersi difendere in un’aula di tribunale, affermando di aver sempre agito alla luce del sole. Gli attestati di solidarietà sono molti, e ognuno di loro regala forza e determinazione:

Massimo Lettieri, un Uomo. Per chi conosce la storia di Massimo e di Ri-Maflow è facile scegliere da che parte stare. Attorno a lui la solidarietà è importante, è sempre una carezza che fa bene e arriva a piene mani e a viso aperto: dalla gente di Ri-Maflow, dai cittadini comuni, da associazioni e da Uomini come Don Luigi Ciotti. La Fabbrica occupata diventa sempre più un’occasione d’incontri, di spettacoli e d’iniziative.  Per Massimo Lettieri intanto comincia una vita diversa. In carcere a Salerno, durante mesi che possono sembrare lunghissimi per chi li vive lontano dalla famiglia e dai propri affetti. Ci vuole forza per resistere all’isolamento fisico e psichico, soprattutto quando arriva in seguito ad un’accusa infamante che brucia la dignità e lascia un’ombra che la gente non dimenticherà facilmente. Ci sarà sempre qualcuno pronto a ricordarla, e credo che questo pensiero sia un tarlo nella mente e nel cuore di chi vive il carcere. La forza per andare avanti può arrivare dall’esterno: dagli amici, dalla famiglia, da chi sa e crede nell’innocenza negata. Ma da sola non basta, serve qualcosa in più e quel qualcosa è dentro il proprio animo. Massimo ha saputo trovare tutto questo dentro di sé e trasmetterlo agli altri. Ha saputo, lui, dare forza e fiducia a chi era fuori dal carcere, ai suoi Compagni e alla sua gente. Nell’estate della sua detenzione scrive una lettera che profuma di dignità e di umana ricchezza: https://www.ticinonotizie.it/massimo-lettieri-la-lettera-dal-carcere-di-salerno-ai-compagni-e-alle-compagne-della-ri-maflow/.

Dopo mesi di attesa Massimo Lettieri ottiene il trasferimento a Milano, nel carcere di San Vittore, un passo avanti ma ancora lontano dalla libertà. Attorno a lui la solidarietà non si ferma, va avanti. Attorno al carcere di San Vittore, in una sera d’autunno si ritrovano in tanti, è un girotondo che canta e suona per lui, per la sua libertà. Un pezzo di quella libertà arriva dopo pochi giorni, ma non è ancora quella definitiva: da Salerno a San Vittore, e adesso agli arresti domiciliari anche se con libertà di incontrare le persone. E fra le persone, prima di tutto le persone, la visita di un Uomo come Don Luigi Ciotti che dopo alcuni giorni renderà onore a Massimo, dedicandogli una lettera che merita di essere letta: https://rimaflow.it/index.php/2018/10/16/lettera-di-don-luigi-ciotti-a-massimo-lettieri/.  Non è ancora finita, Massimo deve ancora affrontare l’udienza che deciderà il suo futuro e lo fa come sempre: a testa alta con una dignità sconosciuta a molti. In mezzo a tutto questo, il 28 novembre 2018, la fabbrica di Ri-Maflow vince una partita importante per la sua sopravvivenza: lo sgombero che sembrava ormai deciso viene sospeso dopo un incontro in Prefettura fra le parti, sono concessi altri mesi di tempo, il tempo necessario per trovare una sede alternativa. Davanti alla fabbrica centinaia di persone, presenti dalle prime ore del mattino in segno di solidarietà, possono fare festa e sorridere. Un passo alla volta, come sempre, per continuare a scrivere quella storia che assomiglia a una favola.

Arriva finalmente anche l’udienza che decide il futuro di Massimo Lettieri, arriva due volte, perché la prima volta viene rinviata al 15 Febbraio 2019: Massimo Lettieri è libero, anche gli arresti domiciliari vengono cancellati. Massimo potrà finalmente riprendere per mano una vita interrotta, si può e si deve essere felici di questo, ma è una vittoria amara e incompleta perché il patteggiamento chiesto da tutti gli altri imputati, estranei a Ri-Maflow, impedisce, di fatto, a Massimo Lettieri di potersi difendere in un’aula di tribunale con un giusto processo. “Avendo tutti gli imputati patteggiato, non c’erano le condizioni per fare il processo da soli: anni di dibattimenti e costi legali impossibili da sostenere, con l’aggravante di non poter neppure beneficiare degli sconti di pena disposti dal PM”.

C’è un libro, appoggiato su uno scaffale della città, che racconta una storia vera e che assomiglia molto a una favola. Le favole regalano sempre un’altalena di emozioni: rabbia, sorrisi, paure e delusioni, rinascite.

La storia di Massimo Lettieri e della fabbrica recuperata di Ri-Maflow lascia un segno in tutti coloro che hanno voluto conoscerla e che, un giorno alla volta, hanno imparato a sentirla come una storia anche propria. Molti di noi non l’hanno conosciuta dal primo momento, quello drammatico della chiusura di una fabbrica, ma hanno imparato a sfogliare il libro di Ri-Maflow con il passare del tempo e dei mesi. Siamo entrati in quella fabbrica e visto quei capannoni, abbiamo conosciuto chi abita quello spazio e produce quella ricchezza umana di cui oggi non possiamo fare a meno. Molti di noi hanno conosciuto Massimo Lettieri, e poi Gigi e Luca, Spartaco e Don Mapelli e tutta quella comunità che è troppo grande per nominarla tutta e che ha saputo insegnare un valore costruito con la forza dell’autodeterminazione e della solidarietà. È stato un privilegio.

C’è solo una domanda che resta nascosta nelle pieghe della mente e alla quale non è possibile dare una risposta: chi potrà restituire a Massimo Lettieri i baci mancati della sua compagna e gli abbracci persi della sua famiglia ? Chi potrà restituirgli tutto quel tempo di vita rubata ? Nessuno potrà restituire tutto questo, ma Massimo sa che si può stare in piedi controvento, a testa alta. L’ha insegnato a tutti noi.