Agricoltura E Progresso

Di: - Pubblicato: 19 settembre 2016

L’aratura O Vangatura

 

A cura di Daniel Battaglia

 

Ormai sono in molti, in ogni parte del pianeta, ad aver compreso che un’agricoltura non sopravvive a lungo se non è sostenibile ed etica nei confronti del suo elemento primo, la terra.

Prendiamo un esempio che per la sopravvivenza della specie umana nel prossimo futuro si sta rivelando di fondamentale importanza, il cibo a sufficienza per tutti, sano e rinnovabile.

 L’agricoltura intensiva si sta ormai sempre più rivelando un fallimento per due fondamentali motivi.

 Il primo è l’aver impoverito la terra a un punto tale che i terreni agricoli sono ormai compatti duri e senza vita, privi di microorganismi e organismi che ne garantivano la fertilità. Basti pensare che ancora negli anni ‘80, malgrado l’agricoltura intensiva fosse in uso già dal dopo guerra, dietro ad un trattore che arava il terreno, si vedevano ancora stormi di uccelli che coglievano questa manna che portava in superficie vermi e altre tipologie di insetti che proprio sarebbero serviti a fare in modo dolce e senza sosta il lavoro che gli umani un giorno decisero di svolgere loro con l’aratura, decimando questi organismi che oltre ad ossigenare il terreno svolgevano un’altra azione importantissima e cioè trasformavano i resti di piante, alberi e organici depositatisi in superficie in concime naturale pronto all’uso per piante e ortaggi circostanti.

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Spesso mi chiedo come sia possibile che un’usanza così antica come quella di rivoltare la terra si sia nel tempo rivelata così sbagliata tanto da risultare addirittura nociva per il futuro degli esseri umani e di molte specie animali e vegetali.

Benché io creda fermamente che si debbano riprendere molte delle abitudini e degli stili di vita dei nostri antenati in questo preciso caso posso solo fare una costatazione tra il modo di arare prima del 1940 e quello dopo il 1945. Fino a prima dell’epoca dei trattori la vangatura è abbastanza dolce e superficiale e probabilmente serviva solo ad accelerare il processo di ossigenazione del terreno tra un raccolto e una semina per le stagioni a seguire in modo da avere sempre e costantemente qualcosa di cui cibarsi e questo metodo ha funzionato per centinaia di anni, proprio perché veniva fatto per lo più con una vanga o un aratro leggero trainato da cavalli o buoi quindi in modo dolce e senza andare in profondità e solo in certi mesi dell’anno. Finché non arrivarono i trattori che spinsero il processo fino alla rottura di questo equilibrio tra natura e intervento umano che ci ha portati ai giorni nostri con le conseguenze che bene o male conosciamo e che cercherò di approfondire.

Il secondo motivo per cui l’agricoltura intensiva si sta rivelando un fallimento è la dipendenza dal petrolio e di conseguenza gli altissimi costi di produzione. Essendo, i terreni coltivati intensivamente, ormai privi di vita, bisogna sistematicamente concimarli. Inoltre le coltivazioni intensive non prevedono la presenza nel campo di altre piante all’infuori di quella monovarietale coltivata, di conseguenza i parassiti proliferano non avendo la contrapposizione di altri insetti contrastanti e neanche di quelle piante che tengono a bada quegli insetti nocivi e/o che ne attraggono altri antagonisti. Di conseguenza abbiamo una mancanza di biodiversità che provoca uno squilibrio ecologico in un’area circoscritta.

Quindi oltre ai trattori che per arare utilizzano il combustibile fossile, ci sono i concimi e fertilizzanti vari, i pesticidi e fungicidi che provengono tutti dall’industria petrolchimica.

Altro fattore non meno importante, causato dall’utilizzo sistematico di pesticidi e fertilizzanti chimici, sono gli effetti devastanti sulla salute degli esseri umani e che si dovrebbero distinguere in patologie degli agricoltori, dei consumatori e dei residenti nei pressi delle zone coltivate; ma l’argomento per la sua complessità merita  un approfondimento a parte.

Mi sono chiesto come sia stato possibile prendere un abbaglio simile e pensare che l’agricoltura intensiva potesse sfamare milioni di persone malgrado i risultati negativi ormai noti da diversi anni. Le nuove scoperte come permacultura, agroforesteria o agroselvicoltura, agricoltura biodinamica e biologica ci confermano da più parte del globo che queste sono le strade da percorre senza indugio abbandonando definitivamente l’agricoltura intensiva che per anni ci hanno fatto credere potesse essere la salvezza dalla fame nel mondo.

In questa mia analisi non prenderò in considerazione l’allevamento di animali per uso alimentare ancora più nocivo per la terra e gli esseri umani, ma che tocca vari aspetti delicati e sociologici che vanno sempre più uniformandosi, modificando radicalmente in poco più di 50 anni le abitudini e la cultura agroalimentare che fino a prima della seconda guerra mondiale era da secoli principalmente legata al mondo vegetale, ribaltandone completamente le usanze, e potremmo dire anche i gusti, facendo prediligere un‘alimentazione di provenienza animale.

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Per tornare al nostro trattore, oggi 2016 e purtroppo da molti anni, esso non è più inseguito da stormi di uccelli opportunisti ma è solo, basta osservarlo nelle campagne in qualsiasi paese andiate. La terra rivoltata dai trattori che serve a nutrirci è ormai priva di vita, senza ossigeno e senza organismi viventi. A questo punto per poterne ricavare qualcosa bisogna arare più spesso e concimare sempre di più e questo avviene con prodotti di laboratorio quasi sempre idrosolubili e in quanto tali assorbiti dalle piantagioni in quantità eccessive provocando l’attacco di parassiti e malattie fungine che a loro volta vengono contrastate con insetticidi e antiparassitari. Parte di questi prodotti, tutti di provenienza petrolchimica usati nell’agricoltura moderna sono stati ritrovati poi non solo nei vegetali coltivati ma anche in molti organismi viventi, in animali da pascolo, nell’uomo, nelle falde acquifere, nei mari, e sembrerebbe da recenti studi anche in prodotti lavorati come pasta e pane.

Insomma il vero progresso sta soprattutto nell’osservare la natura, comprenderla e copiarne i comportamenti e le dinamiche a nostro uso e consumo ma con rispetto e sostenibilità e non unicamente nell’invenzione di nuovi macchinari sempre più performanti tanto da distruggere anziché produrre. Questo però lo abbiamo saputo fare sembrerebbe per 11000 anni e allora riprendiamo a farlo!