Al Via Le Prove Invalsi: Una Buona Scuola?

Di: - Pubblicato: 7 maggio 2016

Sono partite anche quest’anno le prove INVALSI, previste nell’ambito del Sistema Nazionale di Valutazione, ormai in uso nella forma corrente dal 2009. Dopo giorni di preparazione nelle classi, con l’ansia di genitori, studenti e insegnanti eccoci arrivati alle tanto- bene o male -attese prove.

Mercoledì 4 maggio si è svolta la prova preliminare di lettura nelle classi II  e la prova di Italiano nelle classi II e V della scuola primaria.

Giovedì 5 maggio si è succeduta la prova di matematica per la classe II e V della primaria e per i più grandi il questionario studente.

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Nelle prossime settimane si continuerà il 12 maggio con la prova di Italiano e la prova di matematica nelle classi II delle scuole secondarie di secondo grado, oltre al questionario studente.

Si terminerà il 17 giugno con la prova d’Italiano e la prova di matematica per le classi III delle scuole  secondarie di primo grado ( Prova nazionale all’interno dell’esame di Stato).

Per gli alunni DSA sono utilizzabili gli strumenti compensativi, i risultati delle prove degli alunni con disabilità non saranno conteggiati all’interno del campione statistico.

Ma a cosa servono davvero questi TEST? Perché sollecitano l’opinione pubblica? Cosa temono tutti?

Paolo Mazzoli, direttore generale dell’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione (Invalsi), Ente di ricerca che prepara e amministra le prove, spiega che le prove Invalsi hanno due obiettivi: «Innanzi tutto fornire alla cittadinanza e ai decisori politici i dati generali sul funzionamento della scuola, in particolare il grado di competenze raggiunto dagli studenti in due grandi aree: la comprensione di un testo e la padronanza della matematica in situazioni concrete. Il secondo obiettivo è quello di fornire alle scuole i dati elaborati, in modo che siano possibili valutazioni sul piano didattico, confronti e migliorie.»

Anna Maria Ajello, presidente dell’INVALSI, nei giorni scorsi ha scritto ai docenti ribadendo l’importanza della cultura della valutazione “in un Paese in cui questo approccio stenta ad affermarsi” e nello tempo ha manifestato un’apertura al cambiamento, dichiarandosi aperta ad accogliere proposte dal basso, per migliorare le prove senza pensare che verranno eliminate.

La concezione dei test Invalsi è frutto di analisi dei sistemi europei dell’istruzione, in una prospettiva di una policy dell’educazione e dell’istruzione a livello Europeo.

L’Italia affronta questa enorme spesa sperando di essere al passo con i tempi e con i suoi vicini, illudendosi di misurare in questo modo il livello di apprendimento degli studenti e di poter quindi migliorare l’offerta formativa: ecco la “Buona scuola”.

I risultati sono anonimi, e la valutazione riguarda l’istituto scolastico, che può paragonare le sue performance con quelle di istituti dello stesso bacino socio-economico, della stessa area geografica o di aree diverse, e avere come riferimento i dati nazionali.

I risultati non sono da considerare come valutazione dello studente ad eccezione della prova di terza media, l’unico caso in cui i risultati fanno media con le altre prove d’esame.

Varie sono anche le opinioni degli esperti: Roberto Trinchero, docente di Pedagogia sperimentale all’Università di Torino, sostiene le prove Invalsi dicendo che queste servono a valutare solamente in che modo quello che si è imparato a scuola rende gli studenti capaci di misurarsi con quesiti di italiano e matematica diversi da quelli che affrontano in aula. L’equivoco nasce dal fatto che nei mesi precedenti in molti insegnanti si sono concentrati a prepararsi alle prove più che a insegnare il tipo di ragionamento necessario a rispondere correttamente.

Dall’altra parte Daniele Novara, pedagogista e direttore del Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti, ribadisce l’inutilità di questi test, che misurano il livello di nozioni e non il livello di apprendimento degli alunni. Daniele Novara punta il dito contro il sistema scolastico basato sulla valutazione come forma di adeguatezza alla risposta esatta, e in più occasioni ha dichiarato la sua posizione, scrivendo anche una lettera aperta a Matteo Renzi dove indica i possibili correttivi per un sistema migliore.

 

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Cosa temono tutti allora?

Gli studenti delle scuole secondarie hanno boicottato il test arrivando a consegnare in alcuni anni i fogli in bianco, perché “valutare non può significare schedare, mettere in classifica, favorire la competizione tra scuole e studenti” ma “deve tenere conto delle condizioni sociali ed economiche degli studenti e aprire le porte a dei criteri premiali per le scuole migliori”.

Gli insegnanti  temono che la valutazione degli studenti sia un primo passo verso l’introduzione di differenze retributive basate sui risultati delle classi o delle scuole, o per introdurre diversità di risorse ridistribuite tra scuole, tra province o tra regioni del Paese.

I genitori  temono che questa prova “valuti” in qualche modo i loro figli e non l’apprendimento, che di questi risultati venga tenuto conto a livello di certificazioni finali. Ma è possibile valutare solo le nozioni e non il senso civico, la capacità di stare bene e crescere insieme, l’educazione alla cittadinanza?

LA BUONA SCUOLA certo non intendeva attivare livelli di ansia e stress così alti da rendere vane o addirittura controproducenti queste prove, che dovrebbero rivestire un’importante fondamentale per il decisore politico per correggere e migliorare il sistema italiano dell’istruzione e permettergli di essere al pari con i sistemi presenti nel panorama europeo.

Che l’Invalsi possa allora ottemperare fino in fondo agli obiettivi alti e nobili di migliorare l’efficacia della scuola per le fasce più deboli della popolazione scolastica e di far emergere e diffondere le esperienze di eccellenza presenti nel Paese, e possa soprattutto continuare a interrogarsi sull’efficacia della sua natura, sui risultati ottenuti non solo a livello quantitativo e nozionistico, ma anche e soprattutto qualitativo e valoriale.

 

Maria Teresa Pepe, pedagogista