Baciamo Le Mani Signor Ministro

Di: - Pubblicato: 21 Gen 2019

Di Maurizio Anelli.

Baciamo le mani, Signor Ministro. Il più umiliante dei gesti sempre, ma anche il più significativo segno di potere da una parte e di fedele sottomissione dall’altra. In visita ad Afragola il Ministro degli Interni si compiace del bagno di folla e non si nega al baciamano. Dalla folla gli gridano di eliminare Roberto Saviano e lui non fa una piega anzi… sorride e augura “lunga vita a Saviano”. Indossa la divisa della Polizia di Stato, quello Stato che lui rappresenta e quella divisa da cui ormai non si separa più. Strano che nessun poliziotto si senta a disagio vedendolo con quella divisa addosso, eppure succede. https://www.huffingtonpost.it/2019/01/20/un-uomo-urla-tra-la-folla-ad-afragola-matteo-elimina-saviano-e-salvini-risponde_a_23647534/

Afragola, Comune alle porte di Napoli, dove in meno di un mese otto bombe sono esplose contro gli esercizi commerciali. Afragola che scende in piazza contro la camorra e in prima fila c’è l’associazionismo che da sempre è in prima fila contro le mafie. Eppure l’Amministrazione Comunale di Afragola ha appena revocato a un consorzio di associazioni l’assegnazione di una parte della Masseria Ferraioli, bene confiscato alla camorra. Il Ministro Salvini giustifica con cavilli burocratici questa decisione.

Nel Mediterraneo intanto si continua a morire fra l’indifferenza generale e il ghigno, irreale e malato, di colui che indossa la giacca della Polizia di Stato in tutte le occasioni. Si muore, ma lui accusa le ONG: è colpa loro se i migranti partono e muoiono in mare. Una gran parte del Paese è con lui, sorride e bacia le mani. Sorridevano in tanti anche in settimana, c’è stata una cena importante e non per tutti: seimila euro per sedersi al tavolo nella serata promossa dal movimento “Fino a prova contraria”. Una tavolata d’eccezione, politici, imprenditori, magistrati … persone che contano nella vita del Paese: da Maria Elena Boschi a Flavio Briatore, passando per Luca Cordero di Montezemolo e arrivando a Tronchetti Provera, Claudio Lotito, Giovanni Malagò e l’immancabile Edward Luttawak.  C’era anche lui ovviamente, il Ministro degli Interni Matteo Salvini era seduto allo stesso tavolo del procuratore di Palermo Francesco Lo Voi che lo aveva indagato per la nave Diciotti: Catania, Agosto 2018. Bizzarro destino, il Potere economico-politico e una parte della magistratura a parlare serenamente di giustizia e garantismo. Certo non era la serata giusta per parlare di quella cosa marginale che sono i quarantanove milioni di Euro che il Partito del Signor Ministro ha sottratto agli italiani e, probabilmente, non era la serata giusta nemmeno per parlare dello spettacolo vergognoso e indegno che è stato offerto con l’arresto di Cesare Battisti.   Dopo l’arresto in Bolivia, Cesare Battisti è stato accolto all’aeroporto di Ciampino dal ministro degli Interni Matteo Salvini e dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Da quel momento la giustizia, la dignità e i valori umani sono stati calpestati a piedi uniti dalle istituzioni con una violenza senza limiti. Quando un Ministro degli Interni afferma che l’arrestato “deve marcire in galera fino alla fine dei suoi giorni” umilia non solo la decenza umana ma viola anche la Costituzione e le leggi dello Stato di Diritto. Quando un Ministro degli interni afferma che è stato arrestato “un assassino comunista” ignora volutamente la storia. Non mi sorprende nulla di Matteo Salvini, mi amareggia che nessuno ai vertici dello Stato non abbia sentito il dovere di intervenire in prima persona.  L’Associazione Antigone afferma che: “gli aspetti culturali e umani non sono le uniche note stonate del video. L’associazione, che si occupa anche di diritti umani e di carceri, ha evidenziato come in questo caso abbiamo assistito a una “spettacolarizzazione di un arresto”, di una persona che sconterà l’ergastolo. Ed è paradossale che una tale ‘leggerezza’ sia stata commessa proprio dal ministro della Giustizia, che dovrebbe conoscere a menadito l’Ordinamento penitenziario. Innanzi tutto esiste l’articolo 114 del codice di procedura penale, che vieta “la pubblicazione dell’immagine di persona privata della libertà personale ripresa mentre la stessa si trova sottoposta all’uso di manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica”; ed è proprio la condizione in cui è stato ripreso dalle telecamere l’ex terrorista”.

Non esiste codice etico che non sia stato violato almeno una volta da questo “Governo del cambiamento” e il Ministro degli Interni tutto questo lo sa benissimo ma il problema non lo tocca. Lo spettacolo mediatico disgustoso, trasmesso da tutte le televisioni e ripreso da tutti i giornali è un atto di violenza che una Democrazia non può accettare. Anche la violazione del codice deontologico dell’Ordine dei Giornalisti e in particolare la violazione della Carta di Milano, del Carcere e della pena, meriterebbe l’interesse  da parte dello stesso Ordine dei giornalisti. Ma non avverrà, e mi dispiace.

È, infine, particolarmente grave e imbarazzante tutto il corollario di apprezzamento e di stima nei confronti dell’attuale Presidente del Brasile Jair Messias Bolsonaro,  ex ufficiale dell’esercito brasiliano che rimpiange i tempi della dittatura militare e della tortura e che in un’intervista  dichiarò che “La situazione del paese sarebbe migliore oggi, se la dittatura avesse ucciso più persone.” Bolsonaro che disprezza i “desaparecidos” generati dal regime militare brasiliano e umilia i loro familiari dichiarando che: “Chi cerca ossa, è un cane”.  Fra quelle ossa ci sono anche quelle di Libero Giancarlo Castiglia, conosciuto come “Joca”. Era un ragazzo di Calabria, nato a San Lucido in provincia di Cosenza. Uno dei tanti emigrati in Brasile sul finire degli anni ’50 insieme a tutta la famiglia, per trovare lavoro. La sua è la storia di un immigrato, operaio metalmeccanico a Rio De Janeiro, che collabora con la redazione del giornale comunista “A Classe Operaria”. Dopo il colpo di stato dei militari, rimpianti da Bolsonaro, diventa anche lui un obiettivo degli squadroni della morte militari in quanto attivista politico e come tale braccato, arrestato, torturato e ucciso.  https://www.repubblica.it/cronaca/2018/02/09/news/joca_il_che_guevara_di_calabria_che_sfido_il_regime_dei_gorillas-188401847/

La sua famiglia aspetta ancora “quelle ossa” e la sua storia è ora conosciuta grazie a un giovane scrittore, Alfredo Sprovieri, autore di un libro che aspetta e merita di essere letto:  Joca, il “Che” dimenticato.

È un’amicizia di cui lei è fiero e se ne vanta, Signor Ministro. Non conoscere la Storia è grave, mistificarla è imperdonabile. Un giorno le generazioni che verranno ci chiederanno dove eravamo quando un Ministro degli Interni prendeva a calci in culo questo Paese, ci chiederanno conto di un cimitero chiamato “Mare Mediterraneo” e  ci chiederanno dove eravamo quando la Giustizia e la dignità umana venivano cancellati. Ci chiederanno perché siamo stati un popolo di complici silenziosi e come abbiamo potuto farlo. A ognuno la sua risposta.