Buongiorno Silvia

Di: - Pubblicato: 10 Maggio 2020

di Maurizio Anelli.

“Silvia Romano, ventitré anni e poco più, un cassetto di sogni e di ideali riempito un giorno alla volta. Una laurea come mediatrice culturale e poi via, verso quell’Africa che la chiama e che ha bisogno di lei. È la seconda volta che Silvia sente quel richiamo e allora sceglie di dedicare cuore ed energie per i bambini del Kenya. A Fano, nelle Marche, c’è una Onlus che sostiene e gestisce i progetti legati all’infanzia e si occupa principalmente di bambini orfani. Si chiama “Africa Milele” e Silvia decide di partire, di esserci. Così un giorno arriva a Chakama, sessanta chilometri circa a ovest di Malindi, in Kenya. Sul suo profilo Facebook, pochi giorni prima della sua partenza, Silvia aveva scritto: “Amo stringere i denti ed essere una testa più dura della durezza della vita. Si sopravvive di ciò che si riceve ma si vive di ciò che si dona”.

Cooperante. Nella mente di molti italiani questa parola suona lontana, quasi incomprensibile ai più. Silvia Romano è stata rapita in Kenya il 20 novembre 2018. Sul suo rapimento e sulla sua sorte solo il silenzio assordante e il buio totale. Di lei, da mesi, non si sa più nulla…”

Un anno fa, su questo giornale, cominciava così un articolo che avevamo dedicato a Silvia Romano. Dentro quello scritto l’amarezza si mescolava con la speranza che la storia di Silvia potesse essere diversa da quella di Giulio Regeni ma quella speranza faceva a pugni con la paura che così poteva anche non essere: difficile pensare che lo Stato, i Servizi e la diplomazia potessero essere capaci di riportare a casa Silvia Romano. Difficile credere che fosse possibile una trattativa che vedeva coinvolti troppi equilibri e troppi interessi, troppe realtà: Italia, Turchia, Somalia, Kenya e il gruppo somalo di Al Shabab, affiliato ad “al Qaeda”. La memoria andava indietro nel tempo, da Silvia a Giulio Regeni, fino ad Ilaria Alpi e a tutte quelle verità nascoste e negate, arenate contro gli scogli degli interessi di parte.

Oggi, 9 maggio 2020, è invece arrivato il primo raggio di sole caldo come è giusto che sia, come se il sole volesse illuminare un inverno e una primavera che la luce sembrava aver dimenticato.

Silvia Romano torna a casa, questa è la bellezza di questa giornata.

Sono stata forte e ho resistito. Sto bene e non vedo l’ora di ritornare in Italia…”. Sono queste le prime parole di Silvia, e in queste parole c’è tutta la bellezza di una storia vissuta con coraggio e dignità.

Mentre scrivo mi accorgo che oggi non mi interessa sapere come e perché questa storia sia finita.

È finita, e in questo momento è questa la cosa più importante. E allora, per oggi, lasciamo che le volgarità che in questi diciotto mesi sono state scritte, con perfida ironia, sulla sorte di una ragazza di ventitré anni che si era messa in viaggio per “restare umana” stiano nel posto che meritano: il cestino della spazzatura. Sono volgarità che avevamo già sentito in passato: per Vittorio Arrigoni, per Giulio Regeni e per tutti coloro che hanno sempre camminato accanto agli ultimi.

Poi verrà il tempo delle versioni ufficiali, e non, sull’intera vicenda. È un compito che spetta allo Stato e ai suoi uomini di Governo, ai Servizi, ai Magistrati. In questo momento tutto questo passa in secondo piano, perché oggi la cosa più importante è che Silvia possa stringere quelle braccia che non hanno mai smesso di aspettarla. C’è un tempo per ogni cosa e nella vita i momenti di gioia sono così rari che vanno goduti fino all’ultimo sapore, immergendo fino in fondo il cuore e i sentimenti in quel profumo.

Strana giornata questa, cominciata e vissuta nel ricordo di Peppino Impastato assassinato prima dalla mafia il 9 maggio del 1978 e poi da quello Stato che, fin dal primo giorno, ha mentito, depistato e occultato le prove e le complicità. Peppino aveva Compagni, e chi ha compagni non è mai solo. Peppino aveva un madre forte come una quercia e un fratello che non si è mai arreso: hanno speso ogni energia e ogni goccia d’amore perché la verità emergesse con forza, un giorno alla volta. Mi piace pensare che, oggi, Peppino abbia visto tutti i fiori che il ricordo del suo nome, e di quei cento passi che ancora non riusciamo a camminare, sono ancora capaci di far crescere. Sono sicuro che, da qualunque parte egli sia, abbia sorriso e salutato il ritorno di Silvia alla vita.

C’è un’età in cui i sogni si prendono uno per uno dai cassetti, si mettono in tasca e si parte verso un viaggio che non sai mai dove ti può portare, ma sai che quel viaggio lo devi fare. Si chiama voglia di vivere e viaggia in compagnia del sogno di provare a cambiare un mondo sbagliato. Qualche volta quel sogno sembra avverarsi, tante volte muore a metà strada. Ma quella voglia di vivere, per sé e per gli altri, ha il profumo della condivisione e rende questo mondo più gentile e migliore di quello che è. Niente ha valore se non è condiviso.

Quell’età dove i sogni escono dal cassetto per entrare nelle tasche prima di un viaggio non dovrebbe conoscere limiti e quando la vita ci invecchia dentro, nel cuore e nelle emozioni prima ancora che nel corpo … è lì che si deve provare ancora a ridere in faccia alla vita e riprendere in mano tutti i sogni.

La storia di Silvia, come quelle di Peppino e di Giulio Regeni, come quella di Vittorio Arrigoni, ci insegna che ogni generazione ha i suoi fiori di campo e che ognuno di questi fiori lascia un seme che genera altri fiori. Quei fiori continueranno a crescere in ogni campo, nonostante gli sforzi di una società che prova sempre a bruciare qualunque seme di ribellione e solidarietà. È una strada lunga e piena di trappole, disseminata del letame di quel moralismo benpensante incapace di osservare e comprendere quello che accade fuori dal recinto della propria casa. Quei fiori di campo cercano con ostinazione “quell’isola che non c’è”, e che bisogna andare a cercare per un’idea di vita che sia degna.

Fabrizio De André cantava che “…dal letame nascono i fior”. È così.

Bentornata a casa, Silvia. Un abbraccio a te e a quella “…testa più dura della durezza della vita”.