Capolarato Agricolo: La Schiavitù 2.0

Di: - Pubblicato: 25 settembre 2017

Nel 2017 esiste ancora una schiavitù senza catene tangibili.

 

Di Samantha Di Vito

 

Il caporalato è un fenomeno presente in agricoltura e consiste nel reclutamento, da parte di soggetti spesso collegati con organizzazioni criminali, di lavoratori che vengono trasportati sui campi. Questi sono spesso persone in grande difficoltà economica o immigrati irregolari senza permesso di soggiorno: persone che si trovano in una posizione molto debole e vengono pagate miseramente, lavorando su turni lunghi e massacranti e subendo spesso anche maltrattamenti, violenze e intimidazioni da parte dei cosiddetti caporali, cioè quei soggetti che gestiscono ciò che è un vero e proprio traffico di lavoratori.

Viene così a mancare una qualsivoglia applicazione dei contratti di lavoro, il salario è di poche decine di euro per 12 ore di lavoro, vi sono poi ricatto, sottrazione dei documenti, imposizione di un alloggio e forniture di beni di prima necessità e imposizione del trasporto sul posto di lavoro effettuato dai caporali stessi, che viene fatto pagare molto caro ai lavoratori e li taglia fuori da qualsiasi rete sociale che potrebbe portarli ad emanciparsi e a liberarsi da queste catene invisibili.

Ci sono diverse figure a tessere l’intricata tela dell’organizzazione del caporalato: chi organizza le squadre e il trasporto, chi gestisce il trasporto, chi organizza le squadre e la vendita di beni di prima necessità a prezzi spesso molto alti, chi utilizza e impone sistematicamente violenza o la sottrazione dei documenti di identità ed infine un soggetto che gestisce per conto dell’imprenditore l’intera campagna di raccolta dei lavoratori.

Ci sono poi nuove forme di caporalato come il caporalato collettivo che utilizza forme apparentemente legali (come le cooperative e le agenzie interinali) per mascherare l’intermediazione illecita di manodopera, assumendo il personale con un contratto a chiamata ed indicando molti meno giorni di quelli effettivamente lavorati ed infine c’è un caporalato mafioso, legato alla criminalità organizzata. Quest’ultimo fenomeno recentemente è stato identificato con il termine di Agromafie, ossia la presenza e l’interesse delle associazioni criminali verso le attività economiche dell’agroalimentare. E tanto è confusa e contraddittoria l’azione dello Stato, tanto è più viva e mirata quella delle organizzazioni criminali. Queste non hanno mai trascurato il settore alimentare ed oggi più che mai appaiono lungimiranti nel coglierne la centralità e le immense potenzialità di guadagno. La conquista di una fetta importante di questo settore da parte delle organizzazioni mafiose rientra quindi nel processo, osservato in questi anni, di consolidamento come holding finanziaria attiva praticamente in tutti gli ambiti dell’economia. In questa opera di infiltrazione le mafie stanno approfittando della crisi per penetrare anche nell’imprenditoria legale, visto che quello dell’agroalimentare rimane un comparto vivo, a differenza di altri, perché del cibo, anche in tempi di difficoltà, nessuno potrà fare a meno quali che siano le circostanze e indipendentemente dalle congiunture economiche.

Il governo italiano, per combattere con pugno di ferro l’incremento di questa che è una forma di schiavitù, ha varato una legge ad hoc, che punisce severamente chiunque operi all’interno dell’organizzazione dello sfruttamento del caporalato ed ha introdotto significative modifiche al quadro normativo penale e previsto infine specifiche misure a supporto dei lavoratori stagionali.

La nuova legge infatti modifica l’articolo 603bis del codice penale, allargando la responsabilità anche al datore di lavoro che utilizza nei campi lavoratori in condizioni di grave sfruttamento e approfittando del loro stato di bisogno. La figura del caporale cessa di essere l’unico bersaglio dell’azione penale, finalmente estesa anche agli imprenditori che ne traggono diretto vantaggio.

Oltretutto è stato redatto un protocollo d’intesa tra il Ministero dell’Agricoltura e Federdistribuzione e Conad per favorire la trasparenza e la lotta al caporalato, un vero e proprio “codice etico”. Porre fine alle aste a doppio ribasso e favorire la trasparenza, l’equità, la legalità e il rispetto dei diritti dei lavoratori partendo dal contrasto al caporalato e allo sfruttamento in agricoltura; questi sono i principali obiettivi e azioni del protocollo di intesa che mira a promuovere pratiche commerciali leali lungo la filiera agroalimentare dove sono definite e promosse linee guida e impegni nell’acquisto dei prodotti agroalimentari da parte della Gdo (grande distribuzione organizzata), per favorire l’adesione volontaria delle imprese agricole alla Rete del lavoro agricolo di qualità.

Qualcosa si sta realmente muovendo nel quadro generale della lotta allo sfruttamento ed in quella che è stata definita la filiera sporca; lo dimostrano da un lato le denunce giunte alle Procure per smascherare i colpevoli e dall’altro i dati confortanti presentati dalla Cia-Agricoltori Italiani in occasione del primo bilancio dopo l’approvazione della legge, in cui si parla di oltre 1 milione di aziende agricole “pulite” che operano nel pieno rispetto delle regole e dei lavoratori.