Carcere E Detenzione Tra Mondo Interno E Esterno

Di: - Pubblicato: 17 Ott 2016

Uno dei bisogni più urgenti del detenuto è quello di mantenere un ruolo sociale gratificante e una buona immagine di se stesso, secondo i valori condivisi dalla realtà sociale esterna al carcere.

Ciò che talvolta si verifica nel corso dell’esperienza della detenzione è una “scissione” tra il mondo della prigione ed il mondo oltre le sbarre, dove il primo rischia di connotarsi in modo esclusivamente negativo ed il secondo come unicamente benevolo e ormai perduto. Il sentimento della perdita, che riguarda anche la speranza verso il futuro, si lega frequentemente ad uno stato di disagio che, oltre a sintomi depressivi e di scarsa autostima, può presentare delle distorsioni nella percezione della realtà. Il fenomeno della vittimizzazione ne è un esempio: soprattutto nelle lunghe detenzioni, la difficoltà a confrontarsi con la propria condizione può portare il detenuto ad assumere il ruolo della vittima, di quel mondo “cattivo” che il carcere va a rappresentare in modo stereotipato.

Da uno studio svolto presso l’Università di Bologna è emerso che una buona rete sociale costituisce un fattore protettivo contro lo stress della vita detentiva e la vittimizzazione (Gremigni, Del Bene, Tossani, 2010).

L’aspetto relazionale all’interno delle carceri è particolarmente delicato, sia per quanto riguarda il rapporto con gli altri detenuti che con il personale penitenziario. La mancanza di libertà tocca anche la socialità, poiché la carcerazione impone il contatto con altri esseri umani, oltre che con il loro disagio. Sembra che uno dei sentimenti prevalenti sia la paura dell’aggressione, sia da parte dei reclusi sia degli operatori. Anche per questo motivo il clima carcerario si caratterizza per diffidenza e sospettosità. Il pregiudizio prevalente sulla figura del detenuto è quello di un soggetto manipolatore, alla continua ricerca di benefici e vantaggi secondari. Viceversa ciò che alimenta la sfiducia del carcerato nei confronti dell’operatore è soprattutto la presenza di una sottocultura carceraria, per la quale i detenuti iniziano a pensare in termini di due realtà differenti e parallele: il mondo detentivo e tutto il resto, i detenuti e gli altri.

L’assimilazione della cultura carceraria può portare il carcerato a modificare progressivamente se stesso in modo inconsapevole, identificandosi rigidamente nel ruolo di detenuto, appartenente ad una cultura nuova, in cui vigono regole, ruoli e modi di vita differenti rispetto al mondo esterno.

Donald Clemmer negli anni ’40 ha coniato il concetto di “prisonizzazione”, riferendosi al potente effetto che la carcerazione può esercitare sulle caratteristiche di personalità del detenuto. I rischi di questo processo sono la perdita della propria individualità, il mutamento dei valori di appartenenza e l’estraniamento dalla realtà esterna, in cui può risultare complicato reinserirsi dopo la scarcerazione.

 

Il carcere resta un luogo intrinsecamente ambivalente, che racchiude potenzialità antitetiche.

Gli obiettivi principali della pena riguardano la rieducazione ed il superamento di un eventuale disadattamento sociale, che è spesso un fattore correlato al comportamento delinquente. Al tempo stesso l’impatto con la realtà carceraria può essere traumatizzante e slatentizzare un disagio psicologico rimasto silente fino a quel momento, con il rischio di intaccare il percorso rieducativo. Sembra infatti che il benessere psicologico sia prerogativa fondamentale per l’aderenza e la partecipazione alle attività educative proposte.

L’attenzione al mondo carcerario e intraindividuale del detenuto, oltre ad avere un valore umano, si pone come prerogativa fondamentale per il funzionamento ed il successo sociale oltre le sbarre. A questo scopo sembra fondamentale mantenere una connessione tra interno ed esterno che dovrebbe essere sostenuto in una doppia direzione, sia nei detenuti (favorendo il legame con la società), sia nella società civile stessa.

 

Laura Magni, Psicologa