Cent’anni di solitudine

Di: - Pubblicato: 12 giugno 2017

“… il futuro non esiste, né mai è esistito sotto il cielo di Macondo”.

A cura di Maurizio Anelli

 

Ci sono giorni in cui la Macondo raccontata da Gabriel García Márquez è così vicina che ci sembra di toccarla con la mano, di camminare nelle sue strade e nei suoi meandri. Sembra di sentirne gli odori o i profumi secondo  come gira il vento e di come il sole ti saluta al mattino. E quel sole e quel vento dipingono il nostro villaggio, il nostro Macondo, mettendo in risalto tutte le nostre contraddizioni e le nostre paure. E quando pensiamo di trovare la strada, quando ci capita di pensare che in fondo non siamo isolati dal resto dell’umanità, ma anzi ne facciamo parte … ecco che tornano, con tutta la loro forza, la nostra solitudine e la nostra eterna lotta contro il tempo e la memoria.

Sembra incredibile parlare di solitudine quando si vive in città superaffollate, piene di gente sempre impegnata a correre, anche se non è chiara la direzione in cui corre. Ma la solitudine esiste, si appoggia alla spalla e suggerisce sempre la strada sbagliata. Consiglia di non fidarsi di chi è diverso, di chi arriva da altri Paesi così lontani da noi per storia, cultura, tradizione … e poi da sempre il forestiero è qualcuno di cui diffidare, da guardare con sospetto e attenzione. E li, appoggiata sulla spalla che è così vicina al cuore e al cervello, la solitudine prova a vincere la sua battaglia personale. Lo fa cercando di dipingere di nero il quadro della condizione umana cercando di corrodere i meccanismi della nostra memoria, della nostra storia. E, come gli abitanti di Macondo, molti di noi accettano e subiscono quella presenza sulla spalla e dimenticano. Dimenticano la propria storia, le proprie origini, le lotte e le conquiste costruite sulla ribellione e sulla forza del coraggio di vivere.

È allora che il Canale di Sicilia e il Mediterraneo diventano non solo l’onda che ricopre per sempre chi cerca la vita altrove perché la vita li scaccia dalle proprie radici, ma diventano anche la sconfitta di quella parte di umanità incapace di aprire le proprie porte, di capire e correggere una rotta che è solamente funzionale al potere di chi mette gli uomini uno contro l’altro. È un oblio che fa dimenticare quando eravamo noi, come popolo, a salire sulle navi per cercare la vita da un’altra parte del mondo. È un oblio che oscura il pensiero e può spingere ai margini della storia e della vita se non è contrastato in tempo. Quanto costa e quanta è la fatica necessaria per scacciare quel mostro che si posa sulla nostra spalla ? Costa molto, costa fatica e coraggio. La fatica di combattere tante volte contro i mulini a vento, le cui pale sono mosse dal vento del potere politico, economico e finanziario che ha bisogno che il futuro non esista mai sotto il cielo di Macondo. La fatica di lottare, tante volte, proprio contro i primi istinti di egoismo umano che ognuno di noi ha e che troppe volte emergono di fronte alle difficoltà e ai propri bisogni d’indifferenza.

Questa fatica ha bisogno del coraggio di vivere, perché senza quel coraggio non si può affrontare nessuna fatica e spesso bisogna cercarlo negli angoli più nascosti della nostra storia e del nostro cuore. Perché ognuno di noi vive nella sua Macondo, e ogni capitolo della nostra storia racconta qualcosa che parte da un fatto preciso e da quello si snoda e prosegue. La storia di questo Paese ha tanti capitoli e molti di questi capitoli si snodano apparentemente senza una spiegazione logica, ma non è così. Come spiegare il potere economico-sociale, e quindi l’apparente invincibilità della struttura mafiosa, che blocca lo sviluppo reale della nostra Macondo ? Come spiegare il fatto che nel 2017 in alcuni paesi e città al momento delle elezioni amministrative nessuna forza politica trovi la forza e il coraggio di presentare una propria lista ? Come spiegare l’isolamento e la solitudine riservati agli straordinari abitanti di Lampedusa nell’affrontare quella che stupidamente viene definita come “ l’emergenza migranti” ? Sappiamo tutti che non è un’emergenza, ma solo il risultato inevitabile di scelte e decisioni politiche e sociali prese dal potere mondiale che decide chi sacrificare, dove e quando. Per questo bisognerebbe rileggere dall’inizio quel capitolo, capire bene l’introduzione su cui poi si è sviluppata tutta la storia. Perché questa storia ha molti protagonisti, proprio come la Macondo raccontata da Gabriel García Márquez. Ma in questa  storia non c’è lo zingaro Melquíades, capace di regalare agli abitanti di Macondo l’antidoto contro l’oblio. Nella nostra Macondo sembra che l’oblio sia un bene cui non vogliamo rinunciare. Forse perché uscire dall’oblio in cui siamo caduti vorrebbe dire trovare il coraggio della ribellione e guardare in faccia, finalmente e veramente,  i nostri veri problemi e distinguere gli Uomini dai mercanti. Uscire dall’oblio vorrebbe dire chiedersi a cosa si è disposti a rinunciare in cambio della dignità, ma i nostri cent’anni di solitudine hanno forse radici troppo profonde e innestate come i tentacoli di una piovra che è arrivata davvero ovunque. Ha avvolto tutto quello che è il sistema di controllo delle nostre vite, dalla politica all’economia. E con la politica e l’economia si condizionano le scelte di tutti i giorni, per questo quasi sempre si preferisce guardare a chi sta meglio di noi togliendo lo sguardo da chi sta peggio. Ma l’oblio è sempre miope, non riesce mai a guardare oltre il momento. L’oblio è la sconfitta che si posa sulle nostre spalle e ci impedisce di guardare alla bellezza e alla ricchezza di quello che non conosciamo e non vogliamo conoscere perché, tutto sommato, quello che conosciamo e accettiamo ci fa sentire al sicuro e protetti. Ma al sicuro e protetti da chi e da che cosa spesso ci rifiutiamo di chiedercelo. Questa è la vera sconfitta, e questa sconfitta non è accettabile.

Siamo sempre in tempo, se sapremo scegliere di restare umani, a salvare la Macondo in cui viviamo. Non possiamo aspettare che anche nella nostra Macondo il diluvio cancelli tutto. Se sapremo uscire dal nostro oblio Lampedusa non sarà più sola a offrire amore e solidarietà ai migranti e il Mediterraneo tornerà a essere quello che deve essere: un mare bellissimo. Se sapremo uscire dal nostro oblio anche paesi come San Luca, in Calabria, potranno tornare ad avere un Sindaco e un’amministrazione comunale. Se sapremo uscire dal nostro oblio costringeremo uno Stato assente a diventare davvero uno Stato che rifiuterà le trattative con le mafie e racconterà, finalmente, cinquant’anni di segreti e di stragi.

Se saremo capaci di uscire dal nostro oblio salveremo Macondo e noi stessi, perché cent’anni di solitudine sono davvero troppi da accettare e allora “… il futuro non esiste, né mai è esistito sotto il cielo di Macondo” resterà solo una frase fra le tante di un racconto straordinario e troppo bello per non essere capito fino in fondo.

A noi la scelta.