C’era una volta l’uomo. C’è ancora

Di: - Pubblicato: 21 agosto 2017

A cura di Maurizio Anelli

 

C’era una volta l’Uomo. Le sue diversità potevano essere la sua ricchezza, il colore della pelle cambiava secondo i posti dove era nato e dove si fermava: nero, bianco, rosso, giallo. Qualcuno era alto, qualcuno era altissimo. Altri no. Ognuno di loro parlava con parole che agli altri sembravano strane, sconosciute, ma non era questo l’ostacolo: molti di loro riuscivano a capirsi ugualmente e comunque ci provavano in ogni modo e tante volte ci riuscivano con uno sguardo, con un sorriso e con mani che si cercavano per stringersi. Qualcuno di loro credeva in divinità, più o meno astratte, e si ostinava a chiamarle con uno strano nome: religione. Qualcuno andava oltre e inventava una parola, a metà strada fra la favola e il mistero: fede. Qualcuno riusciva a spingersi ancora più oltre dell’oltre e, in nome della divinità di suo gradimento, un brutto giorno inventò una malattia terribile e decise di darle un nome altisonante, che non ammetteva discussioni: la chiamò “in nome di Dio”.

Siccome il Dio in questione aveva molte facce, era ipotizzabile che si dovesse discutere a lungo su chi avesse il diritto di compiere ogni genere di delitto e, soprattutto, compierlo “in nome di Dio”. Ma in realtà il tempo della discussione si consumò in un attimo e la parola passò a lance e spade. Ognuna di queste spade si abbeverò del sangue infedele seminando violenza e odio in ogni angolo del mondo, a Oriente come a Occidente, naturalmente sempre “in nome di Dio”. Ma gli uomini, oltre che guerrieri di Dio, erano prima di tutti avvocati difensori di sé stessi: dovevano portare le prove in grado di dimostrare al mondo di essere nel giusto e quindi ognuno di loro si precipitò a citare testi sacri scritti dal profeta di turno che avevano il compito di incoraggiare e giustificare la loro oscena guerra. Perché di guerra si trattava. Guerra di conquista e controllo di nuovi territori, guerra di supremazia della razza, guerra per un potere sempre più sconfinato. Guerra di religione, comunque guerra. Nel frattempo si erano aggiunte altre divinità al tavolo: la più forte di tutte si chiamava “Denaro”. Era anche la più scaltra e la più cinica, e si rese subito conto di come fosse necessario non mostrare mai il suo vero volto e che era molto meglio continuare le guerre “in nome di Dio”. E “in nome di Dio” si continuò, a Oriente come a Occidente. Nel corso del tempo intere popolazioni sono state cancellate dal libro della vita, gli Indios delle foreste dell’America Latina pagarono un prezzo altissimo alle potenze europee che decisero di sterminarle per conquistare il loro territorio. Ma sempre “in nome di Dio” i mercanti non furono mai cacciati da nessun tempio, anzi affollarono sempre di più ogni Tempio che si prestasse ai loro scopi. Denaro e Potere, un abbraccio sempre più forte e che nel corso dei secoli ha stretto un legame capace di portare alla follia in poco tempo. Quel tempo oggi sembra essere arrivato.

C’era una volta l’Uomo. E quell’uomo, inteso come essere umano e non certo come maschio, c’è ancora. Esiste ancora e ha la faccia di chi cerca con tutte le sue forze di restare umano di fronte alla bestia che da sempre prova a vincere la partita della vita. Ha la faccia di chi non crede alle guerre di religione scatenate “in nome di Dio”, ha la faccia di chi pensa che l’abbraccio fra denaro e potere possa essere vinto, ha la faccia di chi vede nell’uomo diverso da sé qualcuno al cui fianco si può camminare senza avere paura. Quell’Uomo esiste ancora e ha la faccia di chi s’indigna e soffre per i morti nelle strade di Barcellona e Parigi, di Londra. Ma si indigna e soffre in uguale misura anche per i morti di strade che non siamo abituati a frequentare e che ai più sembrano così lontane: sono le strade della Siria e di Aleppo, di Kobane e di Mosul. Quell’uomo s’indigna e soffre in uguale misura anche per chi muore in quel Mediterraneo che per molti di noi significa solo mare. L’Uomo esiste ancora, nonostante oro e divinità. È un’esistenza difficile, condizionata dalla violenza di tempi che sembrava impossibile conoscere dopo la notte del Novecento. Ma quella notte è passata in fretta, nascondendo sotto un coperta piccola e leggera tanti segnali  ignorati per tanto tempo, ed è stata dimenticata in fretta. L’ultimo segnale che il Novecento ha lanciato si chiamava Jugoslavia e aveva le facce disperate delle donne, degli uomini e dei bambini di Sarajevo, di Vukovar. Poi in un caldissimo luglio del 1995 ha mostrato le ultime lacrime a Srebrenica consapevole che il mondo aveva deciso di non vedere e di non sentire.

Per tanto tempo, troppo, si è giocato con il fuoco anche appiccandolo qua e là dove interessi economici ed equilibri politici lo consigliavano. Oro e potere, gli unici veri demoni che l’uomo dovrebbe temere e invece con loro ha stretto le alleanze peggiori.

Oggi l’incendio è scoppiato, i fuochi accesi qua e là sono diventati fiamme enormi. E noi lasciamo questa eredità alle generazioni più giovani. Questo è il futuro che gli abbiamo regalato. Noi: incapaci di leggere la Storia, sciocchi e ciechi di fronte al passato che tanto avrebbe dovuto insegnare, aridi e sordi di fronte alle voci che si alzavano inascoltate. Noi, sempre pronti ad attribuire ad altri colpe che sono anche nostre e che abbiamo sempre cercato di trarre vantaggio dalle guerre e dalle miserie altrui.

Adesso che anche le nostre strade e le nostre piazze assomigliano tanto a quelle che per molto tempo abbiamo ignorato, proviamo il senso della paura, ci sentiamo minacciati e indifesi. E così è in realtà, e non sappiamo come reagire. C’è una strada che possiamo e dobbiamo percorrere, ma chissà se sapremo camminarla veramente. È una strada che implica riconoscere anche i nostri errori e le nostre scelte politiche, implica fare finalmente i conti con la nostra storia recente e passata. Significa cambiare rotta. Significa riconoscere, finalmente, che Barcellona, Parigi, Londra hanno gli stessi diritti di vivere che hanno tutti i posti del mondo, compresi Aleppo, Kobane, Mosul e Gaza e  meritano le stesse lacrime e la stessa indignazione. Quando saremo capaci di ammettere tutto questo forse anche le guerre sante fatte in nome di Dio potranno finire. Lo penso e lo dico da uomo libero, laico e profondamente ateo.

C’era una volta l’Uomo e c’è ancora. Le sue diversità possono e devono  essere la sua ricchezza, il colore della pelle cambia a seconda dei posti dove nasce: nero, bianco, rosso, giallo. Qualcuno è alto, qualcuno è altissimo. Altri no. Ognuno di noi parla con parole che agli altri sembrano strane, sconosciute, ma non è questo l’ostacolo: riusciamo a capirci ugualmente e comunque ci proviamo in ogni modo e tante volte ci riusciamo con uno sguardo, con un sorriso e con mani che si cercano e sono ancora capaci di stringersi. Abitiamo città diverse, ricche e meno ricche, ma vive e colorate. Riusciamo ancora a danzare insieme al suono di un tamburo, di una chitarra e di un violino. Amiamo guardare il sole che si alza ogni mattino e che ci dice che possiamo abitare lo stesso posto e guardaci negli occhi senza sospetti e paure. Qualcuno di noi crede a un Dio che non è mai lo stesso, qualcuno di noi non sente il bisogno di entrare in nessun tempio per essere degno di vivere. Ma possiamo camminare insieme comunque. Qualche volta non è facile, ma può essere bellissimo.