C’era Una Volta

Di: - Pubblicato: 16 ottobre 2017

Di Maurizio Anelli

 

C’era una volta il Partito Comunista Italiano, con tutte le sue contraddizioni e con tutti i suoi limiti ma con tutta la sua storia alle spalle. Una storia difficile ma intensa, ricca di passione e di vita vissuta a testa alta. Una storia di donne e uomini passati attraverso mille difficoltà e mille sconfitte, ma sempre capaci di rimettersi in cammino con forza e dignità dopo ognuna di queste sconfitte senza mai abbassare la testa.  Non è mai stato un cammino facile né poteva esserlo. Come poteva essere facile il cammino di chi decideva di nascere nell’inverno fascista del 1921 ? Di lì a poco il Paese avrebbe conosciuto la sua notte più nera, ma da quella notte lunga un ventennio bisognava uscirne prima o poi e per farlo era necessario lottare, combattere e accettare l’idea che quella lotta poteva anche essere l’ultima.

C’era una volta il Partito Comunista Italiano e, in questo Paese, non è mai stato facile decidere di essere comunisti. La notte durata un ventennio era passata e sulle montagne italiane si era scritta la storia, quella storia di libertà che nessuno potrà mai cancellare e molte pagine di quella storia furono scritte con il sangue di tanti comunisti. Ma il tempo passava e le montagne lasciavano il passo ad altre giornate: c’era un paese che attendeva un riscatto umano e sociale, un paese da ricostruire nelle case e nel cuore. C’erano diritti da conquistare e da difendere, un mondo del lavoro di cui non si era mai preso cura nessuno, c’era una mafia che un giorno alla volta si prendeva un pezzo in più di questo paese, c’erano fascisti vecchi e nuovi che provavano ancora una volta ad alzare la voce. C’erano le piazze di Genova e Reggio Emilia dove si moriva, ancora una volta, per una parola dal sapore antico e così difficile da raggiungere: Libertà.

C’era una volta il Partito Comunista Italiano, era in quelle piazze e in quelle strade. Era nelle fabbriche, nelle città, nelle campagne. Era nel modo della cultura e della scuola, del giornalismo. Era ovunque si sentiva la necessità di cambiare davvero questo paese e renderlo migliore. Quel Partito aveva le facce di quegli uomini e quelle donne capaci di schierarsi da una parte, senza calcoli ma guidati dalla passione e da qualcosa che portavano dentro di sè, perché come diceva Giorgio Gaber“…Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant’anni di governi democristiani incapaci e mafiosi. Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica eccetera eccetera eccetera. Qualcuno era comunista perché chi era contro era comunista…
Qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos’altro.
Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice, solo se lo erano anche gli altri.
Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché sentiva la necessità di una morale diversa…”.

C’era una volta il Partito Comunista Italiano, quel Partito che aveva conosciuto il volto e le lettere dal carcere di Antonio Gramsci. E dopo Antonio Gramsci erano venuti altri Uomini e altre Donne capaci di continuare quel cammino, dirigenti e tanti semplici militanti. Molti di loro hanno speso una vita in nome di un impegno politico che non è mai venuto meno, in cambio hanno ottenuto solo di “restare umani”. Qualcuno di loro ha pagato con la vita questo impegno, penso a chi è stato ucciso dalla mafia perché la mafia non poteva tollerare magistrati, giornalisti e amministratori politici che non fossero dalla loro parte. Penso a chi dall’interno di un Parlamento portava avanti battaglie che non potevano restare indietro, penso a chi da semplice militante sconosciuto al grande pubblico è stato ucciso nelle strade e nelle piazze. Penso a Uomini come Enrico Berlinguer, al suo ultimo comizio a Padova, alla sua battaglia infinita sulla “questione morale”. Penso anche all’orgoglio e alla passione che muoveva milioni di persone, alla voglia di stare insieme dietro una bandiera capace di unire e che raccontava di un senso di appartenenza anche quando la discussione diventa accesa e dura.

C’era una volta il Partito Comunista Italiano. Oggi quel Partito non c’è più. Si è perso, cancellandosi da solo, in un giorno triste e maledetto in cui ha cominciato a dimenticare le sue origini e la sua storia, vergognandosi quasi di quelle origini e di quella storia, cambiando il proprio nome come un figlio che si vergogna del nome del proprio padre. Prendendo le distanze dalla sua gente, cominciando a frequentare altri amici e altre compagnie. Giorno dopo giorno quel Partito ha preferito abbandonare le strade e i quartieri e ha scelto i salotti, ha preferito le poltrone alle sedie di legno. Ha scelto le banche e i consigli di amministrazione, certo più confortevoli delle fabbriche e delle campagne. Il tempo insegna che nella vita si deve prendere atto della realtà che cambia, perché il tempo cambia le cose e le condizioni. Cambia anche le persone, non sempre e non tutte ma qualche volta accade. Che cosa rimane quindi ? Rimane quell’ostinata volontà di andare avanti comunque, di non chiudere il cassetto della propria storia. Perché quella storia in parte l’hai vissuta, in parte l’hai letta e studiata, in parte ti è stata raccontata e tramandata dai tuoi vecchi. E di quella storia sei orgoglioso e fiero, perché è stata in gran parte anche la tua storia. E il tempo non sempre cambia tutte le persone. Le favole fanno parte della vita, le abbiamo sempre ascoltate noi da bambini e una volta diventati grandi le abbiamo raccontate noi ai nostri figli. Ma quella che oggi ci viene raccontata da chi pensa di aver preso il posto di quel Partito che non c’è più, non è una favola. È solo una brutta storia costruita giorno dopo giorno in questo nuovo millennio. È una storia d’intrighi e di potere, di giochi di prestigio fatti da maghi di bassa lega pronti a scendere a patti con chiunque per salvare sé stessi. Sono gli stessi maghi che hanno dimenticato quella Costituzione nata su quelle montagne tanti anni fa e scritta con mani che non hanno mai tremato, né di paura né di vergogna.

Pietro Ingrao “voleva la Luna”. La Luna è in alto, forse troppo in alto per ciascuno di noi, ma non bisogna mai smettere di cercarla, di amarla. E la strada per raggiungerla non è mai facile, spesso è in salita e piena di sassi e di polvere. Attraversa sconfitte e solitudine ma è capace di restituire e regalare mille sorrisi che scaldano più del fuoco di un camino. Bisogna essere attrezzati e capaci di assorbire colpi, bisogna avere voglia di guardarsi dentro, bisogna avere la forza di rialzarsi ogni volta che si cade. Ma in fondo bastano poche armi: la passione e la dignità. Sono armi che non lasciano mai veramente soli.