Controvento

Di: - Pubblicato: 24 Agosto 2020

di Maurizio Anelli.

Non esiste un’estate che sia uguale alle altre: il tempo spariglia sempre le carte e spinge le persone a guardare le cose da prospettive diverse, come una fotografia dove la profondità di campo cambia ad ogni scatto. Per troppi aspetti quest’estate è arrivata dopo una stagione che ha lasciato un segno difficile da cancellare, una ferita che il tempo farà fatica a rimarginare. Un giorno forse… ma la cicatrice resterà, magari nascosta nelle pieghe della vita, ma sempre lì a ricordare tutte le nostre fragilità. Perché questo siamo fragili come un filo d’erba di fronte al vento. Qualcosa si è perso, forse molto più di qualcosa: certezze, entusiasmi, affetti. La consapevolezza di questa fragilità può diventare però la forza di resistere al vento, il filo d’erba può diventare una radice capace di stare in piedi anche controvento. E poi controvento si respira il profumo di quello che resta, perchè nulla si perde davvero finché c’è memoria delle emozioni vissute e delle persone.

Fuori dalla porta di casa c’è un mondo che chiama e che ci invita a non chiudere mai quella porta, ci chiede di provare ad esserci e a non essere solo testimoni silenziosi di un tempo che sembra prendersi tutto, che cancella e passa sopra ogni emozione come un uragano. Quell’uragano che, ogni giorno, un mare di umanità affronta in ogni angolo di quella Terra che sembra aver perso ogni traccia di sé stessa.

Cerco quelle tracce nel Mediterraneo che inghiotte vite ogni giorno, nella striscia di Gaza distrutta dalle bombe di Israele, nell’Africa a cui hanno rubato tutto e anche di più. Le cerco nei paesi devastati da guerre e carestie, nell’opulenza rozza e razzista dell’America di Trump e in quell’America Latina che lotta e muore un giorno alla volta, troppo sola a combattere mille battaglie: contro l’imperialismo e il capitalismo americano, contro i Bolsonaro di turno, contro i cartelli dei narcos e contro il Covid-19.

Cerco quelle tracce in ciò che resta di un’Europa che sempre di più assomiglia a quei nobili decaduti che sfogano la loro rabbia e la loro impotenza sugli antichi schiavi dei loro vecchi imperi.

Forse però le tracce bisogna fiutarle, cercarle nei meandri delle strade che ancora esistono e resistono, controvento come quei fili d’erba che non si arrendono mai. Oggi quelle strade sono, sempre più, la preda dei cani da guardia dei padroni di sempre. I cani da guardia non hanno paura di entrare nei vicoli delle periferie, sanno che in quei vicoli basta scodinzolare e promettere quello che non è mai stato mantenuto da nessuno per conquistare uno spazio, un voto di fiducia, un posto di comando. Allora i cani da guardia entrano, promettono e fingono di ringhiare contro il potere mentre in realtà loro sono al servizio del potere, che li addestra e li usa per fingere di cambiare tutto per non cambiare nulla.

E questo è il gioco vero: fingere di cambiare tutto per non cambiare nulla.

L’Italia è, per definizione o per destino, quel Paese del “Gattopardo” raccontato magistralmente da Giuseppe Tomasi di Lampedusa. E quello stratagemma per cui “…Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi…” sembra essere diventato, insieme all’amnesia storica, una ragion di stato di questo Paese, quasi uno stile di vita. Un tempo, molto lontano per la verità, i Partiti politici si distinguevano per il diverso modello di società che proponevano, oggi quell’idea di politica non esiste più: oggi si cerca il consenso, a qualunque prezzo e in qualunque modo. L’idea di società è passata all’ultimo posto della fila, quasi come se “l’idea” fosse un peso che nessuno vuole portare sulle spalle.

Ci sono parole che sono scomparse dal dibattito politico: Socialismo, Comunismo, Lotta di classe… Compagni. Un tempo il dibattito politico era nelle piazze, nelle fabbriche e nelle Università, nelle assemblee… oggi si fa nei salotti televisivi e al Meeting di Rimini. Già, quello stesso Meeting di Rimini che da decenni è l’anfiteatro dell’ipocrisia cattolica che nel corso del tempo si è spartita il mondo delle scuole, delle Università, della Sanità privata a danno di quella pubblica. Un anfiteatro che non ha mai risparmiato il bacio di Giuda alla società e l’applauso al potente di turno. Quest’anno l’onore di inaugurare il Meeting è stato riservato all’ex presidente della BCE Mario Draghi. I massimi organi di informazione hanno applaudito al discorso di Draghi, in particolare quando ha calcato la mano sul futuro dei giovani…

https://www.corriere.it/economia/finanza/20_agosto_18/covid-draghi-a-rischio-futuro-giovani-bisogna-dar-loro-piu-b94ce5b0-e12c-11ea-b799-96c89e260eb4.shtml

Forse sono io ad essere prevenuto, può essere, o forse sono distratto. Ma non mi pare di aver sentito dalla bocca di Draghi una sola parola sul tema, per esempio, della scuola pubblica… peccato perché sarebbe sato un buon punto di partenza per parlare del futuro dei giovani ma forse il pubblico di Rimini non avrebbe applaudito con calore a questa variante del tema, troppo importanti le scuole e le Università private che preparano i “Chicago Boys” di domani. Crescere nuovi adulti è un’altra cosa…

Lo stesso livello di riconoscimenti e onori è stato riservato ad un altro “grande vecchio” della vita italiana: Cesari Romiti. Si sono tessuti le lodi al manager e all’imprenditore, uomo di fiducia dell’Impero FIAT, grande amico di Enrico Cuccia e Mediobanca. La missione di un grande banchiere, da sempre, è fare gli interessi dei suoi azionisti e dei suoi clienti: il banchiere era Cuccia, Cesare Romiti l’uomo di riferimento con il cliente.

Nessun riferimento critico nemmeno al suo straordinario impegno profuso per distruggere il mondo del lavoro e le lotte sindacali, nessun ricordo delle sue tele di ragno che hanno soffocato quel mondo.

Claudio Lolli in una canzone simbolo degli anni ’70 cantava:

“…Vecchia piccola borghesia, per piccina che tu sia
io non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia.

Sempre pronta a pestar le mani a chi arranca dentro a una fossa,
E sempre pronta a leccar le ossa al più ricco ed ai suoi cani…”

Matteo Salvini, da un anno esatto, non è più il Ministro degli Interni di questo Paese. Tante cose sono cambiate, e quindi non è cambiato nulla. Aspetto ancora che la vergogna dei decreti sicurezza venga spazzata via. Aspetto ancora una legge sullo “Ius soli”, aspetto che tutti coloro che hanno chiuso i porti ai migranti, tutti e non solo Matteo Salvini, paghino per quell’infamia, aspetto le scuse di chi, ancora oggi al Governo, non più tardi di un anno fa attaccava e offendeva le ONG, definite con arroganza e volgarità “i taxi del mare”. Aspetto che i diritti dei migranti siano garantiti e rispettati, che chi specula e si ingrassa sulla loro pelle nelle baraccopoli e nei campi di pomodori venga cancellato dalla vita civile. Aspetto che finisca la vergogna dei trattati con la Libia, usciti dal cilindro magico dell’allora Ministro Minniti, benedetti dal PD e dal Governo Gentiloni, e rinnovati dall’attuale Governo. Aspetto che si chiudano i CPR, che si cancelli la legge Bossi-Fini, figlia legittima della legge Turco-Napolitano. Aspetto che si smetta di chiamare “eccellenze” le fabbriche italiane che costruiscono armi e vendono morte. Aspetto che la giunta regionale della Lombardia paghi per i crimini commessi in un inverno maledetto, aspetto che chi ancora oggi accusa i migranti di portare il Covid-19 a casa nostra si vergogni e venga zittito. Aspetto che la politica torni ad avere il coraggio di proporre un modello di società diverso, sostenibile e umano, entrando nei meandri più chiusi ed emarginati delle nostre città, cacciando i cani da guardia dei padroni di sempre.

L’estate sta finendo, ho un anno di più e tante cose in meno, perse per strada.

Mi resta la voglia di aprire quella porta che non terrò mai chiusa. Continuerò a cercare quelle tracce di umanità nei meandri e nelle strade.

Fragile, sì, come un filo d’erba. Ma in piedi, controvento.