Covid&Roll- La musica è finita?

Di: - Pubblicato: 25 Maggio 2020

Di Enzo Gentile.

Le priorità, le esigenze, le urgenze sono ben altre, ci mancherebbe.

La vita sociale, economica, la convivenza civile e la quotidianità di tutti hanno subito ricadute gravi, a seguito del Covid 19, per ognuno di noi: e il mondo dello spettacolo, probabilmente, è giusto non sia proprio in cima ai pensieri della politica e della pubblica amministrazione.

Oltretutto, anche nel campo della cultura e delle arti, ci sono classifiche di preminenza ben precise: i musei, l’editoria, i teatri lirici e quelli di prosa, il cinema, le orchestre e varie altre caselle su cui possiamo sicuramente convenire. Verso la fine della lista, nel dibattito sviluppatosi in questi mesi, troviamo il mondo della musica (pop, rock leggera: che pure qui, viene ben dopo lirica, jazz, ecc.).

Difficile che un ministro, un sottosegretario, un leader di partito si stracci le vesti per un tour saltato o per un festival rinviato-cancellato-sospeso, rimasto nel limbo futuro della sanità nazionale e internazionale. Però, se i numeri hanno ancora un senso, qualche attenzione in più andrebbe riservata, anche perché la platea coinvolta su quel terreno è potenzialmente assai significativa.

Qualche dato: si calcolino soltanto le tournèe estive maggiori, che avrebbero visto protagonisti alcuni dei massimi artisti italiani (tra giugno e settembre erano in calendario, tra gli altri, Vasco, Ultimo, Tiziano Ferro, Ligabue, il team femminile di Pausini, Emma, Mannoia, e via, De Gregori-Venditti, giusto per citare la punta dell’iceberg), oltre agli stranieri, dal tour d’addio di Eric Clapton ai Pearl Jam, dai Guns’ n Roses ai Red Hot Chili Peppers…

Per questi e altri appuntamenti di simile portata erano stati registrati già numerosi sold out, per un totale di circa tre milioni e mezzo di biglietti venduti. Se a questo panorama aggiungiamo le date soppresse da fine marzo nei palasport e nei teatri di tutta Italia – compresi tutti i partecipanti al festival di Sanremo, che in fatto di popolarità stavano in cima alle attese del grande pubblico – la cifra sale sensibilmente: e non parliamo ancora dei festival come Umbria Jazz, per il cui headliner di metà luglio, Lenny Kravitz, già quasi novemila appassionati si erano premurati all’acquisto.

Ora, per molti di questi show se ne riparlerà esattamente fra un anno, alcune date sono già state fissate, con un trasloco di dodici mesi. E i biglietti? Naturalmente resteranno validi, vorrei ben vedere. Ma, anche per motivi di ordine superiore – e la pandemia ovviamente rientra nei parametri – dovrebbe essere possibile ottenere, in alternativa, il rimborso: come gli artisti, infatti, lo spettatore davvero non ha responsabilità o colpe, in questi casi.

Tutti gli annunci ufficiali parlano di un utilizzo del biglietto per il recupero, quando sarà, oppure della emissione di un voucher, magari per un altro concerto, si vedrà: del doman non v’è certezza..

Ma di rientrare di quei soldi non se ne parla proprio: se moltiplichiamo quattro-cinque milioni di biglietti per un costo medio di 50-60€ (appesantiti dai diritti di prevendita, che tutti hanno sborsato e nessuno rivedrà mai) si tratta di un bel gruzzolo. Che da qualche parte riposa, visto che gran delle spese vive di un tour (dalle maestranze agli affitti degli spazi, dalla pubblicità alle trasferte di tonnellate di attrezzature) non sono ancora state sostenute. E quindi?

Dice la saggezza popolare che quando i soldi sono fermi, in realtà non sono fermi per nulla: generano interessi, sostengono i privati. Dunque la cosa conviene a qualcuno: pochi ma buoni.

Orbene: in tanti casi le organizzazioni dei consumatori hanno intentato class action per difendere o rivendicare diritti collettivi. In questa occasione occhio e croce la materia non manca: così come si può individuare una possibile controparte, le agenzie che organizzano e producono i tour, le società che vendono i biglietti e hanno visto transitare (fermarsi?) decine di milioni di euro.

Ci fosse un paladino alla testa degli spettatori delusi e gabbati, troverebbe molti consensi.

Perché, per dirla con il titolo di un famoso best seller di qualche anno fa, “Anche le formiche, nel loro piccolo, si incazzano”.