Dedicato A Enzo Baldoni

Di: - Pubblicato: 26 Ago 2019

Di Maurizio Anelli.

“…Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch’io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo. Tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L’indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato”. (Enzo Baldoni)

I reporter di guerra sanno che ogni giorno può essere l’ultimo che racconteranno, lo sapeva anche Enzo Baldoni che accettava questa partita con la vita e con il destino al punto di sorridere di fronte a questa possibilità. Ogni giorno da sopravvissuto a una guerra vissuta sul posto, e raccontata, sembra un regalo della vita. Non esiste niente che possa assicurare una protezione a chi racconta la guerra, quando la vita di chi la racconta sembra affidata al caso e all’importanza che viene assegnata da chi quella guerra la combatte. Esistono tanti modi di raccontare una guerra, si mettono in fila le parole e le fotografie e tutto quello che serve per provare a descrivere la sofferenza di una notte che può durare un giorno o un anno. Ci vuole coraggio per farlo, oltre a quella dose di consapevole incoscienza e umanità che portano un reporter di guerra a pensare che in qualche modo il suo lavoro possa contribuire a ristabilire le verità nascoste a chi quella guerra non la vive in prima persona. Questa almeno è l’idea che io mi sono fatto di un reporter di guerra, io che una guerra non l’ho mai vista né raccontata. Enzo Baldoni non era il giornalista classico o il corrispondente di guerra di una televisione importante, lui era qualcosa a metà strada fra il volontario e il giornalista freelance che, ogni volta che poteva, andava in giro per il mondo e raccontava le guerre. Il suo era giornalismo allo stato puro, capace di essere sul posto per cogliere l’attimo e provare a raccontarlo libero da preconcetti. Scrivere e raccontare a modo suo, perché quando decidi che è quello che vuoi fare in mezzo a tutte le altre cose che la vita ti mette davanti è giusto, e bello, farlo come ti suggerisce il cuore. Enzo Baldoni: un ficcanaso con le tasche colme d’ironia e intelligenza, curiosità e gentilezza. La passione per i fumetti, gli articoli su Linus, su Diario, sul Venerdì di Repubblica e quel suo blog chiuso dopo la sua morte ma salvato e mantenuto in vita su WordPress, http://enzobaldoni.com, che a rileggerlo ora scappa un sorriso e una bastardissima malinconia. Io me lo ricordo così e penso che a lui non dispiaccia, da qualunque parte si trovi continuerà a ficcare il naso su qualunque cosa stuzzichi la sua curiosità.  E proprio su quel suo blog spiegava che lui doveva andare a ficcare il naso in Iraq “…È tornato. È tornato il momento di partire. Da un po’ di tempo la solita vocina insistente tra la panza e la coratella mi ripeteva: Baghdad!

Lui che il naso era andato a metterlo nel Chiapas del Subcomandante Marcos, in Colombia, a Cuba … ora era il momento di andare anche là, dove il mondo aveva deciso di scatenare l’inferno. Ma a dispetto di quello che tanti pensavano, in malafede, Enzo Baldoni non era uno sciocco sprovveduto. Ogni suo viaggio era preceduto e preparato con una rete di contatti e così è stato anche per Baghdad, dove arrivò nei primi giorni di agosto del 2004 decidendo di alloggiare all’hotel Palestine, insieme a tutti gli altri giornalisti italiani e no. Incontrerà Ghareeb: guida, autista e angelo custode, come lui stesso lo considerava nel suo blog e nelle sue corrispondenze. Inizierà a “ficcare il naso” nei meandri di Baghdad, e da lì spedirà la sua prima “Cartolina da Baghdad”. https://www.radiocittadelcapo.it/archives/cartoline-da-baghdad-enzo-baldoni-145474/

Sono giorni difficili, pesanti. L’ultima volta che la voce di Enzo Baldoni racconta l’assedio a Najaf, la città santa, è il 15 agosto 2004, ai microfoni di Radio Popolare. Poi il silenzio. Rimane solamente il ricordo e la testimonianza di Pino Scaccia, inviato RAI, l’ultima persona a vederlo in vita. La sera del 26 agosto 2004 la rete televisiva “Al Jazeera” annuncia la sua morte. Una parte dei resti di Enzo Baldoni, quello che rimane di lui, arriverà in Italia nell’aprile del 2010 e solo nel novembre del 2010 si potrà celebrare il suo funerale. Già, il suo funerale. Nella lettera testamento che Enzo Baldoni aveva lasciato ognuno di noi può cogliere quello che crede, io credo che sia una delle lettere più belle che mi sia capitato di leggere:

Vorrei che tutti fossero vestiti con abiti allegri e colorati. Vorrei che, per non più di trenta minuti complessivi, mia moglie, i miei figli, i miei fratelli e miei amici più stretti tracciassero un breve ritratto del caro estinto, coi mezzi che credono: lettera, ricordo, audiovisivo, canzone, poesia, satira, epigramma, haiku. Ci saranno alcune parole tabù che assolutamente non dovranno essere pronunciate: dolore, perdita, vuoto incolmabile, padre affettuoso, sposo esemplare, valle di lacrime, non lo dimenticheremo mai, inconsolabile, il mondo è un po’ più freddo, sono sempre i migliori che se ne vanno e poi tutti gli eufemismi come si è spento, è scomparso, ci ha lasciati.  Il ritratto migliore sarà quello che strapperà più risate fra il pubblico. Quindi dateci dentro e non risparmiatemi. Tanto non avrete mai veramente idea di tutto quello che ho combinato. Poi una tenda si scosterà e apparirà un buffet con vino, panini e paninetti, tartine, dolci, pasta al forno, risotti, birra, salsicce e tutto quel che volete. Vorrei l’orchestra degli Unza, gli zingari di Milano, che cominci a suonare musiche allegre, violini e sax e fisarmoniche. Non mi dispiacerebbe se la gente si mettesse a ballare. Voglio che ognuno versi una goccia di vino sulla bara, checcazzo, mica tutto a voi, in fondo sono io che pago, datene un po’ anche a me. Voglio che si rida – avete notato? Ai funerali si finisce sempre per ridere: è naturale, la vita prende il sopravvento sulla morte –. E si fumi tranquillamente tutto ciò che si vuole. Non mi dispiacerebbe se nascessero nuovi amori. Una sveltina su un soppalco defilato non la considererei un’offesa alla morte, bensì un’offerta alla vita. Verso le otto o le nove, senza tante cerimonie, la mia bara venga portata via in punta di piedi e avviata al crematorio, mentre la musica e la festa continueranno fino a notte inoltrata. Le mie ceneri in mare, direi.  Ma fate voi, cazzo mi frega. Basta che non facciate come nel Grande Lebowski

Manca Enzo Baldoni. Mancano il suo sorriso di uomo libero e le sue promesse. Leggete questo articolo, e capirete come una promessa possa regalare speranza e rendere felici: http://it.peacereporter.net/articolo/59/La+promessa+mantenuta

L’Ordine dei Giornalisti della Lombardia ha inserito Enzo Baldoni fra i martiri del giornalismo e, nel 2005, il suo nome è stato iscritto al Journalist Memorial, il monumento dedicato ai reporter caduti sul lavoro nel mondo a partire dal 1812. Si trova ad Arlington (Virginia, USA), ed è nel giardino del Museo della Stampa.  Eppure, durante i giorni del suo sequestro e fino alla sua morte, in molti hanno sputato veleno e fango sulla sua persona. Nessuno di loro ha mai chiesto scusa. Enzo Baldoni amava i fumetti e, allora, credo che le vignette che Mauro Biani gli ha dedicato nel tempo siano state per lui un regalo gentile, capaci di regalargli una risata delle sue, a dispetto di tutti quelli che hanno sputato quel veleno e quel fango.

Vignetta di Mauro Biani

E poi, infine, c’è chi ha saputo scrivere poesie e aggiungere note e musica per lui. Una in particolare, quella di Alessio Lega: “Zolletta”. Quando Alessio canta questa canzone nei suoi spettacoli la presenta così: Zolletta” è un personaggio del fumetto Doonesbury di Garry Trudeau. In italiano era tradotto da Enzo Baldoni. Chi come me è stato per lungo tempo lettore di Linus ha imparato a conoscere un nome, come quello di uno che faceva reportages deliziosi dal Chiapas insorto, e poi come soprattutto la firma delle fondamentali traduzioni di Doonesbury, una delle più belle strip americane. Questo nome era Enzo G. Baldoni. Questo nome è diventato noto a tutti, e presto è stato fatto molto per farlo scomparire dalla mente di tutti, come forse una delle più sfortunate fra le vittime illustri (perché ce ne sono centinaia di migliaia non illustri…) di questa ennesima sporca guerra. Per un po’ ho pensato a scrivere qualcosa, perché io adoro i piccoli dimenticati, e poi alla fine è sorto dentro di me uno dei personaggi a cui lui ha dato voce come traduttore per tanto tempo, un personaggio che si chiama Zolletta, ed è una specie di deliziosa schiava d’amore e ho immaginato che Zolletta scrivesse la lettera che io mi sentivo di scrivere a Enzo G. Baldoni”. https://www.youtube.com/watch?v=AqKkH0XFsjg

“Vabbè Baldoni, qui Milano conserva ancora il tuo passaggio, come il sorriso del coraggio che spero ci fiorisca in mano.  Vabbè Baldoni statti bene , qui per non piangere ridiamo nel tuo sorriso ci speriamo, che un po’ da piangere ci viene. Vabbè Baldoni, senza fretta ci rivediamo certamente, sai che non mollo facilmente, ti aspetto.

Sempre tua, Zolletta.” (Alessio Lega)