Dedicato a Stefano e Ilaria Cucchi

Di: - Pubblicato: 10 Ott 2016

Pensiamo spesso che la morte di una persona amata sia un dolore impossibile da sostenere, da superare.    È un dolore che entra nel cuore e arriva alla mente, e in questo percorso annienta qualunque resistenza e qualunque difesa. Ora sappiamo che esiste un dolore ancora più forte e se possibile ancora più ingiusto: è il dolore causato dalle menzogne spietate e volgari sputate sul corpo e sulla memoria delle persone anche dopo la loro morte. E quando la morte non è dovuta all’ineluttabilità della vita e quindi alla natura ma è dovuta a cause non certamente naturali, il peso di quel dolore può diventare insostenibile, come un macigno che si abbatte una volta ancora su chi non può difendersi. Penso a Stefano Cucchi, una vita sequestrata dallo Stato e buttata via in una notte da incubo. Su Stefano sono state scritte molte pagine di giudizi e di parole, così tante che è difficile aggiungere altro. Eppure bisogna aggiungerlo, occorre farlo e a voce alta. Lo si deve a lui per una sorta di giustizia e di rispetto, lo si deve alla sua famiglia e a Ilaria, sorella di Stefano e donna straordinaria che da anni si batte con il coraggio di una leonessa contro tutto e tutti per restituire dignità a quel fratello che le è stato rubato.

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Ilaria Cucchi

Perché questa è la verità, amara e inaccettabile: lo Stato le ha rubato un fratello e lo ha fatto servendosi delle sue Istituzioni, quelle stesse Istituzioni che dovrebbero garantire il rispetto del Diritto e della Legge. E per coprire questa macchia di sangue quelle stesse Istituzioni hanno usato il fango, fin dal primo momento e senza alcuna vergogna. Stefano è stato dipinto come un mostro, mentre era solo una vittima, finito nelle mani sbagliate. La storia di questo Paese ha conosciuto tante storie come quella di Stefano. È la storia di chi entra con le sue gambe in una casa delle Istituzioni per uscirne in una cassa di mogano. È una storia antica, iniziata in un Dicembre milanese nel 1969 che nessuna memoria potrà cancellare, che continua ancora.   È una storia che incrocia e segna la vita di chi subisce in prima persona sul proprio corpo e sulla propria anima la condizione violenta di sottomissione fisica e psicologica. È una storia di solitudine e impotenza di fronte a chi ti sta togliendo ogni possibilità di resistenza. Sono tanti i nomi che vengono alla mente da quel Dicembre milanese e sempre, oggi come allora, la verità è occultata, insultata. E a occultare e insultare la verità lavorano in tanti, incuranti e abusando del ruolo Istituzionale che ricoprono. E allora il dolore di familiari e amici delle vittime diventa più forte, ogni giorno. Eppure è a loro che questo Paese deve quella voglia di verità che ancora è possibile: solo la loro caparbietà e la loro dignità sembrano capaci di combattere una battaglia che non è mai ad armi pari, ma che va combattuta a testa alta.

In questi mesi in tanti hanno sentito il bisogno di parlare di un ragazzo gentile e studioso, ucciso a ventisette anni in Egitto: Giulio Regeni. In tanti hanno accusato giustamente il Governo egiziano di reticenza e complicità, di essere il mandante dell’assassinio di Giulio. Tutto giusto, tutto vero. Peccato che alle voci di chi giustamente lanciava queste accuse si siano uniti anche quei tanti che fingono di non vedere o di dimenticare la storia italiana dal 1969 a oggi. Quella storia c’è, esiste, è stata scritta ed è fatta da nomi e cognomi. Quello di Giuseppe “Pino” Pinelli è stato il primo a essere inciso nella nostra memoria, altri si sono aggiunti nel corso degli anni e quello di Stefano Cucchi è solo uno degli ultimi in ordine cronologico in quella strada tracciata dalla Questura di Milano in quel Dicembre del 1969, passando da Piazza Alimonda, da Bolzaneto e dalla scuola Diaz, da Ferrara, e in tanta altre strade e piazze, in tante questure, incrociando sempre la divisa sbagliata. E allora se fra le divise sbagliate ve ne sono anche di giuste, ed è indubbio che ve ne siano, ebbene queste ultime si facciano avanti, abbiano il coraggio di prendere la parola, schierarsi dalla parte della verità e isolare quei colleghi con la divisa sbagliata. È un loro dovere civile e morale, preciso e inderogabile. È l’unica strada per non essere complici.

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Stefano Cucchi

“Se prima lo avevo solo intuito adesso so quanto sia diverso e più difficile trovarsi ad affrontare processi contro i carabinieri piuttosto che contro chiunque altro. Oggi nonostante sia stato riconosciuto il violentissimo pestaggio, le gravi lesioni subite da Stefano e le multiple fratture alla colonna vertebrale, i sindacati di polizia intervengono per l’ennesima volta su terreni che non competono loro e ci dicono di chiedere scusa. E allora chiediamo tutti scusa. Scusate se siamo morti nelle vostre mani”. (Ilaria Cucchi)

http://roma.repubblica.it/cronaca/2016/10/05/news/caso_cucchi_ilaria_scusateci_se_siamo_morti_nelle_vostre_mani_-149135108/)

 

Maurizio Anelli