Dedicato Ad Agitu Ideo Gudeta

Di: - Pubblicato: 5 Gennaio 2021

Di Maurizio Anelli.

C’era una volta un sorriso pulito, aperto e ricco di fiducia verso il mondo. Era arrivato a casa nostra dall’Etiopia nel 2010, nelle sue tasche c’erano solo poche centinaia di euro e una fiducia smisurata verso la vita. Quel sorriso apparteneva a una donna costretta a scappare dal suo Paese, l’Etiopia: è pericoloso lottare in prima persona contro le speculazioni dei latifondisti terrieri.

Ero impegnata con un gruppo di studenti contro il land grabbing, denunciavamo l’illegalità degli espropri forzati dei terreni agricoli, voluti dal governo a spese dei contadini locali per favorire le multinazionali che li usano per coltivare cereali e monocolture destinate all’esportazione. L’Etiopia è un paese ancora agricolo e queste politiche del governo riducono alla fame i contadini che sono costretti a lavorare per le multinazionali per 85 centesimi di dollari al giorno. Alcuni miei compagni sono stati arrestati, altri sono spariti e di loro non se ne sa ancora niente. A un certo punto ho capito che per me era venuto il momento di andarmene…”.

Una donna può decidere di andarsene ma non scappa mai di fronte alla vita, cerca sempre quella strada che spesso gli uomini non vedono. Aveva imparato le lingue, aveva studiato sociologia in Italia, a Trento, e quando si rende conto che nel suo Paese la sua vita è una scommessa che può solo perdere chiede asilo politico e ottiene lo “status” di rifugiata, e ritorna in Italia per ricostruire la sua vita sulle montagne del Trentino. È su quelle montagne che Lei donna, nera, immigrata e rifugiata politica, riscrive la sua storia e, forse senza saperlo, scrive una favola d’altri tempi.

“…in Italia avevo degli amici che avrebbero potuto aiutarmi e sapevo la lingua, così non ho avuto dubbi. Quando sono arrivata a Trento, avevo duecento euro in tasca, niente di più. Ho trovato lavoro in un bar, per mantenermi, ma nel frattempo ho cominciato a pensare all’allevamento delle capre. In Etiopia avevo lavorato in alcuni progetti con i pastori nomadi del deserto e avevo imparato ad allevare le capre. Ho pensato che con tutti questi pascoli non sarebbe stato difficile fare del buon latte, visto che sappiamo produrlo nel deserto.”.

https://www.internazionale.it/notizie/annalisa-camilli/2017/03/07/etiopia-migranti-donne

C’è una malga nel comune di Frassilongo nella vallata dei Mocheni ai piedi del Lagorai, la catena montuosa che separa la Val di Fiemme dalla Valsugana. Strade strette, strade contadine e di allevatori, ettari di terreni abbandonati che chiedono di essere recuperati e restituiti a nuova vita.

Ci vuole coraggio per pensare di provare a farlo, ma il coraggio da solo può non bastare: servono cuore e fatica, orgoglio, entusiasmo e fiducia. Nella valigia di quella donna scappata dalla sua terra per sfuggire alla morte e per ritrovare una vita c’è tutto questo…anzi c’è qualcosa in più: c’è quella pietra preziosa che si chiama fiducia, fiducia in sé stessa e negli altri. È da quella valigia che nasce la magia di un’azienda agricola il cui nome assomiglia davvero a una favola: “La Capra Felice”.

E dentro quella favola ci sono davvero le “capre felici”, sono le capre di una razza che rischiava di scomparire: la capra pezzata mòchena. Insieme a loro ci sono altre razze di capre, quelle tipiche delle Alpi. Ognuna di quelle capre ha un nome, alcune hanno il nome delle amiche e delle clienti: Marta, Melissa, Rachele, Francesca, Ribes, Trilli… ognuna di loro ha la sua storia e il suo carattere.

In quella malga si lavora duro ma con il sorriso e la porta aperta, la giornata comincia all’alba: bisogna mungere le capre, portarle al pascolo e tornare in tempo per lavorare al caseificio artigianale dove si produce formaggio biologico, e poi ci sono le galline, c’è da seguire un agriturismo sociale che nel tempo ha re-inventato e valorizzato un territorio che altrimenti sarebbe andato perso e dimenticato.

Ma non è tutto facile, in ogni favola c’è sempre un “orco cattivo” contro cui lottare. E anche in quella valle e fra quelle montagne arriva il soffio freddo del razzismo e dell’intolleranza, ha la maschera delle minacce e di un’aggressione che porta anche a una condanna a nove mesi per un vicino, assolto però dall’aggravante dell’odio razzista, ma lei è una donna forte e da questa brutta storia esce ancora più forte e, se possibile, ancora più dolce e determinata. Ma non basterà.

Già, le favole…questo mondo non ama le favole e non ama nemmeno chi le racconta in prima persona.

Il 29 dicembre di un anno cattivo e vigliacco Agitu Ideo Gudeta è stata uccisa nella sua malga, nella sua “Isola che non c’è”. La mano che l’ha uccisa era una mano che lei credeva amica, a cui aveva aperto la porta di casa perché nella sua valigia c’era ancora quel carico di cuore e fiducia, di entusiasmo.

Da oggi Marta, Melissa, Rachele, Francesca, Ribes, Trilli e tutte le altre non vedranno la vita cominciare all’alba per una mungitura e una passeggiata nei prati della valle, e non troveranno più quell’abbraccio tutto per loro. Non capiranno mai il perché.

Immagine che contiene erba, esterni, albero, persona

Descrizione generata automaticamente

In molti hanno visto in lei un modello di integrazione, ma questo è un punto di partenza sbagliato, infelice e fuorviante, e non è nemmeno giusto nei suoi confronti.  È come se si volesse ribadire che una donna come lei debba essere ricordata solo come una migrante capace di integrarsi in un Paese straniero. Parlare di lei, e in molti lo stanno facendo, come imprenditrice o come un simbolo di emancipazione per le donne, mette in secondo piano tutto il valore della sua storia e della sua vita.

Invece dovremmo tutti ricordare quelle sue parole che sono un vero inno alla vita: “…siamo tutti migranti. Non c’è una destinazione fissa per nessuno. La libertà del movimento delle persone non può essere limitata, gli spazi sono di tutti coloro che li amano, li rispettano e ci vivono volentieri, di chi è disponibile a portare un valore aggiunto al territorio che lo ospita. E chi viene da fuori può arricchirlo, portando conoscenze e culture nuove per questi territori.”

Agitu Ideo Gudeta era tutto questo, era una donna che ha lottato con tutte le sue forze e la sua dignità per provare a rendere questo mondo più bello di quello che è, più giusto e più umano.

Questa è stata la sua vera storia, e di questo dovremmo dirle grazie.