Dignità E Memoria: Insieme In Direzione Ostinata E Contraria

Di: - Pubblicato: 11 Feb 2019

Di Maurizio Anelli.

È la notte del 18 gennaio 1992 e una ragazza di ventuno anni sta tornando a casa sua, a Lecco. Ma la strada impazzisce improvvisamente davanti alle ruote della sua automobile e la vita scappa via senza nemmeno il tempo di un saluto. La ragazza si chiama Eluana e, quella notte, la sua favola finisce per lasciare il posto a un’altra storia. È una storia dura, cattiva, che ha diviso e continua a dividere un Paese sempre capace di inginocchiarsi davanti all’ipocrisia, incapace di ascoltare sentimenti  ed emozioni che non siano in sintonia con la morale imposta da altri. La storia di Eluana Englaro finisce il 9 febbraio 2009, a Udine, ma la sua vita era finita quella sera d’inverno di diciassette anni prima. Il dopo è stato solo un calvario indegno di un Paese civile e di cui le Istituzioni, tutte, dovrebbero provare vergogna e rimorso. Vergogna, per non aver mai sentito l’urgenza e il bisogno, in tutti quegli anni, di regolamentare una legge sul fine-vita e sul diritto all’autodeterminazione, vergogna e rimorso per gli attacchi e gli insulti che fino alla fine sono stati rivolti alla famiglia di Eluana e a suo padre, Beppino Englaro. La loro è stata una lotta impari contro il peggio di una società finta e ipocrita che non ha mai saputo trovare la strada giusta. Sono passati dieci anni dalla morte anagrafica di Eluana Englaro, ventisette dal suo addio alla vita. Eppure in questo Paese poco, o niente, è cambiato. L’ipocrisia di quei tempi è ancora seduta in prima fila nel teatrino della vita, nessuno degli esseri spregevoli che per anni hanno vomitato insulti su un Uomo degno di essere definito Uomo ha sentito il bisogno di chiedere scusa, di fare un passo indietro. Il 14 dicembre 2017 in Italia è stata finalmente approvata la legge che attribuisce un valore legale al testamento biologico e, di questo, va reso merito all’azione incessante dell’Associazione Luca Coscioni e alla determinazione di Uomini come Beppino Englaro. Forse un giorno questo Paese saprà fermarsi e chiedere scusa a lui, alla sua famiglia e alla loro figlia. In attesa di quel giorno c’è ancora molto da fare, a tutti i livelli: legislativi, culturali, etici. https://www.associazionelucacoscioni.it/notizie/comunicati/testo-della-legge-sul-testamento-biologico-approvato/

Foto di Maurizio Anelli

Ma ad oggi questo è un Paese che ancora non sa e non vuole chiedere scusa. È un Paese che ha perso per strada un valore antico, la dignità. Un Paese che ha chiuso a chiave i suoi porti e la propria coscienza. Nei giorni scorsi Il tribunale del riesame di Catania ha smontato, pezzo per pezzo, la montagna di accuse rivolte alla nave Aquarius, autorizzandola, di fatto, a riprendere regolarmente l’attività di soccorso in mare. Il reato ipotizzato nei confronti dei capimissione di Medici senza Frontiere era pesante e infamante: traffico illecito di rifiuti. L’accusa non reggeva allora e non potrà reggere in futuro, ma intanto il sasso è stato lanciato e in tanti hanno sorriso compiaciuti di fronte all’attacco portato ad una Ong storica come Medici senza Frontiere. Non è la prima volta che la Procura di Catania lancia ipotesi accusatorie nei confronti delle Ong che poi cadono nel vuoto e vengono smentite, ma loro insistono. Sembra ormai un fatto privato, un conto aperto fra laProcura della Repubblica di Catania e chi salva le vite in mare: la ricerca ossessiva di collegamenti tra le Ong e i trafficanti di uomini, intanto nel Mediterraneo si continua a morire ma senza testimoni. Diciotti, Aquarius, Sea Watch,nomi che sono entrati nelle case degli italiani e che dovrebbero insegnare qualcosa.  https://www.fanpage.it/aquarius-cosa-ce-davvero-nelle-carte-di-una-inchiesta-che-fa-acqua-da-tutte-le-parti/

La dignità e la memoria, parole che questo Paese vuole svuotare di ogni significato e ogni valore. C’è una costante nella storia di questa Italia, mistificare e coprire tutti quei momenti che non si ha il coraggio di affrontare a viso aperto. In questi giorni in tanti hanno parlato delle foibe: salotti televisivi e pseudo-dibattiti, interventi nelle piazze e nelle Istituzioni, dagli uomini di Governo al Presidente della Repubblica. Ognuno ha sentito il bisogno di mettere il proprio cappello su qualcosa che suscitava un forte impatto emotivo, ma senza avvertire la necessità di contestualizzare il momento storico dei fatti e ricordare chi e cosa aveva preceduto quel momento. Eppure le responsabilità storiche del Regno d’Italia prima e del regime fascista poi sono scritte sui libri, a partire dalla fine della prima Guerra Mondiale con l’occupazione dell’Istria e il processo d’italianizzazione voluto dal fascismo, fino all’aggressione della Jugoslavia nel 1941. Il ruolo dell’Italia in quell’aggressione non fu assolutamente di secondo piano, tutt’altro. Nel 1920 Benito Mussolini durante un comizio a Pola dichiara che “… Per realizzare il sogno mediterraneo bisogna che l’Adriatico sia in mani nostre; di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani”.  In seguito le città e i paesi dell’Istria cambiarono nome e, nelle scuole e sui giornali, si parlerà solo italiano. Il termine “Foiba” viene usato per la prima volta da Giuseppe Cobolli Gigli, Ministro del Lavoro del Governo fascista, che in un articolo del settembre del 1927 pubblicato sulla rivista “Gerarchia” (rivista ufficiale del Fascismo, fondata nel 1922 da Benito Mussolini ) teorizzava la pulizia etnica e la sostituzione delle popolazioni  locali con coloni italiani. Parlando di Pisino, paese dell’Istria, Cobolli Gigli scrisse che: “… il paese sorge sul bordo di una voragine che la musa istriana ha chiamato Foiba, degno posto di sepoltura per chi, nella provincia, minaccia con audaci pretese le caratteristiche nazionali dell’Istria”.  Ecco allora che parlare di Foibe senza contestualizzare e fingendo di non conoscere la storia precedente diventa un puro esercizio di propaganda e di rifiuto della storia, quasi una dimenticanza dei crimini fascisti e una volgare criminalizzazione della Resistenza partigiana.

Dignità e memoria viaggiano sempre insieme. Sono compagne di viaggio scomode per molti viaggiatori di questo mondo. Scomode e pericolose, come l’arte e la cultura, qualche volta come i musicisti di strada. Milano, per esempio, ha scoperto che dietro una grancassa o una fisarmonica, un sassofono o una tromba, possono celarsi pericoli incredibili per la democrazia. Perché anche a questo si arriva: altro che mafia, camorra,’ndrangheta… altro che divise sbagliate, corruzione, evasione fiscale. No, è dentro una banda musicale che si annida il pericolo: è il caso della Banda degli Ottoni a scoppio, che Milano ha imparato a conoscere, ad amare e rispettare. Loro, che da oltre trent’anni sono la voce degli ultimi che non hanno voce. Loro, che ci sono sempre ogni volta che una piazza o una comunità sente il bisogno di una solidarietà e di una presenza. Loro, con quegli strumenti luccicanti e capaci di regalare un sorriso e una speranza in tutti i momenti, anche quando sorridere e sperare sembra così difficile, pronti a suonare per chi rischia di perdere il lavoro, per i residenti dei quartieri di periferia, per ogni ingiustizia e per ogni offesa alla libertà e alla democrazia. C’erano anche la sera del 7 Dicembre 2014 in Piazza della Scala, a Milano. In quella Milano che si preparava all’Expo e in cui tutto doveva funzionare come un orologio. E poi il 7 Dicembre è la sera di Sant’Ambrogio, c’è la prima alla Scala e tutte le autorità sono presenti. C’è un clima teso nella Piazza, sembra quasi creato ad arte. C’è un’aria di contestazione annunciata e dagli slogan alle cariche, violente, il passo è breve. La Banda degli Ottoni a scoppio, premiata con l’Ambrogino d’oro nel 2012, prova a fare da argine e da scudo ai manganelli che si alzano contro i manifestanti, e si frappone a chi cercava lo scontro per addossarne le colpe a chi esprimeva il dissenso. Questa è la loro colpa e due dei musicisti della Banda, Spinash e Juancarlos i loro nomi, dovranno rispondere a breve di resistenza aggravata a pubblico ufficiale e favoreggiamento personale. Grancassa e fisarmonica, sassofono e tromba… vere e proprie armi di dissuasione di massa.

Sì, dignità e memoria viaggiano sempre insieme. Da sempre qualcuno prova a dividere le loro mani e la loro strada, a volte sembra quasi che quel “qualcuno” ci possa riuscire. Ma non è vero, è solo la stupida e volgare illusione di chi non ha nulla da dare agli altri. Quelle mani e quelle strade s’incontreranno sempre, e qualcuno dovrà farsene una ragione.