Discriminazione E Desiderabilità Sociale

Di: - Pubblicato: 25 luglio 2016

L’aggressività come istinto ineliminabile dell’essere umano fa da base a comportamenti distruttivi rivolti alla stessa società civile. La desiderabilità sociale ha portato a nuove modalità espressive degli atteggiamenti discriminatori, inconsapevolmente attivi ma controllati a livello manifesto.

foto per art Laura Magni

Il tema dell’aggressività è stato e continua ad essere oggetto di studio e discussione in diversi ambiti applicativi e di ricerca: dalla biologia all’etica, dall’etologia alla psicologia sociale. In generale può essere considerata come una tendenza volta alla distruzione di sé o dell’altro e all’autoaffermazione; questa accezione prevale in modo particolare in psicoanalisi, corrente che assume l’esistenza di meccanismi psichici inconsci attraverso cui spiegare il funzionamento umano. Primo fra tutti gli psicologi del profondo, Alfred Adler aveva ipotizzato l’esistenza di una pulsione aggressiva con funzione di stimolo per adattarsi alle circostanze della vita e superare il sentimento di inferiorità e insicurezza proprio di ogni essere umano.

Lo stesso Freud giungerà ad affermare che l’aggressività si ascrive alle pulsioni di autoconservazione, finalizzate al controllo della realtà e all’allontanamento dei dispiaceri.

In questo senso la forza distruttrice innata dell’essere umano rappresenta una minaccia per la società civile e la principale causa del “disagio della civiltà”. Per questo motivo la civiltà si costruisce necessariamente su basi di rinuncia e di divieto, sulla limitazione degli istinti primitivi, in qualche modo assimilabili a quelli degli animali.

Questo discorso colloca l’esistenza di sentimenti aggressivi su un piano inconscio; ciò è particolarmente vero nell’epoca contemporanea in cui le norme sociali spingono verso il rispetto delle differenze razziali, riuscendo loro malgrado a raggiungere modificazioni che hanno a che fare più con la desiderabilità sociale ed il “politically correct” che con un genuino declino della discriminazione e del pregiudizio.

Dovidio e Gaertner hanno introdotto il concetto di razzismo riluttante che “si sovrappone in modo quasi perfetto a quello di pregiudizio latente”.

Secondo gli autori il razzismo sarebbe un sottoprodotto del pregiudizio e la sua forma “riluttante” avrebbe appunto una connotazione inconscia: la tendenza sarebbe quella di abbracciare posizioni aperte ed egualitarie ed esprimere in modo sottile e socialmente accettabile gli atteggiamenti discriminatori che emergono dall’inconscio.

 

Se le forme tradizionali di razzismo e discriminazione continuano ad attirare l’attenzione per la loro portata violenta ed esplicita, in realtà le forme “inconsce e riluttanti” sarebbero quelle più diffuse seppur meno percepibili, attraverso un’azione indiretta e fredda. Ciò che vince è senz’altro la desiderabilità sociale e le convinzioni illusorie di molti individui circa la propria apertura mentale.

Tra le forme “moderne” ed implicite di discriminazione, la deumanizzazione può esserne un esempio. Questa consiste nel percepire inconsapevolmente come “meno umani” gli individui non appartenenti al proprio gruppo; questi vengono così assimilati ad animali, automi se non oggetti, privi delle caratteristiche della natura umana, come la moralità e l’intelligenza, incapaci di provare emozioni e sentimenti. Il fenomeno della deumanizzazione si può osservare talvolta anche in altri contesti, ad esempio nell’assistenza sanitaria, nelle relazioni di cura e in alcune forme di burn out.

L’aggressività all’interno della specie umana parrebbe un controsenso alla conservazione della stessa, ma la frammentazione, la competitività e l’aspirazione alla supremazia sostengono antisocialità, ansia persecutoria e senso di minaccia.

Il limite imposto dalle norme sociali sembra non poter fare altro che inibire gli istinti aggressivi attraverso la proibizione, ricacciandoli nei meandri inconsci, attenuando senza risolvere mai in toto l’attrito insito nel rapporto tra essere umano e civiltà.

 

Laura Magni, Psicologa