Due Paesi Ma Uno Non è Il Mio

Di: - Pubblicato: 18 Giu 2019

Di Maurizio Anelli.

C’è un Paese che non mi piace, che non sento mio. Èun Paese che ha dimenticato tutto: la sua storia, le sue guerre, la sua miseria e le sue migrazioni. Un paese dove la colpa è sempre di qualcun altro e il nemico si costruisce e si aggiorna ogni giorno in base ai sondaggi e all’umore del vigliacco di turno. Nel corso di quasi un secolo di storia il nemico ha spesso cambiato faccia: nel 1938 erano gli ebrei, poi è venuto il momento dei migranti “terroni”, quelli che arrivavano nelle città del nord con la valigia di cartone e facevano comodo nelle catene di montaggio delle fabbriche, o nei cantieri che ricostruivano il Paese nel dopoguerra, ma a cui si negava una casa in affitto. Oggi è il turno dei migranti che servono nelle fabbriche del ricco Nord-Est e nei campi a raccogliere pomodori, a loro sono negati i diritti fondamentali di umana cittadinanza. Poi c’è il nemico per eccellenza: le ONG che con le loro navi nel Mediterraneo disturbano i sonni e le notti del Ministro degli Interni e di qualche Procura della Repubblica. Infine restano loro, i nemici di sempre: una volta si chiamavano Comunisti e oggi, nel linguaggio di tutti i giorni, sono chiamati con una sorta di disprezzo “Antagonisti”.

C’è un Paese che non mi piace, che non sento mio. Èun Paese dove ogni giorno cresce una sterpaglia di odio e rancore, razzista e fascista. SI autoalimenta della sua stessa propaganda e della sua rozza ignoranza, facendo leva sulla pancia di una gran parte di quegli abitanti, indegni di essere chiamati “Cittadini” per una semplice ragione: il termine “Cittadino” è giuridicamente introdotto nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789 (Déclaration des Droits de l’Homme et du Citoyen) elaborata nel corso della Rivoluzione francese, che contiene la solenne proclamazione dei diritti fondamentali dell’individuo e del cittadino. In questo Paese questi diritti sono calpestati da un potere che si dice legittimato dal voto, ed è un dato di fatto. Ma com’è possibile considerare “Cittadino” chi legittima questa violazione dei diritti dell’individuo ?

C’è un Paese che non mi piace, che non sento mio. È il Paese dove nell’inverno della Democrazia si firma un Decreto Sicurezza che valica tutti i limiti della vergogna e, dopo soli alcuni mesi, si firma un secondo Decreto Sicurezza che è ancora più violento e inumano del primo. Che cosa accade quindi dentro le Istituzioni di questo Paese, comprese le Istituzioni che risiedono nel Colle più alto di Roma ? Com’è possibile che questo scempio della dignità umana sia accettato e firmato ? Cos’altro deve ancora succedere per vedere finalmente un sussulto di ribellione e disobbedienza ?

C’è un Paese che non mi piace, che non sento mio. È il Paese dove il Ministro degli Interni si prende gioco in maniera cialtrona e “bulla” di un ragazzo che durante un comizio dello stesso Ministro espone una sciarpa dove si legge “Ama il Prossimo Tuo”. La frase dovrebbe essere accolta e condivisa da tutti, in particolare da chi sfrutta ogni telecamera per baciare rosari e crocefissi. Invece no, il Ministro si diverte a fare il “bullo” e, di fronte al suo servizio d’ordine che alza le mani sul ragazzo, ironizza, lo irride ….”Lasciatelo da solo, poverino, se non c’è un comunista ai giardinetti non ci divertiamo“. È allora che interviene la Digos, ma solo per indentificare il ragazzo, giammai i suoi aggressori. https://milano.repubblica.it/cronaca/2019/06/10/news/matteo_salvini_cremona_comizio_malmenato_25enne_per_sciarpa_siamo_tutti_fratelli-228450935/

C’è un Paese che non mi piace, che non sento mio. È il Paese dove Politica e Magistratura affondano nel fango, e diventa difficile capire chi dei due sia a trascinare l’altro nel gorgo del letame. Diventa difficile capire chi sia il mazziere, la sola certezza è che la partita è truccata da sempre e che al tavolo di gioco ci sia posto solamente per chi bara, fiero e orgoglioso di ogni carta sporca che esce dal mazzo.

C’è un Paese che non mi piace, che non sento mio. È il Paese dove il padrone del momento è sempre circondato da servi ossequiosi, supini e passivi un passo indietro rispetto al padrone. E ogni padrone ha sempre bisogno di questi servi per esercitare il suo potere. Tante volte i servi hanno la camicia bianca, il vestito buono della festa e un sorriso ingannevole. Qualche volta indossano una divisa sbagliata, il manganello in mano e lo sguardo minaccioso di chi finge di servire lo Stato ma in realtà è solo al servizio del padrone. Nessun servo con il vestito buono della festa dirà mai una parola “contro” il servo con la divisa sbagliata, in cambio otterrà sempre un occhio di riguardo, una gentilezza che agli altri non sarà mai concessa. Qualcuno passa per le mani di quei servi e di qui manganelli, e il suo è un viaggio nella notte degli orrori. Per Stefano Cucchi è stato un viaggio senza ritorno. È un viaggio che prima di Stefano altri hanno conosciuto, a partire da una notte nelle stanze della Questura di Milano nel dicembre del 1969 per arrivare a Genova in un’estate troppo brutta per essere dimenticata.

C’è un Paese che non mi piace, che non sento mio. È il Paese dove si muore sul lavoro e per il lavoro. A volte il lavoro uccide quando c’è, in quello scambio mortale che non è mai alla pari: il lavoro, sporco e nocivo, in cambio della salute dei lavoratori e d’intere aree abitate. C’erano una volta il Petrolchimico di Marghera, l’amianto di Casale Monferrato e Monfalcone, Genova e altre città. Amianto e veleni, salario e morte. Oppure si muore nei campi per raccogliere quello che serve ad arricchire i caporali e le mafie, ma in questo caso a morire sono soprattutto i nuovi schiavi, i migranti, e queste morti sembrano quasi una fatalità cui questo Paese sembra abituarsi. Altre volte il lavoro uccide quando viene a mancare, quando viene tolto da un giorno all’altro: l’essere umano passa così dalla condizione di risorsa a quella di esubero e nella mente di chi ha lavorato una vita, magari sempre nello stesso posto, si apre la porta sulla stanza degli inutili, di quelli che non servono più. Entrare in quella stanza significa tante cose e non sempre è possibile controllare emozioni, angosce e paure. Il senso del fallimento è un tarlo che lavora in silenzio e distrugge tutto, anche la capacità di resistere e andare avanti comunque.

C’è un Paese che non mi piace, che non sento mio. È il Paese dove in troppi pensano che da soli si possa bastare a se stessi, dove la comunità è vista come una debolezza e dove il pensiero unico di un uomo solo al comando ha sempre affascinato l’italica gente. Ora c’è lui, ci pensa lui … la storia di questo Paese racconta questa verità che può e deve non piacere, ma è innegabile.

E poi c’è un altro paese, ed è l’unico che sento davvero mio.  È il Paese che non accetta, che si ribella, che è ancora capace di indignarsi… che non abbasserà mai la testa. Si narra che quest’altro Paese sia in realtà una minoranza, anarchica e antagonista, refrattaria ad accettare compromessi perché per tanti la vita e la politica sono sempre un compromesso, prima di tutto con se stessi e poi con gli altri. La vita insegna sempre qualcosa, regala e toglie, a volte si riprende molto ma non potrà mai riprendersi tutto quello che ha regalato e insegnato. C’è qualcosa che viene scritto con il tempo, entra e rimane scolpito. Quel qualcosa sono i valori umani che magari qualcuno ti ha insegnato quando ancora non te ne rendevi conto. Sono il risultato di racconti di vita, di esperienze vissute, d’insegnamenti trasmessi il più delle volte con l’esempio da chi ti teneva per mano e ti ha insegnato ad andare in bicicletta togliendoti una rotella alla volta per aiutarti a stare in equilibrio da solo, senza paura. Poi la paura qualche volta ritorna: quando devi affrontare una partita nuova e diversa dalle precedenti, ogni volta che devi prendere una decisione che ti sembra di non essere capace di prendere e che ti coglie di sorpresa. Allora chiedi aiuto a quell’equilibrio conquistato quando qualcuno ti ha insegnato a pedalare. Vorresti ringraziare quella mano e quel volto, ma non c’è più. Però ti ha insegnato qualcosa che non andrà più via, che resta. E allora capisci che si può anche perdere, ma solo dopo aver lottato e creduto fino alla fine. E Pensi che quel Paese che non ti piace possa ancora cambiare, e che comunque tu devi provarci. Capisci che devi guardare sempre intorno a te, a trecentosessanta gradi: perché in mezzo agli ipocriti, fra chi bara e chi accetta sempre qualunque compromesso in nome della propria tranquillità, in mezzo a tanta indifferenza ci sarà sempre qualcuno che non è così. Si riconosce subito, a volte da un semplice sguardo: perché in mezzo ai tanti che hanno sempre lo sguardo chino a fissare la strada, per non vedere nulla, c’è chi cammina sempre a testa alta. Qualche volta le paure provano a fare abbassare anche quella testa, ma è una battaglia persa perché quella testa è alta, e nulla potrà farla abbassare.