È Ancora Possibile Fare Del Buon Giornalismo Nell’Epoca Delle Fake News?

Di: - Pubblicato: 13 marzo 2017

A cura di Mattia Cavalleri

 

 

Qualche settimana fa il presidente americano Donald Trump nel corso di un briefing alla casa bianca al quale erano presenti la CNN, il New York Times e altre importanti testate ha allontanato alcuni giornalisti dalla sala. La notizia è passata un po’ in sordina e non ha fatto lo scalpore che forse si sarebbe meritata. In un paese democratico, in particolare negli Stati Uniti d’America, paese che spesso ha assunto il ruolo di esportatore di libertà, è stato negato ad alcuni reporter il diritto di esercitare la loro professione: una vera e propria censura. Il giorno successivo Radio Popolare ha organizzato una conferenza nella sua sede durante la quale discutere di questo fatto scandaloso e, più in generale, del futuro che si prospetta per il giornalismo, in un’ epoca in cui la sua credibilità è sempre sotto attacco a causa delle tante “fake news” (false notizie) che spopolano soprattutto sul web, ma anche su altri organi d’informazione. A partecipare all’evento sono stati invitati Lorenzo Cremonesi, giornalista del Corriere della Sera, Piero Colaprico, voce de La Repubblica e Angelo Miotto, fondatore e direttore di Q Code Magazine.

Spesso siamo portati a pensare che l’origine delle fake news sia da far coincidere con il boom di internet e dei social network. Questi, in realtà, non sono altro che strumenti che facilitano la propagazione delle notizie false, ma la loro nascita è da ricercare in un’ epoca passata. Un esempio, proposto da Angelo Miotto, è quello del “Cormorano del golfo”: la fotografia di un Cormorano ricoperto di petrolio fu presa come manifesto contro i disastri ambientali che Saddam Hussein stava provocando, in realtà successivamente si scoprì che la foto risaliva ad una guerra tra Iraq e Iran di 10 anni prima. Questo caso risale al 1991, anno in cui internet non aveva ancora raggiunto il pubblico di massa, senza parlare dei social network, nati molti anni dopo.
Sicuramente il proliferare di un’informazione poco credibile è dovuto anche, se non soprattutto, ai social network, poiché hanno creato miliardi di possibili giornalisti, pronti a documentare e raccontare fatti, senza la professionalità di un giornalista. Tutto ciò ha minato la credibilità anche dei reporter, messa sempre sotto attacco e sotto accusa.

Il ruolo del giornalista è ancora troppo importante per pensare di poterne fare a meno. Cremonesi racconta un’altra vicenda del 1991, successa a Tel Aviv, in cui l’immagine dell’esplosione di una sola casa venne trasmutata nella distruzione di buona parte della città, grazie ad un uso accurato dello zoom della videocamera.
Il lavoro del cronista deve essere quello di raccontare i fatti che stanno avvenendo, ma spiegandone anche il contesto, le storie e il quadro politico: questi compiti non possono essere eseguiti da un occhio virtuale o da un cittadino che in quel momento documenta la scena.

La soluzione per questo problema non è facile da trovare, poiché internet, e di conseguenza anche le notizie che circolano sulla rete, sono difficili da controllare. I tre ospiti della conferenza hanno proposto qualche metodo per poter arginare questo fenomeno. Tutti concordano sul fatto che questa battaglia vada combattuta in primis dai giornalisti stessi, responsabili di una difesa della loro professionalità e del loro metodo di lavoro. Piero Colaprico invita tutti i giornalisti, o coloro intenzionati a intraprendere questa carriera, a “non pensare alla fama, ma a concentrarsi solo sul raccontare i fatti, perché è questo che deve fare un buon giornalista”. In conclusione Miotto sottolinea la necessità di svolgere sempre un accurato Fact checking, la verifica delle fonti, prima di poter parlare di un fatto: questo secondo lui è l’essenza del giornalista, persona in dovere di raccontare i fatti e intermediare tra essi e il lettore, senza però distorcere la verità in nessun caso.