E’ Solo La Fine Del Mondo

Di: - Pubblicato: 5 dicembre 2016

Per il suo sesto lungometraggio, Xavier Dolan adatta una pièce di Jean-Luc Lagarce e mette insieme un caste di notevole spessore con Nathalie Baye, Léa Seydoux, Marion Cotillard, Vincent Cassel, Gaspard Ulliel. Attori che sono dei fari del cinema francese e di cui il regista quebecchese si serve in questo film in un modo inatteso aggiudicandosi il Gran Premio della Giuria all’ultimo festival di Cannes.

Uscita al cinema il 7 dicembre 2016

Xavier Dolan torna con una specie di processo in famiglia, la cui messa in scena esprime l’impossibilità dei personaggi a comunicare, il suo secondo dopo “Tom à la ferme” per parlarci del suo tema prediletto, la famiglia. I personaggi si muovono pochissimo, che per alcuni potrebbe dare un sentimento di apatia mentre nel suo precedente film “Mommy” la vitalità e il movimento trascinano lo spettatore verso l’euforia.

È un regista d’interni, le sue sono spesso storie di famiglia che si svolgono in luoghi ristretti e confinati. Louis, il personaggio interpretato da Gaspard Ulliel, si ritrova come prigioniero in una sorta di follia in cui è come spinto a cercare un modo di esprimersi e farsi capire ma più la pellicola va avanti meno ci riesce.

C’è qualcosa di un po’ aggressivo in questo rapporto che Dolan stabilisce tra gli spettatori e i personaggi, sembra quasi che ci urli in faccia e che quello che si dice, che è estremamente complesso, proprio del testo di Jean-Luc Lagarce, viene un po’ ridotto ad una specie di commedia.

In questo magma soffocante che Dolan crea, tutte le emozioni passano attraverso cose fugaci e allo stesso tempo estremamente esplosive, un gioco di sguardi, un sorriso, movimenti impercettibili tra i personaggi che trasmettono una carica emotiva di rara potenza.

Qui la gravità del soggetto viene svelata durante i primi minuti della pellicola, in cui Louis si trova a bordo di un aereo che lo sta conducendo a rivedere i suoi famigliari dopo dodici anni di assenza durante i quali il regista di teatro, omosessuale, ha avuto successo lontano dai suoi. È la sua imminente morte che deve annunciare e dovrà trovare il momento e le parole giusti.

Se Dolan ha ritrovato il formato classico, il senso di soffocamento che provoca il formato quadrato di “Mommy” abita sempre il suo cinema. Il film è fatto esclusivamente di primi piani sui visi, di una galleria di personaggi imbarazzati da questa riunione di famiglia improvvisa, che provoca diffidenza ma anche sfiducia. La prima a capire Louis è Catherine la cognata appena conosciuta, durante un semplice scambio di sguardi.

“È solo la fine del mondo” s’incammina verso un finale sconvolgente, che ci lascia un senso d’incompiuto. Questo racconto di famiglia tratta dell’omosessualità, in silenzio, senza mettere in avanti le difficoltà di costruirsi lontani dalla famiglia e senza rimpianti.

“È solo la fine del mondo” farà discutere, dibattere, infastidirà, irriterà o sconvolgerà e commuoverà profondamente. Durante le serate con amici, a tavola, attorno ad una birra in famiglia; ma questo in fondo non è quello che cerchiamo, non è quello che ci auspichiamo, confrontarci, esporre il proprio punto di vista, ascoltare. Emozionarci, commuoverci è ciò che vogliamo dalla visione di un film: Dolan riesce a darci quello che andiamo cercando. Dolan rimane la potente espressione, a volte straziante, di un infinito bisogno d’amore.

 

Daniel Battaglia